La conquista fondamentale, che la psicoterapia dovrebbe
consentire, perchè sia davvero utile, capace di portare al cambiamento di
qualità nella propria vita, è imparare a stare fiduciosamente ben connessi col
proprio intimo sentire e con il succedersi di tutto ciò che si vive
interiormente, anche quando difficile e disagevole, imparando a reggerne la
tensione, a non fuggire, di pari passo con l'acquisizione e con lo sviluppo
della capacità riflessiva, che permette di vedere, come guardandosi allo specchio,
cosa dentro il proprio sentire, dentro la propria esperienza interiore prende
forma, di riconoscerne l'autentico significato, di raccoglierne l'originale
proposta. E' questa unità con se stessi, senza barriere, senza tattiche di
controllo, senza fughe da ciò che intimo è stato vissuto come insidia e come
fastidio, come minaccia o come lato oscuro da tenere a bada, come disturbo da
sanare, con la scoperta invece che tutto dentro di sè dice e comunica e non
certo per fare danno, che la psicoterapia dovrebbe permettere di conquistare.
Essenziale è imparare a ascoltare il proprio sentire, per far sì che l'unità
con se stessi, con la parte intima di sè sia davvero possibile e piena.
Essenziale come ho detto è acquisire capacità di sguardo riflessivo che permetta
di vedere cosa nell'intimo del sentire sta emergendo. La capacità riflessiva di
cui parlo, che è conquista fondamentale, non c'entra nulla con la riflessione
comunemente intesa e praticata, che si traduce in un dire, in un parlare sopra,
in un rimuginare razionale sul conto
dell'esperienza, sovrapponendole spiegazioni, interpretazioni e deduzioni,
sviluppando idee che coi vissuti interiori, col sentire, reso oggetto di
speculazione razionale, non hanno relazione, che non gli concedono rispetto e
riconoscimento di parte attiva e propositiva. Nel sentire c’è la parte di sè
che può dare a ognuno il contatto vivo con se stesso, la terra sotto i piedi
per ritrovarsi e per comprendere. Nel sentire c'è il radicamento nel vero, la
guida viva per non allontanarsi mai da se stessi e dal cuore della propria
esperienza e della propria ricerca. Parlo di ricerca perché il senso vero del
nostro vivere non è adattarci o infilarci in qualche dove che ci definisca e
che ci dia un illusorio senso di esistere e di realizzarci, ma è vedere con i
nostri occhi, trovare dentro di noi le risposte e riconoscere quale vuole e può
essere il senso, lo scopo della nostra vita, secondo noi stessi, coerentemente
con noi stessi. La piega prevalente dell’esistenza è spesso di farsi dare dall'esterno
risposte, di seguire e inseguire tracce e guide esterne, di identificarsi con
altro fuori e attorno a sè, che se da un lato già sembra dire, consentire, dare
risposte e soluzioni possibili, dall'altro finisce per delimitare le
espressioni, le scelte, i modi della propria vita. Il nostro profondo,
depositario delle nostre più originali ragioni, potenzialità e capacità di pensiero, non ci sta a un
simile passivo adeguamento, che rischia di falsare e di far fallire la nostra
vita, di toglierle il bene supremo, quello della consapevolezza, della capacità
di vedere con i nostri occhi e di generare il nostro pensiero, della libertà di
metterci su un cammino nostro, sentito, consapevole, fattivo e creativo, non
affidato al conformismo o all’approvazione/conferma altrui. La parte profonda
non sta quieta e preme per sollecitare ricerca, presa di coscienza di come ci
si sta muovendo, spesso e da gran tempo in modo gregario (anche se con
l'illusione di essere artefici delle proprie idee e delle proprie scelte), di
cosa si sta facendo di se stessi, di cosa viceversa è possibile mettendo al
centro e senza risparmio il proprio sguardo, onesto, trasparente, acuto e
pronto a riconoscere anche ciò che di se stessi dispiace ammettere, ma che per
crescere e far crescere il nuovo e il proprio è indispensabile conoscere e
riconoscere. Il malessere e la crisi interiore nelle sue diverse espressioni,
tutte significative e mai casuali, nasce e si propone con forza per iniziativa
del profondo. Non è un guasto o una patologia da combattere frontalmente e da
mettere a tacere, neppure da spiegare e da tentare di risolvere andando a
cercare in qualche accidente, trauma o condizionamento esterno la causa
presente o remota che avrebbe provocato il presunto guasto o danno interiore, è viceversa richiamo e sollecitazione
profonda a occuparsi di se stessi, a prendere visione del proprio reale stato,
a mobilitarsi per generare tutto ciò che manca di scoperte di significato, di
conoscenza di se stessi, indispensabili per prendere davvero in mano la propria
vita, per rispettarne le ragioni e per farne vivere le possibilità autentiche.
Nel lavoro di psicoterapia (mi sto riferendo a una psicoterapia di impostazione
analitica e che concepisca la totalità dell'essere, l'importanza della componente
profonda, dell'inconscio) è fondamentale dunque dare spazio alla parte intima e
profonda, che è motore della crisi e che sa cosa sta smuovendo e perché. E’ la
parte di noi stessi, quella profonda, che non si perde o disperde, che non
accantona nulla, che non oscura per comodo, che non rinvia la verifica, che
vuole il vero, senza limiti e sconti, perché il vero è la base della libertà e
della trasformazione, del poter scegliere sapendo. La ricerca nel corso della
vita non è mai finita, ma è importante che sia ben e saldamente impostata, che
si sia imparato a dialogare con se stessi, ad avere unità con se stessi, a dare
ascolto a tutto ciò che si sente, a procedere uniti con se stessi. I nodi
decisivi vanno avvicinati, sotto la guida della parte profonda che lo sa fare
di dirigere la ricerca, prima di tutto attraverso i sogni, oltre che con tutto
ciò che nell'esperienza del sentire, che l'inconscio plasma e dirige, vuole
rendere tangibile, riconoscibile. Acquisita saldamente la capacità di aprire
senza barriere e di comunicare con la propria interiorità, essenziale per dare
forma nuova e consapevole e unitaria al proprio procedere con se stessi,
compiuti i passaggi di crescita, sciolti i nodi fondamentali sotto la guida del
proprio profondo, si potrà continuare da soli il proprio cammino e, al passo
col proprio sentire, proseguire le proprie scoperte, che non cesseranno di
arricchire la propria vita. Questo l’orizzonte dentro cui va concepita la
psicoterapia perché davvero sia utile e consegni le chiavi nuove per continuare
il cammino della propria vita non in un rapporto di fragile unità con se stessi
o addirittura di disunione, di persistente timore e di propensione a
sorvegliare e a controllare gli accadimenti interiori (quante volte capita di
sentir dire: ho imparato con la psicoterapia a "gestire" le mie
ansie), ma di fiducia e di scambio totale, senza chiusure, con la propria
intima esperienza, di sintonia col proprio profondo. Quando, travisando il
significato della crisi, si investe su terapie che vogliono cercare la causa
remota di ciò che nel malessere e nella crisi interiormente aperta è giudicato
in partenza come un disturbo e l'espressione di un danno psicologico prodotto
da cause, da distorti e mancati apporti, da condizionamenti di figure significative,
da traumi e accidenti negativi si consolida dal principio il distacco
dall'intima esperienza interiore, che pur difficile e sofferta, è comunque voce
del proprio intimo e profondo, voce e proposta non raccolta. Quando, sempre
travisando il significato della crisi si dà adesione a terapie, vuoi
farmacologiche, vuoi psicoterapie, che pretendono o che si illudono di mettere
sotto controllo o a tacere l'intimo malessere, da subito giudicato anomalo,
senza valida ragione e senso, a sè sfavorevole e disfunzionale, perciò da
correggere, anzichè aiutare a sviluppare la capacità di ascoltarne voce e
autentica proposta, ci si ritrova a rinsaldare ancora la separazione da se
stessi, la condizione di contrapposizione, di mancata unità e dialogo con tutto
il proprio essere. Quando, facendo solo opera di contenimento o di
riaggiustamento, i nodi decisivi della propria vita non sono, con la guida del
profondo, riconosciuti e sciolti, quando i cambiamenti nel modo di stare in
rapporto con se stessi non sono felicemente conquistati, quando non si supera
la scissione tra ciò che si pensa e si argomenta e ciò che si sente, quando non
si raggiunge la unità dialogica con la propria interiorità, il profondo tornerà
nel tempo a agitare le acque con rinnovata forza, non cesserà con insistenza di
reclamare ascolto, imperiosamente premendo ancora perchè sia fatto il lavoro
che serve, perchè finalmente sia fatto bene e fino in fondo.
mercoledì 14 gennaio 2026
Psicoterapia a che scopo?
sabato 10 gennaio 2026
Il controllo
Il controllo è la forma più frequente di rapporto con tutto ciò di cui si fa esperienza interiormente. Da un lato c'è la consegna alla parte conscia del compito di dirigere le operazioni di pensiero e decisionali, di dare indirizzo alle scelte, di esercitare spinta e di garantire tenuta volitiva nelle decisioni prese, dall'altro le espressioni della vita interiore, dalle emozioni, agli stati d'animo, dalle pulsioni a tutto ciò che, esercitando su di sè presa e coinvolgimento, interviene nell'esperienza, è considerato materia da regolare e da tenere sotto controllo. I significati dei vissuti, di quanto si rende vivo e si propone intimamente, sono spesso prontamente dedotti col ragionamento e fatti rientrare nell'orizzonte del pensiero abituale, sono dati in qualche modo per già acquisiti, soprattutto vagliati sul grado di coerenza con ciò che si è abituati a ritenere valido, normale e accettabile. L'interferenza, il mancato accordo e sostegno alle attese della parte conscia dato da stati d'animo e da moti interiori, che non garantiscono la stabilità dei propositi e la continuità del percorso che si sta e che si vuole seguire, induce a mettere in opera subito la forza di interdizione del ragionamento e la pronta mobilitazione di ogni energia possibile a difesa di quelli che sono considerati i propri legittimi e validi interessi. La preoccupazione circa l'incoerenza o le minacce di intralciare gli intenti e i convincimenti razionali esercitate da ciò che si sente o che, in adesioni a spinte interne, ha prodotto conseguenze sul comportamento, che paiono per nulla favorevoli e promettenti, alimenta la necessità di tenere a bada, di riportare sotto controllo simili spinte e moti interiori. Se intervengono ad esempio impaccio, timore, insicurezza e ansietà o l'umore, anziché sereno e fiducioso, flette e si oscura, questi svolgimenti interiori, imprevisti e indesiderati, diventano presto bersaglio di una critica propria e di una certa insofferenza che pretendono altro. Talora c'è il tentativo di spiegare, di trovare una causa, ferma restando la pretesa che tutto debba svolgersi diversamente rispetto agli esiti giudicati infausti, che quegli eventi interni stanno minacciando di provocare. Dunque anche l'approccio che pare più aperto, volto a capire, parte sempre dal presupposto e dalla pretesa che tutto interiormente debba svolgersi nel modo voluto e programmato, un modo mai messo in discussione e fatto oggetto di attenta verifica. Si permane di fatto indisponibili a ascoltare e a recepire ciò che il sentire, che si è messo in mezzo o di traverso nell'esperienza, vuole e sa dire. Questi interventi del sentire, tutt'altro che sciagurati o espressione di un che di insano e di difettoso, sono viceversa un valido e tempestivo contributo offerto dalla parte intima del proprio essere per aprire una attenta presa di visione riflessiva su ciò che si sta facendo e perseguendo, sono uno stimolo, sono una mossa decisa dal profondo, per dare primato all'esigenza di capire ciò che si svolge nell'esperienza, di capirsi. Sulla spinta e sull'attesa della parte conscia, che la vive come conveniente e necessaria, di trovar da dire nella relazione con altri, può, per fare un esempio, frapporsi impaccio e mancata fluida parola, circostanza che pare negativa e lesiva dei propri interessi. Interiormente però prevale l'istanza di capire cosa e perchè dire, vincolati a quale esigenza e per produrre che cosa. Sull'ottenere buona prova prevale nelle intenzioni del profondo, che anima tutte le spinte e gli interventi del sentire, l'istanza di capire a che scopo si vogliono ottenere i risultati voluti, per rispondere a quale bisogno o aspirazione, dentro quali vincoli, che possono essere di dipendenza, di soggezione e di attesa di essere premiati e ben considerati dal giudizio altrui per esempio. La parte profonda non è cieca, l'inconscio vuole alimentare la presa di coscienza e non la riuscita ad ogni costo. La presa di coscienza vale, è essenziale per costruire il fondamento di una visione che permetta capacità di orientarsi, di trovare in accordo con se stessi la comprensione del vero, di collocare nelle proprie mani la capacità di scegliere e di dirigersi, di autogoverno maturo e saldo. Pare sfavorevole la mancata riuscita dei propositi abituali, la mancata prestazione, ma ciò che più vale, che il profondo fa valere con i suoi interventi nel sentire, è l'esigenza di non procedere ciecamente a testa bassa, di capire, di porre le basi per riconsegnare a se stessi il compito e la facoltà di comprendere, di vedere con i propri occhi cosa è importante e valido e perchè, per avere di conseguenza libertà di perseguire gli scopi da sè riconosciuti e compresi come significativi e appassionanti e non quelli a rimorchio di stime di valore e di giudizi comuni. Fare di se stessi, come spesso accade, uno strumento per ben figurare e per servire le attese o presunte attese altrui di buona prova, per riceverne plauso, conferma e apprezzamento è una cosa, è una scelta dipendente e succube, riservare a se stessi invece la facoltà, in accordo e unità con se stessi, di scoprire e di comprendere significati, aspirazioni originali e ciò che davvero vale, fondandosi su intima esperienza, anzichè desumere significati e traguardi da raggiungere facendoseli dire da altro e riprodurli da bravi scolaretti, è tutt'altra storia. L'interiorità non ha e non asseconda spirito gregario, ma lavora per coinvolgere nella ricerca e nella scoperta del vero, per perseguire conquiste di libertà e di crescita personale vera e non di facciata. Se delude le aspettative è per capacità e per forza d'animo, che possiede, di promuovere consapevolezza, fonte di crescita e leva di conquista di autonomia. Grande è la miopia e il fraintendimento di ritenere che interiormente tutto debba filare per il verso che si vorrebbe, quando è proprio la parte di sè interiore, se rispettata e saputa ascoltare, che può offrire il meglio, l'alimento alla propria realizzazione autentica, non confusa con la buona resa dentro i criteri prevalenti di riuscita e le guide comuni per ottenerla e per darne prova. Da tenere sotto controllo non è la propria interiorità, affinchè non disturbi e si uniformi, ma il proprio procedere e pensare, da vigilare e da verificare con attenzione, perchè non è affatto detto che sappia garantire la miglior realizzazione di se stessi.
martedì 30 dicembre 2025
Ancora sugli attacchi di panico
Riprendo il discorso sugli attacchi di panico, tenendo
conto della frequenza con cui simili esperienze si propongono, anche e non
casualmente in individui giovani. Proverò a dare, tratto da lunga pratica
analitica, qualche ulteriore spunto di riflessione. Chi subisce un attacco di
panico auspica soltanto che non si ripeta, vuole tornare al più presto alla
normalità, al consueto, anche se si sente molto segnato da un'esperienza così
estrema, anzi continuamente si sente in apprensione, sul chi va là per la possibile
ripetizione dell'attacco, eventualità tutt’altro che rara. In realtà
all'attacco di panico non vuole dare retta, non ha come primo interesse quello
di capire cosa significhi, a che scopo si sia prodotta dentro di sè una simile
esperienza. Il fatto che abbia avuto un carattere così sconvolgente, che abbia
investito il corpo in modo così forte e significativo, favorisce l'idea che sia
stato un guasto, un evento anomalo assai temibile, una pericolosa minaccia da
scongiurare e da debellare. Dopo l'attacco o i ripetuti attacchi le indagini
cercate con insistenza sul terreno medico, con esami clinici innumerevoli, con
visite specialistiche varie, con test diagnostici ripetuti, alla ricerca di
disfunzioni e di patologie possibili nel corpo, vorrebbero da un lato
scongiurare l'esistenza di gravi problemi organici e dall'altro soddisfare
l'attesa di scovare cause ben definite e circoscrivibili, utili per riuscire a
ridurre a problema fisico e a dominare in qualche modo, a porre sotto controllo
un'esperienza così inquietante e misteriosa. La lontananza perdurante, anche se
poco o nulla riconosciuta, ancora meno considerata questione importante, dal
proprio intimo e l'incomprensione abituale della propria esperienza interiore,
non aiutano certo chi lo vive a intendere l'attacco di panico non come
espressione di un disordine e di una anomalia, come potrebbe apparire, ma come
esperienza significativa, non nefasta e capace solo di fare danno, ma
propositiva e con un senso e una finalità utile nelle intenzioni del profondo
che la scatena. Va subito detto che chi subisce l’attacco di panico ha di se
stesso l’immagine di un individuo sostanzialmente, per ciò che più vale e su
cui far conto, definito nei confini della sua parte cosiddetta conscia,
pensando il resto che vive, che sperimenta dentro se stesso di emozioni e di
stati d’animo, di sensazioni e di pulsioni come un corteo di svolgimenti
interni, visti in gran parte come risposta automatica e reattiva a stimoli e a
circostanze esterne, considerato nell’insieme come una sorta di realtà
inferiore, fatta di meccanismi, di espressioni involontarie che vanno
possibilmente regolate e tenute a bada, della cui intelligenza e validità come
guida di pensiero e di conoscenza non c’è idea e considerazione. Anzi,
assecondando l’idea comune, facendo rientrare il sentire e l’esperienza intima
nelle espressioni cosiddette irrazionali, assegna loro il limite della scarsa o
nulla affidabilità. Dunque che ci sia nell'intimo, fuori dai confini della
propria parte conscia razionale, una parte
del proprio essere, niente affatto irrilevante, anzi decisiva, che ha capacità
di offrire, come fa continuamente nel corso dell'esperienza, attraverso il
sentire e tutti gli svolgimenti interiori, stimoli e proposte su cui, imparando a ascoltare e a intendere
il linguaggio della propria interiorità, del proprio sentire, si può fare
conto, cui non si può rinunciare per ritrovarsi, per avere terreno valido e
fecondo per orientarsi, per capirsi, è
scoperta di là da venire. Accade così che se qualcosa dentro di sé fa la voce
grossa e ricorre alle maniere forti, questo è l'attacco di panico, per far sì
che si porti l'attenzione e la preoccupazione su di sé e sul proprio stato, non
sullo stato fisico, ma su ben altro attinente il proprio modo di procedere e la
sostanza di ciò che si sta facendo di se stessi, questo non venga inteso, che
invece si pensi solo a un meccanismo in avaria, a qualcosa di rotto, di
anomalo, di cui diffidare, da cui cercare di proteggersi, che ci si convince
rapidamente arrecare solo danni. Il grosso turbamento provocato dall'attacco di
panico, le conseguenti limitazioni imposte al quieto procedere, i freni,
l'intralcio all’andare all’esterno, all’intrattenere le solite attività di
relazione con gli altri per paura di nuovi attacchi, angustiano, sono il motivo
di preoccupazione principale, unito alla nube oscura di disagio e di paura
crescente nello stare in contatto con se stessi. Chi subisce l'attacco di panico tende
abitualmente, come già accennavo, per orientarsi e per capire a affidarsi a
altro che non siano i suoi vissuti, le sue sensazioni vere, a accontentarsi di
ipotesi e di tesi costruite col
ragionamento, in apparenza coerenti e verosimili, a cercare sponda in
idee e comportamenti comuni, vuoi aderendo e conformandosi ad essi, vuoi
provando a differenziarsi, trovando comunque sempre supporto, anche se in
contrapposizione, in altro da sè già concepito, cercando confronto e intesa con
altri piuttosto che con se stesso, con la propria interiorità. Si muove
seguendo un'idea di vita e di autorealizzazione date per chiare e comprese,
prese comunque da fuori e non cercate e maturate dentro se stesso. Segue e
asseconda più l'interesse e l'istanza di stare al passo con altri, di tenere a
bada e di rendersi favorevole lo sguardo e il giudizio altrui, che di cercare
il proprio, di non perdere terreno piuttosto che di fermarsi a capire,
ascoltando e coinvolgendo tutto il proprio essere. Non mette al primo posto,
non concepisce come essenziali e necessarie, né la vicinanza e l'intesa con se
stesso, con la parte intima, profonda di sé, niente affatto riconosciuta come
presenza e parte viva e affidabile di se stesso, né di conseguenza la ricerca
del proprio sguardo fondato sull'ascolto e sulla comprensione attenta del
proprio sentire. Chi subisce l'attacco di panico crede che basti ciò che
racconta a se stesso di sapere di sé e della propria vita, in apparenza
credibile e pertinente, in realtà più raffazzonato e fatto di supposizioni che
compreso in profondità e con rispondenza piena con ciò che sente, che vive
dentro se stesso. Non per tutto il suo essere però conta e basta ciò che vuole
continuare a illudersi di sapere, ciò che continua imperterrito a inseguire, a
fare, a ripetersi in testa. Per una parte di se stesso, quella intima e profonda,
questa maschera di sapere e questa parvenza di vita propria, altra e lontana da
ciò che di vero potrebbe conoscere e da ciò che potrebbe far nascere da sè, non
è certo un bene da difendere a denti stretti. Per il profondo è rilevante e
inaccettabile la condizione di lontananza da se stessi, di separazione e di
sconnessione dal proprio intimo, di rinuncia a cercare risposte vere e fondate
su di sé, a conoscere prima e a far vivere poi il proprio. Insomma, proseguire
come d'abitudine, ritenendolo sufficiente e normale è una cosa, capire e vedere
nitidamente come si sta procedendo, cosa c'è o non c'è di proprio, di scoperto
e generato da sé in ciò che si fa, verificare cosa realmente si conosce di se
stessi, cosa si sta facendo della propria vita, è un'altra. Individui giovani,
che non di rado, come dicevo all'inizio, patiscono attacchi di panico, hanno il
problema di quanto sono equipaggiati o meno di consapevolezza e di sguardo
proprio, di comprensione di ciò che vogliono tradurre e realizzare nel loro futuro.
Il rischio, privi ancora di capacità di incontro e di dialogo con la loro
interiorità, facendo leva per capire, per capirsi solo sul ragionamento, che
lavorando da solo, senza stretto legame e guida del sentire, non dà capacità di
vedere dentro sé, ma solo di ripetere e di rimasticare il già detto e
comunemente concepito, è di farsi portare e di andar dietro a guide esterne, di
uniformarsi a idee e a modelli prevalenti. Il rischio, ignari, sprovvisti di
ciò che da se stessi potrebbero trarre, concepire coerentemente con sè e far
vivere di originale e di sentito, digiuni di conoscenza propria, fondata e
vera, è di mal intendere e di fallire gli scopi della loro vita, di farsi
portare dall'onda comune, di farsi dire dai modelli comuni, dall'esempio dei più,
dal modo prevalente e già ben definito e segnato di concepire la vita, le mete
da raggiungere, ciò che vale, i modi di realizzarsi. Il rischio è di essere
gregari e di pensare e muoversi al seguito di altro già concepito e dai più
sostenuto e praticato, pur con l'illusione di essere attivi e autonomi nel
formare e nel governare le proprie idee, aspirazioni e scelte. E' un rischio di
non trascurabile importanza, è un rischio non certo trascurato dal loro
profondo. E' in gioco il modo di spendere se stessi, il dono e il potenziale
della propria vita. C'è il rischio di portare la propria vita a essere copia di
altro, con l'illusione di perseguire propri scopi e di assecondare proprie
aspirazioni. C'è prima di tutto il rischio di non avere consapevolezza della
necessità di provvedere a costruire e a dotarsi di ciò di cui non si dispone,
che non è certo l’educazione e la formazione plasmata e offerta da fuori a
fornire, guide proprie valide, generate, verificate e ben comprese da sé, a
fondamento della capacità di autogoverno vero della propria vita, della
autonoma capacità di intendere e decidere il proprio futuro. Perciò in persone
giovani, anche molto giovani, l’inconscio interviene per tempo e col massimo
dell'incisività e dell'urgenza, perciò interferisce così potentemente, dando
segnali forti, perentori, capaci di bloccare e di rendere insostenibile
l’abituale corso e modo di procedere che punta tutto all’esterno, che rischia
di rendere ormai scontata la corsa e il percorso da seguire dietro dettami e secondo
guide esterne, segnali che, per la loro potenza e invasività, non vogliono
essere assolutamente ignorati e messi da parte. Ciò che urge è risvegliare la
propria capacità di sguardo riflessivo, di lavoro sulla propria esperienza per
alimentare un processo di maturazione di idee, di sensibilità e di pensiero, un
processo di crescita originale e autonoma, centrato su di sé, altro dai modi
della crescita impartiti e forniti dall’esterno, che danno solo mentalità e
attrezzatura per stare su percorsi già segnati. Serve avviare per tempo questo
processo di crescita personale, in cui è centrale l’ascolto del proprio
sentire, del proprio intimo e profondo, indispensabile per dare sviluppo a
scoperte di significato e di valore proprie, per concepire in autonomia e in
unità di intesa con se stessi, non andando dietro a altre voci e richiami, cosa
realizzare nella propria vita. Se serve aiuto l’aiuto va dato, da chi lo sappia
dare, non per fugare in qualche modo gli attacchi di panico, ma per favorire
questo processo di crescita personale, che manca, che, ben altra dalla crescita
presunta, abbia radice e genesi propria, che dia consapevolezza, determinazione
e passione di aprire percorsi e di sostenere propositi realizzativi propri. E’
questa crescita vera, che possegga forza propria e che prenda il posto della
crescita apparente, fragile e illusoria, guidata e sorretta da altro, di cui si
è disposto sinora, che l’attacco o gli attacchi di panico hanno voluto
sollecitare con forza. Se tutto questo vale per persone giovani, con necessità
di dotarsi di crescita autentica e di strumenti essenziali per il cammino che
li aspetta, non di meno vale per chi di età diversa o pur avanti negli anni,
continua a portare dentro di sè nel profondo del proprio essere la capacità di distinguere il vero dal
fasullo, l'autentico dall'artefatto, il proprio dal simil proprio, assieme alla
determinazione che ha il loro inconscio di dare forte spinta, anche potente
come con gli attacchi di panico, a una verifica sincera e approfondita sul modo impiegato di condursi e
di interpretare la propria vita, a avviare cambiamenti profondi e un processo
di crescita vera finora, al di là delle illusioni, mancato. In presenza di
malessere interiore, seppure nella forma drammatica e sconquassante degli
attacchi di panico, leggere e spiegare tutto in termini di disturbo, di
anomalia di funzionamento, di meccanica conseguenza di sovraccarico di tensione
da cause esterne aiuta solo a non capire nulla, a stravolgere il senso delle
cose. Cercare e ricevere come aiuto sul piano psicologico quello di attrezzarsi
nella difesa dalla paura montante fino al panico e perseguire come scopo il
superamento dell’attacco o degli attacchi per tornare, come fosse il traguardo
più ovvio e desiderabile, allo stato solito e al consueto modo di procedere,
significa non intendere il significato e la finalità di ciò che drammaticamente
è accaduto, che peraltro spesso ha un seguito e che lascia una scia che non si
dissolve. Dentro di noi c'è una parte profonda, ben più interessata, piuttosto
che alla difesa e alla prosecuzione dell'abituale, a cosa di noi stessi siamo
in grado e sapremo realizzare o meno, a quanto siamo vicini e coerenti con noi
stessi, a quanto di idee nostre abbiamo coltivato e generato davvero e non
semplicemente finto di possedere, in realtà ripetendo modi e atteggiamenti,
risposte e valori comuni. Se l'attacco di panico alimenta in modo improvviso e
impetuoso l'allarme sulla prosecuzione della vita, del regolare battito
cardiaco, del respiro, se catapulta nella paura di ciò che imprevedibile
potrebbe accadere, è per far capire che non c'è solidarietà interna, della
propria parte profonda verso l'andare avanti nel modo attuale e abituale, è per
fare toccare con mano lo stato di non unità con se stessi. L'attacco di panico
non è una sciagura o una patologia da vincere, è un potentissimo richiamo da
ascoltare e da capire, da prendere sul serio per il proprio vero bene.
lunedì 29 dicembre 2025
Gestire l'ansia?
Quante volte capita di sentir dire frasi come queste: "vorrei una tecnica per gestire l'ansia" oppure "adesso ho imparato a gestire l'ansia"! Cosa significa gestire l'ansia? Significa tenere a bada, sapere in qualche modo arginare e moderare, non esserne in balia, sapersi difendere da questo sentire così impervio? Casomai per non subirne l'assalto e per non andare in ambascia e in confusione ci si avvale di un lavoro fatto in psicoterapia che all'ansia ha trovato una (presunta) causa o che ha chiarito che è una risposta disfunzionale, senza ragione e scopo, capace solo di fare danno ai propri interessi e intenti realizzativi, frutto di errata visione e percezione della realtà che si sta vivendo, che vanno smontate e corrette, perchè prendano forma un approccio all'esperienza e un sentire congrui, funzionali e sani. Insomma l'ansia, questa voce del proprio sentire rimane ai propri occhi, in ogni caso e senza ombra di dubbio, una anomalia, una pena sgradita, che se non è conseguenza di un danno patito, che se rinvenuto nella memoria del proprio passato ci si è augurati di debellare, è una distorsione da imparare a non assecondare e possibilmente a smontare e raddrizzare, comunque a tenere sotto controllo. Frequentemente i tentativi di porre mano, di dare spiegazione e di dare aggiustamento e rimedio all'ansia lasciano invariata la necessità di tenere attivo il controllo, perchè la componente intima e profonda, che attraverso l'ansia ha voluto dare segnali non raccolti e non intesi nel loro autentico significato e scopo, non smette di certo di far sentire la sua presenza e di rilanciare la sua iniziativa. Insomma l'ansia non cessa di bussare. Il proprio sentire rimane comunque, anche dopo terapia, che sia farmacologica o psicoterapia, sotto vigilanza, anzi sotto diffida. Che questo confermi la separazione e la tenuta a distanza e sotto giudizio delle espressioni della propria vita interiore, che riconfermi la non unità del proprio essere, non sembra costituire un problema. La condizione di sostanziale disunione è considerata normale, concedendo alla parte conscia di avere il ruolo guida preminente, parte a cui, con la sua strumentazione di pensiero razionale e di volontà, soltanto si dà fiducia, su cui si fa conto per capire e per indirizzare il proprio procedere, di cui ci si vuole avvalere per non cadere nella temuta trappola dell'esposizione al proprio sentire, espressione di una parte di sè in subordine, per sua natura considerata non affidabile, irrazionale, perciò da vigilare, soprattutto quando, a proprio giudizio, rischia, con l'ansia che sale, col malessere interiore, di creare ostacolo e danno, di rivelare fragilità da tenere a bada, di sballare gli equilibri. Tutto questo pare accettabile e normale e ha a sostegno idee comuni oltre che argomenti della cosiddetta scienza. A ben vedere non sembra proprio una meraviglia vivere con una parte di se stessi che si continua a tenere sotto controllo, sul cui conto scatta con grande disinvoltura il discredito e il ripudio quando nelle sue proposte, tipo timidezza o insicurezza, è senza appello giudicata manchevole e inadeguata, a cui è concessa in generale solo una fiducia condizionata al suo dare conferma e soddisfacimento alle proprie attese. E' una fiducia condizionata e in bilico, che facilmente, come in presenza di ansia e di altre espressioni di malessere interiore, può saltare, tramutandosi in paura ostile e in necessità di alzare i muri, di mettere in atto difese, tecniche di tamponamento e di gestione, controffensive varie. La stessa psicoterapia, come già accennato, è spesso intesa e di fatto si traduce nel tentativo o di correggere il presunto guasto, casomai, quando voglia presentarsi come introspettiva e analitica, indagando il passato per cercargli una presunta causa in qualche condizionamento negativo, in qualche manchevole o distorto contributo educativo o affettivo, oppure in qualche trauma patito che avrebbe sconvolto l'assetto interno. Insomma c'è sempre da mettere o da rimettere a posto le cose sul conto di una parte di sè, che a proprio giudizio, già quando sensazioni e stati d'animo inattesi e sgraditi si fanno strada, ancor di più quando il malessere ingrossa, sembra solo non funzionare come dovrebbe, fino a manifestare, sempre a proprio giudizio, anomalie più preoccupanti, fonte per sè solo di insidia e di danno, parte di sè che dunque va tenuta sempre a bada. E' ben accetto e ideale per sè questo stato del rapporto con se stessi, con una parte tutt'altro che irrilevante del proprio essere? Se anzichè andare a cercare le distorsioni e i guasti, i malfunzionamenti nel proprio intimo, nel proprio sentire, si cominciasse a vedere, è proprio sotto il proprio naso, che se c'è una distorsione è proprio in questo stato del rapporto con se stessi eretto a norma? E' da confermare e da dare per scontata, all'occorrenza da difendere con le unghie e coi denti, anche con il ricorso a terapie ad hoc farmacologiche e non, o è finalmente da mettere in discussione e tutta da verificare la validità e l'ineluttabilità di questa condizione di forte disunione e di incapacità di accordo e di dialogo, di convivenza armata con la parte di sè intima, così viva e presente nella propria esperienza e di cui in fondo non si conosce nulla, di cui si pensa solo che dovrebbe girare a favore e non compromettere il proprio equilibrio (a ben vedere piuttosto fragile e precario) e il proprio quieto vivere? Se questa condizione, che definire di dissociazione nel proprio essere è più che appropriato, piace e si ritiene vada bene, si prosegua così, ma se comincia, aprendo uno spiraglio di vera riflessione, a apparire ai propri occhi tutt'altro che esaltante e tutt'altro che accettabile, allora il proposito di metterci mano può diventare ben più importante che dotarsi di capacità di gestire l'ansia e di altre tecniche e accorgimenti per tenere in valida efficienza l'armamentario di difesa e di protezione da minacce interne. L'intimo di sè, il proprio mondo interiore, questa parte del proprio essere, non una cosa, non un meccanismo, che si rende continuamente vicina e presente nel sentire, nelle emozioni e negli stati d'animo, nelle spinte che si avvertono, nei sogni, si può finalmente decidere di conoscerlo, anzichè tenerlo a bada. Dove si riconosca di avere necessità e desiderio di conoscerlo, si tratta, senza presunzione di saperne già, di imparare a avvicinarlo, se per fare e sviluppare questo serve aiuto va cercato in chi abbia capacità di darne, per capirne linguaggio, per comprenderne le espressioni e le proposte, ansia inclusa, tutte da scoprire, da riconoscere nel loro insito e vero significato, in ciò che rivelano, mettendosi in ascolto, aprendo lo sguardo, evitando di mettere loro sopra ragionamenti, interpretazioni e spiegazioni, comunque improprie, che non c'entrano nulla. Così facendo questa parte intima e profonda potrebbe rivelarsi essere tutt'altro che parte del proprio essere da tenere in subordine e da vigilare. Senza conoscenza non si può che rimanere fermi nel preconcetto e fare propria la logica della gestione e del controllo sulle espressioni e sulle proposte di una parte vitale del proprio essere, da cui si rischia di continuare a rimanere infelicemente disgiunti e lontani. Conoscere questa parte di sè tutt'altro che insignificante, con cui è innaturale e assurdo tenere in piedi un rapporto, che è un non rapporto, di diffidenza, di controllo e di pregiudizio, è decisivo. Quando si impara a entrarci in rapporto e ci si dà l'occasione di conoscere e di riconoscere in ciò che è per davvero questa parte di se stessi intima e profonda, si può scoprire quanto di prezioso e di utile sa trasmettere e donare a se stessi.
mercoledì 24 dicembre 2025
Il passato
E' convinzione molto diffusa che, per capire esperienze e situazioni interiori difficili di oggi, si debba risalire al passato. Se l'intento, rivolgendo lo sguardo al passato, è di individuare le cause che spieghino il malessere attuale, l'auspicio è, una volta trovate le cause, di potersi liberare di una condizione interiore giudicata senza alcun dubbio anomala e capace solo di procurare danno e impedimento a un sano modo di vivere e di procedere. E' un modo comune e ricorrente di rapportarsi alla crisi e al malessere interiore, che non appartiene solo a chi ne è coinvolto, ma che trova conferma e diventa asse portante di molte esperienze di psicoterapia. Di fatto la ricerca che, distraendosi rapidamente dall'ascolto del sentire vivo di oggi, si rivolge al passato per cercare le presunte cause del malessere attuale, segna una fuga dall'incontro col presente della propria vicenda interiore, segno dell'incapacità di entrare in rapporto con la propria interiorità, che, dentro e attraverso il sentire disagevole e sofferto, dice, comunica e avanza oggi proposte. Sono proposte utili e importanti, che, girando lo sguardo altrove sul passato, persuasi che il malessere sia solo una situazione negativa e nociva di cui liberarsi, non sono raccolte e comprese. C'è una domanda che però va posta. Esiste un nesso, un legame significativo tra la vicenda interiore di oggi e quanto è stato vissuto e si è reso percettibile, a volte acutamente, in momenti e in passaggi precedenti della propria esperienza, della propria storia interiore? Certamente gli svolgimenti interiori del presente sono in continuità e in relazione significativa con il cammino fino a oggi compiuto. Il passato, il proprio passato, cui in genere si vuole attribuire un peso determinante per capire se stessi e le problematiche attuali, se lo si vuole davvero comprendere e valorizzare, va però recuperato e riscoperto correttamente, togliendo di mezzo qualsiasi predisposizione a cercare ciò che confermi le proprie aspettative e tesi di partenza, evitando perciò di fare del proprio passato, come spesso capita, una selezione ad arte di fatti, di episodi ritenuti traumatici, di incidenti e di condizionamenti subiti, dove la parte decisiva e la responsabilità determinante è consegnata alla famiglia, all'ambiente, all'educazione e simili. E' viceversa importante riscoprire il proprio passato con occhio sgombro da preconcetto, come un cammino in cui, anche nei passaggi più ardui, non si è mai stati semplici oggetti passivi. Se si vuole del passato recuperare e rispettare il vero, se cè interesse, non a far quadrare tesi preconcette, ma a conoscersi, si può vedere come nel succedersi delle vicende personali, ci sono stati al centro dell'esperienza che si va a rivisitare momenti e passaggi interiori anche complessi di cui si è stati intimamente parte attiva e protagonisti, che, già a volte nella elaborazione immediata e poi soprattutto nel ricordo, sono stati spesso appiattiti, offuscati o del tutto ignorati. Si tende infatti nelle ricostruzioni, nelle rivisitazioni del passato a mettere in primo piano il peso dei fattori esterni, trascurando invece la riscoperta del filo interno di vissuti, di stati d'animo, di spinte, di risposte intime, che dell'esperienza sono state invece il nucleo centrale, l'anima, la parte essenziale. La vera storia personale non è primariamente fatta o riducibile a quel che gli altri hanno fatto nei propri confronti e condizionato, ipotizzando tra l'azione del fuori e le risposte del proprio dentro una semplice relazione automatica e meccanica di causa e effetto, ma è da ritrovarsi in quel che, passo dopo passo, è successo interiormente, dove tutto si è svolto in modo ben più autonomo, originale e complesso. In quegli svolgimenti interiori infatti il proprio profondo si è reso presente, ha ripetutamente preso iniziativa e attraverso il sentire ha dato segnali, indicazioni per evidenziare, per rendere riconoscibile nell'esperienza in corso prima di tutto la parte riguardante e spettante a se stessi, ciò che si è espresso, che si è fatto, mettendo al centro e promuovendo la conoscenza di se stessi. Lo stesso rapporto con la realtà esterna, con gli altri non è stato fotografia e assorbimento neutro, ma sguardo colpito da, che evidenziava aspetti particolari, capace dunque sotto la guida e in unità col proprio intimo e profondo, di riconoscere espressioni e modalità tutt'altro che estranee o fuori dall'orbita della propria ricerca di significati, della propria necessità di riflessione su se stessi, sulla propria vita. Il proprio inconscio ha assunto e svolto fin dall'inizio, fin dai primi passi della propria vita, la funzione di formare, di stimolare, di orientare la formazione e lo sviluppo del proprio pensiero. Ben lungi dall'essere stati da piccoli soltanto presenza passiva e sostanzialmente dipendente nella propria formazione e sviluppo dai contributi esterni, dall'educazione, dagli apporti e dall'influenza dell'ambiente familiare e circostante, si è resa presente nella propria esperienza fin dagli albori della propria vita la mano e l'influenza della propria parte intima e profonda, al lavoro nel dare nel sentire spinte e spunti, tutt'altro che immaturi e ingenui, nel dare indirizzo originale e autonomo alla propria formazione, contributo ben vivo anche se via via oscurato, col passare degli anni sempre meno riconosciuto, valorizzato e compreso. Tornare al passato, come può capitare anche nel corso dell'esperienza analitica e non per partito preso, al centro è la vicenda interiore presente, ma perchè c'è un rimando al passato dentro i sogni o dentro gli sviluppi del dialogo interiore attuale, può offrire l'occasione di recuperare un bagaglio di esperienza intima e di conoscenza che possono risultare preziose, a condizione di non compiere saccheggi mettendo in campo letture parziali e preconcette, letture che riconoscono solo ciò che torna comodo vedere e che dà conforto ai propri pregiudizi. Nei diversi momenti del proprio cammino di vita l'inconscio, attraverso i vissuti che ha generato, ha incoraggiato e sostenuto l'impegno e la capacità di lettura autonoma dell'esperienza, la scoperta o l'intuizione di significati importanti, ha stimolato l'insorgere di interrogativi, ha reso acutamente riconoscibili nel vissuto i contrasti, il proprio modo di trattarli e di dare risposta, non ha mai messo in secondo piano il proprio personale modo di vivere e di partecipare agli eventi, ai momenti della propria esperienza, ha sempre messo in luce la propria responsabilità e ciò che dentro l'esperienza era importante riconoscere e capire di se stessi. Non c'è un passato in cui si sia stati semplicemente materia plasmata e, in un modo o nell'altro, la conseguenza e la risultante, le "vittime" di quanto fatto da altri e determinato da circostanze e da fattori esterni. C'è un passato, quello vero e integralmente ritrovato, dove, pur non indifferenti alle influenze esterne, pur interiorizzando modi di vedere e di reagire presenti nell'esempio altrui e nell'educazione, il filo interno delle vicende e dei passaggi interiori, carichi di significato e di implicazioni importanti, con al centro se stessi, con se stessi in posizione non inerte nel modo di cogliere i significati, è sempre stato interiormente in primo piano. E' una convinzione comune, è un luogo comune che la propria formazione sia dipesa solo e consegnata per intero all'ambiente, principalmente a quello prossimo di genitori e di chi dava impronta al proprio modo di intendere e di crescere. Ebbene dall'interno, da dentro se stessi non è mai stata inerte o assente la spinta a formare il proprio sguardo, la propria visione delle cose, la propria capacità di pensiero, da dentro è sempre stata presente l'iniziativa della parte profonda del proprio essere, che attraverso sensazioni, stati d'animo, intuizioni di significato ha sempre mosso e retto le fila di una ricerca autonoma, non adesa a ciò che gli altri e l'ambiente suggerivano o inculcavano. Non va poi dimenticato che i sogni non hanno certo fatto mancare la loro presenza, sogni che non sono e non sono mai stati produzioni banali, ma finissime proposte di presa di coscienza, di apertura di sguardo per conoscersi, per conoscere, per cominciare a prendere visione dei nodi importanti della propria vita. Ciò che l'esperienza interiore nel passato come nel presente è stata e è capace di dire è ben diverso da ciò che spesso si tende a raccontarsi e a spiegare, è ben altro rispetto a certe letture dell'esperienza, niente affatto rare, che cercano cause e spiegazioni, chiamando in causa principalmente altri e l'esterno, appiattendo e disconoscendo tutta la ricchezza della propria vita interiore. Quelle che si operano più di frequente sono ricostruzioni del proprio passato condizionate, viziate dalla necessità di trovare una causa, che dunque alterano per posizione preconcetta e deviano dalla ricerca del vero, sono ricostruzioni povere e che impoveriscono, che non aiutano a ritrovare davvero se stessi. In psicoterapia queste ricostruzioni e indagini sul passato danno soddisfazione alla necessità dello psicoterapeuta di produrre un risultato e a quella complementare della persona di liberarsi di un carico interiore da subito inteso come pena che malamente l'affliggerebbe, come stortura effetto di cause e di condizionamenti o di traumi subiti che avrebbero prodotto il danno. Ciò che è racchiuso e di cui è testimone il proprio passato, se avvicinato senza preconcetto e interesse precostituito a procurarsi il presunto beneficio di trovare la presunta causa, ciò che avrebbe segnato e messo le radici del malessere interiore prolungato all'oggi, ma guidati da sincero desiderio di conoscersi anche nelle vicende passate conduce a ben altro che a operazioni di conferma di un teorema di partenza, quello del presunto danno psicologico subito. Il corso dei vissuti, degli accadimenti interiori, ciò che si è mosso e che si muove sulla scena intima e che nel racconto abituale, che mette sempre al centro ciò che agisce e condiziona da fuori, è trascurato, distorto e appiattito, in realtà è ben altro nella sua genesi e nei suoi svolgimenti, nei suoi significati e nella ricchezza di contenuto. Ciò che accade nella vicenda interiore, che accompagna che sottende i fatti, gli eventi dell'esperienza, che è il risvolto più interessante e fondamentale per capire, per conoscersi, vede la presenza del proprio intimo e profondo, niente affatto oggetto passivo condizionato e modellato dall'agire esterno, bensì capace di dare spunti, di dare base di ricerca di verità. Tutto ciò che prende forma nell'intimo del sentire è regolato e mosso dal nostro profondo, che in ogni momento vuole mettere in primo piano in ciò che ci accade ciò che ci spetta, che ci coinvolge, spingendoci a cogliere significati anche di notevole profondità, per non lasciarci inconsapevoli e sprovveduti. Nella complessità del sentire, che fin da piccoli accompagna la propria esperienza, riconosciuto e rispettato nella sua integrità e completezza, come possono essere rintracciati i segni di spinte, di risposte interiori originali, di intuizioni capaci di portare il proprio sguardo al di là o in disaccordo con le idee e con la logica dell'ambiente circostante, così non sono taciute la tendenza a scansare e a scaricare interrogativi e difficoltà, a porsi al riparo da tensioni conflittuali, a muoversi nell'adattamento e nell'adesione a ciò che è prevalente e comune, la tendenza a cercare scorciatoie e soluzioni a portata di mano e conformi all'esempio dei più, evitando incognite e carichi personali più gravosi e incerti, seppure per scopi più sentiti e autentici. La parte profonda del nostro essere, l'inconscio ha sempre fin dal principio del nostro cammino di vita reso tangibile la sua presenza, non ha mai mancato di dare stimoli e spunti per capire, per approfondire, per metterci allo specchio, per conoscerci nel vero, per capire per tempo questioni centrali, per non esserne ignari, non ha mai trascurato di stimolare la nostra potenzialità di prendere consapevolezza, di crescere in autonomia di pensiero e in fedeltà a noi stessi. L'infanzia non è un tempo di soli giochi, di assenza di responsabilità e spensieratezza, non di rado si affaccia la percezione di questioni importanti, si fanno strada inquietudini non insignificanti. I sogni stessi sono esperienza che fin dai primi passi della propria vita accompagna il cammino personale. L'inconscio interviene e è promotore non dell'adattamento, della presa dipendente da altro che guidi e orienti, che dia risposte e indichi traguardi, che definisca ciò che vale e in cosa si è riconosciuti come di valore, l'inconscio viceversa dà continui spunti e richiami per aprire gli occhi, per trovare da sè risposte, per crescere in autonomia di sguardo e di ricerca. Mi è capitato in alcune occasioni con individui adulti, durante il percorso analitico, di riavvicinare sogni da loro fatti in età infantile, anche molto indietro nel tempo. Motivo di una simile ricerca il rimando presente in sogni fatti oggi a quei sogni remoti. Ebbene quei sogni dell'infanzia già delineavano temi e nodi diventati nel presente cruciali e oggetto di riflessione più avanzata e di ricerca. L'inconscio è presente da sempre nella vita di ognuno e fin dai primi passi fa sentire la sua voce sia nei sogni, sia contrappuntando l'esperienza in ogni momento con vissuti, con stati d'animo, con emozioni, con l'articolarsi di momenti interiori utili per capire i punti decisivi e veri, per alimentare il confronto e il dialogo con se stessi, per cominciare a attrezzarsi di consapevolezza utile e necessaria per cercare la propria strada, per non subire la regola comune e per non appiattirsi sulle concezioni prevalenti. Se è accaduto che in parte questi momenti interiori, perché incisivi e forti, siano stati sentiti cruciali, riconoscendo se stessi soggetti e parte in gioco saliente e decisiva nell'esperienza, non meno delle azioni dell'ambiente, è però successo anche che via via ci si allontanasse dalla vicenda intima per stare sempre più nelle secche del ragionare e del fare, dando primato e prevalente attenzione a circostanze e a condizioni esterne, all'agire piuttosto che al sentire, con gli occhi tutti puntati fuori, fino a abituarsi a considerare decisivo ogni fattore esterno, fino a definire realtà solo quell'insieme e quello scenario esterni. Ho svolto questa lunga riflessione, insistita e persino ripetitiva sui punti cruciali, per far capire che, se il passato personale ha valore, lo ha se riconosciuto nella sua vera natura di cammino interiore, unico e originale e non, come nelle ricostruzioni parziali e sostanzialmente infedeli, come racconto fatto soprattutto o soltanto di condizionamenti, di influenze esterne, di reazioni quasi automatiche e condizionate dall'agire di qualcosa di esterno e altrui, di semplice interiorizzazione di modi e di atteggiamenti assorbiti da figure influenti, cancellando o minimizzando tutto l'intimo della propria esperienza. Compiere questa semplificazione e riduzione del proprio a conseguenza dell'agire altrui e di altrui responsabilità è un'operazione di comodo, che libera se stessi da ogni carico e responsabilità nell'accertare e trovare il vero, nel riconoscersi soggetti del proprio destino, delle proprie scelte. Tanto è comoda questa modalità di trattare la propria esperienza, che enfatizzando il peso e l'incidenza di fattori esterni, oscura e non riconosce il primato di ciò che spetta a sé e che è rintracciabile nella propria esperienza interiore, quanto è deleteria per il proprio interesse di recuperare la propria visione delle cose e tutto il proprio potenziale di scoperte e di crescita. Se ci si priva del rapporto col proprio materiale vivo di esperienza, da cui può nascere conoscenza, autonomia e forza di pensiero, capacità di cambiamento, ne consegue che più facilmente e tenacemente ci si lega a altro e a altri in modo dipendente, ci si rifà a idee e modelli comuni e ci si fa portare, anche quando si insista nel contestarli, nel ribellarsi e contrapporsi. La modalità di ridurre tutto a responsabilità, a colpe o a potere di condizionamento di altro e di altri, applicata con più agio al passato, dove le "ricostruzioni" che appiattiscono il proprio e lo riducono a conseguenza d'altro, sono più facili, agevolate dalla distanza temporale che separa dagli accadimenti, è comunque ricorrente anche nel rapporto con l'esperienza attuale. Urge dunque imparare a leggere la propria esperienza, dando riconoscimento e aprendo riflessione su ciò che interiormente si prova, perché è lì che c'è il vero e tutto il potenziale che porta a capirsi, senza semplificazioni e omissioni, a trovare sintonia con se stessi e possibilità di ritrovarsi, di sviluppare il proprio originale pensiero, di crescere in autonomia e in fedeltà a se stessi. Se si lavora sul presente è più efficace questa ricerca, perché tutto dell'esperienza vissuta, del sentire, in tutte le sue espressioni e movimenti, capaci di aprire alla comprensione del vero, è vicino, è vivo e attuale. In ogni caso anche dove ci si aprisse al confronto con momenti e esperienze del proprio passato, è importante rispettare la stessa esigenza di mettere in primo piano e fedelmente ciò che interiormente si è vissuto, per non manipolare la propria storia, per non appiattirla, rendendola sì utile allo scarico di ogni personale responsabilità, alla costruzione di teoremi liberatori attorno al perché dei propri problemi e difficoltà, ma nello stesso tempo svuotandola e privandosi di ciò che potrebbe arricchire, nutrire la conoscenza di se stessi. Il presente, ciò che oggi la propria interiorità sta proponendo e promuovendo è il cuore della ricerca a cui rivolgersi prima di tutto, ma c'è un che di unitario, un filo che unisce il presente e ciò che sta nascendo col passato, col proprio passato. Il cammino, passato e presente, se visto e compreso dall'interno e col contributo fondamentale del profondo, è il proprio cammino, lo è e lo è sempre stato fin dai primi passi.
sabato 20 dicembre 2025
Gli attacchi di panico, qualche spunto di riflessione
L'attacco di panico è la soluzione estrema, l'arma più
potente e incisiva che l'inconscio sa impiegare. Non per fare danno, non
sconsideratamente, non per dissestare e basta, l’inconscio interviene per
perseguire uno scopo, per dare forma, pur drammaticamente, a uno scenario
nuovo, per far intendere subito, per intima e sconvolgente esperienza, qualcosa
di importante, anzi di fondamentale. Le iniziative dell'inconscio sono sempre
profondamente pensate e concepite, sensatamente e intelligentemente finalizzate.
Capita infatti che la lontananza da sé, che il mancato riconoscimento di ciò
che l’intimo di sé sa e vuole dire, essenziale per la conoscenza del vero e
dell’autentico di se stessi, interiormente non passino inosservate e che non
vengano accettate nel proprio profondo. Ciò che si dava per scontato, che
l'interiorità seguisse e assecondasse, che fosse garantito il sostegno vitale e
la continuità al procedere abituale tutto proteso all’esterno, a seguirne i
tempi, le attese e le pretese, a coglierne le apparenti opportunità, è
improvvisamente messo in forse. Capita che l'inconscio prenda decisa iniziativa
e sopravvento, che dia modo con l’attacco di panico di sperimentare nella forma
della vertigine emotiva, del senso di totale smarrimento e di angosciosa
fragilità, fino alla paura che tutto si spezzi, che gli organi e le funzioni
vitali cessino di funzionare, fino all'angoscia di morire, che la vita, in
quella forma abituale e conosciuta, data per scontata e così tenacemente difesa
dalla parte conscia, non è affatto dalla parte più intima e vitale
concordemente sostenuta, fino a essere drammaticamente percepita come a rischio
di non esserne garantita. Non solo, ma in quel momento di stacco, via via più
drastico e impetuoso, dalla continuità del fare e del procedere abituale,
l'inconscio fa sperimentare cosa significhi, per chi non abbia cercato legame
con se stesso, con la propria interiorità, essere improvvisamente strappati via
e distolti da tutto, soli, in presenza di sé soltanto, legati al proprio intimo
soltanto. Abituati a stare attaccati ad altro e a farsi tutt'uno con altro,
quasi a negare la percezione di sé, abituati a disperdersi nel fare, a rinviare
sine die la sosta, il momento del fermarsi in aderenza e in ascolto sincero e
attento della propria interiorità, ecco che nel momento dell'improvviso e
inaspettato stacco dal fuori e dell'affaccio sul dentro, si è colti da allarme
e da sorpresa, totalmente smarriti, sgomenti. La vita, l’incontro con la vita,
questo è il potente richiamo dell’inconscio, è dentro se stessi, nel legame e
nello scambio col proprio intimo, lì la radice, lì la scoperta del senso, lì la
matrice del pensiero e dell’esistenza, lì la base, la radice viva e vitale del
proprio essere. Lì e non nel fare e nel ragionare disgiunti dal sentire e dal
corso della propria esperienza interiore, non nel tenersi in simbiosi con
altro, come se ci fosse in quel legame e in quella presa sul fuori l’unica
possibilità di tenersi legati alla vita, a ciò che si considera reale, come se,
senza la continuità di quel legame e di quella presa, ci fosse solo il rischio
di perdere terreno e senso di presenza, di perdere le opportunità che contano,
di perdere e di perdersi. Questo dell'essere catapultati improvvisamente
nell'intimo delle proprie sensazioni, del veder costretto il proprio sguardo
verso il dentro di sé, del sentire bruscamente incatenate la preoccupazione e
l'apprensione a sé e al proprio stare in vita, è l'esperienza, lo scenario
nuovo che si spalanca nell'attacco di panico. La propria interiorità, da gran
tempo trascinata nel fare, nell'inseguire, nel pensare senza aderenza al
proprio sentire vero, da gran tempo sottovalutata, resa nelle intenzioni docile
e conciliante, muta all'occorrenza, dà all'improvviso (ma non tanto, perché
precedenti segnali a starci attenti ce ne sono stati a bizzeffe) segnali
vigorosi, impone i tempi, detta i contenuti dell'esperienza. Sensazioni
sconquassanti di smarrimento, di pericolo, di insicurezza totali, impetuose. Sembrerebbero
maligne, così oscure, terribili, travolgenti. Anche se la presa dell'inconscio
è così decisa e quasi brutale, tutte queste improvvise e impetuose sensazioni e
tutto il drammatico inaspettato corso d'esperienza vogliono spingere a vedere,
a prendere coscienza di ciò che si è nell'incontro con se stessi: smarriti,
perché mai abituati a cercarsi, sempre inclini a evadere, a stare fuori e
"assenti". I temutissimi attacchi di panico vogliono, nelle
intenzioni dell'inconscio, marcare con forza una frattura, una discontinuità
decisa nel corso dell’esperienza, nella modalità consueta di procedere, che non
le consenta di proseguire intatta, sia attraverso il cataclisma dell'attacco,
sia con la scia di fortissima insicurezza e di non facilmente cancellabile
turbamento che in seguito permane. Potrebbero, se raccolto e ben inteso il
potente richiamo, essere gli attacchi di panico davvero l'inizio di una svolta
nella direzione della riscoperta di sé, partendo dal proposito nuovo di
avvicinarsi a sé, dalla presa di coscienza dell'importanza di non essere stranieri
dentro se stessi, altro da se stessi, coinquilini di un essere, il proprio
essere, che non si conosce, con cui si rischia di convivere fino alla fine
senza incontro, senza ascolto e senza scoperta, senza trarne, della propria
esistenza, le ragioni vere, i quesiti e le potenzialità. Un inizio quello
voluto dal profondo, una spinta potente rivolta a chi ne è colpito, perché
riconosca la necessità e l'urgenza di imprimere una svolta decisa alla sua
esistenza, mettendo al centro la ricerca e la costruzione di un rapporto con se
stesso, con quella parte di sé finora ignorata, sminuita e trattata da
appendice subalterna. Ci si potrebbe chiedere se il modo, che pare così
tremendo e devastante, di intervenire dell’inconscio non sia eccessivo,
sconsiderato. In realtà non c’è nulla di esagerato e fuori misura. Se
l'inconscio non agisse all'occorrenza con tale fermezza, durezza e asprezza nel
dire all'individuo della sua lontananza e non familiarità con se stesso, della
sua mancanza di contatto e di radice dentro sé, della sua sostanziale
inconsistenza, così estraneo a ciò che solamente può dargli la scoperta del
vero e dell’autentico di se stesso, avrebbe qualche possibilità di
interromperne la marcia solita e l'inerzia del pensiero, di coinvolgerlo e di
farsi ascoltare? Intendiamoci, la risposta più comune all'attacco di panico è
di considerarlo un evento abnorme, anomalo, uno sciagurato impedimento alla
prosecuzione solita, un turbamento così forte da essere sciaguratamente capace
di compromette il procedere e la fiducia che si riteneva di possedere, una
iattura che pare intralciare la possibilità di insistere nel modo di vivere
solito, nell'attaccamento a abitudini, a cose, al fare. Tanta offerta di cura è
proprio rivolta a trattare simili esperienze come disturbo e patologia da
sanare e correggere, con farmaci o con consigli, prescrizioni, esercizi volti a
controllare e a superare paure considerate irrazionali. Pare un modo saggio,
benevolo di intervenire, desiderosi come si è di procurarsi sollievo e riparo da
una minaccia così temuta, pare affidabile visto che una simile cura è
largamente sostenuta da figure cui si concede di essere interpreti di un sapere
scientifico. Se c’è un tentativo di spiegazione del perché dell’attacco di
panico lo sguardo si dirige subito all’esterno a cercare possibili cause in
sovraccarichi di tensione, nel cosiddetto stress, parolina magica che tutto
pare dire e che in realtà non svela un bel niente. L'ignoranza del significato
degli eventi interiori non ha limiti e confini. Capita però che ci sia chi
riconosce nell'esperienza degli attacchi di panico e nel seguito di turbamento
e di insicurezza che lasciano, un segnale importante, che avverte la necessità
di una comprensione attenta delle ragioni di un’esperienza così toccante, che
sceglie non di mettere un tampone, ma di essere aiutato a capire come e perché
dentro la propria vita e proprio dentro se stesso in uno spazio così intimo e
vitale avvenga uno scossone così tremendo. C’è chi sceglie di aprire una
riflessione approfondita, c’è chi cerca aiuto per avvicinarsi a sé per
conoscersi in modo aperto e approfondito. Ho visto iniziare esperienze
analitiche su queste basi e premesse. In questi casi l'inconscio, come era stato perentorio e
drastico nel segnare, attraverso gli attacchi di panico, una frattura
drammatica rispetto al solito procedere (frattura segnata dagli attacchi e dal
seguito di forte allarme e apprensione che avevano lasciato), così e con
altrettanta forza di partecipazione e di presenza è stato pronto a dare, fin
dall'inizio del cammino analitico, attraverso i sogni, indicazioni lucidissime
sui nodi da sciogliere, sulle ragioni alla base di quel richiamo potentissimo
esercitato con gli attacchi, garantendo
guida sicura sul percorso da seguire, sulle scoperte da fare, sul lavoro
necessario per ridare finalmente a chi è stato investito da richiami così
potenti consapevolezza vera, vicinanza e unità con se stesso, conoscenza lucida
e approfondita di sé e di ciò che intimamente e originalmente gli apparteneva.
Se prima c'era solo la rincorsa di un che di normale e di paragonabile agli
altri, di concepito e di tenuto in ordine col ragionamento, che spesso e in
genere non sa vedere, ma solo organizzare e imitare, dopo la brusca
interferenza del profondo, che ha costretto chi l’ha subita a prendersi cura di
sé, a spostare l'attenzione su di sé, è potuto iniziare un nuovo cammino e un
divenire, del tutto inattesi e inconcepibili prima, ma possibili, ma necessari
per dare finalmente contenuto e prospettiva valida e originalmente propria alla
propria vita. Se all'inizio, sotto le bordate del profondo, era parso a chi ne
era investito che la propria salvezza stesse unicamente nel far cessare
quell'assalto, nella riconquista della libertà di proseguire indisturbato nei
modi soliti e verso le mete conosciute, dopo, a confronto aperto e
approfondito, gli è risultato via via sempre più chiaro che ciò che aveva a
disposizione prima della crisi e che tanto aveva cercato di difendere era poca
cosa e impersonale, impropria, che tanto
e tutto di sé gli mancava, che un cambiamento radicale, a partire dal capire
ciò che di sé stava facendo, si era reso non solo utile, ma necessario, pena il
rischio di non vivere, di non far vivere se stesso. Posso solo aggiungere che
chi, dando risposta al forte richiamo dell’inconscio, ha messo in atto il
percorso di avvicinamento a se stesso, ha visto cessare gli attacchi di panico,
essendo venuta meno la loro ragione d’essere, avendo raggiunto il loro scopo.
sabato 6 dicembre 2025
La sofferenza interiore
Ripropongo oggi questo mio scritto di alcuni anni
fa, con qualche integrazione. Accade
spesso che chi vive un'esperienza di malessere, di sofferenza interiore si
rapporti a questa con allarme misto a fastidio e a insofferenza, dando per
certo che ciò che sta vivendo gli sia soltanto sfavorevole o nemico. La
richiesta e l'auspicio sono in genere di ripristinare al più presto la
condizione precedente la crisi, di dissolvere quella realtà interna così difficile
e temuta, di sostituirla con una giudicata più vivibile, affidabile e
"positiva". L'esperienza interiore dolorosa viene di fatto
allontanata da sè come peste e trattata come cosa, grossolanamente equiparata
ad altre appartenenti e sperimentate da altri e come tale volentieri catalogata
e infilata, con il suggerimento e con la benedizione di qualche terapeuta, in
una casella diagnostica o pseudo tale. Tutto diventa allora uguale (ansia,
panico, depressione, fobia ecc. ecc.), un dato oggettivo amorfo e impersonale,
che non significa e che non rivela più nulla di se stessi, che non dice,
cui non si fa dire se non di essere un disturbo, un eccesso, una distorsione,
una patologia, da mettere a tacere, da liquidare possibilmente. In realtà l'esperienza interiore disagevole e sofferta, che chi ne fa esperienza teme e ripudia, cui cerca di opporre un antidoto o un rimedio, non
importa quale, dal tentativo di non darle peso e di distrarsi fino a quello di
provare a metterla a tacere con gli psicofarmaci, pur di ingabbiarla e di
liberarsene, è parte viva del suo sentire, non assimilabile affatto a ciò che
altri sperimenta, come ci fosse una cosa, ansia o depressione o altro, che come
guasto o cosa rotta, si ripropone sempre uguale in tutti. Ben lungi
dall'essere una anomalia o un disturbo, la sofferenza interiore è una voce,
è prima di tutto intima esperienza, tentativo di prendere, pur con fatica e con
travaglio, visione e consapevolezza di qualcosa di importante e, se
attentamente ascoltata, se ben intesa e compresa, si rivela essere tutt'altro
che ostile e deleteria. E' viceversa guida affidabile e sicura per capire, per
capirsi, sempre che lo si voglia, che non si preferisca invece chiudere gli occhi, rimanere lontani da sè e dal vero, da ciò che urge conoscere per non procedere all'oscuro. Imparare ad ascoltare e a comprendere il proprio sentire, fin nelle
sue pieghe più tormentate o "strane", essere aiutati a confrontarsi e
a dialogare con la propria interiorità, a capirla nel suo linguaggio
vivo, è conquista molto importante, anzi decisiva per chi vive una simile esperienza, tutt'altro nelle sue ragioni e nel suo scopo che assurda e senza senso, tutt'altro che una patologia o una abnormità, che può fare solo danno. Questa la vera "cura". Solo questo incontro col
proprio sentire, accolto senza preclusioni e senza pregiudizi in tutte le sue espressioni e non
l'opposizione preconcetta al dolore, può infatti avvicinare a sè e far superare la frattura che divide da se stessi, può sanare la dissociazione,
il disaccordo tra ciò che si pensa e che si vuole perseguire e ciò che si vive interiormente. Solo la
conquista della capacità di ascolto e di dialogo con la propria interiorità può
rendere chi è coinvolto nella sofferenza interiore consapevole ed arricchirlo di qualcosa di intimamente vero, che urge,
che la sua crisi interiore ha aperto e sta rilanciando con forza, che non può,
che la parte intima e profonda del suo essere vuole che non sia ignorato o trascurato. Se quel sentire disturba, forse
disturba in primo luogo il quieto e programmato procedere, dove il conducente
spesso è incurante, non senza rischi, di sapere cosa realmente sta facendo di
se stesso, verso che cosa si sta spingendo. Prima di squalificare e di porsi in
modo ostile contro il proprio sentire, sarebbe bene essere molto cauti. Non c'è
nulla di ciò che sperimentiamo interiormente, che possa essere considerato
sbagliato, che, se ascoltato e compreso si riveli davvero anomalo, eccessivo o
più semplicemente assurdo o inopportuno e ancor meno che mostri di
essere nemico o sfavorevole. Semmai può esserci dissonanza e disaccordo
tra ciò che in superficie si vorrebbe credere di se stessi e ciò che nel
proprio profondo è riconosciuto come vero, tra ciò che si vorrebbe, spesso
ottusamente, confermare e mantenere uguale e ciò che si sente intima, profonda
e vitale necessità di riconoscere nel suo significato vero, tra ciò che rigidamente si vuole accreditare e mantenere di se stessi e ciò che più intimamente si riconosce necessario e importante trasformare e di nuovo, più corrispondente a sè, far nascere e vivere, costruire. Per chi è investito dalla sofferenza interiore, il vero problema non sta in
ciò che vissuto interiormente non andrebbe per il verso giusto e normale e che
perciò andrebbe tolto di mezzo o risanato, ma è viceversa nella sua chiusura,
nella diffidenza e nel pregiudizio negativo verso tutto ciò che interiormente
gli risulta sofferto e scomodo. Questa risposta alla sofferenza
interiore è omogenea e tutt'uno con l'atteggiamento più diffuso e con
l'opinione prevalente tra le persone circa l'intollerabilità e la nocività di
ciò che è interiormente doloroso e disagevole, con l'idea che, in presenza di
un sentire sofferto, vada prima di tutto e in fretta cercato il rimedio
rispetto alla comprensione e alla presa di coscienza di ciò che l'esperienza
interiore sta cercando di condurre a capire. E' l'idea incoraggiata e
confermata anche dall'offerta curativa, che in non piccola parte punta proprio
a trattare come anomalo e disfunzionale ciò che interiormente risulta doloroso,
insolito e discorde con il quieto vivere e procedere abituale, con l'idea
comune di normalità. La capacità di entrare in rapporto con le emozioni, col
sentire, con le esperienze interiori è spesso negli individui mancante o è
presente in una forma distorta. La distorsione è nell'approccio razionale, che
vede la pretesa dell'individuo di chiarire dall'alto le sue esperienze, le sue vicende
interiori con lo strumento del ragionamento, che presume di essere lucido e
affidabile, ma che, visto con occhio attento, non fa che rimescolare e
riversare sul conto dell'esperienza e dei vissuti cose già pensate, che
difendere, più di quanto si sia disposti ad ammettere, personali
interessi e convinzioni di comodo, oltre che avvalersi di schemi e di
attribuzioni di significato preconfezionate e di uso comune. Con questa
modalità di pensiero si è spesso abituati a trattare ciò che accade interiormente
come un oggetto da spiegare e da interpretare, anzichè come esperienza viva e
voce da ascoltare, da cui farsi dire e guidare a aprire gli occhi, a capire. Il
malessere interiore vuole indurre a soffermarsi su di sè, a prendere visione
del proprio modo di procedere, a cogliere lo stato del rapporto, spesso della
lontananza dal proprio intimo sentire, dalla propria vita interiore, senza il
cui apporto non c'è possibilità di orientamento e di visione propria e fondata.
L'approccio razionale intrecciato e ben stretto alla preoccupazione di portarsi
velocemente fuori dal malessere interiore, tutt'uno con l'idea che vada tolta una minaccia e un ostacolo al proprio vivere e procedere considerati fuori discussione validi e da salvaguardare, spinge molti a sviluppare tesi circa
l'origine della sofferenza interiore, da subito intesa come pena e danno di cui
si sarebbe vittime, causati da qualcosa di sfavorevole in atto o accaduto nella
propria vita. E' soluzione molto frequente e cara non solo a chi patisce
sofferenza interiore, ma anche a chi se ne prende cura, far risalire il
malessere a presunte cause, attuali o preferibilmente remote, di traumi patiti,
di carenze o di condizionamenti sfavorevoli subiti, che avrebbero lasciato
segno e alterato il personale modo di sentire e di reagire. Il sentire attuale,
la sofferta esperienza interiore non sono di fatto accolti e ascoltati in ciò
che intelligentemente e provvidenzialmente vogliono comunicare e condurre a
capire di se stessi, non sono compresi nel loro intento di evidenziare nodi
decisivi da affrontare, di mettere in primo piano la conoscenza di se stessi,
del proprio modo di procedere. Non se ne comprende il senso, ci si tiene ben lontani, per effetto di pregiudizio e di predisposizione negativa, dal riconoscere nel proprio sentire, pur doloroso e poco piacevole, l'intento e la capacità, tutt'altro che ostile e deleteria, di esercitare guida alla conoscenza più matura di se stessi, di dare impulso vivo a trasformazioni importanti, utili e
necessarie. Il proprio sentire, la propria esperienza interiore difficile e sofferta diventano oggetto di un discorso che li vuole vedere come esperienza interiore e sentire anomali, frutto di patologia o al più, cercando di trovare loro un perchè, come conseguenza
negativa d'altro, dell'agire di qualcosa, sfavorevole e nocivo, traumatico e penoso, che da qualche
parte, a conferma e a suggello della tesi precostituita del danno subito, si
finirà, non poche volte con l'aiuto e il sostegno della stessa psicoterapia, pur per trovare nella biografia personale. Ci si dota così di una costruzione logico razionale, che pare soddisfacente, che illude di aver capito, che in qualche modo sembra rincuorante e capace di placare la tensione, anche se, capita spesso, la propria interiorità, riconoscendo non recepito il proprio messaggio e non accolta e condivisa la propria proposta, non cesserà di farsi avanti, di sollecitare, di alimentare nuova inquietudine interiore. L'esperienza interiore viva è stata resa infatti muta, al sentire attuale non è stata concessa parola, sul
loro conto si è imposto un discorso e un'indagine, viziate da preconcetto e predisposizione negativi, utili solo a tentare di liberare
il campo dalla loro presenza come disturbo indebito. Non è un caso che si
compia una simile manipolazione e distorsione del significato dell'esperienza
interiore, che di fatto, parlandole sopra e facendole dire quel che si presume,
ci si mantenga sordi e incapaci di rispettare e di lasciar parlare l'intimo
sentire. La mancanza di capacità vera di ascolto e di dialogo con
la propria esperienza interiore è legata al fatto che negli anni, nel processo di
crescita personale, è sempre stata in primo piano la ricerca
dell'adattamento alle circostanze esterne, la preoccupazione di apprendere da fuori, da istruzione, da esempio, da modelli e cultura condivisa, mentre la vita interiore è stata
considerata solo un'appendice subalterna, un seguito emotivo, una sorta di eco
di vicende esterne, con l'attesa e la pretesa che non creasse intralci, che
assecondasse la ricerca dell'intesa con gli altri, la capacità operativa e i
propositi di riuscita così come intesi e celebrati dal senso comune.
Così condizionati dalla propria incapacità di ascoltarsi, di entrare in rapporto
rispettoso con la propria esperienza interiore, di intendere e di capire il
significato originale, intimo e vero, dei propri stati d'animo e del proprio sentire,
nel frangente difficile si è disarmati di fronte alla crisi e al
malessere interiore da cui si è investiti. Si reagisce con sospetto e con paura, si concepisce spesso come favorevole solo il ritorno allo stato abituale, la liberazione
da inquietudini e da disagi interiori, visti come inutili e odiosi
intralci. Privi della capacità di intendersi con se stessi, di entrare in
sintonia con la propria interiorità, di cogliere utilmente il significato e lo
scopo di ciò che il proprio sentire sta comunicando con tanta forza e
intensità, ci si chiude difensivamente e ci si preclude la scoperta di
ciò che, affidabile, utile e prezioso, la propria interiorità ha intenzione e
capacità di proporre, di offrire. A molti, che vivono un'esperienza di sofferenza interiore,
purtroppo non è suggerita e mostrata questa possibilità e opportunità, a molti
non è offerto l'aiuto necessario, non per fuggire e contrastare, non per
provare a domare con farmaci o con tecniche varie o a liquidare il malessere interiore con spiegazioni di presunte cause
che vorrebbero essere liberatorie e esaustive, ma per imparare ad andare
incontro fiduciosamente, a capire intimamente e a far propria la proposta della
propria interiorità. Le acque interiormente non si agitano mai per caso o
inutilmente.
mercoledì 3 dicembre 2025
Capire i sogni
Ho già scritto sui sogni, ma voglio tornare sull'argomento, perchè i sogni sono ciò di cui è impossibile fare a meno per conoscere se stessi, a meno di consegnare la conoscenza a ipotesi frutto di ragionamento e a spiegazioni, che, pur se in apparenza coerenti e verosimili, raccontano di se stessi ciò che sembra, ma che non è. Nei sogni c'è la più stretta aderenza a noi stessi, nulla è taciuto. I sogni sono diario di bordo e bussola di un ininterrotto viaggio di scoperta, sono il prodotto di un lavorio di ricerca di consapevolezza, di un'attività di pensiero della parte profonda di noi stessi, che non sta ferma, che non rimbambisce nell'adattamento e nel far proprio ciò che non ci corrisponde, che ci dà solo illusoria convinzione di esistere e di capire. Si pensa a volte che nei sogni confluisca, quasi in automatico e meccanicamente, l'esperienza diurna, rimasugli, pezzi sparsi, un che di disaggregato senza nesso e senza senso, oppure che rimangano le tracce di ciò che più ci ha colpito, che ha turbato la nostra mente. Altri pensa che nei sogni ci siano desideri inconfessati. Altri ancora pensa che i sogni facciano previsioni e sappiano dare indizi sul futuro. Soprattutto si pensa che i sogni parlino di noi unicamente in relazione e in rapporto con altro che sta fuori, con gli altri. I sogni parlano di noi e svelano, configurano uno scenario inaspettato, danno corpo e consistenza, rendono visibile e mettono in primo piano qualcosa che per molti non esiste, che non è concepito, cioè il rapporto che abbiamo con noi stessi, quanto accade nella relazione col nostro intimo. Tutto il dire dei sogni è un dire di noi, di come siamo, di come ci rapportiamo a ciò che sentiamo e che continuamente vive dentro di noi, di come procediamo nell'esperienza, mossi da che cosa, affidati o vincolati a che cosa che detta e regola i nostri passi. Lo sguardo dell'inconscio è riflessivo, guarda all'interno, coglie e riconosce il vero dell'esperienza, non è appiattito sulla sua superficie, non è tenuto imbrigliato dal comune modo di pensarla, non è asservito alla necessità di risolvere e di fare, bensì a quella di veder chiaro, di capire. Nei sogni c'è la rappresentazione attenta non dei fatti, non la ripresa e la conferma delle costruzioni di pensiero che si è abituati a mettere sopra i fatti, sopra gli accadimenti dell'esperienza per spiegarla, ma l'attenzione è rivolta a come si conduce l'esperienza, osservando e chiarendo, dando volto a ciò da cui si è mossi, da quali istanze, in che modo, a che scopo, con quali eventuali contrasti interni. In definitiva nei sogni è ritratto il cuore dell'esperienza, ciò che rivela, più in profondità, il vero di noi stessi, non l'apparente e ciò che fa comodo vedere. Tutte le presenze e le figure che compaiono nei sogni, siano essi persone, animali o cose, danno simbolicamente volto a parti di noi, a modalità, a espressioni, a istanze e a potenzialità che ci appartengono. I sogni dicono del nostro modo di procedere, della strada che stiamo seguendo. I sogni segnalano non di rado lo stacco dalla "terra", la lontananza cioè dal terreno vivo del proprio intimo sentire e dell'esperienza interiore che in ogni istante accompagna la propria esperienza, parlano perciò non di rado di esperienze di volo, di vertigine e di sensazioni improvvise di precipitare, segno che si è sospesi, che c'è uno stacco, una lontananza dalla base viva e dal vero di se stessi, che drammaticamente può svelarsi. Per descrivere l'iniziativa del profondo, che cerca di raggiungerlo e la percezione timore che l'individuo ha di ciò che vive profondamente dentro se stesso, parlano di assalti e di inseguimenti di figure che paiono "malintenzionati" o ladri (per cominciare a capirsi è necessario essere privati, derubati di convinzioni e di certezze tanto rassicuranti quanto ingenue e improprie), parlano di acqua che incute timore, di acqua che avanza minacciosa, che dilaga...sono solo esempi di una rappresentazione del rapporto/non rapporto dell'individuo con se stesso, con la propria interiorità, di come sia viva e presente la questione del confronto col proprio profondo, di come il proprio profondo non rinunci alla propria iniziativa, a farsi avanti. Il respiro e l'orizzonte di ricerca e di sguardo dei sogni è ampio a comprendere e a farci comprendere cosa stiamo abitualmente, nei modi del nostro procedere, facendo di noi stessi, che l'inconscio vuole spingerci a chiarire, a vedere senza veli, nello stesso tempo, aprendo la strada a ciò che potremmo, onorando il nostro essere individui potenzialmente capaci di pensiero autonomo, di sviluppo di qualcosa di originale e consono a noi stessi. L'inconscio nei sogni è guida ispiratrice e motivante un profondo cambiamento, da individui passivamente al seguito e consumatori di moduli di pensiero già pronti e in uso, non importa se rimasticati e ricombinati con qualche parvenza di originalità, sostenuti e guidati da tutto ciò che già pronto e concepito può dare supporto e indirizzare scelte e modi di vivere e di realizzarsi, a individui, a esseri umani invece capaci, non di certo in un batter di ciglia, ma lavorando con pazienza e cura il proprio terreno, in stretta unità col proprio profondo, di generare pensiero proprio, scoperte di significato e di valore fondate e verificate con i propri occhi e, su queste basi, di dare compimento a percorsi e a realizzazioni proprie e davvero originali, autentiche e coerenti con se stessi, non dettate da imitazione, da paragone o competizione con altri. I sogni non tacciono nulla, sono guide di ricerca attente a svelare ciò che, pur non gradito, dona consapevolezza, fa emergere verità. Dicevo del farsi dire e dare come condizione base del proprio pensare e fare, che non è certo scoperta ben accetta, che mette in crisi tante illusioni di autonomia. L'inconscio evidenzia questa modalità del dare rapida soddisfazione all'esigenza di capire e di capirsi portando a sè risposte tratte da idee già formate e convalidate da mentalità comune, ritraendo simbolicamente questa modalità con situazioni nel sogno in cui ci si mette a tavola a consumare cibo cucinato e pronto, a ristorante o in mensa e comunque dandosi riempimento con nutrimento, con cibo che non è frutto di ciò che di proprio, tratto dal proprio corso d'esperienza, dal proprio sentire, lavorato e coltivato, elaborato e cucinato diventi pensiero proprio di cui nutrirsi. Altri e altro provvede a dare nutrimento, altra cucina mette in tavola da consumare ciò che orienta e guida il pensiero, che fa da modello e dà risposte come idee condivise e prevalenti, come sapere e come cultura, altro appaga la richiesta di pronta soddisfazione. Ben altro da questo bisogno di trovare pronto soddisfacimento e dalla abitudine a farsi dire e indirizzare nei pensieri e nelle aspirazioni da altro che orienta, che educa e istruisce, è il desiderio e il proposito di trarre da sè e da lavoro su se stessi, sul proprio terreno d'esperienza, aprendo e facendosi guidare e dire dal proprio sentire, anche da quello difficile e poco piacevole, senza preclusioni, pensiero e visione, scoperte di significato. I sogni sono dunque attentissimi a dare spunti e occasioni di riflessione e di presa di coscienza, anche scomoda, ma necessaria per favorire crescita vera. Niente e nessuno è maestro e guida attenta e affidabile, promotore di crescita e di realizzazione personale autentica e matura, come sa esserlo il proprio inconscio. I sogni, lo si vede, lo si vive e constata nel cammino dell'analisi, di un'analisi ben fatta, sono capaci di indirizzare la ricerca e la trasformazione nel verso di passare da essere copia d'altro a divenire pienamente se stessi, con tutti gli attributi umani originali e autentici che si posseggono e che si ignorava che risiedessero dentro se stessi, con tutta la ricchezza di una visione e di un pensiero proprio che si ignorava di poter generare. Ho detto dell'essere copia d'altro, può sembrare drastica e liquidatoria questa affermazione, così forte è l'attaccamento e tante le illusioni di dire la propria e di realizzare se stessi nella forma abituale e conosciuta, ma di se stessi cos'è possibile mettere e ritrovare, agendo dentro uno stampo di idee e di riferimenti, di attribuzioni di significato, di grammatica di pensiero, di guide alla espressione e realizzazione di sè ben apprese, assimilate e nel tempo esercitate, se non qualcosa che comunque riempie quello stampo e ne riproduce i limiti e la forma? L'inconscio sa vedere ciò che la parte conscia non sa e non è affatto incline a vedere, con i sogni conduce passo dopo passo a riconoscere il vero della propria condizione e del proprio modo di procedere, con i sogni apre tutt'altro scenario, conduce a ritrovare dentro di sè, a concepire, a costruire le basi di pensiero, a alimentare la passione per la autentica realizzazione di sè. Ridurre i sogni a desideri irrealizzati o a ricettacolo di esperienze quotidiane più o meno incisive significa non capire la portata dell'iniziativa e del pensiero profondo. L'inconscio è intelligenza pura, nel senso che non ricalca stancamente il già detto e concepito, ma viceversa dà volto e riscatto al pensiero riflessivo (che non c'entra nulla col riflettere nella forma del ragionare e del parlare sopra e sul conto dell'esperienza), autonomo e fondato, che vuole vedere, come guardandosi allo specchio, cosa c'è nella propria esperienza, cosa dice e rivela di se stessi. L'inconscio non rinuncia mai a cogliere il vero, a cercare il senso in profondità, costi quel che costi, a combattere l'eclissi dell'intelligenza vera, che è l'unica leva e il fondamento della autonomia e della libertà dell'individuo, di cui l'inconscio è promotore instancabile. Capire un sogno significa intenderlo nel suo verso, nelle sue intenzioni, nei suoi modi di formare e di tradurre il pensiero. Ogni sogno ha un contenuto e racchiude una proposta unica e originale, i simboli presenti, che siano luoghi, eventi, cose, persone o animali si avvalgono per tradurre il loro significato di ciò che chi ha fatto il sogno ha vissuto e che vede come attributi e qualità caratterizzanti tutte questi elementi, che siano persone, animali o cose. Per capire un sogno è necessario un lavoro di recupero di tutti questi riferimenti, senza trascurare alcun dettaglio presente nel sogno. Gli esempi di alcuni contenuti che possono proporsi nei sogni e del loro significato, che ho portato in questo scritto, vogliono soltanto far comprendere il tipo di sguardo e di linguaggio usato dall'inconscio, non vogliono far intendere che esiste una lettura pronta e automatica, scontata del significato dei sogni. Ogni sogno è un'opera unica da imparare ogni volta a scoprire in ciò che di unico sa e vuole dire. Nel corso dell'analisi l'individuo scopre poi che i suoi sogni fatti di seguito nel tempo hanno un legame l'uno con l'altro, segnano passo dopo passo, sogno dopo sogno, un percorso conoscitivo e alimentano un processo di cambiamento e di crescita personale assolutamente originali, consoni alle sue più profonde e vere necessità. I sogni dunque, che come nient'altro sanno portare alla conoscenza di se stessi e a costruire le basi della propria autentica realizzazione, vanno trattati con molta cura. Se i significati dei sogni li si incanala e costringe dentro i soliti schemi, dentro le solite attribuzioni di significato date per scontate, se li si incastra nel già pensato e nella logica abituale, si fa solo dire loro ciò che piace e che si suppone, in sostanza li si travisa e li si mortifica. Purtroppo li si spreca. L'inconscio non cesserà certo di dire ciò che pensa, non si assoggetterà alla rigidità, alla presunzione e all'inerzia del pensiero conscio ragionato, ma non capire i suoi messaggi peserà come una grande occasione persa per ritrovarsi e per cominciare a vedere chiaro dentro se stessi.
domenica 30 novembre 2025
Il volto sano del malessere interiore
Non sono mai casuali le espressioni del malessere interiore. Non sono mai il segno di un guasto, di un modo di sentire anomalo e alterato, non sono espressioni di patologia come si dà per scontato. Sono sempre esperienze interiori significative, valide e capaci di svelare nodi decisivi, verità essenziali. Vediamo qualche esempio. Il senso di vuoto, la perdita di interesse per tutto, il senso di oppressione di una vita che ormai non dà spazio se non a un senso di impotenza e di inadeguatezza, la paralisi crescente dell'esistenza nella fissità del dolore, dello sconforto, la visione di sè come inutile presenza e senza valore, tutto ciò che fa sentenziare depressione, è deragliamento nella patologia o dice e svela, vuole svelare e dire? Calato il sipario, spente le luci della scena (e chi se non l'inconscio ha l'ardire di provocare tutto questo?) cos'altro c'è interiormente, cos'altro resiste autonomamente, al di là del beneficio dell'applauso, della considerazione altrui e della loro convalida, che sappia tenere su la persuasione di una costruzione che si presumeva salda, ma in realtà fasulla, rimediata e costruita a arte su misura e nella forma dei gusti e del benvolere altrui? Arriva il momento della verifica senza sconti, senza trucchi e senza inganni, senza falsa persuasione e iniezioni a salve di credo e di fiducia, mai oggetto di verifica, tenute in piedi e confortate solo da assenso di mentalità comune. Una vita in appoggio a altro e riempita di legami e di dedizione a questo e a quello per averne in cambio il ritorno di non patire solitudine e senso di vuoto, di incassare un senso di utilità che si avvale di qualche legame dipendente, può arrivare a mettersi, a essere messa da volontà profonda, allo specchio per vedere non già la validità degli appigli e dei presunti contenuti di valore presi in prestito, ma la sostanza di un nulla sinora tratto e generato da sè. Patologia quella che emerge o impietosa e, se ben compresa, prima base di verità da cui partire, base salda di verità, con i propri occhi e dolorosamente verificata per invertire la rotta, per disporsi finalmente a costruire da sè qualcosa che abbia fondamento proprio e senso? Se rivolgiamo lo sguardo a un'altra possibile espressione del malessere interiore, in cui la morsa del controllo ossessivo, della tenuta in ordine precisa e senza sgarro, del tenere a bada e scongiurare esiti temibili e sciagurati, sono ferrei imperativi, possiamo non vedere che una simile piega non è certo incoerente con un'impostazione di vita in cui tutto deve girare in efficienza e il dentro non deve fare scherzi, avere l'obbligo di assecondare, di non procurare sorprese? Cosa rivela dunque questa esasperata e minuziosa ingegneria del controllo? In una forma estrema, persino grottesca, possiamo vedere l'isolamento e la prepotenza della macchina razionale, a cui, confidando tanto nella sua capacità e affidabilità, è stato dato il compito di guidare l'esistenza, testa razionale che non sa ascoltare, che non vuole se non darsi conferme, che con rigore matematico combina i pensieri sulla base e nelle guide del pensato comune e dei significati già ben codificati, che per ciò che concerne il rapporto col sentire, con emozioni e spinte interiori, lo concepisce solo come scarico immediato, come sfogo, che perciò si industria con ogni mezzo a tenere sotto sequestro e presa stretta per non rischiare di finire male, nel disordine, nel pericolo di deriva. E che dire dell'ansietà che serpeggia, che a tratti ingrossa, che non dà più tregua, che persino erompe fragorosamente negli attacchi di panico? Se c'è uno scricchiolio, l'ansia lo fa sentire, nella costruzione abnorme, non fedele a se stessi, pur se normale secondo mentalità corrente, di una vita, di un modo di concepirne e di tradurne la realizzazione, che, in ossequio a altro che, preso da fuori, da esempio e da credo comune, che ha fatto e fa da modello e guida, non rispetta e non rispecchia ciò che da sè, lavorando su di sè, potrebbe essere compreso, generato e fatto vivere, questo segnale intimo è assurdo e segno di un cattivo sentire e senza senso? Se questo scricchiolio con segnale di pericolo per ciò che comporta deviare da se stessi, non far vivere l'autentico di sè, sostituendolo, come si sta facendo con perseveranza con altro improprio e alieno, insiste e non dà tregua e non concede quiete, se fragorosamente l'attacco di panico segnala la dissociazione e la lontananza dalla vita intima, dalla stesse basi biologiche del proprio essere, del cuore e del respiro, che potrebbero non essere più certe, negarsi persino, minacciare di non dare più passivo seguito e sostegno vitale, come si dava per scontato, a ciò che profondamente non è riconosciuto come genuino e autentico, possiamo pensare che tutti questi segnali siano abnormi e malati, privi di significato e di scopo? Nel malessere, nelle sue espressioni non c'è patologia e devianza, bensì forza di verità che vuole emergere, forza ben orientata da una parte profonda che, a differenza della parte conscia, che preferisce ignorare e darsi tesi e persuasioni di comodo, sa e vuole porre in primo piano il vero, che non accetta di lasciare libero corso a modi di procedere e a piani di realizzazione di se stessi che non hanno fondamento e senso. Se c'è verità da trarre e spinta al cambiamento di sguardo su di sè e di consapevolezza prima di tutto, in esperienze interiori abitualmente considerate guasti, anomalie e pericoli interiori da cui difendersi e a cui porre riparo, questo mette in discussione il modo abituale di considerarle e di intendere il prendersi cura di sè. Quanto è saggio e favorevole trattare simili esperienze interiori, certamente non agevoli, dolorose, ma non per questo assurde e patologiche, esperienze certamente non facili da intendere se non si è aiutati a comprenderne il linguaggio e il vero significato, trattarle come presenza malata da curare, da manipolare e zittire a suon di correttivi farmacologici, trattarle con psicoterapie che mettono in campo, come fossero verità di scienza, giudizi di disfunzionalità, bollando tutto come un sentire distorto e dannoso da raddrizzare, oppure andare alla ricerca di presunte cause dell'intimo sofferto in infelici precedenti dell'infanzia, in traumi e roba simile, sempre pensando che ci sia in atto un guasto da spiegare e risanare, fare tutto questo quanto è saggio e favorevole? C'è tanto da riscoprire sul significato vero della vita interiore, c'è tanto da rivedere per non correre il rischio di fraintendimenti non certo innocui, anche se sotto l'egida della benevola cura e delle presunte verità della cosiddetta scienza.
domenica 23 novembre 2025
Si può
Si può fare dell’intima sofferenza non la minaccia da
combattere e da cui fuggire, ma viceversa l’occasione, il punto di incontro
vivo ritrovato con se stessi, la via d’ingresso per cominciare a comunicare con
la propria interiorità, con la parte di sé, intima e profonda, che ha scelto di
non stare inerte e zitta e che, smuovendo l'interno anche vivacemente e non
dando tregua, ha in realtà intenzione di comunicare, di dare. Dove, rinunciando
a contrastarla o a metterle sopra giudizi o spiegazioni, le si dà apertura e
ascolto, come si impara a fare in una buona esperienza analitica, questa parte
viva del proprio essere si rivela capace di dire e di dare tanto. Dentro il malessere interiore non si è in
balia di uno stato anomalo e malato, ma si è alle prese con l’iniziativa della
propria interiorità che proprio con quel sentire arduo e sofferto, così
incisivo, esercita forte presa e fermo richiamo a portare l’attenzione su di
sé, un’attenzione altrimenti sempre rivolta a non perdere contatto e posizioni
con l’esterno, dando tutto per scontato e già definito nella conoscenza di se
stessi, del significato e delle possibilità realizzative della propria vita. Il
malessere non è segno di fragilità e di patologia, semmai è segno di salute del
proprio essere per lo scopo che sa e che vuole perseguire, per l'intento che ha
il profondo di se stessi di dare spinta e occasione per mettere mano alla
propria vita. L’intento è di vederne
senza veli lo stato attuale, di mettersi allo specchio nella propria modalità
di procedere, di riconoscere dentro quali vincoli e perseguendo quali scopi ci
si muove, spesso più omogenei e fedeli a altro che a se stessi, di cui poco o
nulla si conosce. L'intento del profondo è di spingere a prendere visione e
consapevolezza del proprio modo di stare in rapporto, spesso in lontananza, col
proprio intimo, per andare a scoprire della propria vita, in unità, in ascolto
e in dialogo con tutto il proprio essere, il significato vero e originale e le
possibilità, consoni e corrispondenti a sè. Tutto questo si rende ben
riconoscibile nel corso dell'esperienza analitica, lasciando parlare l'intimo,
imparando a comprenderne la voce e il linguaggio, ascoltando e seguendo
fedelmente le tracce del sentire e soprattutto imparando a comprendere i sogni,
che sono il prodotto più avanzato del pensiero del profondo, dentro cui
l'inconscio svela con grande maestria passo dopo passo cosa c'è in gioco nella
crisi che si è aperta interiormente e quali sono le scoperte su se stessi da
fare e i nodi da sciogliere. Si pensano e si trattano le condizioni di
malessere, di crisi e di sofferenza interiore come stati anomali, di
alterazione e compromissione del modo e
del corso normale e sano, da contrastare e da risanare, casomai da giustificare
e da spiegare pensando a cause e a turbative esterne di cui si sarebbe stati
vittime, non se ne conosce e riconosce il volto maturo, di spinta a uscire da
una condizione non certo matura di inconsapevolezza e di lontananza da se
stessi, dal vero di se stessi. La parte profonda è proprio su questo terreno
che prende iniziativa, che vuole segnare una cesura nel solito modo di
procedere e di pensarsi, un fermo per guardarci dentro, per riaprire tutto, per
mettersi nelle condizioni di trovare il vero e l’autentico di se stessi. La
risposta è in genere quella di considerare anomalo e minaccioso lo stato
interiore segnato da crisi e da malessere, di considerare le espressioni del
disagio come segni di difettoso funzionamento, pronti a correre ai ripari,
esercitando cura verso se stessi nella forma della ricerca del sollievo,
dell'evasione, cercando aiuto che procuri armi e soluzioni per mettere a
tacere, per trovare rimedi e aggiustamenti, per darsi e per farsi dare
spiegazioni di ipotetiche cause, ricercate il più spesso nel passato remoto, in
torti patiti, in traumi subiti, ritenuti cause di guasti che prolungherebbero i
loro effetti nel presente, di una sofferenza di cui si auspica di liberarsi
finalmente per stare bene. E’ uno stare bene, tanto esaltato e ben voluto, che
in realtà si fonda e si traduce in uno stato di disunione, di disaccordo col
proprio intimo, di cui si ha più diffidenza e timore, verso cui c’è più
pregiudizio e insofferenza che capacità di ascolto e di intesa. E’ un modo di
pensare e di trattare le vicende intime che ognuno applica a se stesso e che ha
dalla sua una persuasione molto diffusa e comune. E’ raro che sia compreso cosa
c’è all’origine e cosa c’è in gioco nel malessere interiore, quale sia il suo
scopo. Si pensa che ci siano nelle espressioni del malessere interiore solo i
segni di un alterato stato interiore cui provvedere, per ridare continuità e
togliere pesi e intralci al corso abituale, ignorando che il malessere e la
crisi vogliono aprire la strada a un diverso, profondamente diverso rapporto
con se stessi, con la propria parte intima, capace di rinnovare profondamente
il proprio essere e la propria vita. Formare e sviluppare la capacità di
accogliere, di ascoltare, di comunicare con parte viva e profonda di se stessi
è dunque la conquista da fare, che tanto è fondamentale e decisiva per
l'andamento e per la qualità della propria vita, quanto è solitamente
trascurata e sottovalutata. Se c'è un'anomalia nel proprio stato è proprio
nella mancata unità e nella incapacità di incontro, di ascolto e di dialogo col
proprio intimo, di cui si ignora tutto, il linguaggio, l'intento e le
potenzialità. Tutto si è imparato in anni e anni nel corso della propria vita
tranne che a rivolgersi a se stessi, a ascoltarsi, a capire il linguaggio delle
proprie emozioni e dei propri stati d’animo, a scoprire il potenziale e il
valore, l’affidabilità del proprio sentire, a comprendere che i propri sogni
notturni sono ben di più e ben altro che i residui sparsi dell'esperienza
diurna o costruzioni immaginarie ingenue e di nessun valore, ma potentissime
guide di pensiero e di conoscenza, a intendere che i confini del proprio
essere, delle proprie potenzialità conoscitive e di realizzazione vanno ben
oltre quelli dell'esercizio del pensiero ragionato, della volontà e della
capacità di agire. Tutto questo, il recupero di una unità e di una capacità di
rapporto con l'intimo e profondo di se stessi va costruito e coltivato. Se ci
si è esercitati solo a trattare il rapporto col mondo esterno e a riconoscere e
a rincorrere solo occasioni esterne, va costruita la capacità di entrare in
rapporto col proprio mondo interno, con ciò che vive e che di continuo si
propone dentro se stessi. Quello interiore non è un mondo fragile e di nessuna
consistenza, nel proprio intimo e profondo c’è la parte di se stessi più
attenta a cogliere senso e implicazioni della propria esperienza, meno incline
alla dispersione e alla fuga, c’è un potenziale di forza d'animo e di pensiero
che non ci si aspetta. Si può andargli incontro, stabilire un rapporto, far sì
che possa dare a se stessi ciò di cui si ha profonda necessità. Senza il
contributo di questa parte preziosa di se stessi, che purtroppo tanto è
essenziale, quanto è facilmente e abitualmente sottovalutata e fraintesa nel
suo significato, si è esposti al rischio di non capire nulla di se stessi, di
non avere occhi per vedere il vero, che, anche se scomodo, fa crescere e dà
forza, di non avere guida per orientarsi, di rimanere ingabbiati nella visione
che considera realistico e possibile solo ciò che è già comunemente concepito e
dato. Senza questa unità con se stessi, orfani del proprio intimo, incapaci di
un dialogo aperto e fecondo con la propria interiorità, si è inclini a cercare
sostegno e compensazione in altro per avere una parvenza di stabilità e di contatto
vitale, di vicinanza. La paura della solitudine, vissuta come terra arida e
come vuoto, spinge di continuo a legarsi e a fondersi con altro e con altri,
allontanando sempre più la possibilità di un rapporto aperto e sincero, caldo e
fecondo con se stessi e di conseguenza di un rapporto autentico e rispettoso,
non strumentale con chiunque. Non si può essere se stessi se non si è uniti a
se stessi. Se, come è inevitabile, vista l’inesperienza, si rende necessario
l’aiuto di chi introduca al dialogo con se stessi, di chi sappia aiutare a
formare e a far crescere capacità di ascolto e di incontro con la propria
interiorità, per ritrovare finalmente il filo di un discorso proprio e per
tesserlo con cura perché diventi bussola per orientarsi e terreno saldo su cui
poggiare, ciò non minerà, ma arricchirà soltanto la propria crescita. Far
ricorso a un simile aiuto non intaccherà la propria autonomia, ma contribuirà
viceversa a farle trovare il suo più valido e solido fondamento: il legame e il
rapporto con la propria interiorità, l'unità con se stessi. Si può, basta
volerlo.