venerdì 28 agosto 2026

La dipendenza

Cercare se stessi attraverso gli altri, cercare la propria identità e la stima del proprio valore attraverso lo sguardo e il giudizio altrui, fondandola su ciò che gli altri possono o potrebbero riconoscere e apprezzare, è esperienza e modalità tutt'altro che rara. Fare riferimento agli altri per misurare quanto si vale, per fare verifiche attorno alla propria capacità di riuscita, per stabilire quanto si sa stare al mondo, per darsi la misura, per confronto e paragone con gli altri, dei progressi raggiunti in quella che è considerata dai più la corsa al successo e alla miglior realizzazione, cercare negli altri il benvolere e l'apprezzamento per le proprie prestazioni, per ricevere alimento alla fiducia in se stessi, per accendere dentro se stessi una parvenza di calore interno, è modalità la più diffusa e non solo tra gli adolescenti. Mancando di un interlocutore interno, mai cercato, di una scoperta di significati fatta attraverso sè e fondandosi sul proprio sentire, mancando della capacità di riflettere, di mettersi allo specchio, di condividere la ricerca del vero con se stessi, mancando di capacità e di interesse a avvicinarsi a se stessi, di ascoltare e di dialogare con la propria interiorità, per capire e per veder scaturire pensiero originale, scoperte autonome fino a raggiungere fondato convincimento e veder nascere vera passione, senso di vicinanza, accensione di calore interno vero nella apertura sincera, nello scambio fecondo col proprio intimo, diventa fatale cercare tutti i sostituti là fuori negli altri. Diventa fatale aspettarsi di ricevere da fonte esterna spunti e occasioni per capire e per capirsi, conferme e approvazioni per mettere su autostima, per vedersi capaci di qualcosa di degno, per considerarsi protagonisti, si fa per dire, di qualcosa che abbia credito e valore, diventa fatale la ricerca di segni di affetto, di predilezione e di attaccamento da parte di altri, per riceverne una sorta di garanzia di attenzione e premura rivolta a se stessi di cui, per lontananza da se stessi, dal proprio intimo, ci si sente privi. Le provviste prese da fuori per dare alimento a esigenze vitali di autostima, di fiducia in se stessi, per ricevere conferma del valore di ciò che si sta facendo e portando avanti, colmano malamente, sono impropri sostituti dell'originale, surrogati di ciò che una vera vicinanza e intimità con se stessi, di ciò che la propria ricerca autonoma e crescita autentica, realizzate in unità col proprio intimo e profondo, potrebbero generare e offrire a se stessi. Accade però che si fraintenda, che si torni senza posa a cercare il sostituto piuttosto che l'originale, perchè più a pronto uso e di più facile presa. Accade che la modalità dipendente sia ben camuffata e contrabbandata ai propri occhi come valida prova di realizzazione di sè, di completamento normale della propria esistenza, favoriti e confortati in questo dal fatto che è modalità prevalente attorno a sè, persino teorizzata come naturale: “si ha bisogno degli altri, del loro sostegno e apprezzamento, senza gli altri non si può nulla, è infelice rimanere soli” e via di questo passo. Non è difficile prendere comunque visione del fatto che, accanto alle apparenti soddisfazioni, alle gratificazioni tratte da presa dipendente su altro, c'è della dipendenza il fatale rovescio della medaglia. La dipendenza dagli altri e dall'esterno, se promette di dare incoraggiamento, sostegno, gratificazione e un che di tangibile su cui contare come saldo appoggio e supporto di concreta realizzazione di sè e della propria vita, può diventare opprimente e tirannica, insidiosa e minacciosa, con la paura di sbagliare, di fare brutta figura, di deludere le attese, di essere mal giudicati, di essere colti in fallo, devianti dal retto o dall'ideale procedere secondo sguardo e concezione comune e prevalente. C'è la paura nei legami di cosiddetto affetto, amicizia o amore, di perdere l'attenzione, la predilezione e il benvolere dell'altro, col rischio di precipitare nell'ombra del rifiuto e del disvalore, nel gelo del senso di abbandono. C’è l’orrore del crollo di se stessi, della propria andata in frantumi quando è minacciato di crisi e di caduta l’edificio della realizzazione di sé fondata su dipendenza da supporti, da conferme e da apporti esterni, si avverte che di sé, di proprio in quel crollo non rimane in piedi nulla. E' il risvolto negativo della dipendenza, del cercare di farsi portare e dare sostegno, apporto vitale di conferma, considerazione e benvolere, da altro nella ricerca della propria identità, dei propri perchè, nella lettura dei significati della propria vita, nella definizione e nella scelta dei propri scopi, nella ricerca di fiducia in se stessi e nell’affermazione del proprio valore, sostenute e alimentate da fuori e non da dentro e con se stessi. Si ignora quanto sarebbe possibile, fondandosi su di sé, avvalendosi del rapporto con la parte di se stessi intima e profonda, del contributo prezioso della propria interiorità, capace di dare attraverso ciò che vive negli stati d'animo, nelle emozioni, in ciò che il proprio sentire di continuo dice e suggerisce, interiorità sempre attiva e vicina ad ogni passo. E’ esperienza quella interiore, che spesso è tenuta in subordine, che è distorta e fraintesa, particolarmente quando ardua e non piacevole nelle sue espressioni, da modi di trattarla e di intenderla, anche questi di derivazione comune, che, anziché ascoltarla e farle dire il suo originale, le sovrappongono giudizi e spiegazioni scontate. E’ esperienza interiore che merita tutt’altro, perché non è affatto insignificante e priva di valore, perché è viceversa la potenziale fonte primaria e essenziale, sempre e in ogni sua espressione, di ricerca di senso e di verità, guida insostituibile e terreno elettivo per capire, per capirsi, per trovare terreno caldo di unità e di intesa con se stessi e di fiducioso affidamento al proprio intimo. Certamente, se verso ciò che si sente si comincia a fare solo opera di selezione e si ha pretesa di fare pulizia, distinguendo quel che sarebbe normale e sensato da quel che invece sarebbe eccesso, stranezza, anomalia fino alla patologia, con l'aiuto di un catalogo di collezioni di sintomi e di etichette di patologie, allora tutto va a quel paese. Se l'esperienza interiore, con tutto quello che spontaneamente propone nel sentire, anzichè guida affidabile per orientarsi e per capire, diventa appendice trascurabile, se, quando difficile e sofferta, diventa ai propri occhi roba buona solo per essere cacciata nello stampino di una sindrome, di un quadro di patologia, allora la ricerca muore e il prezioso di sè, che cerca di farsi capire e vivere, che vorrebbe e che saprebbe dare dono di pensiero, di profonda intesa e vicinanza con se stessi, di stimoli validissimi  di crescita personale, finisce miseramente in discarica come il peggio di cui disfarsi. Se, per fare un esempio, la timidezza diventa un deficit da superare e persino un disturbo, casomai chiamato oggi ansia sociale, giusto per stare alle nuove etichette diagnostiche in continua formazione, se la si considera segno immaturo di insufficienza e intralcio che non vale, che soltanto limita e impedisce, anzichè intendere che dentro quel sentire ci sono preziose guide per capire, capaci di  rendere riconoscibile, perché ci si soffermi e ci si lavori,  la forte incidenza del legame di soggezione alla autorità dello sguardo e del giudizio altrui e contemporaneamente di rendere tangibile la forza del freno che trattiene, che segnala il vincolo di aderenza, consonanza e fedeltà a se stessi, per non vendersi al dare prova di saper essere e vivere come gradito ai più, se c’è travisamento del significato di ciò che si sente nella forma della timidezza la frittata è fatta. Ogni vissuto e stato interiore non è casuale, se attentamente ascoltato, ha capacità di condurre a aprire gli occhi, a non perdersi e dissolversi nell'inseguimento della riuscita premiata e benedetta da senso comune. La dipendenza, la modalità del farsi dire e portare, di farsi dettare come vivere e come essere, di compensare con assenso e sostegno esterno e altrui ciò che non si costruisce e prende forza nel legame e nello scambio con se stessi, con la propria interiorità, se così malamente e in modo improprio ci si dà soddisfazione nelle proprie esigenze vitali, tutto questo, questo vincolo non cesserà finchè non ci si renderà capaci di valorizzare e di coltivare la risorsa interiore del sentire, di quella parte del proprio essere che sola può svolgere il compito di guidare e di dare alimento alla formazione di un pensiero proprio, alla costruzione della propria autonomia. E’ in gioco la ricerca e la costruzione della propria completezza di individui, capaci di generare pensiero, di aprire nuove strade e non di consumare e di prendere in modo dipendente l’essenziale, un surrogato dell’essenziale, da fuori. Il rapporto con gli altri non è di certo negato, ma a fare la differenza è, dove ci si renda completi di rapporto con se stessi, l’essere capaci di proporsi agli altri come soggetti e, dove lo si voglia, dove lo si senta possibile e condivisibile, come interlocutori di un dialogo attento e sincero, di uno scambio profondo e fecondo e non come le parti complici di legami di dipendenza sterile e impotente.

mercoledì 26 agosto 2026

Se lo conosci non lo eviti

Se una parte di te ti parla e vuole dirti, quel che serve è dare disponibilità al rapporto, entrare in sintonia con lei e ascoltarla, fare percorsi di dialogo assieme per conoscersi, per capire. L'inconscio dice, spontaneamente interviene e comunica, lo fa in ogni momento attraverso il sentire, che non è mai casuale, che non è dettato e impartito da fuori, da stimoli esterni, come solitamente si pensa, ma che è sempre modulato e plasmato da dentro, dal profondo, sentire, che, comunque si proponga, apre sentieri, corsi vivi d'esperienza interiore dentro cui prendere contatto con se stessi e aprire gli occhi, capire per intima esperienza. L’inconscio dice e propone magistralmente con i sogni, che sono ben altro che scarico notturno di frammenti sparsi d’esperienza diurna, che fantasiose produzioni, che espressione di desideri inappagati e taciuti o sottaciuti. I sogni sono pensiero intelligente, profondamente elaborato con estrema cura, guide di ricerca, di conoscenza di se stessi di acume e di veridicità sorprendenti. Purtroppo si ha spesso una visione di se stessi che, per ciò che più conta, considera centrale, valida e  affidabile solo la parte conscia di volontà e ragione, mettendo tutto il resto di sè, che vive dentro se stessi, in subordine e come parte accessoria, a cui non è riconosciuta funzione se non di colorire l’esperienza, a volte di fornire qualche intuizione, sempre riferita allo scambio con l’esterno, con gli altri, ma che, in quanto definita espressione istintiva irrazionale, va comunque tenuta a bada, gestita, vigilata. Non si ha consapevolezza che nella propria esperienza quel sentire, quel succedersi di sensazioni, di stati d’animo, di spinte, sono espressione di una intelligenza profonda, che interviene per segnare il cammino, per dare base viva di presa di coscienza, per sottolineare con l’evidenziatore, per rendere tangibile l’incongruenza tra ciò che si dice e ci si racconta e ciò che si rivela nel vivo, per riflettere e aprire gli occhi sul vero, su ciò che l’esperienza rende visibile di se stessi. Ciò che si muove nel sentire è ben altro che fuoriuscita casuale e improvvisata, che scatto automatico di reazioni, è, sostenuta e guidata dalla parte profonda, proposta accorta, pensata profondamente. Nell’esperienza si è in costante contatto con una parte di se stessi, intima e profonda, che interviene, che vuole interloquire, parte tutt'altro che incapace di svolgere funzione intelligente e propositiva, di promuovere ricerca e presa di consapevolezza. Si pensa che interiormente tutto avvenga in modo meccanico e in reazione a circostanze esterne, piuttosto che come espressione di autonoma capacità del proprio profondo di dare segnali, di avanzare proposte alla parte conscia. Dunque è abitualmente fuori dalla idea che si ha di se stessi e di ciò che avviene nella propria esperienza che sia in atto un continuo confronto tra la propria interiorità e la parte di sè cosiddetta conscia, che perciò possa essere coltivato e pienamente valorizzato questo scambio e dialogo con la parte intima e profonda di se stessi. Ci si muove come se si fosse chiusi nel circoscritto della mente conscia, che il potenziale e le risorse fondamentali disponibili stiano lì in quello che questa parte di sè sa vedere, concepire e produrre. Si ignorano le risorse che sa offrire la propria parte profonda, risorse di pensiero, di intelligenza e di acume e ampiezza di sguardo, di ricchezza d'animo, ben al di là delle accortezze, delle pensate e dei calcoli della parte conscia. Aprire alla parte profonda di se stessi, scoprire il proprio essere fuori dalle restrizioni e dai confini soliti è possibile. Per aprire dialogo, per rispondere alle sollecitazioni e alle proposte della parte profonda di se stessi è necessario cambiare totalmente sguardo su se stessi, abbandonare la pretesa egemone e autosufficiente della parte razionale e imparare a dialogare col proprio intimo, con la propria interiorità. Per non condurre un monologo, per non parlare sopra ciò che l'interiorità dice è necessario capacitarsi del linguaggio interiore, per aprirsi prima di tutto all'ascolto della propria interiorità. Si tratta di offrire disponibilità non condizionata al rapporto e al dialogo, invece che incuria e disattenzione, fuga o peggio, opposizione e pregiudizio, come capita di fare spessissimo, quando l'insieme dell'esperienza interiore, perchè disagevole, a volte fortemente impervia o insolita, è già in partenza considerata anomala, dannosa, da correggere, da combattere, per riemergere al più presto al consueto e al normale. Il linguaggio interiore va appreso, perchè le categorie e i modi soliti di pensiero e di lettura dell'esperienza rischiano, quando applicati all'esperienza interiore, solo di fare sfracelli, stabilendo che questo non ha senso, che quello è eccessivo, che bisognerebbe invece che sentire questo provare quell'altro, che la causa sarà questa o quell'altra ecc. ecc. Solo la riflessione, la capacità di guardare e di guardarsi in ciò che si sente, proprio come, guardandosi allo specchio, si può guardare il proprio viso, i propri occhi e vedere ciò che rivelano, può far vedere e rispettosamente riconoscere l'intimo messaggio, cosa ogni sensazione e stato d'animo autenticamente propone, delinea, traccia.  La capacità riflessiva va però formata e sviluppata, perchè non ha nulla a che fare con ciò che abitualmente si intende per riflettere, con ciò che si fa mettendo in esercizio il proprio modo di pensare razionale, che ben incline a dare spiegazioni sul sentire, finisce di fatto per parlargli sopra, per fargli dire ciò che arbitrariamente si ha già in testa e che fa comodo, incasellandolo, incastrandolo nella logica, nelle categorie e nel corto respiro del pensare solito e convenzionale. I sogni devono essere avvicinati con altrettanta cura e attenzione, non con lo sguardo solito e leggendo tutto in chiave concreta. Se in un tuo sogno, giusto per fare un esempio, compare una persona, il sogno non te la propone per parlarti di lei e del tuo rapporto con lei, persona che sta là fuori, ma perché questa figura sa dare volto a una parte di te stesso. Se rifletti su ciò che caratterizza questa persona ai tuoi occhi, su ciò che nei suoi modi e atteggiamenti esprime, puoi cominciare a vedere una modalità e una espressione umana, che lei traduce in modo ben marcato, ma che ti appartiene, che l'inconscio proponendotela nel sogno vuole farti riconoscere come tua, mostrandoti come questa parte di te, a volte anche sgradita e di non facile ammissione, è presente e agisce dentro di te e nella tua esperienza. In alcuni casi una figura, umana o animale o altro, può rappresentare una potenziale e diversa espressione di te, sinora ignorata, che vuole, che può e vuole prendere spazio dentro di te, perché tu, in aderenza e con la guida del sogno, la veda, ne prenda consapevolezza. In ogni caso lo scenario descritto dai tuoi sogni è quello tuo interiore, non c’è sguardo sull’esterno, lo sguardo è tutto al tuo interno, con un approccio validissimo e il più appropriato per la conoscenza di te stesso e dei temi, delle questioni e dei nodi veri che ti appartengono, su cui l’inconscio ti vuole guidare a prenderne visione e consapevolezza, a lavorarci. Chi arriva in analisi, pensa di sapere già quali sono le questioni che lo riguardano, spesso, in risposta al malessere interiore, inteso subito come guasto, pensa a cause da ricercare nel passato in qualche responsabilità e azione dell’ambiente familiare e circostante, in qualche episodio spiacevole o traumatico che l’avrebbe segnato, che possa spiegare il suo disagio. L’inconscio, particolarmente con i sogni, guida a scoprire i temi veri, a tenere lo sguardo su di sé dove c’è il cuore e il cardine della propria vita e dove è possibile compiere passi importanti di avvicinamento al vero, di cambiamento, passi di crescita fondamentali e necessari, con sviluppi in precedenza impensati, che la testa razionale non avrebbe potuto e che non potrebbe, agendo presuntuosamente da sola, né concepire, né alimentare. La mente razionale è chiusa nella visione solita e non fa altro che cercare aggiustamenti e soluzioni, senza mai interrogare le basi del modo di procedere e di pensarsi, cosa che invece sa fare la parte profonda, attenta a non dare per scontato nulla che ci riguarda, a non ignorare il vero e mettere in luce le questioni da cui può nascere vero cambiamento e crescita personale. E' fondamentale dunque imparare a entrare in rapporto col proprio profondo. E’ possibile dialogare col profondo e l'inconscio ha chiara e forte intenzione di comunicare, tant'è che non di rado disturba il quieto vivere, interferisce e interviene, anche vistosamente, nella propria esperienza attraverso tutto ciò che muove e smuove sulla scena interiore ( ansia, panico e quant'altro) e non per fare danno, ma perchè vuole portare con forza l'attenzione al dentro e a se stessi, perchè è venuto il tempo e urge trovare la consapevolezza che manca, perchè l'inconscio può, se gli si dà spazio e retta, nutrire la capacità e sostenere il coraggio di guardare nell'intimo vero e di non perdersi nell'apparente, può e vuole dare spinta alla passione di divenire se stessi e non copia d'altri o d'altro, che nell'esempio e nella mentalità diffusa offre i modelli e le idee di realizzazione personale, con incluso il manuale d'uso. L'inconscio è la vita, l'istinto di essere e di pensare, di aprire lo sguardo, di vedere con i propri occhi, riconoscendo il vero, senza trucchi e senza inganni, senza deformare, senza il filtro opaco di ciò che già è stato detto e concepito, reso regola e lettura scontata. L’inconscio è pensiero indomito e indomabile, che non per caso insiste, che nessun raggiro della mente razionale può addomesticare e mettere a tacere, come capita quando si risponde al malessere interiore con tentativi di metterlo a tacere o di dargli spiegazioni che non ne raccolgono il messaggio, la proposta. In questi casi, assai frequenti, la risposta del profondo è di rialimentare il malessere e l’inquietudine, perché la proposta avanzata torni pressante, perché sia recepita. L'inconscio non demorde, anche di fronte all'ottusa risposta della parte conscia che, dove il malessere riprenda con vigore, si beve l'idea che si tratti di ricadute di malattia che non recede. L’inconscio insiste e punta alla condivisione e convergenza della parte conscia sulla ricerca del vero, la spinta del profondo sopravanza e scardina i calcoli di convenienza, l’inconscio non ci sta a dare assenso e sostegno all’andazzo corrente e soprattutto alla logica che lo protegge e che non svela ciò che è. L’inconscio pone interrogativi, apre crepe nel costrutto di pensiero solito, perché cominci a filtrare luce di verità, non dà tregua in questo. L'inconscio è l'intelligenza che guarda dentro e smonta le illusioni e gli autoinganni, che va oltre i marchingegni del ragionamento e i preconcetti, l'inconscio è la parte di se stessi che non si accontenta di una vita normale, a norma, al seguito e in conformità a altro e comune, un corso di vita nel segno della passiva adesione al senso comune, ignorante, che ignora ciò che da sè e attraverso sè si potrebbe vedere e concepire, costruire e volere. Si può assecondare l'inconscio, il proprio inconscio, che non è entità misteriosa e strana, oggetto di studi per eletti, l'inconscio è parte viva di se stessi, parte profonda della propria psiche, parte del proprio patrimonio vitale, il più dotato di intelligenza e di senso della vita. Si può, se lo si vuole, assecondare, accogliere e comprendere la sua proposta, convergere e non divergere, far proprio il vigore di pensiero, di spinta vitale che viene dal profondo di se stessi a trasformarsi fedelmente a se stessi, fino a diventare e a essere se stessi, a ritrovare volto e dimensione umana originale, autentica  e matura, anzichè assegnarsi come  realizzazione umana la sistemazione e la buona resa in qualche ruolo, anzichè darsi come miglior traguardo la prestazione e la conquista del successo, come in genere applauditi e riveriti. E' conquista di vita e di capacità di autonomo pensiero, è conquista non immediata o gratuita, questa alimentata dal profondo, che per aprire a questa prospettiva e scopo, mette prima di tutto in agitazione le acque interiormente, per spingere a condividere la necessità della verifica sullo stato attuale delle cose circa il proprio modo di procedere e di interpretare la propria vita, per cominciare a innescare con la crisi il processo di cambiamento. Ciò che l'inconscio vuole produrre, dentro cui vuole il proprio coinvolgimento, il cambiamento che vuole far generare, non è soluzione già pronta da consumare, come potrebbe essere una pillola da mandar giù o un consiglio o una prescrizione di comportamento da eseguire. Richiede un lavoro serio su se stessi, sostenuto da passione e da desiderio di avvicinamento, di ricerca di unità e di fedeltà a se stessi. Il rapporto e l’ascolto del profondo sono essenziali per la conoscenza di sé e di ciò che accade dentro se stessi, senza il contributo di questa parte profonda, non è possibile capire il significato della vicenda interiore di cui si è portatori, del malessere interiore, della crisi da cui si è coinvolti, che altrimenti, come spessissimo accade, si affronta con sospetto e sulla difensiva offensiva, con la pretesa, casomai con qualche aggiustamento e con qualche nuova elaborazione del pensiero ragionato, di riportare le cose al dritto del solito modo di procedere, non vedendo, non concependo altro. Senza entrare in sintonia e in intesa con l’inconscio, senza il suo apporto non è possibile comprendere il significato della crisi, del malessere interiore da cui si è investiti, le sue vere ragioni, il suo senso e scopo, che solo questa parte profonda, che ne ha mosso le fila e gli svolgimenti, è in grado di chiarire. Senza la sua guida non è possibile perseguire lo scopo di cambiamento e di crescita che la crisi ha voluto cominciare a mettere in campo. Per mettersi su questa strada, per compiere questo percorso, può essere necessario l'aiuto di chi sappia guidare a avvicinarsi a sè e ad ascoltarsi, a comprendere il linguaggio della propria interiorità, a svolgere, con la guida del proprio profondo, il cammino di ricerca necessario, attingendo alla propria risorsa profonda, piuttosto che a combattere parte intima di sé, a contrastare presunte anomalie di sentire e di comportamenti. L'inconscio è più vicino di quanto non si creda, non è un alieno, è presenza intima e viva, che interviene, che propone, che sa e che vuole comunicare, che è pronta a fare dono prezioso, a dare stimolo e guida per far rinascere se stessi. Se lo conosci non lo eviti.

venerdì 21 agosto 2026

La scatola magica

Consumare o creare. Per l'inconscio fa differenza e tanta. L'inconscio è evoluto, non fa sue le consuete credenze, i convincimenti illusori che sostengono il modo di pensare e di procedere abituali, che, in appoggio, anzi in stretta adesione a tutto ciò che è convenzionalmente concepito, di fatto facendone uso e consumo, delimitano il proprio orizzonte e  restringono le proprie aspirazioni lì dentro. C'è però persuasione che ci sia spazio di libertà, di espressione propria e persino di autonomia in un modo di condursi, di comporre pensieri e di nutrire aspirazioni, di dare prova di capacità, di perseguire traguardi, che di fatto vanno al seguito e assecondano ciò che, preso a guida e a modello da fuori, è incoraggiato e convalidato dai più. Sembra ignorato il vincolo dipendente, non riconosciuto ciò che comporta, in termini di addomesticamento del pensiero e di disciplina nelle prove da dare, il legame con l'autorità del già concepito e organizzato, che, come scatola magica, sembra capace di offrire risposte fondamentali a proprio uso e consumo. La scatola magica soddisfa l'attesa di raggiungere prontamente, di assumere e di intendere come propria creatura ciò che da sè non è stato generato, coltivato, compreso, costruito. E' una magia che seduce, che abbaglia, di cui non si è inclini a riconoscere il trucco, tanto i benefici sembrano validi. L'inconscio, considerato dai più parte poco evoluta come capacità di pensiero a paragone delle (presunte) magnifiche capacità della mente razionale, ha però dalla sua la autonomia di sguardo e la capacità di vedere il vero, di resistere all'incanto della scatola magica, di riconoscere, a dispetto delle apparenze, la misera sorte, il restringimento di capacità umana nello stare dentro circuiti ben tracciati, che, pur tra mille illusioni, mandano in fallimento la possibilità di creare, quest'ultima aspirazione ben all'altezza di un umano che non vuole cadere nella seduzione dell'artefatto, della replica dì altro, anche se travestita da impresa propria, in alcuni casi dall'aria gloriosa. Se il profondo fa precipitare questa vanagloria in uno stato  interiore di senso di vuoto, di paralisi, di crollo della fiducia e stima di sè, di perdita di ogni interesse e spinta vitale, concedendo solo un senso impietoso di oppressione, di abbattimento e di dolore senza conforto possibile, come in ciò che si apre nella cosiddetta depressione, non è certo perchè si è instaurata una patologia, ma perchè la verità, la resa dei conti sono ormai la sorte da abbracciare per capire finalmente cosa si è fatto della propria vita, soprattutto ciò che si è simulato, ciò che, inconsistente del proprio originale e autentico, si è affidato alla scatola magica e senza discernimento, senza aprire gli occhi. La scatola magica offre possibilità di svariate illusioni, dal compiacimento di aver raggiunto ciò che è considerato normale e segno di valida prova di crescita e di intelligenza, di dignità morale, all'esaltazione di aver superato limiti di prestazione fino al meglio che può essere ammirato e applaudito. C'è poi il capitolo gioia, che dove non bastino i trastulli consueti del divertimento, dei giochi vari  organizzati, vacanze, viaggi ecc., puntando alla liberazione del desiderio, vede aprirsi la strada della  cosiddetta trasgressione, del superamento dei limiti, del prendersi, varcando, spingendosi  oltre le abituali regole di cosiddetta morale o decenza, appagamenti alla massima potenza a piene mani, strada che illude di chissà quale libertà, intraprendenza e riempimento di soddisfazione, che in realtà è godimento dell'usuale, del già concepito, dentro le tracce e le guide del solito modo di pensare ben instradato, che è un nuovo giro di giostra dentro la scatola magica. Alla parte profonda non manca la capacità di sguardo che coglie il vero, che buca il palloncino delle illusioni, all'inconscio non manca la capacità e la volontà di far emergere il vero. Fa il guastafeste, insinua malessere, sensazioni discordanti, crea impacci, produce nell'intimo altra storia rispetto a quella ufficiale tanto cara a chi vorrebbe fosse inviolata, perenne. Se dà il fiato corto, se con l'ansia mette in stato di allarme e di paura, se dà bordate decise con gli attacchi di panico, non è certo per qualche errore di valutazione, per stupida disfunzione, ma per far intendere che il modo in cui ci si sta muovendo e pensando se stessi e la propria condizione è spiantato, in accordo con altro ma non con se stessi. L'inconscio, che è presenza decisiva e artefice di tutto ciò che accade interiormente, con l'ansia che incalza dice a gran voce che  manca consapevolezza, che c'è credo illusorio, che condursi nel modo in uso è pericoloso, perciò lo stato di allarme e di paura, fino a dire con l'attacco di panico, in cui c'è angoscia di morire e che cessino le funzioni vitali di cuore e respiro, che non si può procedere dando per scontato che la parte più intima e profonda sia disponibile a sostenere, a dare sostegno vitale a un simile modo. L'inconscio non scherza, è presenza che vuole ridare il senso e le coordinate di un vivere centrato su di sè e su autonoma produzione di pensiero  e presa di coscienza e non su affidamento, seppure tenuto in ombra, non messo in luce di consapevolezza, a guide altre, ai doni della scatola magica del già pensato, concepito e organizzato, fatto proprio con persuasione che sia produzione propria, risposta propria al senso della propria vita. L'inconscio ha la tempra dell'umano che vuole mettere in primo piano il vero, che concepisce l'uscita dalla scatola magica e dall'irretimento dei benefici che promette, delle conferme che offre, delle gratificazioni che concede, come passo fondamentale per una vera autonomia e libertà, per spostare tutta l'iniziativa dal consumo alla creazione di pensiero e di percorsi di realizzazione autentica e originale. L'inconscio non sempre, anzi direi assai assai raramente è compreso e apprezzato nella sua iniziativa e proposta. All'opera entrano, quando la situazione interiormente si fa critica, i meccanici o ingegneri della scatola magica, che, quando le cose interiormente prendono a girare non come gradito e considerato normale, come operatori della cura psichica aiutano a risistemare le cose, ci provano perlomeno, rilanciando gli argomenti, vestiti di (presunta) scienza, della scatola magica, argomenti che le sono di supporto, che le sono congeniali. Allora, in presenza di segnali di malessere interiore tutt'altro che insani e senza senso, se non bastano i farmaci che trattano come psiche malata l'iniziativa del profondo, le danno addosso con spirito apparentemente benevolo bollando come disfunzionale ciò che non quadra, ciò che non capiscono e non sono in grado di rispettare nella sua vera natura oppure cercano spiegazioni di cause, le vanno a cercare nel passato preferibilmente e da qualche parte rimediano qualche scoperta di torti, di cattive influenze, di carenze patite, di traumi, per dire, onorando il loro mestiere, che si è trovata la causa. Meccanici della scatola magica, figure patetiche, le più illuse degli illusi che vogliono aiutare. Una vita in regime di consumo del già concepito e organizzato o una vita in spirito di ricerca di consapevolezza del vero e di creazione di qualcosa di generato da sè e di autentico fa una grande differenza. L'inconscio lo sa, lo vede e lo dice, il resto stenta a capirlo, spesso lo ignora in buona armonia con la scatola magica. 

martedì 18 agosto 2026

A proposito di cause remote e di traumi subiti

Ogni esperienza che ci appartiene, anche del nostro passato, è parte integrante della nostra storia, è momento del nostro cammino, perciò è importante, a condizione però, quando la si riavvicina, di riconoscerne il contenuto originale. Ogni episodio e momento anche remoto della nostra esperienza va rispettato in ciò che realmente è stato, in ciò che nel suo accadere ha visto svolgersi e muoversi dentro di noi, nel nostro sentire, per coglierne il vero significato. Se lo sguardo con cui si torna a quei momenti è in partenza segnato dalla necessità di trovare segni di violazioni, di nefasti condizionamenti e di turbamenti subiti, rapidamente letti e acquisiti come lesivi la propria integrità psichica, capaci di dare soddisfazione alla attesa ti trovare il nucleo, la (presunta) causa di un malessere interiore oggi vivo e difficile da sopportare e da comprendere, la distorsione nella conoscenza di sè passata e presente finisce per avere il sopravvento. Questa modalità di impiegare il passato a beneficio di una presunta conoscenza del presente è non solo parecchio diffusa, tant'è che chi cerca aiuto psicologico parte molto spesso da questa attesa, ma trova sostegno in non poca psicoterapia in uso. Che disagi e malesseri attuali siano la automatica e fatale conseguenza di circostanze ed esperienze negative del passato, soprattutto in ambito familiare o di veri e propri traumi infantili o successivi, più o meno rimossi, va riconosciuto che è ipotesi e spiegazione assai cara a un certo tipo di psicoanalisi e di pratica psicoterapeutica. Soprattutto è ipotesi e spiegazione cara a chi vive la propria sofferenza interiore come carico indebito, come un danno patito e un ostacolo al vivere quieto o "normale“, a chi volentieri accetterebbe di scovare nella propria storia da qualche parte la causa del “male“, del danno. Che nel proprio passato ci siano stati condizioni non facili, passaggi aspri e dolorosi, incontro con pressioni e interventi avversi, con modalità manipolatorie, autoritarie e tutt'altro che rispettose messe in atto da altri, con atmosfere tutt'altro che serene, questo non significa aver esaurito in questo la conoscenza di sè, che invece ha necessità di ritrovare e di porre al centro dell'interesse cosa nelle diverse vicende, anche le più critiche, è successo dentro se stessi, cosa si è mosso interiormente, le proprie risposte. Quest'ultimo è il cuore dell'esperienza da non trascurare, è il filo intimo che dice di sé, che può restituire a se stessi di ogni vicenda vissuta, anche la più difficile, l’originalità di contenuto e di significati personali che è importante recuperare. Impiegare le esperienze passate, peraltro spesso così inappropriatamente e strumentalmente trattate, per farne il perno di una tesi che vuole spiegare le ragioni del malessere presente come conseguenza e segno del perdurare dell'influenza negativa di traumi e di cattivi condizionamenti passati, non permette di certo di riappropriarsi nè del proprio passato e ancor mento di capire il proprio presente. Per quanto riguarda quest'ultimo, il modo di pensare e di rapportarsi a se stessi, che considera il malessere interiore come afflizione di cui si sarebbe vittime e che avrebbe origine da causa più o meno remota, ignora che ciò che oggi si pone interiormente con vivacità o intransigenza come segnale di crisi va ascoltato in ciò che dice oggi, che casomai è riferito a modi d'essere e di procedere inveterati ma attuali, di cui si è artefici e responsabili, ad esempio a problemi di lontananza da sè, da ciò che si vive interiormente, di mancata unità tra il proprio pensare e il proprio sentire, a mancata intima rispondenza di ciò che si porta avanti, più coerente con altro che con se stessi. Tutto questo che vive nel presente, da tempo è frutto di proprie scelte e modalità di procedere, di un modo di condursi di cui si è artefici e che casomai nell'intimo, nel profondo del proprio essere non trova quieta adesione e consenso. Il fatto che un simile modo di procedere che tiene rivolto lo sguardo e concentra l’attenzione all’esterno, che riconosce il rapporto con altro che sta fuori e con gli altri come centrali, come il fulcro dell’esistenza, sia considerato valido e normale, di fatto ha reso marginale e subalterno ciò che vive nell’intimo dei propri vissuti, dei propri stati d’animo, del proprio sentire. Vivere in questa condizione di lontananza e di mancato scambio e dialogo col proprio intimo, essenziali per darsi capacità di orientamento e autonomia di pensiero e di scelta, vivere in simbiosi con altro fuori di sé è una modalità d'esistenza assai diffusa, che fa credere, che tutto vada cercato fuori, che la realtà sia solo quella disegnata là fuori e pensata comunemente, che tutto vada bene così. Ne conseguono l'allineamento e la rincorsa del "normale", l'orrore di non stare al passo con gli altri, il rifiuto immediato di accogliere come significativa ogni espressione di tensione o freno o intralcio che venga da dentro, vista subito come accidente negativo, come errore di funzionamento, piuttosto che come richiamo a soffermarsi a capire cosa si sta facendo e perseguendo, mossi da che e con quale intento. C’è dunque un modo di procedere assai diffuso che è sostanzialmente passivo e gregario, assai più di quanto non piaccia credere e ammettere, più regolato da sguardo comune e da autorità esterna che da proprie autonome scoperte, che, per essere raggiunte, richiederebbero accettare e coinvolgersi in passaggi interiori difficili, saperli vivere, patire e capire. Capire se stessi, capire come si procede e con quali toppe e controtoppe, con quali insufficienze, per dirla con un eufemismo, di conoscenza di chi si è veramente e che si potrebbe scoprire ascoltando il proprio sentire, ansie comprese, senza omissioni e fughe, tutto questo è spesso compito ancora non svolto. Se stessi è territorio ancora inesplorato, incompreso, mai coltivato tenendo unito pensare e sentire. Parlo di un lavoro di conoscenza di se stessi, tutt’altro che inutile o inessenziale, che è ben altro dal far ragionamenti su di sé, che danno di se stessi solo una visione parziale e accomodata, spesso ipocrita, oltre che sterile. Insomma, partendo dalla sofferenza e dalla crisi interiore aperta e attuale, c’è più da costruire, da creare, da sviluppare di nuovo e di proprio, che da giustificare in ragione di cattivi condizionamenti, di insufficienze altrui e di torti patiti, di traumi subiti e pregressi. Il malessere interiore, la sofferenza nelle sue diverse espressioni, mai casuali, sempre significative ed eloquenti, se sapute leggere ed ascoltare e non giudicate come malate e infilate nei vari tipi e sottotipi di caselle diagnostiche, per farne oggetto di prescrizione farmacologica e non, è una potente leva o spina nel fianco per spingere a cercare cambiamenti e trasformazioni, che richiedono un serio lavoro su se stessi. La tesi del trauma come origine e causa della sofferenza e della crisi è spesso tesi di comodo, che non sa comprendere che c’è più da assumere di responsabilità e onere di chiarimento approfondito su se stessi, che c'è più da costruire il nuovo, che non c’è mai stato e che ancora non c’è, che trovare una remota causa del male, che avrebbe impedito il "normale" sviluppo e lo "star bene", reclamati come ovvi e rivendicati come diritto, a prescindere da ciò che ancora non si è dato a se stessi e alla propria crescita vera. Il malessere è la conseguenza e l’espressione, tutt’altro che maligna o insana, della presa di posizione della parte profonda di se stessi, che, sapendo aprire gli occhi sul proprio stato e avendo consapevolezza della necessità di una attenta revisione e di un radicale cambiamento nel modo di farsi interpreti della propria vita, agita le acque interiormente e dà forte pungolo al lavoro di presa di coscienza e di cambiamento. Vedere se stessi nel proprio malessere interiore come vittime di un danno patito, rivendicando il diritto di liberarsi della sofferenza come carico indebito, andando a caccia nel proprio presente e soprattutto nel proprio passato di qualche responsabile esterno,  è quanto di più fuorviante e distante dal vero e da ciò che il proprio malessere vuole dire e consegnare come compito e come opportunità di crescita, malessere per intero sostenuto, alimentato da dentro se stessi, dal proprio profondo e per nulla conseguenza di un che di iniquo portato e inflitto da fuori.

venerdì 14 agosto 2026

Significato e valore dei sogni

Il significato dei sogni è generalmente frainteso, il loro valore, ciò che sanno dire e dare, è ampiamente sottovalutato. La parte profonda della nostra psiche ha una capacità di sguardo sulla nostra esperienza e di elaborazione di ciò che racchiude e implica, che non ha pari e corrispondenza nella elaborazione e nella modalità di sguardo e di pensiero della nostra parte conscia. I sogni non sono residui e tracce in ordine casuale e sparso di esperienze diurne, non sono fantasiose creazioni. Non rispettano, non ricalcano i modi e la logica dei processi di pensiero razionali, che è più ciò che, portando in genere lo sguardo sul fuori e non sul dentro, contribuiscono a coprire o a ignorare dell'intimo vero della propria esperienza e di se stessi, di ciò che svelano, finendo così per rinsaldare nella testa quanto c'è di preconcetto e  che piace e conforta pensare. Con un rigore e con una lucidità esemplari, i sogni sono l'espressione di una capacità di osservazione e di una volontà di ricerca del vero e di approfondimento che non hanno pari. Non c'è approssimazione, non c'è salto logico, c'è viceversa nei sogni precisione e completezza di analisi dell'esperienza, di ricerca rivolta a capire se stessi, capacità di individuare e di dare risalto ai nodi e alle questioni cruciali e vere, che, quando adeguatamente compresa e onorata, non può che suscitare ammirazione fortissima oltre che sorpresa. I sogni sono la guida insostituibile in un percorso di analisi, sono il veicolo della conoscenza, rigenerano su basi fondate e affidabili, senza forzature e manipolazioni indebite e di comodo, il pensiero di chi ha scelto di aprirsi alla ricerca della verità di se stesso. Rompono l'abitudine al pensiero razionale, che vuole apparire valido e coerente, ma che manca del contatto e della fedele corrispondenza col sentire, che si affida e fa conto su attribuzioni di significato prese dall'uso comune e il cui credito deriva non da scoperta e da verifica proprie ma da consuetudine e da garanzie date dalla autorità del senso comune. I sogni sono l'espressione dell'intelligenza profonda, della capacità dell'inconscio di aprire lo sguardo e non di replicare il già detto e concepito, sono la risorsa più preziosa per condursi a vedere su base viva e di esperienza vissuta, a conoscere con scoperte di significato fondate e interamente riconoscibili con i propri occhi alla radice e verificabili. I sogni sono guida maestra di pensiero, nascono da una matrice di umano, il più evoluto, che portiamo dentro di noi, che non rinuncia mai a aprire gli occhi e a voler far vivere espressione genuina e originale di ciò che ci è connaturato e possibile. L'idea comune vuole che la parte più evoluta in termini di intelligenza e di capacità di indagine e di comprensione del vero sia quella conscia razionale, ipotizzando che nella parte intima e profonda ci sia un che di arcaico, di non evoluto sul piano dell'intelligenza. Niente di più falso. Quando ci si confronta senza preconcetto con le proposte dell'inconscio, sia nel sentire, che anima e plasma, sia e soprattutto nei sogni, si scopre di quale intelligenza fine, evoluta e affidabile è dotata la parte profonda del proprio essere. L'inconscio non si lascia addomesticare nè dalla logica comune e prevalente, nè dalle pretese della parte conscia che vorrebbe tirare dritto nelle sue persuasioni. L'inconscio con grande autonomia rivela la capacità e l'intento di aprire lo sguardo sul vero. E' la parte del proprio essere che non si piega al già detto e al pensiero convenzionale e prevalente, è la parte che salvaguarda la necessità di pensare con la propria testa. Lo fa in modo mirabile e senza mai abdicare a questo compito. L'inconscio può essere scomodo, non allineato alle pretese di far girare le cose nel verso solito cui si è affezionati, che pare l'unico valido e promettente. Con i sogni l'inconscio lavora  per riscattarci da visione opaca e contraffatta, da modi di intendere la nostra vita all'insegna dell'adattamento e del passivo impiego di ciò che è usuale e già concepito, confondendo la nostra realizzazione con la capacità di percorrere strade già segnate e di comune credito. I sogni sono l'espressione della spinta insopprimibile, che profondamente ci appartiene, a cercare di comprendere e di far vivere il nostro, senza rinuncia a avvicinare e a prendere visione anche di ciò che può risultarci scomodo vedere. I sogni sono anima saggia e intelligente, che ci dà occasione di prendere contatto con la vita vera, di rendere vivo e sentito il valore dell'intesa con noi stessi, della scoperta fatta con le nostre forze e con i nostri occhi e del far nascere creatura di pensiero e di progetto nostri, ben più appassionanti e di pregio della gratificazione di apparire bravi o meritevoli agli occhi altrui. I sogni sono maestri di umanità vera e matura. Si tratta di imparare a avvicinarli a ascoltarli, a comprenderli nel loro dire, cosa che richiede un lavoro paziente come accade in un'analisi ben fatta. Entrare in rapporto con il proprio mondo interiore, recuperare l'unità con il profondo di se stessi è possibile, è un cambiamento importante, che segna un cambiamento di qualità della propria vita. Attingere a se stessi è possibile, arricchirsi e dotarsi dell'intelligenza del proprio profondo è possibile e è cosa ben diversa dal procedere senza guida interna, finendo per cercare arricchimento e crescita presunta nel farsi istruire da altro e da altri.

sabato 8 agosto 2026

La cura che oscura

Quando il malessere interiore ti prende d'assalto e non ti dà tregua, nulla ti sembra più desiderabile e salutare che metterlo a tacere, che superarlo. Ti senti menomato, oppresso da quel sentire, che limita i tuoi passi e slanci, che non ti dà la possibilità di procedere a cuor leggero, che sembra condannarti a una triste sorte. Subito ti paragoni agli altri che ti raffiguri come nella bella sorte, comunque non azzoppati dal sentire che porti dentro di te, che sembra guastare tutto e riservarti la peggiore condizione e ingrata. L'idea che le cose non girino a dovere, che nel malessere ci sia un andamento distorto, un guasto, prende subito piede, ti sembra una cosa scontata e evidente, che non richiede verifiche. Nei più diligenti si apre la domanda circa il perchè di quel malessere e lo sguardo va subito su circostanze concrete, su possibili fattori esterni disturbanti o su eventuali cattive rese nel proprio comportamento, su qualcosa che mal riuscito potrebbe non dare via libera. Per i più la faccenda sembra chiara, c'è in  quello stato interiore disagevole, in quel sentire difficile e sofferto, che non cede, che insiste, un che di anomalo e insano, che reca danno, cui urge porre rimedio. E' una tesi che trova conforto e sostegno nel così pensano tutti e particolarmente nella proposta di fior di esperti, di curanti, siano il medico curante o psicoterapeuti vari, pronti a offrire soluzioni, rimedi, interventi volti a liberare da quel malessere, a correggere risposte e atteggiamenti bollati come "disfunzionali", oppure a indagarne le cause nel presente delle situazioni e relazioni, più spesso nel passato, cercando le ombre di cattivi apporti dell'educazione, di carenze patite, di traumi subiti. Quel che sta alla base di tutte queste proposte curative è che di fronte al malessere, che sia definito come ansia o come depressione o come altro, si tratti di correggere e risanare, di porre rimedio a un che che svantaggia, che non permette di riprendere o di immettersi in un corso di esperienza che permetta di ben funzionare, di procedere senza intralci interiori, di ben adattarsi. Cosa sia l'esperienza interiore, cosa la muova, quale sia lo scopo della crisi e del malessere interiore, dove voglia portare, è qualcosa che va oltre le capacità di comprensione insite nell'idea comune e in quella di tanti esperti e curanti attrezzati di tutto punto per mettere a posto le cose con presunta capacità di capire e di entrare in contatto con l'altro, col paziente di turno. La visione dell'individuo che è più diffusa lo riduce alla sua parte conscia con una appendice più intima che non avrebbe granchè da dire se non come eco e cassa di risonanza di vicende e di situazioni esterne, oppure per i più sofisticati con l'idea di una parte inconscia che di fatto girerebbe, a modo suo, a volte contorcendosi, comunque secondo le leggi di senso della parte conscia, nel verso di essere deposito e memoria di esperienze poco felici, magma di spinte, di desideri inappagati, di pretese che la parte conscia avrebbe il compito di contenere, parte conscia ritenuta più evoluta e con senso maturo di realtà. Quante belle pensate! Ciò che è certo è che spesso, spessissimo, manca familiarità e capacità di incontro e di dialogo con la parte intima e profonda di se stessi, che non è certo al centro del  processo di crescita dell'individuo, abituato a imparare, a istruirsi, a farsi dire e dare lezioni di vita e di pensiero dal pensato comune e dalla cosiddetta cultura, piuttosto che da esercizio di ascolto del proprio sentire e di riflessione sulla propria esperienza, a riconoscerla e a coltivarla come base feconda per capirsi, per generare pensiero, per costruire idee su fondamento riconoscibile con i propri occhi e vivo. L'interiorità dunque resta l'incognita della propria esistenza, anche se è  presenza viva dentro se stessi, che sollecita di continuo nel proprio sentire e nei propri sogni a un avvicinamento a se stessi, a una riflessione sul proprio modo di essere e di procedere, a una presa di visione del vero, il suo invito è declinato, la sua proposta incompresa, oscurata. Non si frequenta l'intimo di se stessi se non per rilanciare l'iniziativa e la corsa verso l'esterno, non si scopre quanto è importante, affidabile e preziosa la propria parte profonda, senza il cui apporto si è solo individui monchi di guida interna e di capacità di sviluppo di pensiero proprio in stretta unità col proprio sentire e corrispondenza con ciò che davvero vive nella propria esperienza, sprovvisti e bisognosi soltanto di perenne accordo e sostegno esterno nella forma del dare prova, del fare mostra e del ricevere consenso. Le relazioni riconosciute sono a senso unico, sono solo quelle esterne, con gli altri, la relazione con la propria interiorità non è riconosciuta come vitale e importante da coltivare passo dopo passo, anzi spesso c'è fuga dal ritrovarsi a tu per tu col proprio intimo, dalla solitudine vissuta come vuoto e mancanza. La relazione con la propria interiorità non è certo sperimentata come il cuore della propria esistenza, il luogo del prendere visione, del trovare base di conoscenza, di intesa con se stessi e di orientamento, di scoperta del senso. Se la parte profonda bussa, preme e esercita col malessere richiami, se interviene per rendere finalmente centrale e riconoscibile il rapporto con se stessi, per spingere a costruirlo, a coltivarlo, per generare ciò che manca e che è essenziale per essere individui veri e autonomi, rapporto senza il quale si è solo in corsa per non essere da meno di altri, la risposta è spessissimo di una cura, di un prendersi cura di se stessi che oscura, che torna a oscurare la parte intima, il possibile nuovo dell'incontro e del dialogo con la propria fonte vitale profonda. 

martedì 4 agosto 2026

Il terreno incolto

Si dà tanto valore alla cultura, alla conoscenza che si nutre del già detto, dell'altrui detto e coltivato, talora ben e originalmente creato e coltivato, talaltra assai meno, perchè di produzioni che rigirano e ricalcano il già concepito e il concepito d'altri sono pieni gli scaffali. Intanto vige la incapacità di entrare in rapporto e di coltivare ciò che nel proprio intimo suggeriscono di continuo i propri vissuti, il sentire, le emozioni, le spinte interiori, i sogni, tutto ciò di cui la propria interiorità è testimone e propositiva, di cui il proprio inconscio è artefice e promotore. Solitamente l'esperienza interiore è fraintesa nella sua origine e nel suo significato. Si dà sempre la priorità ai fattori esterni e si pensa che ciò che il proprio sentire mette in campo sia condizionato da stimoli esterni, che ne sia l'eco, la meccanica risposta e se talora questa può apparire esagerata o strana, la si fa risalire, se non a vizi di fabbrica e costituzionali, a eventi, a traumi passati, a educazione ricevuta e a altro che si ritene sempre determinante, che avrebbero lasciato impronta più o meno distorsiva su quello che si suppone dover essere il normale o fisiologico modo di sentire e di  reagire. Che esista una parte intima e profonda dotata di intelligenza e di capacità propositiva, che questa parte intervenga, improntando il sentire e plasmando tutto ciò che si declina nel corso interiore, per dare stimoli e per esercitare richiami ben precisi per indurre a aprire lo sguardo riflessivo sui propri modi di procedere, di rapportarsi all'esperienza, di pensare se stessi e  ciò che si sta facendo, conoscenza di cui si è spesso deficitari in abbondanza, è idea che non appartiene ai più. Nella idea e nella  pratica comune ciò che si muove interiormente va essenzialmente tenuto a bada, è considerato un corteo di sensazioni che nulla sono in grado di dire e di offrire se non quello che già si sa e che sbrigativamente gli si mette sopra col ragionamento. Dunque ciò che la propria interiorità offre come terreno da coltivare per trarne il frutto della conoscenza di se stessi e della verità della propria condizione, delle possibilità trasformative e di crescita possibili, rimane trascurato, totalmente incolto. Si fa uso di un sapere preso da altra fonte e matrice, quella condivisa, dove le attribuzioni di significato, le concatenazioni logiche sono già pronte e si finisce per vedere con occhi che paiono i propri, ma che in realtà replicano il preso in prestito dalla mentalità comune, casomai affinato dal ricorso a altre fonti più o meno nobili, con l'utilizzo di ciò che gli esperti, i pensatori d'accademia, hanno detto, con l'impiego di tutto ciò che, tratto da studi e da letture d'autore, ci si è procurati. Da un lato c'è la propria fonte intima di conoscenza che dà di continuo il materiale e le guide su cui lavorare per vedere con i propri occhi e su base di esperienza e di ricerca proprie, utilizzando farina del proprio sacco, dall'altro, ignari della prima, si mette in esercizio un pensiero che prende da altro i contenuti, le guide e la logica che lo tiene insieme. Il risultato non può che essere quello di mettere in moto pensieri, di vendere a se stessi come conoscenza quello che è nella sostanza un parlare e pensare a vanvera e a sproposito rispetto a ciò che accade nella propria esperienza e a ciò che riguarda la conoscenza di se stessi. La mancanza di capacità di raccogliere la proposta interiore, di capirne il valore e il significato come alimento di crescita personale e di conoscenza vera e fondata ha come triste conseguenza quella di trattare come ospite indesiderato e di prendere a badilate ciò che la propria interiorità propone con intensità e con forza nel malessere interiore, in cui diventano fitti e ficcanti i richiami, in cui la presa del profondo diventa più forte e non per caso. La parte profonda del proprio essere non accetta la lontananza da sè dell'individuo, che devia da ciò che gli è intimo e connaturato, che si spende per essere all'altezza di altro e che ignora la necessità di capire, di vedere cosa sta in realtà facendo di se stesso e della propria vita, di conoscersi, di comprendere cosa più intimamente gli appartiene. La reazione assai frequente al malessere interiore, l'intervento che vuole mettere a tacere ansia e altre espressioni di malessere, che sono stimoli e guide per aprire finalmente gli occhi, producono assai frequentemente come risposta quella di volersi difendere da un presunto nemico interno, di volerlo sedare e controllare, di comprimere le sensazioni, di evadere, di spiegarle, quando si decida di indagare per capire e casomai ci si faccia aiutare in questo dentro una psicoterapia, come retaggio di cattive esperienze del passato. Belle pensate queste ultime, che a un attento esame ahimè si rivelano essere, per quanto messe in piedi con quadratura logica, argomentazioni sballate, lontane dal vero, conseguenza fatale della incapacità di rapporto, di ascolto e di dialogo con la propria interiorità, in cui l'incolto trionfa. Non è infrequente che l'intervento di una psicologia, che si propone come scientifica e professionale e che di fatto è omogenea con la psicologia comune, che cerca soluzioni, spiegazioni e presunti rimedi, che in nulla comprendono il significato e il valore della proposta interiore, che ignorano la presenza decisiva sulla scena interiore del profondo, finisca per chiudere  il cerchio dell'incomprensione. Finisce per lasciare incolto il terreno che merita di essere coltivato, il terreno della conoscenza di se stessi, della possibile formazione e crescita del proprio pensiero originale su base viva e affidabile, quella offerta dalla propria interiorità nel sentire, nei sogni (sono la via maestra per conoscere se stessi), in tutto ciò di cui è artefice e cui dà voce e espressione il proprio profondo.

domenica 26 luglio 2026

Il giudizio

Ben presto nel corso della vita  ci si fa orientare e  portare da altro, preso da fuori, nel processo di conoscenza, ci si fa sostituire nella padronanza e autonomia della scoperta di chi si è, di cosa si è portatori, nell'esercizio dello sguardo proprio e dell'autonomo giudizio sulla propria esperienza. Ben presto ci si affida all'insegnamento, all'istruzione, alla proposta dell'educatore o persuasore esterno, che risiede nella mentalità, nell'esempio comune, oltre che nella funzione esercitata da specifiche figure e istituzioni, che fornisce la definizione dei significati, che suggerisce la lettura di ciò che si incontra nell'esperienza e di ciò che vale, che dice e che fa da modello, da base di pensiero, di conoscenza, che sembra definire e dare volto a ciò che è possibile e reale, a ciò che è desiderabile, a ciò che va fatto proprio e perseguito per crescere, per realizzarsi. Di fatto accade che il giudizio esterno, che dà le guide e le risposte, che, assunto come maestro e guida, valuta e approva o disapprova, prenda il sopravvento, che diventi termine di riferimento, punto guida e autorità che tiene le redini, che valuta e vaglia, che certifica i risultati e i progressi raggiunti, che disciplina e premia. Sollevati dalla necessità di trovare da sè le risposte e le guide, l'orientamento e il senso, ecco che ci si accomoda in questo dare passivo seguito a altro già definito e pronto, preoccupati di non rimanere indietro, di ben figurare. Si produce, senza prenderne consapevolezza, una vera e propria distorsione nel processo di crescita. Entrare nelle grazie del giudizio altrui, raggiungere la capacità di dare buona prova e prestazione, impegnarsi a dire o a dare quanto possibile e richiesto, casomai a dare il meglio, a volte a far contestazione, a recriminare e a dare contro, secondo tracce e percorsi già segnati, mobilita il proprio impegno e calamita le proprie aspirazioni, le dirige, le carica, a volte le stracarica perchè il successo, la conquista della buona affermazione galvanizzano l'interesse, lo accendono, lo infiammano. Si diventa inconsapevolmente nel rapporto con la vita, con la propria vita, attori sulla scena, docili esecutori di un copione già scritto, atleti in gara, che non vogliono rimanere esclusi e indietro lungo piste ben segnate. Cosa manca in tutto questo processo di affermazione di sè e di crescita, che sarebbe meglio definire di pseudocrescita, che pare così scontato oltre che avvincente o al rovescio fonte di frustrazione, di senso di insufficienza che dà pena e avvilimento, che comunque fa da traino? Cosa manca in un procedere che spesso illude di essere frutto di propria iniziativa e persuasione? Manca la scoperta autonoma, prima di tutto la presa di visione del vero della propria condizione, dei vincoli e dei modi del proprio procedere affatto indipendenti, manca la messa in campo del proprio sguardo e giudizio, manca il raccordo con se stessi, la ricerca e la salvaguardia della unità con la parte intima e profonda di se stessi, con cui con pazienza e con attenzione comprendere il proprio stato e poi da sè recuperare la scoperta di chi si è davvero e di cosa di originale e autentico si è portatori come individui, della propria capacità di pensiero autonomo e di conoscenza, fino a arrivare, fuori dai suggerimenti e dai richiami della fiera esterna, a riconoscere cosa ha valore, in cosa ci si riconosce, cosa si riconosce volere scaturire da sè e realizzarsi, come creatura propria, con passione, con amore e intima persuasione. La parte profonda del proprio essere non ha gli occhi bendati, sa vedere la pseudocrescita, sa riconoscere che lì dentro c'è illusoria iniziativa e libertà personale,  c'è viceversa un inconsapevole aderire a altro, c'è il travisamento di questa condizione come fosse di autentica crescita e realizzazione personale. Ne va della vera realizzazione di se stessi e della propria vita, che rischia nel suo procedere e compiersi  di diventare copia di altro, risposta docile all'autorità esterna, lontana dal dare seguito invece a ciò che potrebbe scaturire, prendere forma e vivere di proprio. Perciò il malessere, perciò i continui richiami e interferenze interiori esercitati dalla parte profonda di se stessi nel sentire e nell'umore, fino alle espressioni più robuste di ansia e di attacchi di panico, di cadute depressive, solo per fare degli esempi. Abbarbicati a quel senso di realtà preso e appreso da fuori e all'idea che la propria realizzazione, pseudorealizzazione, abbia validità e consistenza, che sia la propria vera cifra, che perciò vada difesa e riaffermata, la risposta è di trattare come ostacolo, come segno di anomalia, come accidente negativo ciò che da dentro se stessi in realtà nel malessere (ma questo è del tutto incompreso) pone il problema della necessità di una verifica attenta e di un necessario profondo cambiamento, che rimetta nelle proprie mani la guida della propria vita. La psicologia comune, quella nella testa dei più, e pure larga parte di quella accreditata come scientifica e professionale non riconosce la questione in gioco, cosa davvero significhi e da cosa nasca la crisi e il malessere interiore. Tutto spinge a cercare, come fosse un prendersi cura utile e salutare, o di silenziare il malessere o  di cercarvi rimedio come se fosse una anomalia da correggere e da sanare, talora da spiegare come conseguenza di cause esterne o di remoti sfavorevoli apporti familiari, educativi o di traumi. Di fatto ci si adopera per rimettere in carreggiata, per rilanciare su intatte basi e lungo solite piste, al seguito delle solite guide, la vita di chi pare essersi soltanto indebolito o aver subito qualche svantaggio nella corsa solita. La parte profonda rischia spesso di non essere nè riconosciuta nè compresa in ciò che con intelligenza e provvidenzialmente mette in campo.  

sabato 4 luglio 2026

Chi guarisce chi?

Non sembrano esserci dubbi, è la parte che agita e che tiene vivo il malessere la parte malata, mal funzionante, che necessita di cura, di interventi volti a sanarla, spesso senza bisogno di verifiche e di ulteriori approfondimenti, a volte mettendo in campo indagini volte a spiegarne le presunte cause per rimettere in ordine (mentale) le cose. La parte che si considera sana si vede vittima di un carico di sofferenza, che considera un danno, un infelice stato da cui auspica di uscire, rivolgendosi a cure che promettano di ottenere questo risultato. Tutto questo pare buono e utile, ovvio e indiscutibile. La parte che mette mano alla cura si considera lesa e, dissociandosi da quell'intimo sentire spiacevole, sofferto, visto come un accidente malaugurato, una specie di morbo, di infezione da cui è stata contagiata, desidera esserne liberata. Quando la parte conscia e ragionante, non potendosi totalmente dissociare da quel malessere, dovendo in qualche modo riconoscere che in quei modi di sentire, teso e insicuro, esitante e timoroso, penoso e infelice, contorto e strano, c'è del suo da cui le è difficile prendere le distanze, prontamente giudica quel modo di essere e di sentire come malamente impostato, non a norma come dovrebbe, considera questa come una condizione di sensibilità e di reattività alterate, prodotto di un'impronta educativa che ha reso fragile, tormentato, inceppato o oscurato da infelicità il proprio modo di sentire e di reagire, di condursi nelle circostanze della propria vita. Il quadro sembra comunque chiaro, ciò che non va sta sicuramente dalla parte del disagio, del malessere, di quell'intimo sentire che nelle sue espressioni è senza dubbi bollato come non a norma , che diventa dunque l'oggetto, la parte malata su cui intervenire. Nel modo di condurre la propria vita l'esperienza interiore, il corso degli accadimenti intimi non è certo al centro dell'interesse abituale, ciò che conta nel proprio procedere  è che la cosiddetta vita di relazione funzioni e è lì che il proprio sguardo è sempre vigile e attento. L'idea comune è che ciò che vive interiormente non possa che andare al seguito di ciò che muove il mondo, il proprio mondo che fa perno sul legame con l'esterno, con gli altri. Se il proprio sentire dà segnali in disarmonia con la pretesa del corretto e fluido, del normale procedere e dei rendimenti  desiderati e attesi, è per un difetto di funzionamento, casomai legato al peso di cattivi apprendimenti, di storture nell'educazione, di momenti e passaggi d'esperienza infelici, traumatici, in qualche misura non risolti. La parte curante e che si attribuisce questa funzione e la parte compromessa o malata sono ben definite. Tutta questa visione e concezione, data per certa e ragionevole, sconta però un limite non da poco, l'ignoranza del significato vero, del valore, del potenziale della vita interiore, di ciò che accade e che si muove nell'intimo sentire. La parte intima e profonda del proprio essere è tutt'altro che una parte cieca, regolata da un insieme di automatismi, di reazioni elementari messe in campo senza tanto discernimento, non è parte un pò primitiva, non evoluta quanto la parte conscia, non è, come nei pensieri di marca psicoanalitica più comuni, il semplice serbatoio contenitore di esperienze dolorose, rimosse e depositate nel tempo in spazi profondi e così sottratte alla consapevolezza perchè troppo ingrate e dolorose. La parte profonda non è un deposito di fantasmi di paure, che potrebbero minacciosamente emergere e varcare il limite. La parte intima e profonda, ben lungi dall'essere un che di nascosto e inaccessibile, è presenza che parla di continuo e che dà spunti oltremodo intelligenti nel sentire, nel corso dell'esperienza quotidiana, volti a evidenziare punti significativi e critici, a sollecitare la verifica su modi di procedere, a svelarne la natura, per conoscere se stessi puntualmente nel vero. La parte intima interferisce e irrompe nell'esperienza con emozioni, con stati d'animo, con svolgimenti e carichi interni inattesi, che paiono tutt'altro che desiderabili e conformi alle attese, per spingere la parte che sta sopra a aprire gli occhi, a non chiudersi in false persuasioni, in autoconvincimenti che non poggiano su scoperte di verità. Puntualizza col sentire, esercita richiami, sottolinea e evidenzia, disegna e marca i punti su cui soffermarsi, dentro cui portare lo sguardo e l'attenzione per capire, per capirsi nei propri modi, in ciò che si sta facendo di se stessi, legati a quali vincoli, con quali attese e pretese. Insomma il sentire, che accompagna la propria esperienza, vuole portare dentro una riflessione su se stessi, vuole spingere a guardarsi allo specchio, a conoscersi, a riconoscere il vero e a non rimanere consegnati alla priorità del fare, confinati nei soliti preconcetti circa se stessi e il significato di ciò che si sta vivendo. La parte profonda vuole smuovere e offrire terreno su cui poggiare per conoscersi, vuole stimolare e proporre occasioni di presa di coscienza, di consapevolezza ben piantata nel vero. La parte profonda è assai dotata sul terreno della conoscenza intima, della presa di visione attenta del vero della propria condizione,  non chiude gli occhi, vede da vicino ciò che vive dentro la propria esperienza, ciò che la regola, riconosce i limiti di consapevolezza, la contraffazione operata spesso dai ragionamenti messi in campo dalla parte conscia  per darsi  la conferma e per proteggere il mantenimento dei modi abituali di pensarsi e di procedere. La parte intima e profonda riconosce la dipendenza insita nel modo di pensare abituale da guide e da definizioni prese all'esterno a cui la parte conscia si affida e allinea. La parte profonda vede l'altra parte chiusa al confronto e alla verifica, la vede ragionare senza entrare nell'intimo vero della propria esperienza, la vede attaccata a false persuasioni, impegnata a cercare più accordo e capacità di presa su sguardo esterno che confronto e accordo con la parte intima di se stessi. Vede che non c'è autonomia, che il percorso di vita rischia di riprodurre e soddisfare modelli esterni senza arrivare a conoscere il proprio, ciò che può e che vorrebbe vivere e crescere di originale e di proprio. La parte profonda interviene col sentire e magistralmente con i sogni per dare spunti, richiami e guide di ricerca e di riflessione su se stessi, per prendere consapevolezza di cosa si sta facendo di se stessi, per riconoscere i nodi, le questioni vere della propria esistenza. La parte profonda tenta e vuole prendersi cura della parte conscia ,che presume di sapere e che spesso è ignara di questioni vere, di possibilità di cambiamento profonde. Se assecondata e compresa la parte profonda è capace di condurre l'altra parte a guarire da una condizione di inconsapevolezza e di chiusura, di ristagno e di spreco delle proprie risorse più vere e profonde. Se la parte profonda alza i toni, se movimenta la crisi e se dà segnali incisivi  di malessere lo fa per acciuffare l'altra parte, per trarla in salvo, per coinvolgerla in un lavoro di profonda verifica e trasformazione, necessarie per non insistere in una condizione che la parte conscia presume sana e da salvaguardare, che in realtà è tutta da rivedere, tutta da rigenerare su basi autentiche. La parte profonda è la risorsa più avanzata e affidabile su cui si può contare, che rischia invece di essere misconosciuta, fraintesa e svilita, trattando le sue iniziative e proposte come malate da curare. Chi guarisce chi è dunque il quesito che merita di essere posto.

domenica 14 giugno 2026

Un lamento senza fine

Il lamento è ciò che capita di ascoltare in chi è alle prese con il malessere interiore nelle sue diverse espressioni, un lamento che nel tempo diventa più insistente. E' figlio dell'idea di malattia messa sul conto di ciò che interiormente, risultando spiacevole e doloroso, difficile da reggere e da capire, scomodo nel suo mettere in difficoltà il procedere solito, che si ha solo desiderio di far scorrere libero da intralci e da ostacoli, fa concludere presto che nel malessere interiore c'è in gioco solo qualcosa di anomalo, di avverso, di malato se insiste. Dà subito manforte a questa posizione ostile verso ciò che interiormente sta prendendo il sopravvento il fatto che consegni o accentui, esercitando forte presa e non concedendo altro, condizioni d’animo e modi di sentire, che, non all’insegna della sicurezza, del buon umore e dell’agio, paiono e sono giudicati prontamente come infelicemente negativi, frustranti e motivo di imbarazzo e di senso di inadeguatezza rispetto a ciò che, abituati a prendere lezione di vita e guida dall’esterno, dai modelli e dal credo prevalenti,  pare essere la normalità e il meglio del modo di sentire e di porsi. Se su queste basi è già da parte propria vissuto come ingrato e non certo ben accolto ciò che dentro se stessi ha preso forma e forza, la proposta curativa stessa, nelle sue espressioni prevalenti, dà ulteriore implicita conferma a questa lettura, a questo modo di pensare la propria esperienza interiore come l'oggetto malato da curare. Convinti, anche dentro e sulla base dell'esperienza della cura, sia essa farmacologica o psicologica, che il problema sia togliere di mezzo l'intralcio interiore e che il proprio bene stia nel poter riprendere e proseguire l'andamento di sempre, non si comprende il vero significato e il valore di tutto ciò che accade interiormente. Si rimane così ben lontani, per effetto di pregiudizio e di predisposizione negativa, dal riconoscere nel proprio sentire, pur doloroso e poco piacevole, l'intento e la capacità, tutt'altro che ostile e dannosa, di esercitare guida alla conoscenza più veritiera e perciò matura di se stessi, di dare impulso vivo a trasformazioni importanti nel proprio modo di essere e di procedere, utili e necessarie. Il proprio sentire, la propria esperienza interiore difficile e sofferta diventano oggetto di un discorso che li vuole vedere come esperienza interiore e sentire anomali, negativi, frutto e espressione di patologia, di un guasto in atto da correggere. Al più, mettendo in campo la volontà di capire, questa si traduce nel cercare di trovare alla presunta patologia e al presunto guasto una causa, che li avrebbe provocati. Muovendo dall'idea, preconcetta anzichenò, che il malessere sia un che di anomalo, un disturbo, conseguente a una causa anche remota, che avrebbe compromesso il proprio equilibrio e benessere psicologico, la propria crescita normale, che qualcosa sia intervenuto, sfavorevole e nocivo, traumatico e penoso, si finirà pur per trovare qualcosa come causa di aspetto plausibile da qualche parte nella propria biografia, a conferma e a suggello della tesi precostituita del danno subito, non poche volte con l'aiuto e il sostegno della stessa psicoterapia. In questi casi, tutt'altro che rari, ci si dota di una costruzione logico razionale, che pare soddisfacente, che illude di aver capito, che in qualche modo sembra rincuorante e capace di placare la tensione, anche se avvertendo presto che il rapporto con la propria interiorità permane difficile e ancora da tenere a bada. Capita infatti e comprensibilmente che la propria interiorità, riconoscendo non recepito il proprio messaggio e non accolta e condivisa la propria proposta, non cessi di farsi avanti, di sollecitare, di alimentare nuova inquietudine interiore, nuovi forti richiami. L'esperienza interiore viva è stata resa muta, al sentire attuale non è stata concessa parola, sul loro conto si è imposto un discorso e un'indagine, viziate da preconcetto e predisposizione negativi, utili solo a tentare di liberare il campo dalla loro presenza come disturbo indebito. Non è un caso che si compia una simile manipolazione e distorsione del significato dell'esperienza interiore, che di fatto, parlandole sopra e facendole dire quel che si presume, ci si mantenga sordi e incapaci di rispettare e di lasciar parlare l'intimo sentire. La mancanza di capacità di ascolto e di dialogo con la propria esperienza interiore, è una mancanza che accomuna in non pochi casi, va detto, chi patisce la sofferenza e chi se ne prende cura, malgrado i titoli accademici conseguiti, i tanti corsi seguiti, gli insegnamenti di scuole accreditate. La conoscenza interiore, questo vale per tutti, per i terapeuti dovrebbe valere anche di più, si fonda sulla apertura e capacità di rapporto con la propria interiorità, che è ben altra cosa dal possesso di teorie e tecniche apprese. Ciò che vive dentro se stessi, il suo significato e il suo valore è generalmente incompreso. Aggrappati alla parte conscia razionale, sopravvalutata nella sua capacità di garantire lucida comprensione di quanto accade nella propria esperienza e nella comprensione dei propri scopi, si ignora che nel proprio essere la componente intima e profonda è parte rilevante e ben diversamente dotata di capacità di cogliere i significati veri della propria esperienza, dei propri modi di procedere, di dare stimoli e di esercitare guida nel sentire e in modo sublime nei sogni, per la formazione di pensiero proprio e autonomo, visione chiara di cosa si sta facendo di se stessi e dentro quali vincoli. Senza l’apporto della propria parte profonda, quando, come in genere accade, non la si riconosca essenziale e non si sviluppi capacità di intenderla e di fare proprie le sue guide, si finisce fatalmente per rimanere nelle guide del pensato abituale e del concepito comune. L'incapacità di accogliere e di riconoscere il valore di questa parte intima di se stessi, di avvalersi del suo contributo, di capire che non c’è movimento del sentire, anche se arduo da sostenere e da percorrere ( ogni movimento dell’intimo sentire e di stati d’animo è una sollecitazione e una traccia viva per avvicinarsi al vero, alla comprensione viva di qualcosa di sé che è tempo di vedere), che non abbia senso e utilità, l’incapacità dunque di capire il senso vero dell'esperienza interiore non è casuale. E’ legata al fatto che negli anni, nel processo di crescita personale, è sempre stata in primo piano la ricerca dell'adattamento alle circostanze esterne, considerate la realtà da cui non essere disgiunti, la preoccupazione di apprendere da fuori, da istruzione, da esempio, da modelli  e cultura condivisa, mentre la vita interiore è stata considerata solo un seguito emotivo, una sorta di eco, di cassa di risonanza di vicende esterne, con l'attesa e la pretesa che non creasse intralci, che assecondasse la ricerca dell'intesa con gli altri, la capacità operativa e i propositi di riuscita così come intesi e celebrati dal senso comune. Così condizionati dalla propria lontananza dal vivo e dall’autentico della propria vita interiore, dalla incapacità di ascoltarsi, di entrare in rapporto rispettoso con la propria esperienza interiore, di intendere e di capire il significato originale, intimo e vero, dei propri stati d'animo e del proprio sentire, nel frangente difficile, quando le espressioni del proprio sentire diventano più acute, dolorose, di insolito aspetto e più incisive,  si è disarmati di fronte alla crisi e al malessere interiore da cui si è investiti. Si reagisce con sospetto e con paura, si concepisce come favorevole solo il ritorno allo stato abituale, la liberazione da inquietudini e da disagi interiori, visti come inutili e odiosi intralci. Privi della capacità di intendersi con se stessi, di entrare in sintonia con la propria interiorità, di cogliere utilmente il significato e lo scopo di ciò che il proprio sentire sta comunicando con tanta forza e intensità, ci si chiude difensivamente e ci si preclude la scoperta di ciò che, affidabile, utile e prezioso, la propria interiorità ha intenzione e capacità di proporre, di offrire. Lo stallo è frutto di questo trincerarsi nella posizione ostile e difensiva rispetto a un'esperienza interiore che non muta. Non muta perchè con forza e persistenza la parte profonda preme, perchè, non accolti i richiami di vitale necessità che lancia, torna a consegnarli. Ecco allora il lamento senza fine contro ciò che si considera una sorte infelice da malati cronici. E' un lamento che nel tempo ha dalla sua anche un valido motivo. Quell'assetto difensivo, quella barriera ostile opposta alla parte intima di se stessi non fa crescere nulla, incallisce solo il preconcetto circa la propria condizione di malati, fa sì che si viva in una sorta di blocco e di torpore dell'animo e della mente, torpore legato non solo all'uso di eventuali psicofarmaci, ma anche e principalmente a una stasi del pensiero e della conoscenza, che non è certo leva di benessere e motivo di gioia.

domenica 31 maggio 2026

Ragioni e significato del rapporto con se stessi

Il rapporto con se stessi non è generalmente al centro del proprio interesse. Parlo di rapporto nella pienezza del termine. Non se ne comprende la traducibilità e il senso, se non in una accezione molto limitata. Al più lo si intende e lo si traduce in termini di atteggiamento più o meno concessivo, di benevolenza o di severità di giudizio rivolti da parte propria a se stessi, come spesso si fa con un bambino cui dare o negare soddisfacimento e accondiscendenza. D'altra parte se nell'idea, nella rappresentazione che ci si dà  di se stessi, è incluso prima di tutto e messo in primo piano ciò che di sè si conosce e riconosce abitualmente e che consiste nella capacità di pensiero razionale e nell'esercizio di volontà e di iniziativa, di capacità operative, includendo solo di straforo il sentire come parte in subordine, come eco e reazione a fattori esterni, come espressione comunque da gestire, possibilmente da regolare, cui concedere a tratti sfogo o espressione, è comprensibile che il rapporto con se stessi abbia limiti di comprensione e margini di esercizio più che esigui. Ciò cui, lavorando su se stessi, ci si dedica maggiormente è di fare manutenzione delle leve operative, di fare lavorio su ciò che si fa e si mette in opera, casomai con sollecita cura e accorto calcolo, a tratti preoccupazione accesa,  con la possibilità di infilarsi in qualche cruccio quando pare di aver commesso errori, di rischiare la reputazione, di compromettere il buon accordo con altri o per insoddisfazione per mancato raggiungimento di risultati desiderati. Il rapporto con se stessi può ridursi a questo lavorio  o a dare spazio a qualche lamento, talora a qualche rimpianto, talaltra a qualche desiderio di novità, di nuove iniziative che promettano un che di più appagante o che permettano di evadere da un senso di stagnazione e di vuoto, di malessere verso cui prevale la necessità del rimedio piuttosto che dell'ascolto e della presa di visione di ciò che rivela. I rapporti considerati decisivi, cui si riconosce necessità di attenzione, di cura sono i rapporti con gli altri. Solo lì si vede sostanza, storia, solo nei rapporti con gli altri si vede occasione e non di rado ragione di scontento, solo in questi rapporti si traffica a dismisura. La stessa psicoterapia in larga parte delle sue espressioni pone al centro dello sguardo il rapporto con gli altri, dentro cui si indaga per trovare presunta origine e causa di crisi e di malesseri interiori, dentro cui si riconosce il terreno considerato reale su cui c'è da trovare vita e senso, opportunità di crescita e risorse, espressione e realizzazione di sè. Non è riconosciuta la realtà, tutt'altro che immaginaria, del rapporto con se stessi, di cui a ben vedere, ma su questo terreno le sviste e l'incomprensione regnano spesso sovrane, c'è solido fondamento, di cui sono ben presenti e vive le basi e le ragioni tutt'altro che fantasiose o aleatorie. Quando, smettendo d'andare via di corsa, di stare distratti e un fusione o confusione con altro e altrove, si apra al contatto, alla percezione e al riconoscimento di se stessi, a una conoscenza vera, tutt'altro che fantasiosa, comprensiva di ciò che realmente vive di se stessi, si renderebbe ben riconoscibile che il proprio essere non è confinato nella parte in cui solitamente con più favore e per abitudine si indugia, ma che esiste e è ben tangibile una parte intima e profonda che pulsa di continuo nel proprio sentire, nel corso dei propri stati d'animo, in ciò che, oltre i confini di volontà e ragione, accompagna ogni passo della propria esperienza, coinvolgendo interiormente e spingendo a aprire lo sguardo, che nei sogni, messo a tacere l'agire e il diversivo esterno, dice e conduce dentro esperienza tanto a prima vista strana quanto densa di significato e di capacità di rendere riconoscibile il vero. Dunque esiste la base viva e reale di un rapporto tra la parte dentro cui, in assenza di questo rapporto, si rischia di rimanere confinati in assetto di attività e in condizione di prioritaria relazione con l'esterno, con gli altri e la parte intima e profonda di sè, che continuamente, nel sentire e nei sogni si fa avanti e si propone. Diversamente, se non si riconosce e coltiva questa possibilità di rapporto, si rimane fermi alla vaga idea di un proprio mondo interiore, che si concepisce come oggetto e territorio un pò oscuro, come riflesso o ombra degli accadimenti soliti, come incognita poco affidabile verso cui tenere la distanza di sicurezza non pare così sbagliato. Che questa parte interiore e profonda dica e assai accortamente, creando l'incomodo della ricerca del verità di se stessi, che toglie veli e spinge lo sguardo oltre l'apparente, che intervenga di continuo, che nell'esperienza quotidiana dia segnali e spunti di ricerca nel sentire, che offra guide di approfondimento e specchi di verità di formidabile acume e affidabilità come nei sogni, che abbia capacità intelligente di stimolare la riflessione su se stessi, che sia l'artefice e promotrice di ogni crisi e malessere interiore per impegnare a fare seria verifica, per smetterla di procedere senza consapevolezza del vero, senza dotazione di autonoma visione e capacità di orientamento, tutto questo, ben tangibile e riconoscibile dentro il percorso di analisi, di un'analisi ben condotta, è spesso e generalmente ignorato, incompreso. Dunque il rapporto con se stessi, con la parte intima e profonda di sè, ha ben valido motivo di essere riconosciuto non solo come realtà vera ma pure come centrale, come realtà dentro cui, casomai con l'aiuto di chi sappia guidare in questa scoperta, imparare a calarsi e a  riconoscersi, a muoversi. Il rapporto con se stessi, inteso come rapporto di ascolto e dialogo con la propria interiorità è il luogo della presa di visione del vero e della scoperta attenta e autonoma dei significati originali insiti nella propria esperienza, ben diversi da quelli, tratti da senso comune, messi sopra col ragionamento, della formazione e crescita di una visione propria, di sviluppo di autonomia nel segno dell'accordo con se stessi e non dell'intesa con il pensiero comune. Nel rapporto con gli altri si porta ciò che si sa conquistare e portare a maturazione nel rapporto con se stessi. Se nel rapporto con se stessi e nel lavoro sulla propria esperienza si dà spazio al darsi spiegazioni prese in prestito e che rassicurano, levando di torno l'incomodo della verifica attenta e della scoperta del vero, se si dà priorità alla pronta ricerca del rimedio rispetto al dare respiro alla presa di coscienza e alla conoscenza del vero, sarà inevitabile riprodurre la stessa tendenza nel rapporto e nello scambio con gli altri. Se nel rapporto con se stessi si tende a chiudere all'intimo sentire quando difficile e spiacevole, non si potrà che assecondare la stessa tendenza nell'incontro e nel dialogo con l'altro. Se la tendenza è a non mettere al centro dello sguardo la propria responsabilità e a fare recriminazione, a addossare responsabilità a altro e a altri, se la critica tende a andare tutta fuori, si può ben capire che il rapporto con gli altri ne sarà segnato. Se il giudizio altrui è punto di riferimento più o meno riconosciuto come vincolante, se lo stare in corsa e gara con gli altri, se il non essere da meno è fulcro della propria autostima, il rapporto con gli altri ne sarà segnato eccome. Tutto questo, che riguarda la conoscenza di se stessi, nel rapporto e nel confronto con la propria interiorità, ascoltando e entrando nelle pieghe vive del proprio sentire, raccogliendo le guide e gli spunti di ricerca dei propri sogni, lo si può andare a vedere, a toccare con mano e diventa il terreno in cui crescere davvero e trasformarsi. Se ci si pensa come nella esclusiva realtà segnata dall'attaccamento a altro che sta fuori, se si pensa che sia lì  il terreno della propria crescita, si finisce per farsi soverchie illusioni. Di per sè il rapporto con gli altri, se non indirizzato e alimentato da lavoro su se stessi,  non è il luogo delle meraviglie, bensì spesso  è il luogo dove si riproducono i propri limiti di espraneità a se stessi, dove si assorbono e si riproducono modi di intendere comuni, punti di riferimento soliti, dove detta legge la ricerca di apprezzamento e di  appoggi cercati nello sguardo, nel giudizio e considerazione altrui, per sentirsi nel vivo e nel reale dell'esistenza, per considerarsi in linea col normale sano e sensato. Si rischia così di continuare a ignorare che è proprio nello scambio con il proprio intimo e profondo che si può ritrovare il luogo della conoscenza di sè e della scoperta dei significati veri sulla base e nelle guide di quanto si sperimenta interiormente, anche sofferto e difficile, della scoperta con i propri occhi, senza suggerimenti esterni, delle proprie ragioni di vita e aspirazioni più autentiche, del proprio potenziale umano che vuole vivere e tradursi e non omologarsi e correre dietro a altro e a altri. 

mercoledì 20 maggio 2026

Le ragioni del malessere

(Rimetto in primo piano questo mio scritto di alcuni anni fa)                                             Perché succede, cosa vuole questo malessere interiore, questo tormento? Spesso chi lo vive lo tratta con preoccupazione crescente e con insofferenza. Teme sia, oltre che un ostacolo, una minacciosa presenza. Lo vive come un accidente sfavorevole, una sorta di corpo estraneo, che lavorerebbe contro i propri interessi, pur così interno, intimo, addentro il proprio essere. E' convinzione assai diffusa che il malessere sia provocato o indotto da circostanze e da condizionamenti sfavorevoli, che sia la manifestazione o la conseguenza di un meccanismo, fisico o psicologico, logoro o guasto, ammalato. Dirò subito che il malessere interiore, nelle sue diverse possibili espressioni, tutte significative e da comprendere attentamente, è viceversa la manifestazione di una forte, risoluta presa di posizione interna della parte intima e profonda, che non vuol tacere, che vuole che la verità e l'attenzione a se stesso diventino per l'individuo questioni centrali e esigenze prioritarie. Pensa che sia un’anomalia, vuoi la manifestazione di un meccanismo guasto, vuoi la conseguenza di un distorto modo di vedere la realtà e di reagire, vuoi ancora una pena intima indotta da qualcosa, esterno a sè, nocivo, risalente al passato o attuale, chi, pur con diverse spiegazioni circa il presunto "guasto", concepisce la superficie come fosse il tutto. Pensa al guasto e alla necessità della riparazione per la ripresa del normale, chi pensa la modalità solita e presente di esistere e di procedere come l’unica possibile, chi non comprende il malessere interiore come intervento e espressione, non cieca, del profondo. Liquida sbrigativamente il malessere interiore come disturbo e basta, chi pensa che emozioni, vissuti, sentire e vita interiore, che tutto ciò che non è ragionamento e volontà, sia solo un accessorio irrilevante e subalterno, un po’ colorito, ma poco o nulla affidabile quanto a intelligenza e a capacità di dare orientamento. Nel nostro essere il profondo, l'inconscio c’è e non è certo presenza di poco peso e valore. Tutto ciò che accade nel nostro sentire e nel corso della nostra esperienza interiore è governato, in modo mirato e intelligente, dal nostro inconscio, è sua voce, non è affatto casuale, non è semplice risposta automatica, riflessa a situazioni e a stimoli esterni. Che accada di sentire inquietudine, timore e apprensione insistenti e pervasivi, persistente pena, senso di fragilità, di vuoto, di infelicità e quant’altro definito come ansia, depressione o altrimenti, non è frutto del caso, non è  traduzione meccanica di logorio subito, nè sgangherato modo di reagire, non è insana o abnorme risposta, è viceversa lucida e consapevole, ferma e irremovibile espressione di capacità e di volontà interiore e profonda, di una parte non irrilevante di se stessi, di intervenire perché si guardi dentro di sè, nell‘intimo vero, cosa sta accadendo della propria vita, perché non ci siano stasi e assenza di consapevolezza, lontananza da se stessi e passivo adattamento. Basta, con l'aiuto giusto, di chi sappia guidare ad avvicinarsi a se stessi e al proprio mondo interiore, risolversi a cercare rapporto, ascolto e dialogo con se stessi e col proprio profondo, basta risolversi a dargli voce, a riconoscergli voce, senza squalificarlo in partenza come dannoso, negativo o malato, perché il malessere, perchè l'intimo sentire faccia ben intendere e vedere cosa sa, cosa riesce efficacemente e puntualmente a evidenziare, a far conoscere di se stessi, a smuovere. Basta disporsi, come si è aiutati e incoraggiati a fare dentro una buona esperienza analitica, all’ascolto, aperto e disponibile, senza pregiudizi, alla ricerca del senso piuttosto che del rimedio che spazzi via, con impazienza e ciecamente, tutta l’esperienza interiore disagevole,  per rendersi conto (sempre meglio via via che dialogo e ricerca procedono), che non c’è guasto e meccanismo rotto, che non c’è caos o irrazionalità dentro se stessi, che il malessere non è maledetta sorte o accidente, patologia o altro, ma specchio per vedersi e per capire. E' potente richiamo, invito fermo a lavorare su di sé, a prendere coscienza di come si è e di come si procede, di ciò che manca, che va finalmente costruito, che mai finora è stato cercato e costruito. Non ci sono cause e responsabilità da cercare altrove da se stessi, in altro e in altri, come odiosi impedimenti al proprio star bene, non c'è stupida incapacità di vivere normalmente e felicemente, c'è semmai prima di tutto consapevolezza da trovare, senza sconti e senza equivoci, del proprio stato attuale, verità anche scomode da riconoscere e da non rimpallare. L'inconscio, sia con le tracce vive del sentire sia coi sogni, non tace nulla e cerca l'intimo vero, il senso, non usa nè pregiudizio nè camuffamento. L'inconscio, che richiama in modo così forte l'individuo alla partecipazione al dentro prima che al fuori, esercita una spinta formidabile, che, se saputa comprendere e condividere, offre visione lucida e appassionata, consapevolezza profonda di sè e del proprio da mettere al centro e a fondamento della propria vita. L'inconscio col malessere interiore smuove e turba il quieto vivere per uno scopo riconosciuto nel profondo del proprio essere come irrinunciabile: far vivere se stessi, il proprio potenziale vero. Per realizzare questo scopo, non già in tasca e traducibile in un attimo, come spesso si pretende, è necessaria una graduale e profonda trasformazione. Ci sono fondamenta nuove da gettare, nuovo rapporto da creare pazientemente con se stessi, nuove scoperte, originali e utili, anzi essenziali, da fare dentro sè e col proprio sguardo, ci sono vicinanza al proprio sentire, comprensione intima e unità d’essere con se stessi, mai possedute e mai cercate, da trovare e rafforzare finalmente. Era sufficiente infatti in precedenza, prima della stretta più decisa del malessere, andare per la strada segnata, fare come si usa in genere e in genere si dice, bastava quel riferimento comune, bastava un po’ di ordine mentale regolato dal ragionamento, che chiarisce e oscura contemporaneamente ciò che fa comodo oscurare o che non si comprende, bastava tutto questo per sentirsi a posto e "normali". Capitava in realtà, non raramente, che il proprio sentire complicasse l'esperienza, che inserisse elementi dissonanti, veri richiami per vedere le cose più nitidamente, per non trascurare implicazioni, non certo dettagli insignificanti, ma tutto questo lo si trattava come un inutile rumore di fondo, come fastidiose interferenze di una parte emotiva "irrazionale". Era sufficiente darsi un pò di quieto vivere, di adattamento, bastava variare qualche luogo, abitudine o altro per convincersi che la questione decisiva per il proprio "star bene" fosse solo la scelta delle circostanze e delle persone giuste, delle opzioni esterne che avrebbero cambiato tutto per sè, deciso le proprie fortune in bene o in male. Bastava un pò di allineamento al modello comune, un pò di parvenza di buon funzionamento, di possesso delle cose o delle espressioni ritenute in genere irrinunciabili o da molti apprezzate, non importa se portandosi interiormente mille segnali diversi e incompresi, non importa se senza mai sentirsi davvero su terreno saldo di consapevolezza, su sostegno di desiderio profondo, di corrispondenza con se stessi.  Procedere in quel modo bastava alla parte di sé cosiddetta conscia, ma non bastava di certo alla parte profonda, meno illusa dalle apparenze, meno preoccupata di stare in linea e al passo con la normalità, meno timorosa di perdere quel treno, più preoccupata di non perdere se stessi. Quel che sto dicendo lo dico dopo lunga ricerca e dialogo col profondo, dopo aver fatto cammino di ascolto e di ricerca con chi accompagno da oltre trent’anni nella ricerca di comprensione della radice del perché, del senso e dello scopo del proprio malessere interiore. Quando davvero gli si dà retta, come si fa in una buona esperienza analitica, il profondo prende a dire subito il perché e il senso del malessere. Bisogna ascoltarlo sia dentro il sentire, che il profondo muove e orienta, sia nei sogni. Da subito nei sogni l’inconscio comincia a far vedere dov’è la ragione del malessere e della crisi, da subito conduce a vedersi allo specchio nel proprio modo d’essere e di procedere, da subito comincia a evidenziare i nodi mai avvicinati, i vuoti, le illusorie verità che non reggono, da subito, con grandi forza e fiducia, apre il cantiere della costruzione del proprio originale modo di essere, di esistere, di pensare e di progettare. E’ un cantiere dove serve fare un lavoro serio e paziente, perché la normalità è maschera o vestito già confezionato che basta indossare, mentre essere individui pensanti di pensiero e di visione propria e coerente con se stessi richiede molto, molto di più e comprensibilmente. Si pensa la psicoterapia e la si pratica spesso come officina di riparazione per tornare normali, per trovare da qualche parte qualche ipotetica causa attuale o preferibilmente remota, che avrebbe ingrippato il meccanismo. Non c’è, per ciò che, pur difficile e sofferto, vive oggi interiormente, da cercare causa o fattore avverso di cui si sia o si sia stati vittime, c’è semmai da comprendere ciò che l’intimo sentire oggi dice e fa vedere di se stessi.  C'è da intendere ciò che la propria interiorità spinge, attraverso sentire e sogni, a formare di consapevolezza, di pensiero proprio e di progetto, che finora sono mancati e che sono prezioso e indispensabile bagaglio, per non perdere davvero scopo e valore della propria vita. So che questa mia lettura del significato della crisi e del malessere interiore, non filosofica o inventata, ma frutto di esperienza e di confronto con l’intima esperienza e sofferenza, di dialogo e di lavoro quotidiano col profondo, non coincide con l‘immediata attesa di molti che vivono disagio interiore, che chiedono, come proprio bene,  prima di tutto l'annullamento del malessere e la normalizzazione, come so che non è omogenea a modi assai frequenti di intendere la cura, il prendersi cura di chi vive simili esperienze interiori. L’atteggiamento curativo, che, in apparenza benevolo e favorevole, cerca il rimedio, che col farmaco vuole sedare o mitigare, che con prescrizioni e suggerimenti vuole riplasmare i comportamenti e le reazioni, abbattere "l'ostacolo" interiore o che va a caccia di ipotetiche cause per costruire una sorta di spiegazione logica del perché del malessere, per tornare a chiudere il cerchio, lasciando tutto, del procedere e del rapporto con se stessi, come prima, rischia, malgrado le buone intenzioni, di diventare una barriera, se non una vera pietra tombale messa sopra una parte di sé intima e profonda, tutt’altro che malintenzionata, certamente non compresa nella sua intenzione e non valorizzata nella sua capacità propositiva. Rischia di perpetuare paura e incomprensione di se stessi, di ciò che vive dentro se stessi, di bloccare sul nascere o di non favorire, come la spinta interiore richiede, un necessario, utilissimo processo di cambiamento, di rinnovamento. Prendersi davvero cura di sè significa aprire a se stessi e scoprire che ciò che di sè si temeva può diventare la fonte, il fondamento della propria salvezza, del proprio vero benessere.