Quando in ciò che si prova, che interiormente risulta spiacevole, doloroso, che ha forma, in apparenza, abnorme e strana, che ha tale presa su di sè da non concedere respiro, quando non si sentenzia che è in atto un che di assurdo e di patologico come solo un processo di malattia potrebbe provocare, quando gli si vuole concedere di avere qualche motivo di essere, si pensa che ci sia una causa determinante da trovare o in qualche carico di stress e di condizioni avverse attuali o più addietro nel tempo in qualche condizionamento sfavorevole, in qualche manchevolezza e influsso negativo dell'ambiente familiare, in qualche episodio doloroso e traumatico, cause che avrebbero provocato un danno, una compromissione del normale equilibrio e processo di crescita, che avrebbero avuto tale impatto interiore da innescare una reazione difensiva estrema, un ripiegamento di paura e difesa a tutto campo, che nel tempo darebbe segno di permanere nell'ansia o in altro. Sono tutte elaborazioni che la mente razionale mette in campo per cercare di far quadrare l'idea che in ciò che si sta provando, visto pregiudizialmente come un danno, perchè patire qualcosa di non piacevole non sembra poter essere altro che un danno, ci può essere una spiegazione ragionevole, plausibile e convincente. Di fronte a un danno scatta l'esigenza e l'urgenza di porvi rimedio, di riuscire a debellarlo. Che lo si faccia con gli psicofarmaci, che vanno bene a braccetto con l'idea di essere afflitti da malattia e di trovarsi in una condizione che fa male e danno, che lo si faccia con tecniche di controllo o di rabbercio, accettando e condividendo l'idea che certe sensazioni e modi di reagire sono errati, disfunzionali, sorretti da una incapacità di vedere e di reagire alle situazioni valido, razionale, utile e ben mirato, che si vada a cercare nel proprio presente e più spesso nel proprio passato qualche causa come detto prima, ciò che in tutti i casi è al primo posto, il denominatore comune, è smontare, è tenere a bada il presunto danno e cercare di venirne fuori. Risolvere è l'imperativo e pare che di meglio non si possa offrire a se stessi, anzi che questa sia l'esigenza e il proposito più giusto e sano, il più normale, il più provvido verso se stessi, verrebbe da dire il più moralmente giusto. Un bel costrutto questo, che però ha a suo sostegno, come suo più solido fondamento, una persuasione facile e preconcetta, confortata da preconcetti comuni e assai diffusi, cartina al tornasole della incapacità di entrare in rapporto col proprio sentire, di ascoltarlo, di riconoscerlo in ciò che dice, di avere sintonia e vicinanza col proprio modo interiore, di comprendere rispettosamente ciò che vive dentro se stessi, con cui di scambio e familiarità ben poco o nulla si è coltivato. Ben altra storia e prospettiva potrebbe aprirsi se a questa incapacità si rispondesse cercando di trovare, facendosi aiutare in questo, finalmente intesa, capacità di ascolto, di dialogo col proprio intimo e profondo, che di tutto ciò che accade interiormente è artefice e motore. Quando lo si fa, si va a scoprire che nel malessere trova voce non la patologia, ma qualcosa di ben più sano, fondato e promettente rispetto a ciò che si difende a denti stretti con i soliti costrutti del ragionamento, lì arroccati, ben protetti da una ideologia del vivere, che vuole solo il suo mantenimento, che tratta tutto ciò che, non fuori, ma dentro se stessi, dissona come anomalia e danno.
domenica 1 marzo 2026
venerdì 27 febbraio 2026
Se lo conosci non lo eviti
Se una parte di te ti parla e vuole dirti, quel che serve
è dare disponibilità al rapporto, entrare in sintonia con lei e ascoltarla,
fare percorsi di dialogo assieme per conoscersi, per capire. L'inconscio dice,
spontaneamente interviene e comunica, lo fa in ogni momento attraverso il
sentire, che non è mai casuale, che non è dettato e impartito da fuori, da
stimoli esterni, come solitamente si pensa, ma che è sempre modulato e plasmato
da dentro, dal profondo, sentire, che, comunque si proponga, apre sentieri,
corsi vivi d'esperienza interiore dentro cui prendere contatto con se stessi e
vedere, capire per intima esperienza. L’inconscio dice e propone magistralmente
con i sogni, che sono ben altro che scarico di frammenti sparsi d’esperienza
diurna, che fantasiose produzioni, che espressione di desideri inappagati e
taciuti o sottaciuti, che viceversa sono pensiero intelligente, guide di
ricerca, di conoscenza di se stessi di acutezza e di veridicità sorprendenti.
E' necessario capacitarsi del linguaggio interiore e ancora prima, come dicevo,
offrire disponibilità al rapporto e al dialogo, invece che incuria e
disattenzione, o peggio opposizione e pregiudizio, come capita di fare
spessissimo, quando l'insieme dell'esperienza interiore, perchè disagevole, a
volte fortemente impervia o insolita, è già in partenza considerata anomala,
dannosa, da correggere, da combattere, per riemergere al più presto al consueto
e al normale. Il linguaggio interiore va appreso, perchè le categorie e i modi
soliti di pensiero e di lettura dell'esperienza rischiano, quando applicati
all'esperienza interiore, solo di fare sfracelli, stabilendo che questo non ha
senso, che quello è eccessivo, che bisognerebbe invece che sentire questo
provare quell'altro, che la causa sarà questa o quell'altra ecc. ecc. Solo la
riflessione, la capacità di guardare e di guardarsi in ciò che si sente,
proprio come, guardandosi allo specchio, si può guardare il proprio viso, i
propri occhi e vedere ciò che rivelano, può far vedere e rispettosamente riconoscere
l'intimo messaggio, cosa ogni sensazione e stato d'animo autenticamente
propone, delinea, traccia. La capacità
riflessiva va però formata e sviluppata, perchè non ha nulla a che fare con ciò
che abitualmente si intende per riflettere, con ciò che si fa mettendo in
esercizio il proprio modo di pensare razionale, che ben incline a dare spiegazioni
sul sentire, finisce di fatto per parlargli sopra, per fargli dire ciò che
arbitrariamente si ha già in testa e che fa comodo, incasellandolo,
incastrandolo nella logica, nelle categorie e nel corto respiro del pensare
solito e convenzionale. I sogni devono essere avvicinati con altrettanta cura e
attenzione, non con sguardo solito e concreto. Se in un tuo sogno, giusto per
fare un esempio, compare una persona, il sogno non te la propone per parlarti
di lei e del tuo rapporto con lei, persona che sta là fuori, ma perché questa
figura sa dare volto a una parte di te stesso. Se rifletti su ciò che
caratterizza questa persona ai tuoi occhi, su ciò che nei suoi modi e
atteggiamenti esprime, puoi cominciare a vedere una modalità e una espressione
umana, che lei traduce in modo ben marcato, ma che ti appartiene, che l'inconscio
proponendotela nel sogno vuole farti riconoscere come tua, mostrandoti come
questa parte di te è presente e agisce dentro di te e nella tua esperienza, in
alcuni casi rappresenta una potenziale e diversa espressione di te, che vuole,
che può prendere spazio dentro di te,
perché tu, in aderenza e con la guida del sogno, la veda, ne prenda consapevolezza. In ogni caso lo
scenario descritto dai tuoi sogni è quello tuo interiore, non c’è sguardo
sull’esterno, lo sguardo è tutto al tuo interno, con un approccio validissimo e
il più appropriato per la conoscenza di te stesso e dei temi e delle questioni
e nodi veri che ti appartengono, su cui l’inconscio ti vuole guidare a
prenderne visione e consapevolezza, a lavorarci. Chi arriva in analisi, pensa
di sapere già quali sono le questioni che lo riguardano, spesso pensa a cause
da ricercare nel passato in qualche responsabilità e azione dell’ambiente
familiare e circostante, in qualche episodio spiacevole o traumatico che
l’avrebbe segnato, che possa spiegare il suo disagio. L’inconscio,
particolarmente con i sogni, guida a scoprire i temi veri, a tenere lo sguardo
su di sé dove c’è il cuore e il cardine della propria vita e dove è possibile
compiere passi importanti di avvicinamento al vero, di cambiamento, passi di
crescita fondamentali e necessari, con sviluppi in precedenza impensati, che la
testa razionale non avrebbe potuto e che non potrebbe, agendo presuntuosamente
da sola, né concepire, né alimentare. E'
fondamentale dunque imparare a entrare in rapporto col proprio profondo. E’
possibile dialogare col profondo e l'inconscio ha chiara e forte intenzione di
comunicare, tant'è che non di rado disturba il quieto vivere, interferisce e
interviene, anche vistosamente, nella propria esperienza attraverso tutto ciò
che muove e smuove sulla scena interiore ( ansia, panico e quant'altro) e non
per fare danno, ma perchè vuole portare con forza l'attenzione al dentro e a se
stessi, perchè è venuto il tempo e urge trovare la consapevolezza che manca,
perchè l'inconscio può, se gli si dà spazio e retta, nutrire la capacità e
sostenere il coraggio di guardare nell'intimo vero e di non perdersi
nell'apparente, può e vuole dare spinta alla passione di divenire se stessi e
non copia d'altri o d'altro, che nell'esempio e nella mentalità diffusa offre i
modelli e le idee di realizzazione personale, con incluso il manuale d'uso.
L'inconscio è la vita, l'istinto di essere e di pensare, di aprire lo sguardo,
di vedere con i propri occhi, riconoscendo il vero, senza trucchi e senza
inganni, senza deformare, senza il filtro opaco di ciò che già è stato detto e
concepito. L’inconscio è pensiero indomito e indomabile, che non per caso
insiste, che nessun raggiro della mente razionale può addomesticare e mettere a
tacere, come capita quando si risponde al malessere interiore con tentativi di
metterlo a tacere o di dargli spiegazioni che non ne raccolgono il messaggio,
la proposta e la risposta del profondo è di rialimentare il malessere e
l’inquietudine perché la proposta avanzata torni pressante, perché sia
recepita. L’inconscio insiste e punta alla condivisione e convergenza della
parte conscia sulla ricerca del vero, la spinta del profondo sopravanza e
scardina i calcoli di convenienza, l’inconscio non ci sta a dare assenso e
sostegno all’andazzo corrente e soprattutto alla logica che lo protegge e che
non svela ciò che è, l’inconscio pone interrogativi, apre crepe nel costrutto
di pensiero solito, perché cominci a filtrare luce di verità, non dà tregua in
questo. L'inconscio è l'intelligenza che guarda dentro e smonta le illusioni e
gli autoinganni, che va oltre i marchingegni del ragionamento e i preconcetti,
l'inconscio è la parte di se stessi che non si accontenta di una vita normale,
a norma, dietro altri e passiva, ignorante, che ignora ciò che da sè e
attraverso sè si potrebbe vedere e concepire, costruire e volere. Si può
assecondare l'inconscio, il proprio inconscio, che non è entità misteriosa e
strana, oggetto di studi per eletti, l'inconscio è parte viva di se stessi,
parte profonda della propria psiche, parte del proprio patrimonio vitale, il
più dotato di intelligenza e di senso della vita. Si può, se lo si vuole,
assecondare, accogliere e comprendere la sua proposta, convergere e non
divergere, far proprio il vigore di pensiero, di spinta vitale che viene dal
profondo di se stessi a trasformarsi fedelmente a se stessi, fino a diventare e
a essere se stessi, a ritrovare volto e dimensione umana originale,
autentica e matura, anzichè assegnarsi
come realizzazione umana la sistemazione
e la buona resa in qualche ruolo, anzichè darsi come miglior traguardo la
prestazione e la conquista del successo, come in genere applauditi e riveriti.
E' conquista di vita e di capacità di autonomo pensiero, è conquista non
immediata o gratuita, questa alimentata dal profondo, che per aprire a questa
prospettiva e scopo, mette prima di tutto in agitazione le acque interiormente,
per cominciare a condividere la necessità della verifica sullo stato attuale
delle cose circa il proprio modo di procedere e di interpretare la propria
vita, per cominciare a innescare con la crisi il processo di cambiamento. Ciò
che l'inconscio vuole produrre, dentro cui vuole il proprio coinvolgimento, il
cambiamento che vuole far generare, non è soluzione già pronta da consumare,
come potrebbe essere una pillola da mandar giù o un consiglio o una
prescrizione di comportamento da eseguire. Richiede un lavoro serio su se
stessi, sostenuto da passione e da desiderio di vicinanza, di unità e di
fedeltà a se stessi. Il rapporto e l’ascolto del profondo sono essenziali per
la conoscenza di sé e di ciò che accade dentro se stessi, senza il contributo
di questa parte profonda, non è possibile capire il significato della vicenda
interiore di cui si è portatori, del malessere interiore, della crisi da cui si
è coinvolti, che altrimenti, come spessissimo accade, si affronta con sospetto
e sulla difensiva offensiva, con la pretesa, casomai con qualche aggiustamento
e con qualche nuova elaborazione del pensiero ragionato, di riportare le cose al dritto del solito modo
di procedere, non vedendo, non concependo altro. Senza entrare in sintonia e in
intesa con l’inconscio, senza il suo apporto non è possibile comprendere il
significato della crisi, del malessere interiore, le sue vere ragioni, il suo senso
e scopo, che solo questa parte profonda, che ne ha mosso le fila e gli
svolgimenti, è in grado di chiarire. Senza la sua guida non è possibile
perseguire lo scopo di cambiamento e di crescita che la crisi ha voluto
cominciare a mettere in campo. Per mettersi su questa strada, per compiere questo
percorso, può essere necessario l'aiuto di chi sappia guidare a avvicinarsi a
sè e ad ascoltarsi, a comprendere il linguaggio della propria interiorità, a
svolgere, con la guida del proprio profondo, il cammino di ricerca necessario, attingendo
alla propria risorsa profonda, piuttosto che a combattere parte intima di sé, a
contrastare presunte anomalie di sentire e di comportamenti. L'inconscio è più
vicino di quanto non si creda, non è un alieno, è presenza intima e viva, che
interviene, che propone, che sa e che vuole comunicare, che è pronta a fare
dono prezioso, a dare stimolo e guida per far rinascere se stessi. Se lo
conosci non lo eviti.
mercoledì 25 febbraio 2026
Essere se stessi
Il rapporto con la propria interiorità è fondamentale per
generare un vero cambiamento, per uscire dal recinto di un modo di essere e di
procedere che non rispecchiano se stessi, il proprio autentico. E’ la propria
interiorità a saper dare il terreno di incontro col vero di se stessi, le guide
per scoprire il significato delle proprie esperienze, proprio attraverso il
sentire, ciò che rivela, proprio attraverso i sogni, fonte impareggiabile e
imprescindibile per capire e conoscere se stessi. Diversamente è fatale
assumere altro come guida, come fonte e matrice di pensiero, diversamente è
fatale dare importanza decisiva alla tenuta e alla capacità di rendimento nel
proprio procedere consueto, alla sua prosecuzione possibilmente senza inciampi
e cadute, coprendolo di significati che confortano e procurano conferma della
sua validità e affidabilità, mettendo spesso e volentieri in primo piano nei
passaggi più o meno difficili le
responsabilità altrui, l’azione dei fattori esterni, non mettendo in primo
piano invece nel bello e nel cattivo tempo cosa si sta facendo di se stessi e
verso se stessi. E’ la propria interiorità a intervenire di continuo nel
sentire per dare stimoli, per accentuare e dare evidenza, per fornire le
tracce, i richiami utili per aprire gli occhi, per soffermarsi a capire cosa
sta succedendo, a quali vincoli è sottoposto il proprio modo di agire, a quale
scopo si assume un atteggiamento, si dà un certo tipo di risposta, si segue un
certo proposito o aspirazione. Gli stimoli e gli spunti, i richiami si possono
presentare in una forma facilmente avvertita come antipatica e guastafeste,
disturbante come possono risultare improvvisi impacci, esitazioni, perdite di
sicurezza, come ansietà, esperienze interiori che ci si abitua a giudicare come
sgraditi segni di insufficienza e di difettosa resa, anziché intenderle come
inviti a guardare dentro cosa si vuole ottenere e si pretende di produrre, di
trarre da se stessi e a che scopo, vincolati casomai alla preoccupazione di
dare buona prova, di non sfigurare o al desiderio di ottenere plauso. La
sollecitazione dell’interiorità, del profondo è a capire attentamente cosa si
sta facendo di se stessi, che è ben altro intento e scopo, ben più importante,
che ottenere di correre senza intralci. Questa ricerca di verità può sembrare
scomoda, persino un fardello, un appesantimento di troppo, ma c’è di mezzo il
recupero della visione nitida e
consapevole di ciò che coinvolge la propria vita, che riguarda il proprio modo
di farsene interpreti, che, se lasciato nelle nebbie dell’inconsapevolezza o se
travisato e mistificato non farà che produrre esiti e sviluppi niente affatto
promettenti, niente affatto felicemente in accordo e fedeli a ciò che da sé,
aprendo sguardo riflessivo, potrebbe
rendersi chiaro come scoperta di ciò che è valido davvero, corrispondente a sé,
al proprio giudizio, a ciò che persuade intimamente e che appassiona. Se da un lato può farsi
avanti l’auspicio della leggerezza, che è desiderio di sgombrare il campo da
presunti innaturali appesantimenti, dall’altro c’è la sollecitazione della
propria interiorità a aprire gli occhi, a passare da una visione accomodata,
parziale e infedele al vero a una visione invece che il vero, pur con costo di
scomodità e con onere di ricerca, lo vuole riconoscere nel proprio interesse,
per far crescere la propria matura consapevolezza, fondamento della propria
autonomia. Ho già avuto occasione nei miei scritti di sottolineare come nel
modo di procedere abituale e più diffuso non è dato spazio e rilievo al rapporto
con se stessi, nel cammino fatto la priorità presto è stata data al rapporto
con l’esterno, con gli altri, in secondo piano il rapporto con la propria
interiorità, considerando il proprio sentire come semplice eco e cassa di
risonanza di situazioni e di stimoli esterni, le proprie emozioni e stati d’animo come segno del sapersi ben
adeguare o viceversa dello stentare nel tenere il passo. Non riconosciuto il
rapporto con la propria interiorità come importante e decisivo per la propria
crescita, rapporto dunque da rispettare e da coltivare per il proprio bene, da
un lato non si è compreso il valore di questa risorsa, dall’altro e di
conseguenza non ci si è arricchiti dell’attingere a questa risorsa interiore.
Non si è sviluppata la capacità di ascolto delle proprie emozioni, dei propri
stati d’animo, di tutte le espressioni della propria vita interiore, dal
sentire ai sogni, privandosi dunque del loro contributo, fondamentale non per
saper dare prova di adeguatezza, ma per avere le guide per capire, la bussola
per orientarsi nel proprio cammino. Così spogli di guida e di sostegno interno,
si è pensato con sempre più tenacia e persuasione che il luogo della vita, di
ciò che conta seguire e tenere sotto il proprio sguardo, luogo di conoscenza,
anche di scoperta di se stessi, fosse nel legame con l’esterno, con la
cosiddetta realtà, con gli altri. Nel rapporto con l'esterno, con gli altri ci
si è via via persuasi che si dovesse trarre la conoscenza di se stessi,
affidandosi, come fossero scontate, a chiavi di lettura dei significati di uso
comune e abituale, confidando nel fatto che le spiegazioni prodotte dalla
propria mente razionale, che, nel portare lo sguardo su di sé e sulla propria
esperienza, di miopia, di sviste e di fraintendimenti, a starci attenti, è spesso
maestra, potessero bastare per capirsi, che anzi quello fosse il modo giusto di
pensare la propria vicenda. D'altra parte va riconosciuto che il modo di
pensare comune, a cui facilmente, se privi di scoperte autonome, di scoperte
proprie in unità con la propria interiorità, si aderisce, spinge fortemente in
questa direzione del legame con l’esterno come luogo della vita, con la
persuasione che nulla si possa costruire e che nessuna occasione di crescita
personale sia possibile se non attraverso lo scambio con gli altri e l’utilizzo
delle risorse esterne per meglio capire e conoscere, per meglio progredire.
Questo non è solo il pensiero comune, ma è l’idea caldeggiata spesso anche da
presunti esperti della psiche. Nell’ambito stesso di tante forme di psicoterapia
ciò che è prima di tutto messo al centro dello sguardo per capirsi, per
individuare nodi e questioni sono le relazioni con gli altri. La relazione con
se stessi, con la propria interiorità, pare non avere centralità, pare
addirittura non avere consistenza, ancora meno capacità di portare ad alcunché.
Se questo accade è segno che in non pochi terapeuti, dotati di tecnica e di
teoria prese da insegnamento di scuole varie, il rapporto con l’interiorità,
con la loro interiorità, è terra sconosciuta. Tutto pare girare attorno al
rapporto con l’esterno, le uniche relazioni riconosciute sono quelle, il
terreno su cui lavorare, le cose da capire, le problematiche come le
opportunità, le cose possibili da portare a compimento stanno lì. Tornando al
desiderio di offrire a se stessi un cambiamento nel segno di una conquista di
libertà e di una capacità di realizzazione più consona a sè, si manifesta
facilmente su questo terreno impazienza. L'aspirazione al cambiamento vuole
percorrere vie rapide. Cominciando ad esempio a prendere visione del proprio
vincolo a stare dentro regole di comportamento e in ossequio, in subordinazione
al giudizio altrui, si fa prontamente avanti il desiderio di dare rapida forma
al cambiamento. Sembra allora fare la differenza e poter produrre un immediato
cambiamento nel proprio modo di essere e di condursi il proposito di
"essere se stessi", di togliersi ogni vincolo e maschera, di seguire
ciò che, non vincolato a altrui giudizio e regola, pare poter immediatamente
originare da sè, fedelmente a sè. In una condizione però di abituale e
perdurante lontananza da sè, dal proprio intimo e profondo, la pretesa di far
presa su ciò che sarebbe più originalmente proprio e consono a se stessi, più
ispirato e insito nella propria natura, su cosa può far leva e conto? Non può
che far riferimento e conto sul bagaglio di conoscenza di se stessi, di
familiarità col proprio intimo e profondo sino a quel momento sviluppati, non
certo così sviluppati, perché, come visto, raramente messi al centro del proprio
interesse e cura, vista la centralità data alla ricerca dell'intesa, alla
capacità di interazione con l'esterno, con gli altri. Dunque, pur con l'intento
di essere se stessi, di esercitare questa libertà, non ci si può che ritrovare
a far leva su qualcosa, su una visione della vita, del senso della propria vita
e su una visione di se stessi che discende, che è più frutto di un accordo con
idee attinte da fuori che di una intesa,
di una vera condivisione di scoperte, di conoscenza di se stessi con la propria
interiorità, cui sinora non è stato dato interesse e spazio. E' proprio questo
che manca e che va sviluppato. E' necessario dare spazio all'incontro e allo
scambio con la propria interiorità, che ha capacità e ruolo principe nel
condurre a svolgere un attento lavoro su di sè per veder nascere e per
riconoscere ciò che è originale e proprio, ben diverso da ciò che si è abituati
a prendere come idea di se stessi di riflesso da pensato comune e da ciò che
gli altri sembrano riconoscere e confermare, convalidare e premiare o viceversa
considerare inadeguato e da migliorare di se stessi. Non si può essere se
stessi, se non si ricompone l'unità con la propria interiorità. Senza questa e
senza ciò che di se stessi si può nel rapporto e nel dialogo con il proprio
profondo conoscere e scoprire di autentico e fondato, essere se stessi si
traduce nel raccogliere e nel riproporre espressioni di sè senza radice, senza
contenuto originale, espressioni spesso subordinate e finalizzate ancora e
prima di tutto a fare i conti con lo sguardo e col giudizio altrui, casomai in
opposizione, casomai per sfida, ma sempre con questi in stretto vincolo e
legame. Il desiderio di essere se stessi può segnare una prima apertura a tener
conto del sentire vero, di ciò che originalmente, davvero spontaneamente si
propone dentro se stessi, di contro alla tendenza non rara a esercitare un
filtro, a volte a riplasmare e dirigere, a enfatizzare le proprie emozioni, il
proprio sentire per renderlo conforme alle attese, per adeguarlo a ciò che pare
ben voluto o adeguato. Spesso sono sottili manipolazioni. C’è poi la tendenza a
dare prima di tutto espressione esterna al proprio sentire che invece è
proposta intelligente da accogliere e comprendere nel suo dire. Il sentire
nelle sue proposte spontanee è traduzione dell’intelligenza del profondo che
con emozioni e stati d’animo guida a conoscersi, a capire. Sovrapporre al
sentire significati e intenti che non gli corrispondono può sciuparne e
fraintenderne il vero senso. E’ perciò necessario imparare a intendere il
linguaggio e il valore di tutto ciò che originalmente, che spontaneamente si
muove dentro se stessi. Essere se stessi significa essere in unità e accordo
con la propria interiorità, questo implica non disdegnare sensazioni che
risultano spiacevoli o impreviste, scomode, ma che hanno da dire, che non si
possono scartare o ripudiare. Insomma per essere se stessi è necessario
scoprire cosa significa stare in unità vera con se stessi in tutto il proprio
essere. Non c'è scorciatoia possibile, non c'è possibilità di vero accordo con
se stessi, di conseguente vero
cambiamento nel segno di essere se stessi se non si recupera l'unità con la propria
interiorità, se non ci si rende disponibili a essere guidati dal proprio
profondo, dentro i percorsi tracciati dal sentire, con le guide dei sogni, che
non sono robetta fantasiosa, ma prodotti e leve di pensiero acute e
intelligenti, a svolgere un attento e paziente lavoro su se stessi, necessario
per formare ciò che può rendere sul serio dotati di contenuti, di idee e di
scoperte originalmente proprie, di capacità di stare in unità e intesa con
tutto il proprio essere. Se non si genera il proprio di pensiero, fatto di
scoperte di significato, lavorando su di sè, sulla propria esperienza con la
guida del proprio profondo, se non si crea forte e caldo legame con la propria
interiorità, se non si sviluppa capacità di ascolto, di dialogo, di fedele
corrispondenza col proprio profondo, con ciò che nel sentire propone, se non si fa proprio il sapere che
trasmette attraverso i sogni, non c'è base ricca e salda per essere davvero se
stessi, capaci cioè di condursi e di condurre la propria vita fedelmente a sè.
Se non ci si conosce nel vero e non si scopre ciò che davvero appartiene a sè e
che da dentro se stessi vuole vivere, non per adeguatezza e ossequio a modelli
esterni, non per ricevere consenso e lode, ma per persuasione profonda e per
passione autentica, non c'è base viva e alimento interno per essere e per far
vivere davvero se stessi. Il lavoro da farsi può non soddisfare la pretesa del
pronto uso, di pronta traduzione e messa in opera, abituale nel procedere
solito. Può esserci la velleità di avere già possesso di soluzioni e risposte,
ma il rischio di sparate a salve, di conquiste di illusorio cambiamento e di
spazi di libertà nel recinto del solito è elevatissimo.
sabato 21 febbraio 2026
Il lamento senza fine
Il lamento è ciò che capita di ascoltare in chi è alle prese con il malessere interiore nelle sue diverse espressioni, un lamento che nel tempo diventa più insistente. E' figlio dell'idea di malattia messa sul conto di ciò che interiormente, risultando scomodo, difficile da reggere e da capire, spiacevole, spesso mettendo in difficoltà e intaccando, compromettendo il procedere solito, che si ha solo desiderio di far scorrere libero da intralci e ostacoli, fa concludere presto che c'è in gioco solo qualcosa di anomalo, di avverso, di malato se insiste. La cura stessa in non pochi casi dà implicita conferma a questa lettura, a questo modo di pensare se stessi in relazione a un'esperienza interiore che pare l'oggetto malato da curare. Convinti, anche dentro e sulla base dell'esperienza della cura, sia essa farmacologica o psicologica, che il problema sia togliere di mezzo l'intralcio interiore e che il proprio bene stia nel poter riprendere e proseguire l'andamento di sempre, non si comprende il vero significato e il valore di tutto ciò che accade interiormente. Si rimane così ben lontani, per effetto di pregiudizio e di predisposizione negativa, dal riconoscere nel proprio sentire, pur doloroso e poco piacevole, l'intento e la capacità, tutt'altro che ostile e deleteria, di esercitare guida alla conoscenza più veritiera e perciò matura di se stessi, di dare impulso vivo a trasformazioni importanti, utili e necessarie. Il proprio sentire, la propria esperienza interiore difficile e sofferta diventano oggetto di un discorso che li vuole vedere come esperienza interiore e sentire anomali, negativi, frutto e espressione di patologia, di un guasto in atto da correggere o al più, mettendo in campo la volontà di capire, questa si traduce nel cercare di trovare loro (alla presunta patologia e al presunto guasto) una causa, che li avrebbe provocati. Muovendo dall'idea, preconcetta anzicheno, che il malessere sia un che di anomalo, un disturbo, conseguente a una causa anche remota, che avrebbe compromesso il proprio equilibrio e benessere psicologico, la propria crescita normale, che qualcosa sia intervenuto, sfavorevole e nocivo, traumatico e penoso, ecco che si finirà pur per trovare qualcosa come causa di aspetto plausibile da qualche parte nella propria biografia, a conferma e a suggello della tesi precostituita del danno subito, non poche volte con l'aiuto e il sostegno della stessa psicoterapia. In questi casi, tutt'altro che rari, ci si dota di una costruzione logico razionale, che pare soddisfacente, che illude di aver capito, che in qualche modo sembra rincuorante e capace di placare la tensione, anche se avvertendo che il rapporto con la propria interiorità permane difficile e ancora da tenere a bada. Capita infatti e comprensibilmente che la propria interiorità, riconoscendo non recepito il proprio messaggio e non accolta e condivisa la propria proposta, non cessi di farsi avanti, di sollecitare, di alimentare nuova inquietudine interiore. L'esperienza interiore viva è stata resa muta, al sentire attuale non è stata concessa parola, sul loro conto si è imposto un discorso e un'indagine, viziate da preconcetto e predisposizione negativi, utili solo a tentare di liberare il campo dalla loro presenza come disturbo indebito. Non è un caso che si compia una simile manipolazione e distorsione del significato dell'esperienza interiore, che di fatto, parlandole sopra e facendole dire quel che si presume, ci si mantenga sordi e incapaci di rispettare e di lasciar parlare l'intimo sentire. La mancanza di capacità di ascolto e di dialogo con la propria esperienza interiore, è una mancanza che accomuna in non pochi casi, va detto, chi patisce la sofferenza e chi se ne prende cura, malgrado i titoli accademici conseguiti, i tanti corsi seguiti, gli insegnamenti di scuole accreditate. La conoscenza interiore, questo vale per tutti, per i terapeuti dovrebbe valere anche di più, si fonda sulla apertura e capacità di rapporto con la propria interiorità, che è ben altra cosa dal possesso di teorie e tecniche apprese. L'incapacità di accogliere e riconoscere il senso vero dell'esperienza interiore è legata al fatto che negli anni, nel processo di crescita personale, è sempre stata in primo piano la ricerca dell'adattamento alle circostanze esterne, la preoccupazione di apprendere da fuori, da istruzione, da esempio, da modelli e cultura condivisa, mentre la vita interiore è stata considerata solo un seguito emotivo, una sorta di eco di vicende esterne, con l'attesa e la pretesa che non creasse intralci, che assecondasse la ricerca dell'intesa con gli altri, la capacità operativa e i propositi di riuscita così come intesi e celebrati dal senso comune. Così condizionati dalla propria incapacità di ascoltarsi, di entrare in rapporto rispettoso con la propria esperienza interiore, di intendere e di capire il significato originale, intimo e vero, dei propri stati d'animo e del proprio sentire, nel frangente difficile, quando le espressioni del proprio sentire diventano aspre, dolorose, di insolito aspetto e più incisive, si è disarmati di fronte alla crisi e al malessere interiore da cui si è investiti. Si reagisce con sospetto e con paura, si concepisce come favorevole solo il ritorno allo stato abituale, la liberazione da inquietudini e da disagi interiori, visti come inutili e odiosi intralci. Privi della capacità di intendersi con se stessi, di entrare in sintonia con la propria interiorità, di cogliere utilmente il significato e lo scopo di ciò che il proprio sentire sta comunicando con tanta forza e intensità, ci si chiude difensivamente e ci si preclude la scoperta di ciò che, affidabile, utile e prezioso, la propria interiorità ha intenzione e capacità di proporre, di offrire. Lo stallo è frutto di questo trincerarsi nella posizione ostile e difensiva rispetto a un'esperienza interiore che non muta. Non muta perchè con forza e persistenza la parte profonda preme, perchè, non accolti i richiami di vitale necessità che lancia, torna a consegnarli. Ecco allora il lamento senza fine contro ciò che si considera una sorte infelice da malati cronici. E' un lamento che nel tempo ha dalla sua anche un valido motivo. Quell'assetto difensivo, quella barriera ostile opposta alla parte intima di se stessi non fa crescere nulla, incallisce solo il preconcetto circa la propria condizione di malati, fa sì che si viva in una sorta di blocco e di torpore dell'animo e della mente, torpore legato non solo all'uso di eventuali psicofarmaci, ma anche e principalmente a una stasi del pensiero e della conoscenza, che non è certo leva di benessere e motivo di gioia.
mercoledì 18 febbraio 2026
Qual'è la parte davvero malata?
Osservando con attenzione le vicissitudini del rapporto con se stessi, si può rilevare come la parte intima sia spesso soggetta, in caso di crisi e di segnali di sofferenza, di malessere interiore, a essere designata come la parte malata, non a posto. Sono situazioni, non certo rare, in cui va senza esitazione sotto giudizio e sotto cura la parte interiore, cui è assegnato l'attributo di essere malata, parte da trattare, da risanare, da rimettere possibilmente in funzione per il verso giusto o considerato tale. Non è motivo di sorpresa che questo accada, se si tiene conto che è nella parte cosiddetta conscia e nelle sue risorse e nei suoi prodotti di pensiero, di volontà e di iniziativa, che ci si riconosce senza indugi, considerando il resto di stati d'animo, di sentire, di spinte e movimenti interiori, come parte e appendice da tenere sotto tutela e comunque non riconoscendole altro significato che di essere più o meno in linea con le proprie aspettative. Pur non sapendo e non capendo nulla della propria vita interiore, ci si pone come arbitri di ciò che che questa parte intima di se stessi può e non può dire di valido. A volte si pretende di plagiare il proprio sentire, di manovrarlo, almeno ci si prova a farlo, cercandone e esaltandone le belle prestazioni, come quando con compiacimento si mette in mostra una cosiddetta sensibilità di fronte a qualche situazione rito che richieda stupore e commozione, come in presenza di qualche altare della meraviglia, che sia un panorama che più bello non si può o altro che si presuppone di alto valore artistico o culturale e di forte capacità di presa, come quando viceversa si presenta una situazione dove mostrarsi colpiti e affranti sembra fatale, dove, come in presenza di eventi come un lutto o altra disgrazia umana, diventa prova di presunta umanità porsi e reagire come afflitti. In questi casi qualcosa di fine, ma non di impercettibile, nel proprio sentire segnala la forzatura, però il tornaconto di immagine e di ricarica di presunta autostima è così gradito, che volentieri ci si passa sopra. Già queste non sono propriamente espressioni di un rapporto rispettoso col proprio sentire. Quando le cose interiormente però non girano per il verso desiderato e atteso, per effetto della libertà che la parte intima e profonda si prende e senza tante remore, per l'autonomia che ha e cui non è disposta a rinunciare, scatta il disappunto, la sorpresa negativa, che può arrivare al biasimo, al giudizio di inadeguatezza, di mala rispondenza agli interessi in campo, fino alla censura, fino al giudizio che definisce insano ciò che non si accorda, che non va nel verso di ciò che si ritiene valido, accettabile e giusto. C'è una parte giudicante, a cui spessissimo ci si stringe, che forse, a ben guardare, è malata di rigidità di giudizio, che si fa forte di persuasioni che più si reggono sul senso e consenso comune, che si avvalgono di schemi di giudizio, di attribuzioni di significato, di valore presi in prestito che di scoperte proprie, che, considerandosi invece avveduta, rifiuta e trascura ampiamente verifiche attente, scoperte di verità circa ciò che fa e che pensa, circa i modi di procedere, circa i vincoli dentro cui si muove, che con i suoi costrutti di ragionamento omette di vedere, preferendo darsi versione più accomodata e rassicurante. Ebbene la parte intima proprio lì va a intervenire, dando attraverso gli interventi del sentire, con le emozioni, i mutamenti d'umore, note interne discordanti, incisi dentro l'esperienza, continui stimoli e spunti per aprire gli occhi, per prendere visione del vero del proprio modo di essere, di pensare e di procedere. Può considerarsi guastafeste, può tirarsi addosso antipatia e disappunto della parte benpensante conscia, ma non smette di metterci lo zampino nel corso dell'esperienza e non certo a fin di male, ma per provare a accendere qualche lume di consapevolezza. Può intervenire con grande forza, può dare ansia per dire che la costruzione della propria vita è fragile e che espone a rischi di perdersi dietro a realizzazioni inconsistenti o estranee a una vera progettualità propria, a ciò che potrebbe scaturire da sè, consono a se stessi, che richiederebbe non correre dietro a altro, ma fermarsi, darsi pausa e spazi di lavoro su di sè per veder chiaro sul proprio modo di procedere abituale, verificando su cosa è fondato e a cosa è affidato, su quali basi, dentro quali vincoli e sostegni, dietro quali guide, per comprendere la necessità di mettere assieme le basi, autentiche, salde perchè dentro di sè riconosciute, di un proprio modo di intendere la propria vita e la sua realizzazione. L'ansia non soffia per caso, non è patologia, è richiamo, è allarme provvido e intelligente. La parte intima può spingere con ancora più forza d'urto come con l'attacco di panico per segnalare il contrasto tra l'orientamento prevalente che punta al fuori, su cui è riversata la parte conscia e il dentro che non le è consenziente, che minaccia di toglierle respiro e ossigeno in quel suo modo di procedere spiantato. La parte intima può coinvolgere nell'afflizione del dolore e della perdita di voglia di vivere, nello sconforto di non vedere luce di fiducia, di speranza, ma solo senso di svuoto e di spegnimento, nella cosiddetta depressione, per calare per intero e senza fughe non in un patologico umore e sentire, bensì nel sincero e onesto bilancio e verifica del modo di condurre la propria vita, non tacendone le forti carenze, persino il nulla di sè e di davvero generato e tratto da sè in una esistenza che si è retta più su altro che su autonoma creazione, sia che si sia trattato di una vita sinora in appoggio e cercata dentro legami con altri e sistemandosi dentro un ruolo designato, sia che si sia trattato di una vita in apparenza fulgida di successi, senza che però abbia avuto successo, crescita e sviluppo nulla di proprio, nulla che non sia stato aver dato prova mirabile da trenta e lode e da applausi. La parte interiore, che non tace il vero, che, costi quel che costi, vuole farne promozione, subisce il torto sistematico di essere considerata malata, oggetto da curare, quando in realtà porta i germi sani di una verifica e di una possibile trasformazione della propria vita nel verso di renderla capace di produrre qualcosa che abbia un senso, che non sia sostenuto da illusorie persuasioni. Si tratta certo di una proposta impegnativa. La parte profonda, ben lungi dal fare le bizze o dall'essere solo capace di espressioni immature e irrazionali da governare e da gestire, da tenere a bada e all'occorrenza da rimettere in riga, è portatrice, lo si comprende quando la si conosce per davvero in ciò che è, di spinte di crescita assai mature, di stimoli, a volte assai pungenti, anche dolorosi, di ricerca di verità che possono risultare scomodi, che la parte conscia è spesso ben lontana dall'intendere e dal condividere. La parte conscia, che si arroga capacità superiore, in realtà chiude spesso cocciutamente e arrogantemente a qualsiasi verifica, anzi nemmeno queste sollecitazioni di crescita vera, che le vengono dall'intimo, le comprende, anzi le fraintende grossolanamente, appioppando all'intimo, che, come visto non per caso o insensatamente procura ansia e altro, patente di parte non a posto e malata. Quale è dunque la parte davvero malata e che richiede cura? La parte che può alimentare la cura è proprio la parte sempre indiziata di essere quella da mettere a norma e da sanare. La parte intima è quella che ben guidata dal profondo, se la si comprende e se ne riconosce il linguaggio, il potenziale e il valore, può fornire la base, le risorse, l'animo e l'intelligenza per sanare l'inadeguatezza della parte conscia, spesso a rischio di portare avanti costruzione adeguata al giudizio dei più, ma carente, per non dire vuota, di contenuto proprio. Questo, di cui ai miei occhi sono testimone nel rapporto con me stesso, è ciò che nel lavoro analitico ho visto in tanti anni e che tuttora vedo compiersi nell'altro nella evoluzione del suo rapporto con se stesso, con la sua interiorità.
mercoledì 11 febbraio 2026
Il credo comune e condiviso vede come insano il malessere interiore e come valida e sana la lontananza da se stessi.
Il corso interiore, quando assume una forma non agevole e non conforme alle attese, facilmente incontra in chi lo vive una reazione prontamente negativa di insofferenza, di timore, di rifiuto. Scattano rapidi i giudizi che ne sentenziano il carattere inadeguato, sbagliato, persino assurdo, perchè fuori da ciò che si ritiene essere accettabile e ragionevole. Sono giudizi che rapidamente fanno giustizia di un'esperienza interiore subito sgradita, mettendole sopra commenti e spiegazioni che tanto sembrano ragionevoli quanto non hanno nulla a che fare con ciò che quel sentire, spiegato e giudicato e non ascoltato, vuole dire, mettere in primo piano e portare a comprendere. Il linguaggio interiore è spesso ignoto ai più, ignoranza che non è riconosciuta, anzi che va di pari passo con la supponenza del giudicare, del trarre rapide conclusioni. Quante occasioni perse per ritrovarsi, per mettere a punto una chiara visione di se stessi, di ciò che sta realmente accadendo nel proprio cammino di vita, per orientarsi! Il proprio sentire, il corso interiore di stati d'animo, di emozioni, di spinte infatti non è mai casuale, anzi nulla è più opportuno, assennato, rispondente alla necessità di aprire gli occhi, di comprendere il vero, nulla è più affidabile e capace di portare in evidenza i nodi importanti, le questioni da capire, nulla è più valido supporto e guida per conoscersi e per crescere di ciò che si declina interiormente. L'apparenza o meglio ciò che, facendo uso di senso comune, di logica corrente, si ritiene di vedere nel proprio sentire, che ne condiziona e delimita la visione, il preconcetto insomma, è una cosa, il significato e la proposta vera racchiusa nelle proprie sensazioni, nei propri stati d'animo, nei propri tormenti e ansietà, nelle pieghe e negli svolgimenti, anche nei più sofferti del proprio sentire, è tutt'altra cosa. Si è in genere incapaci di relazione, di ascolto e di dialogo col proprio sentire, con la parte intima di se stessi. Ci si è nel tempo abituati e adattati a questa sostanziale ignoranza di ciò che vive dentro se stessi, a cui non si dà rilevanza, si è imparato viceversa a portare tutta l'attenzione verso l'esterno, inteso come il luogo della vita vera e della realtà che conta, a pensare che si ha occasione di vita e di crescita solo nella relazione col fuori organizzato, con le proposte e con i supporti che offre, che vanno portate a sè quelle risorse, senza le quali si è convinti di potersi solo spegnere, involvere e inaridire. Bisogna dunque stare al passo e nella disposizione a recepire, ci si persuade che non si può avere occasione di crescere se non ci si nutre delle opportunità, delle risorse, dei mezzi offerti e organizzati, della relazione con gli altri. Si ha assai spesso una cultura dell'intimo, una conoscenza e una capacità di comprendere la propria vita interiore, conoscenza e consapevolezza che non è certo un lusso da possedere o uno sfizio strano o superfluo, riguarda infatti l'avere chiara visione di cosa vive nella propria esperienza, di chi si è veramente, di cosa si sta facendo della propria vita, che senza l'ascolto attento e l'incontro con la propria parte intima non si può avere, al più ci si racconta quel che pare e piace, cultura che dire primitiva e piena zeppa di luoghi comuni, di pregiudizi, di preconcetti, assorbiti dal pensato comune, di sbrigative sovrapposizioni a ciò che si sente e che si propone nel proprio intimo di spiegazioni e di deduzioni, è dire poco. La cultura che sta a cuore riguarda solo l'apprendimento di ciò che è stimato e onorato come conoscenza da acquisire dalla biblioteca del sapere, che spesso serve solo a sentirsi e a essere riconosciuti dall'intorno sociale come adeguati, all'altezza, intelligenti. Per quel che conterebbe davvero imparare a conoscere, coltivare nel rapporto con la propria vita interiore, la più vicina, la più carica di capacità di formare pensiero vivo e piantato, invece sembra bastare e avanzare quel che si presume di sapere già e finisce lì. Quando la vita interiore assume caratteri acutamente impervi, critici e difficili, ecco allora che entrano in campo le reazioni più scomposte e la tendenza a spararle subito contro giudizi di insensatezza, di essere condizione anomala, persino malata, capace solo di procurare afflizione, ostacolo al vivere, piaga malsana di cui ci si considera vittime. La visione che si ha dell'esperienza e delle condizioni di malessere interiore è ben in sintonia e accordo col pensato più comune e questo autorizza e dà manforte a sostenere la tesi del disturbo, della anomalia, della malattia da combattere e sanare. Pur nella omogeneità di visione di giudizio o meglio, proprio per la mancanza di autonomia nel considerare e comprendere il significato e il valore delle espressioni della propria vita interiore, può esserci verso gli altri timore di essere mal giudicati, altri che potrebbero vedere nel malessere, nella sofferenza interiore di cui si è portatori segni di debolezza, di cattivo stato, di mancata matura (?) crescita, altri pronti casomai a indicare nella forza di volontà la reazione da impiegare. Da qui la delega a presunti esperti e titolati terapeuti di infilare in una casella diagnostica ciò che, unico e originale, vive dentro se stessi, di fornire rimedi, antidoti a ciò che pare solo una minaccia, un danno, un disturbo da sanare al più presto, da tenere a bada, vuoi con farmaci, vuoi con spiegazioni e consigli, vuoi con tecniche e prescrizioni di comportamento per mettere a tacere, per contenere, per raddrizzare le cose. Ecco il salvataggio invocato, che in sostanza, anche se non lo si riconosce e ammette come tale, varrebbe a uscire fuori dal disagio di stare in contatto con se stessi, reso insostenibile proprio dalla incapacità, frutto di mancata vera crescita personale, di entrare in rapporto con la propria interiorità. E' una mancanza che deriva dal non aver avuto a cuore nel tempo di formare, di coltivare il rapporto con la propria parte intima e profonda, con la propria vita interiore. Questo limite, questa insufficienza e mancata crescita non ha però riconoscimento, non è in primo piano, non è ammessa e resa chiara ai propri occhi, si continua anche in regime di cura, a cercare solo di gestire, di mettere a tacere, rovesciando tutta la responsabilità su ciò che interiormente non girerebbe a dovere, di cui ci si considera vittime, a cui si è ben propensi a cercare altrove da sè le cause, ricorrendo, casomai con l'aiuto di una psicoterapia ad hoc, a qualche indagine, preferibilmente sul passato remoto personale, che rintracci e metta in primo piano e chiami in causa responsabilità altrui, carenze, condizionamenti e torti subiti, traumi patiti e altro come ipotetica causa, cui si dà volentieri credito, del proprio intimo malessere. Ciò a cui nel tempo, nel modo di condursi si è dato rilievo, ciò a cui si è badato e dato priorità è stato e continua a essere altro e tutt'altro dallo sviluppare capacità di rapporto, di ascolto e di dialogo, di intesa con la propria interiorità. Ciò che di sè e per sè ha avuto e continua spesso a avere primato e affidamento è la capacità di formare pensieri ragionati, considerata valida e sufficiente, quando, a guardare bene, nella conoscenza dei significati della propria esperienza e di se stessi, è nulla di più che una tessitura di congetture spiantate, per quanto voglia considerarsi attenta e intelligente. Ciò a cui si dà credito e cui tanto e volentieri ci si dedica, come modalità principe di occuparsi di se stessi, sono gli accorgimenti studiati col ragionamento per guidare i propri comportamenti, con al centro la cura della rappresentazione di sè, della buona riuscita, della tenuta negli scambi con gli altri, per destreggiarsi e per ben figurare, senza alcun interesse serio di capire cosa si sta facendo di se stessi, dentro quali vincoli e a che scopo. Se si portasse sguardo attento a riconoscere il vero della propria condizione, se si tenesse conto di quanto poco si sa di sè e si sa dare a stessi, si comprenderebbe che prendersi davvero cura di stessi significa non chiudere, non mettere a tacere, non mettere sotto controllo, ma aprire alla propria interiorità e perseguire lo scopo di far crescere la capacità di ascolto e di dialogo con l'intimo e il profondo di sè, il solo capace di dare vero arricchimento, conquiste di verità, autonomia di pensiero, passione e forza di far vivere l'autentico di se stessi.
mercoledì 28 gennaio 2026
La normalità
E' un principio regolatore, autentica sponda, bussola e salvagente per chi non dispone, perchè non se l'è costruita, di autonoma capacità di orientamento e di giudizio. La normalità tutela gli sprovveduti, che però tali non si riconoscono, che anzi si credono padroni del giudizio. Che rimbalzi nella testa di chiunque per capire dove sta la espressione di sè accettabile e giusta, che ugualmente faccia da guida e trovi perciò fatale riconferma nella produzione di idee di non pochi dei cosiddetti esperti e curanti della psiche, possiamo comprendere che la cosiddetta normalità con tutti i suoi metri, parametri e perimetri è mastice dell'intelligenza comune e diffusa. Orienta e rassicura, rimette in riga, consente di procedere più tranquilli. Se sento questa cosa, se reagisco in questo modo sono nella normalità o no? Il terreno del sentire è il più arduo, perchè lì possono accadere gli imprevisti, proprio in virtù del fatto che il sentire, che tutto ciò che si muove interiormente, si declina liberamente, non si disciplina e non si fa istruire dal metro e dai consigli della normalità. Il nostro sentire scaturisce e traduce una intelligenza profonda insita nel nostro essere e che tutto pensa e fa, meno che scodinzolare al seguito delle idee di normalità. I giudizi e le idee applicate di normalità esauriscono presto l'indagine. Se una cosa, se un comportamento, se un'azione o una reazione è formalmente dentro i paletti della normalità, se la rispetta e riproduce, non serve altro, non è necessario capire, vedere oltre. La verifica che l'esperienza, che la scelta, che la risposta data è inquadrabile nella normalità, chiude il discorso. L'intelligenza profonda dell'inconscio, che vive dentro di noi, viceversa interroga cosa c'è realmente nell'esperienza che ci vede coinvolti, di cui siamo attori, cosa rivela di noi stessi, cerca e riconosce il vero e perciò dà attraverso il sentire le guide, le tracce, i richiami per entrare nel merito del vero, senza farsi bastare l'idea di normalità. Accade però che di fronte alle espressioni del sentire, che colgono di sorpresa, che incalzano e non recedono, che spingono per quel supplemento di indagine volto a cercare il significato vero, ciò che rivela di se stessi, racchiuso nell'esperienza, volto a far emergere i nodi, le questioni importante riguardanti il modo di condurre la propria vita, non sia affatto compreso, che la spiegazione delle cose, di cui l'idea di normalità fa da garante, sia considerata valida e sufficiente. L'idea di normalità interviene a fare da arbitro e giudice, che, per rimettere le cose a posto, per dare una bella riordinata, sentenzia che quel sentire inatteso e che non dà tregua, che non mette in pace con se stessi, che incalza, che a volte a muso duro provoca e insiste, ha superato i limiti della tollerabilità, del sano e del ragionevole, dell'accettabile e del funzionale a tenere in piedi e far ben girare il consueto modo di fare e di procedere. Ecco allora il braccio esecutivo dell'idea di normalità, di cui ognuno nel rapporto con se stesso è artefice e responsabile, che come netturbino spazza via come rifiuto, come scarto e immondizia ciò che dentro di sè non sta e non si muove nelle regole, dentro il recinto della normalità. Persuasi che in questo modo, avvalendosi della mano santa della idee e dei criteri della normalità, si tuteli e si persegua il proprio bene, in realtà ci si amputa della capacità, che va nutrita e che richiederebbe un lavoro di concerto col proprio sentire, di aprire gli occhi, di generare pensiero proprio, di formare e di sviluppare intelligenza propria e non pensiero che fa il verso, ammaestrato dai preconcetti comuni che stanno alla base delle idee di normalità. Il proprio bene starebbe nel vedere con i propri occhi, nell'imparare a corrispondere ai richiami e ai suggerimenti del proprio sentire, nell'imparare a entrare in accordo, in sintonia e in sinergia col proprio profondo, per conquistare autonoma capacità di vedere, di pensare, di comprendere, per mettere nelle proprie mani una bussola valida, per dotarsi di autonoma capacità di governarsi, di disporre del proprio destino, per non correre dietro e farsi portare da altro, per non essere solo una voce nel coro, illudendosi di dire la propria.
sabato 24 gennaio 2026
La vera solitudine
Si pensa in genere alla solitudine come a uno stato di allontanamento e di mancanza di contatti e di rapporto con gli altri. La si considera assai di frequente come uno stato infelice, oggetto, quando coinvolti, di auto e di altrui commiserazione, come una condizione di abbandono, che depriva, che sottrae un che di vitale, collocato fuori, negli svolgimenti esterni, negli altri, considerati essenziali per dare sostegno e contenuto alla propria esistenza, per procurare a se stessi occasione di entrare nel corso (ritenuto) reale della vita, per non rimanerne esclusi, per avere opportunità di arricchimento della propria esperienza, di crescita o più semplicemente per trarne qualche sollievo e rassicurazione, per evadere da quel senso di vuoto e di mancanza. C'è chi guarda allo stare da solo con minore pena e angoscia, come a un che di necessario a tratti e di utile. Accade non di rado che in quei momenti di solitudine ben accetti, più che un vero ascolto, incontro e dialogo con se stessi, con la propria interiorità, prenda il sopravvento l'iniziativa di riempire quegli spazi con altro, che sia una lettura, l'ascolto di musica, la visione di qualche programma in tv o in connessione a internet, oppure l'impegno in qualcosa di pratico o di convenzionalmente considerato "creativo", poco importa, purchè sia in grado di dare riempimento. Se c'è interesse per il prendersi cura di sè, per il rapporto con se stessi, non è raro, soprattutto in presenza di qualcosa di interiormente difficile, che si cerchi di adottare qualche forma di rilassamento o che si ricorra, giusto per fare qualche esempio, a tecniche tipo meditazione, che in ogni caso implicano applicare un procedimento appreso, che non sono apertura schietta e incondizionata alla propria interiorità in ciò che dice e propone, che viceversa chiedono distacco da ciò che di più intimo e vero si propone come inquieto e teso. Da soli può anche accadere che si dia il via a una sorta di riflessione sulla propria esperienza e condizione, sulle questioni in primo piano, che in realtà si traduce in una rielaborazione ragionata che vede l'intimo di sè, il proprio sentire, la propria esperienza intima viva più come oggetto di spiegazioni e di commento, che come parte viva propositiva, cui sia data parola, con cui porsi in ascolto e in dialogo. Prende forma in sostanza un monologo, dove la parte dei soliti noti del ragionamento e dell'iniziativa conscia ha il sopravvento e l'interiorità diventa solo oggetto di intervento e non soggetto dialogante. Accade così che si permanga nel rapporto con se stessi nella condizione di distacco, di lontananza, di solitudine vera, di mancanza di relazione viva, di privazione e addirittura di ignoranza di tutto ciò che la parte intima di sè può dare e di cosa può significare e generare l'incontro, la vicinanza e lo scambio vivo e fecondo con la propria interiorità. Questa è la vera solitudine, che è privazione di un legame davvero vitale e di uno scambio decisivo, importante, quello con la propria interiorità e che spinge a cercare in altro indiscriminatamente, bisognosamente, ogni apporto e supporto vitale. Questa condizione di solitudine nel rapporto mancato con la propria interiorità ha conseguenze rilevanti, anche se abitualmente ignorate, non considerate, incomprese, sul proprio modo di pensarsi, di percepire se stessi. Permane l'idea e l'immagine distorta del proprio essere, che, limitato a stare, nella sostanza, nei confini di una parte, quella conscia di volontà e ragione, vede il resto di sè intimo fatto di presenza viva di sentire, di stati d'animo, di svolgimenti interiori, come appendice subalterna, che a tratti può risultare scomoda, difficile da comprendere e soprattutto da "gestire", ma che non entra a far parte, che non diventa parte fondamentale del proprio essere. Non lo diventa a proprio discapito, lasciando intatto uno stato del proprio essere, monco di un apporto intimo sostanziale, che spinge e obbliga alla dipendenza, alla necessità d'altro, cercato fuori di sè, per integrare e portare a sè fonte vitale, sostitutiva di quella intima, originale e propria. Una simile condizione, anche se considerata normale, non è di poco peso nel decidere la propria sorte, nel segnare i limiti della propria realizzazione umana personale. Senza il contributo della parte intima e profonda del proprio essere, continuando a ignorarne il vero volto, ci si priva della possibilità di aprire gli occhi, di avere visione vera e fondata di se stessi, comprensione dei nodi veri della propria vita, perchè senza lo scambio col proprio intimo e profondo, senza il suo apporto non c'è nulla di davvero visto da vicino di sè, di vero, nulla di scoperto come autentico, di riconosciuto come originale e proprio. Senza unità di tutto il proprio essere, non c'è possibilità di comprensione autonoma dei significati della propria vita, riconoscibili dentro e attraverso la propria esperienza, non c'è formazione e conquista di punti cardine e di orientamento propri, non c'è scoperta della grande affidabilità della propria guida interna, esercitata dal proprio profondo, non c'è scoperta di quanto sia rigenerante e arricchente attingere al proprio intimo. Accade di conseguenza che tutto, risorse per arricchire la propria vita o semplicemente per non vederla languire, modi di pensare e di intendere i significati dell'esperienza e ciò che vale, sia cercato fuori e in simbiosi con l'esterno sia tratto da modelli e da aspirazioni comuni, che il rapporto con gli altri e con l'esterno appaiano come fonte vitale essenziale. Questa condizione, tutt'altro che ovvia e naturale, è semmai espressione della adesione a una sorta di regola comune esistenziale, di normalità, supportata e suffragata culturalmente da idee o principi come quelli dell'essere umano come animale sociale, come necessitante, per dare volto e realizzazione piena alla propria vita, di integrarsi, di unirsi e raccordarsi agli altri, per dare significato e scopo alla propria vita, per non rimanere ai margini, per non chiudersi in una condizione considerata insana di isolamento oppure per non trincerarsi in una posizione giudicata poco degna di indifferenza e egoistica, in realtà per stare su, per colmare di unità d'insieme quella mancanza di sè, che, se cercata e coltivata, creerebbe ben altra base e darebbe ben altra linfa e contenuto, ben altro indirizzo e scopo all'incontro e al rapporto con l'altro, con gli altri. Quando infatti si esce dalla solitudine interna, che è la vera solitudine, che è mancanza di rapporto vivo e dialogico con la propria interiorità, è conseguente che il rapporto con gli altri assuma un ben altro e ben diverso volto da quello spesso prevalente, segnato da istanze di attaccamento dipendente, da necessità di legare a sè l'attenzione e la considerazione altrui, di piacere, di compiacere, di cercare e di dare consenso. Disponendo di un proprio centro, di una base si ascolto e di dialogo con la propria interiorità, l'incontro e lo scambio con l'altro può essere vissuto con senso di libertà, che consente, se se ne avverte la possibilità e la spinta interiore, di coinvolgersi nella ricerca di un incontro umano non superficiale, fondato su capacità di ascolto e di dialogo attento e sincero, con possibilità di scambio fecondo e di arricchimento vero.
mercoledì 14 gennaio 2026
Psicoterapia a che scopo?
La conquista fondamentale, che la psicoterapia dovrebbe
consentire, per essere davvero utile e capace di portare al cambiamento di
qualità nella propria vita, è imparare a stare fiduciosamente ben connessi col
proprio intimo sentire e con il succedersi di tutto ciò che si vive
interiormente, anche quando difficile e disagevole, imparando a reggerne la
tensione, a non fuggire, di pari passo con l'acquisizione e con lo sviluppo
della capacità riflessiva, che permetta di vedere, come guardandosi allo
specchio, cosa dentro il proprio sentire, dentro la propria esperienza
interiore prende forma, di riconoscerne l'autentico significato, di
raccoglierne l'originale proposta. E' questa possibilità di unità fiduciosa con
se stessi, senza necessità di barriere, di tattiche di controllo, senza fughe
da ciò che intimo è stato in precedenza vissuto come insidia e come fastidio,
come minaccia ostile o come lato oscuro da tenere a bada, come disturbo da sanare,
con la scoperta invece che tutto dentro di sé, anche nelle sue espressioni in
apparenza, solo in apparenza, anomale, dice e comunica e non certo per fare
danno, che la psicoterapia dovrebbe permettere di vivere, di toccare con mano e
di portare a maturazione. Essenziale per raggiungere questo fondamentale scopo,
di superamento della lontananza dal proprio intimo e della conquista della
unità con tutto il proprio essere, è imparare a ascoltare il proprio sentire, a
comprenderne il linguaggio e a riconoscerne l'autentica proposta, per far sì
che l'unità con se stessi, con la parte intima di sè sia davvero possibile,
fiduciosa e piena. La tendenza abituale, particolarmente in presenza di un
sentire difficile e spiacevole, è di giudicarlo un che di negativo, di molesto
e preoccupante da contenere e di cui liberarsi o al più di volergli trovare un
motivo in questa o in quella causa cercata fuori, che lo provocherebbe, senza
di fatto ascoltare quelle sensazioni, senza lasciarle dire. Essenziale e
favorevole a sè non è sopprimere, ma acquisire capacità di sguardo riflessivo,
che permetta di vedere cosa quel sentire, che viene dal proprio intimo, sta
evidenziando, sta portando a riconoscere. La capacità riflessiva di cui parlo,
che è conquista fondamentale, non c'entra nulla con la riflessione comunemente
intesa e praticata, che si traduce in un parlare sopra, in un rimuginare
razionale sul conto dell'esperienza che si sta interiormente vivendo,
sovrapponendole spiegazioni, interpretazioni e deduzioni, sviluppando idee che
coi vissuti interiori, col sentire, reso oggetto di speculazione razionale, non
hanno relazione, che non gli concedono rispetto e riconoscimento di parte degna
e propositiva. Nel sentire c’è la parte di sé, preziosa e intelligente, non
certo sgangherata e inconsulta, che può dare a ognuno il contatto vivo con se
stesso, la terra sotto i piedi per ritrovarsi e per comprendere il proprio
stato vero, le questioni, i nodi che riguardano se stesso, il proprio modo di
procedere. Nel sentire, non cè la banale e meccanica reazione e l’impronta interna
lasciata dall'agire di una causa esterna, di questo stimolo o di quello, c'è la
capacità di recuperare e di dare il radicamento nel vero di se stessi, la guida
viva per non estraniarsi, per non allontanarsi mai da sè e dal cuore della
propria esperienza e della propria ricerca. Parlo di ricerca perché il senso
vero del nostro vivere non è adattarci o infilarci in qualche dove che ci
definisca e che ci dia un illusorio senso di esistere e di realizzarci, ma è
vedere con i nostri occhi, prendere consapevolezza e visione trasparente e vera
di noi stessi, trovare dentro di noi le risposte e riconoscere quale vuole e
può essere il senso, lo scopo della nostra vita, secondo noi stessi,
coerentemente con noi stessi. La piega prevalente dell’esistenza è spesso di
farsi dare dall'esterno le risposte, di seguire e inseguire tracce e guide
esterne, di identificarsi con altro fuori e attorno a sè, che se da un lato già
sembra dire, consentire, dare risposte e soluzioni possibili, dall'altro
finisce per delimitare le espressioni, le scelte, i modi della propria vita. Il
nostro profondo, depositario delle nostre più originali ragioni, potenzialità e
capacità di pensiero, non ci sta a un simile passivo adeguamento, che rischia
di falsare e di far fallire la nostra vita, di toglierle il bene supremo,
quello della consapevolezza, della capacità di vedere con i nostri occhi e di
generare il nostro pensiero, della libertà di metterci su un cammino nostro,
sentito, consapevole, fattivo e creativo, non affidato al conformismo o
all’approvazione/conferma altrui. La parte profonda non sta quieta e preme per
sollecitare ricerca, presa di coscienza di come ci si sta muovendo, spesso e da
gran tempo in modo gregario (anche se con l'illusione di essere artefici delle
proprie idee e delle proprie scelte), di cosa si sta facendo di se stessi, di
cosa viceversa è possibile mettendo al centro e senza risparmio il proprio
sguardo, onesto, trasparente, acuto e pronto a riconoscere anche ciò che di se
stessi dispiace ammettere, ma che per crescere e far crescere il nuovo e il
proprio è indispensabile conoscere e riconoscere. Il malessere e la crisi
interiore nelle sue diverse espressioni, tutte significative e mai casuali,
nasce e si propone con forza per iniziativa del profondo. Non è un guasto o una
patologia da combattere frontalmente e da mettere a tacere, neppure da spiegare
e da tentare di risolvere andando a cercare in qualche accidente, trauma o
condizionamento esterno la causa presente o remota che avrebbe provocato il
presunto guasto o danno interiore, è
viceversa richiamo e sollecitazione profonda a occuparsi di se stessi, a
prendere visione del proprio reale stato, a mobilitarsi per generare tutto ciò
che manca di scoperte di significato, di conoscenza di se stessi,
indispensabili per prendere davvero in mano la propria vita, per rispettarne le
ragioni e per farne vivere le possibilità autentiche. Nel lavoro di
psicoterapia (mi sto riferendo a una psicoterapia di impostazione analitica e
che concepisca la totalità dell'essere, l'importanza della componente profonda,
dell'inconscio) è fondamentale dunque dare spazio alla parte intima e profonda,
che è motore della crisi e che sa cosa sta smuovendo e perché. E’ la parte di
noi stessi, quella profonda, che non si perde o disperde, che non accantona
nulla, che non oscura per comodo, che non rinvia la verifica, che vuole il
vero, senza limiti e sconti, perché il vero è la base della libertà e della
trasformazione, del poter scegliere sapendo. La ricerca nel corso della vita
non è mai finita, ma è importante che sia ben e saldamente impostata, che si
sia imparato a dialogare con se stessi, ad avere unità con se stessi, a dare
ascolto a tutto ciò che si sente, a procedere uniti con se stessi. I nodi
decisivi vanno avvicinati, sotto la guida della parte profonda che lo sa fare
di dirigere la ricerca, prima di tutto attraverso i sogni, oltre che con tutto
ciò che nell'esperienza del sentire, che l'inconscio plasma e dirige, vuole
rendere tangibile, riconoscibile. Acquisita saldamente la capacità di aprire
senza barriere e di comunicare con la propria interiorità, essenziale per dare
forma nuova e consapevole e unitaria al proprio procedere con se stessi,
compiuti i passaggi di crescita, sciolti i nodi fondamentali sotto la guida del
proprio profondo, si potrà continuare da soli il proprio cammino e, al passo
col proprio sentire, proseguire le proprie scoperte, che non cesseranno di
arricchire la propria vita. Questo l’orizzonte dentro cui va concepita la
psicoterapia perché davvero sia utile e consegni le chiavi nuove per percorrere
il cammino della propria vita non in un rapporto di fragile unità con se stessi
o addirittura di disunione, di persistente timore e di propensione a
sorvegliare e a controllare gli accadimenti interiori (quante volte capita di
sentir dire: ho imparato con la psicoterapia a "gestire" le mie
ansie), ma di fiducia e di scambio totale, senza chiusure, con la propria
intima esperienza, di sintonia col proprio profondo. Quando, travisando il
significato della crisi, si investe su terapie che vogliono cercare la causa
remota di ciò che nel malessere e nella crisi interiormente aperta è giudicato
in partenza come un disturbo e l'espressione di un danno psicologico prodotto
da cause, da distorti e mancati apporti, da condizionamenti di figure
significative, da traumi e accidenti negativi si consolida dal principio il
distacco dall'intima esperienza interiore, che pur difficile e sofferta, è
comunque voce del proprio intimo e profondo, voce e proposta non raccolta.
Quando, sempre travisando il significato della crisi si dà adesione a terapie,
vuoi farmacologiche, vuoi psicoterapie, che pretendono o che si illudono di
mettere sotto controllo o a tacere l'intimo malessere, da subito giudicato
anomalo, senza valida ragione e senso, a sè sfavorevole e disfunzionale, perciò
da correggere, anzichè aiutare a sviluppare la capacità di ascoltarne voce e
autentica proposta, ci si ritrova a rinsaldare ancora la separazione da se
stessi, la condizione di contrapposizione, di mancata unità e dialogo con tutto
il proprio essere. Quando, facendo solo opera di contenimento o di
riaggiustamento, i nodi decisivi della propria vita non sono, con la guida del
profondo, riconosciuti e sciolti, quando i cambiamenti nel modo di stare in
rapporto con se stessi non sono felicemente conquistati, quando non si supera
la scissione tra ciò che si pensa e si argomenta e ciò che si sente, quando non
si raggiunge la unità dialogica con la propria interiorità, il profondo tornerà
nel tempo a agitare le acque con rinnovata forza, non cesserà con insistenza di
reclamare ascolto, imperiosamente premendo ancora perchè sia fatto il lavoro
che serve, perchè finalmente sia fatto bene e fino in fondo.
sabato 10 gennaio 2026
Il controllo
Il controllo è la forma più frequente di rapporto con tutto ciò di cui si fa esperienza interiormente. Da un lato c'è la consegna alla parte conscia del compito di dirigere le operazioni di pensiero e decisionali, di dare indirizzo alle scelte, di esercitare spinta e di garantire tenuta volitiva nelle decisioni prese, dall'altro le espressioni della vita interiore, dalle emozioni, agli stati d'animo, dalle pulsioni a tutto ciò che, esercitando su di sè presa e coinvolgimento, interviene nell'esperienza, è considerato materia da regolare e da tenere sotto controllo. I significati dei vissuti, di quanto si rende vivo e si propone intimamente, sono spesso prontamente dedotti col ragionamento e fatti rientrare nell'orizzonte del pensiero abituale, sono dati in qualche modo per già acquisiti, soprattutto vagliati sul grado di coerenza con ciò che si è abituati a ritenere valido, normale e accettabile. L'interferenza, il mancato accordo e sostegno alle attese della parte conscia dato da stati d'animo e da moti interiori, che non garantiscono la stabilità dei propositi e la continuità del percorso che si sta e che si vuole seguire, induce a mettere in opera subito la forza di interdizione del ragionamento e la pronta mobilitazione di ogni energia possibile a difesa di quelli che sono considerati i propri legittimi e validi interessi. La preoccupazione circa l'incoerenza o le minacce di intralciare gli intenti e i convincimenti razionali esercitate da ciò che si sente o che, in adesioni a spinte interne, ha prodotto conseguenze sul comportamento, che paiono per nulla favorevoli e promettenti, alimenta la necessità di tenere a bada, di riportare sotto controllo simili spinte e moti interiori. Se intervengono ad esempio impaccio, timore, insicurezza e ansietà o l'umore, anziché sereno e fiducioso, flette e si oscura, questi svolgimenti interiori, imprevisti e indesiderati, diventano presto bersaglio di una critica propria e di una certa insofferenza che pretendono altro. Talora c'è il tentativo di spiegare, di trovare una causa, ferma restando la pretesa che tutto debba svolgersi diversamente rispetto agli esiti giudicati infausti, che quegli eventi interni stanno minacciando di provocare. Dunque anche l'approccio che pare più aperto, volto a capire, parte sempre dal presupposto e dalla pretesa che tutto interiormente debba svolgersi nel modo voluto e programmato, un modo mai messo in discussione e fatto oggetto di attenta verifica. Si permane di fatto indisponibili a ascoltare e a recepire ciò che il sentire, che si è messo in mezzo o di traverso nell'esperienza, vuole e sa dire. Questi interventi del sentire, tutt'altro che sciagurati o espressione di un che di insano e di difettoso, sono viceversa un valido e tempestivo contributo offerto dalla parte intima del proprio essere per aprire una attenta presa di visione riflessiva su ciò che si sta facendo e perseguendo, sono uno stimolo, sono una mossa decisa dal profondo, per dare primato all'esigenza di capire ciò che si svolge nell'esperienza, di capirsi. Sulla spinta e sull'attesa della parte conscia, che la vive come conveniente e necessaria, di trovar da dire nella relazione con altri, può, per fare un esempio, frapporsi impaccio e mancata fluida parola, circostanza che pare negativa e lesiva dei propri interessi. Interiormente però prevale l'istanza di capire cosa e perchè dire, vincolati a quale esigenza e per produrre che cosa. Sull'ottenere buona prova prevale nelle intenzioni del profondo, che anima tutte le spinte e gli interventi del sentire, l'istanza di capire a che scopo si vogliono ottenere i risultati voluti, per rispondere a quale bisogno o aspirazione, dentro quali vincoli, che possono essere di dipendenza, di soggezione e di attesa di essere premiati e ben considerati dal giudizio altrui per esempio. La parte profonda non è cieca, l'inconscio vuole alimentare la presa di coscienza e non la riuscita ad ogni costo. La presa di coscienza vale, è essenziale per costruire il fondamento di una visione che permetta capacità di orientarsi, di trovare in accordo con se stessi la comprensione del vero, di collocare nelle proprie mani la capacità di scegliere e di dirigersi, di autogoverno maturo e saldo. Pare sfavorevole la mancata riuscita dei propositi abituali, la mancata prestazione, ma ciò che più vale, che il profondo fa valere con i suoi interventi nel sentire, è l'esigenza di non procedere ciecamente a testa bassa, di capire, di porre le basi per riconsegnare a se stessi il compito e la facoltà di comprendere, di vedere con i propri occhi cosa è importante e valido e perchè, per avere di conseguenza libertà di perseguire gli scopi da sè riconosciuti e compresi come significativi e appassionanti e non quelli a rimorchio di stime di valore e di giudizi comuni. Fare di se stessi, come spesso accade, uno strumento per ben figurare e per servire le attese o presunte attese altrui di buona prova, per riceverne plauso, conferma e apprezzamento è una cosa, è una scelta dipendente e succube, riservare a se stessi invece la facoltà, in accordo e unità con se stessi, di scoprire e di comprendere significati, aspirazioni originali e ciò che davvero vale, fondandosi su intima esperienza, anzichè desumere significati e traguardi da raggiungere facendoseli dire da altro e riprodurli da bravi scolaretti, è tutt'altra storia. L'interiorità non ha e non asseconda spirito gregario, ma lavora per coinvolgere nella ricerca e nella scoperta del vero, per perseguire conquiste di libertà e di crescita personale vera e non di facciata. Se delude le aspettative è per capacità e per forza d'animo, che possiede, di promuovere consapevolezza, fonte di crescita e leva di conquista di autonomia. Grande è la miopia e il fraintendimento di ritenere che interiormente tutto debba filare per il verso che si vorrebbe, quando è proprio la parte di sè interiore, se rispettata e saputa ascoltare, che può offrire il meglio, l'alimento alla propria realizzazione autentica, non confusa con la buona resa dentro i criteri prevalenti di riuscita e le guide comuni per ottenerla e per darne prova. Da tenere sotto controllo non è la propria interiorità, affinchè non disturbi e si adegui, ma il proprio procedere e pensare, da vigilare e da verificare con attenzione, perchè non è affatto detto che sappia garantire la miglior realizzazione di se stessi.
martedì 30 dicembre 2025
Ancora sugli attacchi di panico
Riprendo il discorso sugli attacchi di panico, tenendo
conto della frequenza con cui simili esperienze si propongono, anche e non
casualmente in individui giovani. Proverò a dare, tratto da lunga pratica
analitica, qualche ulteriore spunto di riflessione. Chi subisce un attacco di
panico auspica soltanto che non si ripeta, vuole tornare al più presto alla
normalità, al consueto, anche se si sente molto segnato da un'esperienza così
estrema, anzi continuamente si sente in apprensione, sul chi va là per la possibile
ripetizione dell'attacco, eventualità tutt’altro che rara. In realtà
all'attacco di panico non vuole dare retta, non ha come primo interesse quello
di capire cosa significhi, a che scopo si sia prodotta dentro di sè una simile
esperienza. Il fatto che abbia avuto un carattere così sconvolgente, che abbia
investito il corpo in modo così forte e significativo, favorisce l'idea che sia
stato un guasto, un evento anomalo assai temibile, una pericolosa minaccia da
scongiurare e da debellare. Dopo l'attacco o i ripetuti attacchi le indagini
cercate con insistenza sul terreno medico, con esami clinici innumerevoli, con
visite specialistiche varie, con test diagnostici ripetuti, alla ricerca di
disfunzioni e di patologie possibili nel corpo, vorrebbero da un lato
scongiurare l'esistenza di gravi problemi organici e dall'altro soddisfare
l'attesa di scovare cause ben definite e circoscrivibili, utili per riuscire a
ridurre a problema fisico e a dominare in qualche modo, a porre sotto controllo
un'esperienza così inquietante e misteriosa. La lontananza perdurante, anche se
poco o nulla riconosciuta, ancora meno considerata questione importante, dal
proprio intimo e l'incomprensione abituale della propria esperienza interiore,
non aiutano certo chi lo vive a intendere l'attacco di panico non come
espressione di un disordine e di una anomalia, come potrebbe apparire, ma come
esperienza significativa, non nefasta e capace solo di fare danno, ma
propositiva e con un senso e una finalità utile nelle intenzioni del profondo
che la scatena. Va subito detto che chi subisce l’attacco di panico ha di se
stesso l’immagine di un individuo sostanzialmente, per ciò che più vale e su
cui far conto, definito nei confini della sua parte cosiddetta conscia,
pensando il resto che vive, che sperimenta dentro se stesso di emozioni e di
stati d’animo, di sensazioni e di pulsioni come un corteo di svolgimenti
interni, visti in gran parte come risposta automatica e reattiva a stimoli e a
circostanze esterne, considerato nell’insieme come una sorta di realtà
inferiore, fatta di meccanismi, di espressioni involontarie che vanno
possibilmente regolate e tenute a bada, della cui intelligenza e validità come
guida di pensiero e di conoscenza non c’è idea e considerazione. Anzi,
assecondando l’idea comune, facendo rientrare il sentire e l’esperienza intima
nelle espressioni cosiddette irrazionali, assegna loro il limite della scarsa o
nulla affidabilità. Dunque che ci sia nell'intimo, fuori dai confini della
propria parte conscia razionale, una parte
del proprio essere, niente affatto irrilevante, anzi decisiva, che ha capacità
di offrire, come fa continuamente nel corso dell'esperienza, attraverso il
sentire e tutti gli svolgimenti interiori, stimoli e proposte su cui, imparando a ascoltare e a intendere
il linguaggio della propria interiorità, del proprio sentire, si può fare
conto, cui non si può rinunciare per ritrovarsi, per avere terreno valido e
fecondo per orientarsi, per capirsi, è
scoperta di là da venire. Accade così che se qualcosa dentro di sé fa la voce
grossa e ricorre alle maniere forti, questo è l'attacco di panico, per far sì
che si porti l'attenzione e la preoccupazione su di sé e sul proprio stato, non
sullo stato fisico, ma su ben altro attinente il proprio modo di procedere e la
sostanza di ciò che si sta facendo di se stessi, questo non venga inteso, che
invece si pensi solo a un meccanismo in avaria, a qualcosa di rotto, di
anomalo, di cui diffidare, da cui cercare di proteggersi, che ci si convince
rapidamente arrecare solo danni. Il grosso turbamento provocato dall'attacco di
panico, le conseguenti limitazioni imposte al quieto procedere, i freni,
l'intralcio all’andare all’esterno, all’intrattenere le solite attività di
relazione con gli altri per paura di nuovi attacchi, angustiano, sono il motivo
di preoccupazione principale, unito alla nube oscura di disagio e di paura
crescente nello stare in contatto con se stessi. Chi subisce l'attacco di panico tende
abitualmente, come già accennavo, per orientarsi e per capire a affidarsi a
altro che non siano i suoi vissuti, le sue sensazioni vere, a accontentarsi di
ipotesi e di tesi costruite col
ragionamento, in apparenza coerenti e verosimili, a cercare sponda in
idee e comportamenti comuni, vuoi aderendo e conformandosi ad essi, vuoi
provando a differenziarsi, trovando comunque sempre supporto, anche se in
contrapposizione, in altro da sè già concepito, cercando confronto e intesa con
altri piuttosto che con se stesso, con la propria interiorità. Si muove
seguendo un'idea di vita e di autorealizzazione date per chiare e comprese,
prese comunque da fuori e non cercate e maturate dentro se stesso. Segue e
asseconda più l'interesse e l'istanza di stare al passo con altri, di tenere a
bada e di rendersi favorevole lo sguardo e il giudizio altrui, che di cercare
il proprio, di non perdere terreno piuttosto che di fermarsi a capire,
ascoltando e coinvolgendo tutto il proprio essere. Non mette al primo posto,
non concepisce come essenziali e necessarie, né la vicinanza e l'intesa con se
stesso, con la parte intima, profonda di sé, niente affatto riconosciuta come
presenza e parte viva e affidabile di se stesso, né di conseguenza la ricerca
del proprio sguardo fondato sull'ascolto e sulla comprensione attenta del
proprio sentire. Chi subisce l'attacco di panico crede che basti ciò che
racconta a se stesso di sapere di sé e della propria vita, in apparenza
credibile e pertinente, in realtà più raffazzonato e fatto di supposizioni che
compreso in profondità e con rispondenza piena con ciò che sente, che vive
dentro se stesso. Non per tutto il suo essere però conta e basta ciò che vuole
continuare a illudersi di sapere, ciò che continua imperterrito a inseguire, a
fare, a ripetersi in testa. Per una parte di se stesso, quella intima e profonda,
questa maschera di sapere e questa parvenza di vita propria, altra e lontana da
ciò che di vero potrebbe conoscere e da ciò che potrebbe far nascere da sè, non
è certo un bene da difendere a denti stretti. Per il profondo è rilevante e
inaccettabile la condizione di lontananza da se stessi, di separazione e di
sconnessione dal proprio intimo, di rinuncia a cercare risposte vere e fondate
su di sé, a conoscere prima e a far vivere poi il proprio. Insomma, proseguire
come d'abitudine, ritenendolo sufficiente e normale è una cosa, capire e vedere
nitidamente come si sta procedendo, cosa c'è o non c'è di proprio, di scoperto
e generato da sé in ciò che si fa, verificare cosa realmente si conosce di se
stessi, cosa si sta facendo della propria vita, è un'altra. Individui giovani,
che non di rado, come dicevo all'inizio, patiscono attacchi di panico, hanno il
problema di quanto sono equipaggiati o meno di consapevolezza e di sguardo
proprio, di comprensione di ciò che vogliono tradurre e realizzare nel loro futuro.
Il rischio, privi ancora di capacità di incontro e di dialogo con la loro
interiorità, facendo leva per capire, per capirsi solo sul ragionamento, che
lavorando da solo, senza stretto legame e guida del sentire, non dà capacità di
vedere dentro sé, ma solo di ripetere e di rimasticare il già detto e
comunemente concepito, è di farsi portare e di andar dietro a guide esterne, di
uniformarsi a idee e a modelli prevalenti. Il rischio, ignari, sprovvisti di
ciò che da se stessi potrebbero trarre, concepire coerentemente con sè e far
vivere di originale e di sentito, digiuni di conoscenza propria, fondata e
vera, è di mal intendere e di fallire gli scopi della loro vita, di farsi
portare dall'onda comune, di farsi dire dai modelli comuni, dall'esempio dei più,
dal modo prevalente e già ben definito e segnato di concepire la vita, le mete
da raggiungere, ciò che vale, i modi di realizzarsi. Il rischio è di essere
gregari e di pensare e muoversi al seguito di altro già concepito e dai più
sostenuto e praticato, pur con l'illusione di essere attivi e autonomi nel
formare e nel governare le proprie idee, aspirazioni e scelte. E' un rischio di
non trascurabile importanza, è un rischio non certo trascurato dal loro
profondo. E' in gioco il modo di spendere se stessi, il dono e il potenziale
della propria vita. C'è il rischio di portare la propria vita a essere copia di
altro, con l'illusione di perseguire propri scopi e di assecondare proprie
aspirazioni. C'è prima di tutto il rischio di non avere consapevolezza della
necessità di provvedere a costruire e a dotarsi di ciò di cui non si dispone,
che non è certo l’educazione e la formazione plasmata e offerta da fuori a
fornire, guide proprie valide, generate, verificate e ben comprese da sé, a
fondamento della capacità di autogoverno vero della propria vita, della
autonoma capacità di intendere e decidere il proprio futuro. Perciò in persone
giovani, anche molto giovani, l’inconscio interviene per tempo e col massimo
dell'incisività e dell'urgenza, perciò interferisce così potentemente, dando
segnali forti, perentori, capaci di bloccare e di rendere insostenibile
l’abituale corso e modo di procedere che punta tutto all’esterno, che rischia
di rendere ormai scontata la corsa e il percorso da seguire dietro dettami e secondo
guide esterne, segnali che, per la loro potenza e invasività, non vogliono
essere assolutamente ignorati e messi da parte. Ciò che urge è risvegliare la
propria capacità di sguardo riflessivo, di lavoro sulla propria esperienza per
alimentare un processo di maturazione di idee, di sensibilità e di pensiero, un
processo di crescita originale e autonoma, centrato su di sé, altro dai modi
della crescita impartiti e forniti dall’esterno, che danno solo mentalità e
attrezzatura per stare su percorsi già segnati. Serve avviare per tempo questo
processo di crescita personale, in cui è centrale l’ascolto del proprio
sentire, del proprio intimo e profondo, indispensabile per dare sviluppo a
scoperte di significato e di valore proprie, per concepire in autonomia e in
unità di intesa con se stessi, non andando dietro a altre voci e richiami, cosa
realizzare nella propria vita. Se serve aiuto l’aiuto va dato, da chi lo sappia
dare, non per fugare in qualche modo gli attacchi di panico, ma per favorire
questo processo di crescita personale, che manca, che, ben altra dalla crescita
presunta, abbia radice e genesi propria, che dia consapevolezza, determinazione
e passione di aprire percorsi e di sostenere propositi realizzativi propri. E’
questa crescita vera, che possegga forza propria e che prenda il posto della
crescita apparente, fragile e illusoria, guidata e sorretta da altro, di cui si
è disposto sinora, che l’attacco o gli attacchi di panico hanno voluto
sollecitare con forza. Se tutto questo vale per persone giovani, con necessità
di dotarsi di crescita autentica e di strumenti essenziali per il cammino che
li aspetta, non di meno vale per chi di età diversa o pur avanti negli anni,
continua a portare dentro di sè nel profondo del proprio essere la capacità di distinguere il vero dal
fasullo, l'autentico dall'artefatto, il proprio dal simil proprio, assieme alla
determinazione che ha il loro inconscio di dare forte spinta, anche potente
come con gli attacchi di panico, a una verifica sincera e approfondita sul modo impiegato di condursi e
di interpretare la propria vita, a avviare cambiamenti profondi e un processo
di crescita vera finora, al di là delle illusioni, mancato. In presenza di
malessere interiore, seppure nella forma drammatica e sconquassante degli
attacchi di panico, leggere e spiegare tutto in termini di disturbo, di
anomalia di funzionamento, di meccanica conseguenza di sovraccarico di tensione
da cause esterne aiuta solo a non capire nulla, a stravolgere il senso delle
cose. Cercare e ricevere come aiuto sul piano psicologico quello di attrezzarsi
nella difesa dalla paura montante fino al panico e perseguire come scopo il
superamento dell’attacco o degli attacchi per tornare, come fosse il traguardo
più ovvio e desiderabile, allo stato solito e al consueto modo di procedere,
significa non intendere il significato e la finalità di ciò che drammaticamente
è accaduto, che peraltro spesso ha un seguito e che lascia una scia che non si
dissolve. Dentro di noi c'è una parte profonda, ben più interessata, piuttosto
che alla difesa e alla prosecuzione dell'abituale, a cosa di noi stessi siamo
in grado e sapremo realizzare o meno, a quanto siamo vicini e coerenti con noi
stessi, a quanto di idee nostre abbiamo coltivato e generato davvero e non
semplicemente finto di possedere, in realtà ripetendo modi e atteggiamenti,
risposte e valori comuni. Se l'attacco di panico alimenta in modo improvviso e
impetuoso l'allarme sulla prosecuzione della vita, del regolare battito
cardiaco, del respiro, se catapulta nella paura di ciò che imprevedibile
potrebbe accadere, è per far capire che non c'è solidarietà interna, della
propria parte profonda verso l'andare avanti nel modo attuale e abituale, è per
fare toccare con mano lo stato di non unità con se stessi. L'attacco di panico
non è una sciagura o una patologia da vincere, è un potentissimo richiamo da
ascoltare e da capire, da prendere sul serio per il proprio vero bene.
lunedì 29 dicembre 2025
Gestire l'ansia?
Quante volte capita di sentir dire frasi come queste: "vorrei una tecnica per gestire l'ansia" oppure "adesso ho imparato a gestire l'ansia"! Cosa significa gestire l'ansia? Significa tenere a bada, sapere in qualche modo arginare e moderare, non esserne in balia, sapersi difendere da questo sentire così impervio? Casomai per non subirne l'assalto e per non andare in ambascia e in confusione, considerata la persuasione che sia in atto una patologia e comunque qualcosa di nocivo, si prova, non disdegnando il contemporaneo uso di psicofarmaci, a avvalersi di un lavoro fatto in psicoterapia, che all'ansia ha trovato una (presunta) causa o che ha chiarito che è una risposta disfunzionale, senza ragione e scopo, capace solo di fare danno ai propri interessi e intenti realizzativi, frutto di errata visione e percezione della realtà che si sta vivendo, che vanno smontate e corrette, perchè prendano forma un approccio all'esperienza e un sentire congrui, funzionali e sani. Insomma l'ansia, questa voce del proprio sentire rimane ai propri occhi, in ogni caso e senza ombra di dubbio, una anomalia, una pena sgradita, che se non è conseguenza di un danno patito, che se rinvenuto nella memoria del proprio passato ci si è augurati di debellare, è una distorsione da imparare a non assecondare e possibilmente a smontare e raddrizzare, comunque a tenere sotto controllo. Frequentemente i tentativi di porre mano, di dare spiegazione e di dare aggiustamento e rimedio all'ansia lasciano invariata la necessità di tenere attivo il controllo, perchè la componente intima e profonda, che attraverso l'ansia ha voluto dare segnali non raccolti e non intesi nel loro autentico significato e scopo, non smette di certo di far sentire la sua presenza e di rilanciare la sua iniziativa. Insomma l'ansia non cessa di bussare. Il proprio sentire rimane comunque, anche dopo terapia, che sia farmacologica o psicoterapia, sotto vigilanza, anzi sotto diffida. Che questo confermi la separazione e la tenuta a distanza e sotto giudizio delle espressioni della propria vita interiore, che riconfermi la non unità del proprio essere, non sembra costituire un problema. La condizione di sostanziale disunione è considerata normale, concedendo alla parte conscia di avere il ruolo guida preminente, parte a cui, con la sua strumentazione di pensiero razionale e di volontà, soltanto si dà fiducia, su cui si fa conto per capire e per indirizzare il proprio procedere, di cui ci si vuole avvalere per non cadere nella temuta trappola dell'esposizione al proprio sentire, espressione di una parte di sè in subordine, per sua natura considerata non affidabile, irrazionale, perciò da vigilare, soprattutto quando, a proprio giudizio, rischia, con l'ansia che sale, col malessere interiore, di creare ostacolo e danno, di rivelare fragilità da tenere a bada, di sballare gli equilibri. Tutto questo pare accettabile e normale e ha a sostegno idee comuni oltre che argomenti della cosiddetta scienza. A ben vedere non sembra proprio una meraviglia vivere con una parte di se stessi che si continua a tenere sotto controllo, sul cui conto scatta con grande disinvoltura il discredito e il ripudio quando nelle sue proposte, tipo timidezza o insicurezza, è senza appello giudicata manchevole e inadeguata, a cui è concessa in generale solo una fiducia condizionata al suo dare conferma e soddisfacimento alle proprie attese. E' una fiducia condizionata e in bilico, che facilmente, come in presenza di ansia e di altre espressioni di malessere interiore, può saltare, tramutandosi in paura ostile e in necessità di alzare i muri, di mettere in atto difese, tecniche di tamponamento e di gestione, controffensive varie. La stessa psicoterapia, come già accennato, è spesso intesa e di fatto si traduce nel tentativo o di correggere il presunto guasto, casomai, quando voglia presentarsi come introspettiva e analitica, indagando il passato per cercargli una presunta causa in qualche condizionamento negativo, in qualche manchevole o distorto contributo educativo o affettivo, oppure in qualche trauma patito che avrebbe sconvolto l'assetto interno. Insomma c'è sempre da mettere o da rimettere a posto le cose sul conto di una parte di sè, che a proprio giudizio, già quando sensazioni e stati d'animo inattesi e sgraditi si fanno strada, ancor di più quando il malessere ingrossa, sembra solo non funzionare come dovrebbe, fino a manifestare, sempre a proprio giudizio, anomalie più preoccupanti, fonte per sè solo di insidia e di danno, parte di sè che dunque va tenuta sempre a bada. E' ben accetto e ideale per sè questo stato del rapporto con se stessi, con una parte tutt'altro che irrilevante del proprio essere? Se anzichè andare a cercare le distorsioni e i guasti, i malfunzionamenti nel proprio intimo, nel proprio sentire, si cominciasse a vedere, è proprio sotto il proprio naso, che se c'è una distorsione è proprio in questo stato del rapporto con se stessi eretto a norma? E' da confermare e da dare per scontata, all'occorrenza da difendere con le unghie e coi denti, anche con il ricorso a terapie ad hoc farmacologiche e non, o è finalmente da mettere in discussione e tutta da verificare la validità e l'ineluttabilità di questa condizione di forte disunione e di incapacità di accordo e di dialogo, di convivenza armata con la parte di sè intima, così viva e presente nella propria esperienza e di cui in fondo non si conosce nulla, di cui si pensa solo che dovrebbe girare a favore e non compromettere il proprio equilibrio (a ben vedere piuttosto fragile e precario) e il proprio quieto vivere? Se questa condizione, che definire di dissociazione nel proprio essere è più che appropriato, piace e si ritiene vada bene, si prosegua così, ma se comincia, aprendo uno spiraglio di vera riflessione, a apparire ai propri occhi tutt'altro che esaltante e tutt'altro che accettabile, allora il proposito di metterci mano può diventare ben più importante che dotarsi di capacità di gestire l'ansia e di altre tecniche e accorgimenti per tenere in valida efficienza l'armamentario di difesa e di protezione da minacce interne. L'intimo di sè, il proprio mondo interiore, questa parte del proprio essere, non una cosa, non un meccanismo, che si rende continuamente vicina e presente nel sentire, nelle emozioni e negli stati d'animo, nelle spinte che si avvertono, nei sogni, si può finalmente decidere di conoscerlo, anzichè tenerlo a bada. Dove si riconosca di avere necessità e desiderio di conoscerlo, si tratta, senza presunzione di saperne già, di imparare a avvicinarlo, se per fare e sviluppare questo serve aiuto va cercato in chi abbia capacità di darne, per capirne linguaggio, per comprenderne le espressioni e le proposte, ansia inclusa, tutte da scoprire, da riconoscere nel loro insito e vero significato, in ciò che rivelano, mettendosi in ascolto, aprendo lo sguardo, evitando di mettere loro sopra ragionamenti, interpretazioni e spiegazioni, comunque improprie, che non c'entrano nulla. Così facendo questa parte intima e profonda potrebbe rivelarsi essere tutt'altro che parte del proprio essere da tenere in subordine e da vigilare. Senza conoscenza non si può che rimanere fermi nel preconcetto e fare propria la logica della gestione e del controllo sulle espressioni e sulle proposte di una parte vitale del proprio essere, da cui si rischia di continuare a rimanere infelicemente disgiunti e lontani. Conoscere questa parte di sè tutt'altro che insignificante, con cui è innaturale e assurdo tenere in piedi un rapporto, che è un non rapporto, di diffidenza, di controllo e di pregiudizio, è decisivo. Quando si impara a entrarci in rapporto e ci si dà l'occasione di conoscere e di riconoscere in ciò che è per davvero questa parte di se stessi intima e profonda, si può scoprire quanto di prezioso e di utile sa trasmettere e donare a se stessi.