mercoledì 9 agosto 2023

Il rapporto con la vita interiore

Il rapporto con se stessi, con la parte di sè che si esprime nel sentire e che si manifesta in tutto ciò che si svolge interiormente, vede la maggior parte degli individui in difficoltà, impreparati a intendere il significato della loro vita interiore, a comprenderne i modi e il linguaggio. Abituati a trattare fatti e situazioni concrete, a fare uso di un pensiero razionale che serve a gestire e a spiegare la logica degli eventi esterni, si è invece privi di familiarità e di capacità di comprendere le vicende e le situazioni che si incontrano nel proprio intimo. Applicare il pensiero razionale alle proprie esperienze interiori, cosa che, non disponendo d'altro, accade quasi fatalmente, esercitare spiegazioni ragionate sul proprio sentire produce solo malintesi e distorsioni, rischi di gravi incomprensioni, non senza conseguenze rilevanti. La lettura più frequente di ciò che le proprie emozioni e stati d'animo propongono è di considerarle una reazione condizionata e segnata da questo o da quello stimolo esterno, dal legame con questa o con quella situazione. Ben lungi dall'essere automatico e condizionato, dal dipendere e dal gravitare sempre attorno al legame con l'esterno, quanto c'è di autonomo e di propositivo, di rivolto alla ricerca su se stessi e alla crescita personale, in tutto ciò che insorge interiormente, che il profondo sapientemente regola e dirige, è in genere incompreso. Rispetto al sentire e a tutto il corso della vicenda interiore la risposta e l'atteggiamento più frequenti non sono di apertura e di ascolto attento, espressioni di una capacità di rapporto con la propria interiorità rispettoso e maturo, ma di preteso controllo e selezione. Se l'emozione risulta gradita e se appare consona alla logica convenzionale, che vuole stabilire cosa sia congruo nel sentire, cosa si debba o sia "normale" provare, che sia, per fare qualche esempio, gioia o dispiacere, che sia sicurezza o timore, tutto viene accolto con favore. Viceversa se il sentire si declina diversamente, il sospetto di non essere a norma e ben formati e maturamente evoluti comincia a farsi strada. Se poi l'insorgere delle emozioni e dei vissuti pare decisamente scollegato dalla pretesa regola di normalità e non mostra apparente ragione d'essere, se pare fuori luogo o esagerato o abnorme, ecco che la reazione diventa preoccupata e incline presto a considerare l'esperienza interiore come strana, come anomala, come segno di un cattivo andamento, chissà per quale difetto di funzionamento o di lacuna di crescita personale. L'interiorità non ha cura di disciplinarsi alla presunta normalità, l'interiorità è la parte dell'essere che, con autonomia e intelligenza, proprio attraverso il sentire, attraverso emozioni, stati d'animo e ogni movimento e spinta che produce nell'intimo, vuole segnalare il vero, dare base e terreno vivo di ricerca per  stimolare, per far sviluppare capacità di visione propria, per alimentare processi di presa di coscienza e di crescita originali e non all'insegna del dare prova di essere bravi secondo il giudizio e il plauso generali, adeguati e conformi a modelli e a idee comuni e prevalenti. Purtroppo ai più è ignoto il significato e il valore della propria vita interiore. Ai più manca capacità di ascolto, di lettura fedele di ciò che la loro esperienza interiore vuole far comprendere. La razionalità, il pensiero ragionato utilizzato in genere per spiegare ciò che si prova, riconducendo tutto a ragioni, riferimenti e schemi soliti, si traduce in un parlare sopra il sentire, senza propensione e capacità di ascoltarlo, di farsi dire e guidare a prendere visione di ciò che l'intima esperienza vuole toccare e evidenziare. L'idea, l'immagine di sè  di molti è d'altra parte tutta centrata sulla parte conscia razionale, sul binomio di ferro di ragione e volontà. Il resto del proprio essere, che sta al di là della cosiddetta coscienza, è considerato un'appendice minore e meno evoluta, perciò inaffidabile e da tenere possibilmente sotto controllo perchè non intralci e non faccia danni al rendimento voluto. Semmai alla propria parte cosiddetta irrazionale si può concedere  il compito di essere, in particolari momenti e situazioni e a certe condizioni, sfogo di sensazioni più o meno liberatorie, come quel lasciarsi andare, di cui spesso si dice e che in particolari condizioni pare desiderabile, come scarico liberatorio di responsabilità e svincolo da obblighi, come allentamento di freni per concedersi qualche licenza o vacanza di benefica evasione o di eccitante godimento. La vita interiore è ben altro e la propria interiorità possiede ben altra capacità e intelligenza, di cui però non si sa spesso nulla e di cui si ignora completamente la forza, lo spessore e l'affidabilità. Trattare le emozioni come oggetto, che va d'abitudine tenuto sotto controllo e regolato e che, a tratti e in separata sede, può essere liberato e scaricato, per trarne qualche soddisfazione o appagamento, è frutto dell'incomprensione del grado di intelligenza e della portata della proposta interiore, di ciò di cui il sentire spontaneo e originale è capace. La parte interiore e profonda del proprio essere interviene di continuo attraverso il sentire, quello vero e non manipolato o in qualche modo caricato o artefatto, con l'intento e la capacità di sostenere la presa di visione personale su se stessi e sui nodi della propria vita, la costruzione di pensiero proprio, la conquista di capacità di autogoverno. La parte conscia malgrado la sua presunzione gira spesso a vuoto, va dietro e ha come autorità regolatrice il giudizio comune, ha come aspirazione massima ben figurare. Nulla a che fare con l'aspirazione del profondo che vuole alimentare vita vera, vita propria.

lunedì 7 agosto 2023

Il potere del marchio

E' sorprendente come risulti gradita e ben considerata da parte di chi vive un'esperienza di disagio e di sofferenza interiore l'operazione di vedersi attribuire un'etichetta riconosciuta come atto di scienza. Pare risolvere ogni dubbio circa il significato di ciò che sta provando, di cui sta facendo intima esperienza. Fatta equivalere alla diagnosi in medicina sembra dare a chi la riceve certezze, la certezza di sapere da quale presunto morbo sarebbe afflitto, in qualche modo traendo conforto, nel tribolato confronto con la sua esperienza interiore difficile e sofferta, dalla possibilità, vidimata, certificata dalla diagnosi dell'esperto, di incasellarla come disturbo e come guasto, di stigmatizzarla come accidente e carico negativo di cui, dopo l'etichettamento diagnostico, con più persuasione considerarsi vittima e volersi liberare. L'etichetta diagnostica pare offrire un ulteriore vantaggio, perchè ritenere di aver comune sorte con altri, pur essi inseriti nella stessa casella della stessa presunta patologia, sembra in qualche modo dare rassicurazione e rincuorare. La delega a altri di sancire da esperto o presunto tale cosa sia ciò che l'individuo sta vivendo nell'intimo è il primo passo di una delega più ampia fatta al terapeuta diagnosta, di prendersi cura di sè esercitando un ruolo di arbitro nel dire come provvedere, che farmaci o soluzioni adottare. Tutto questo, la presa di distanza dal proprio che vive dentro se stesso, il disimpegno dal difficile confronto con la propria vicenda interiore, dal compito di capire se stesso nella parte intima e profonda, di comprendere ciò che la propria interiorità attraverso il malessere vuole comunicare e far intendere, sembra dare sollievo, garantire un vantaggio, sembra un modo valido e favorevole di prendersi cura di sè. La possibilità di scarico di ciò che interiormente impegnativo e che già in partenza, prima dell'incasellamento diagnostico, era considerato un guasto e una presenza molesta, ora è confortata, autorizzata e incentivata dalla scienza, da chi ne sarebbe esponente e depositario, che autorizza a rigettare come patologia ciò che di sè è difficile da sostenere e da comprendere. In presenza di una esperienza interiore certamente sofferta e all'inizio di difficile comprensione, sarebbe importantissimo essere aiutati a avvicinarla, a ascoltarla e a capirla in ciò che dice. Dopo l'etichettamento come patologia tal dei tali l'auspicio viceversa è soltanto di metterla a tacere, di combatterla e di debellarla. L'operazione diagnostica di incasellamento di una complessa e personalissima esperienza interiore in una categoria o casella del patologico anche se comporta la conseguenza, non certo lieve, di affossare ogni fiducia in ciò che vive dentro se stessi anche se in una forma così insolita e difficile da reggere, è però tutt'altro che sgradita, anzi è riverita e accreditata come capace, oltre che di riaprire una possibilità di salvezza,  di spiegare tutto, di definire, di fare chiarezza. Magia delle parole di sapore tecnico che illudono che ci sia scienza e conoscenza dove invece scatta solo un'operazione di grossolana descrizione delle apparenze, sostenuta da pregiudiziale distinzione tra ciò che è ritenuto valido, accettabile e normale e ciò che invece è, senza ombra di dubbio, collocato nella serie delle cose anomale, devianti dalla norma, diligentemente distinte e catalogate in varie caselle diagnostico descrittive. Capire se stessi, scoprire che nulla di ciò che si prova è insensato e privo di capacità di dire, di favorire l'avvicinamento a se stessi e la presa di coscienza di qualcosa di importante, è possibile con l'aiuto giusto. E' la parte profonda del proprio essere a muovere il malessere, in una forma niente affatto casuale, per spingere e impegnare a fermarsi a aprire gli occhi sulla propria condizione vera, fuori da illusioni, a vedere ciò che nel modo di procedere, di pensare e di pensarsi abituale è totalmente ignorato, travisato, non compreso. Non c'è nulla nelle proprie vicende interiori che non sia capace di dire e di dare consapevolezza utile e fondata, che non abbia questo scopo. E' la fiducia nella propria interiorità che va conquistata, scoprendo appunto, a dispetto della insofferenza, dell'allarme e del timore verso ciò che genera e propone, che invece tutto ciò che si sente e che si sperimenta interiormente ha sempre, anche nelle sue espressioni meno facili e in apparenza, solo in apparenza, abnormi, un senso, dice, vuole condurre a capire, a capirsi. Solo l'aiuto volto a ascoltarsi e a comprendere il linguaggio della propria interiorità può offrire questa opportunità, può permettere di non porsi in fuga o in guerra col proprio intimo. Prendersi cura di sè senza creare dissidio e disunione con ciò che si vive interiormente, senza alimentare paura e diffidenza verso parte intima di se stessi, traendo viceversa occasioni di crescita dalla propria crisi e sofferenza, è possibile.