giovedì 16 luglio 2020

La dipendenza: la vita presa in prestito e le illusioni dure a morire

E' conquista decisiva, non certo facile e frequente, affrancarsi dalla dipendenza da autorità esterna, che premia la riuscita e che rimarca le insufficienze (che dentro la sua logica giudica tali), che dà supporto e guida, offrendo subito le traiettorie da seguire, colmando prontamente il vuoto di ricerca propria, garantendo l'assistenza necessaria, il sostegno corale e le convalide per  tenere su la persuasione che le scelte fatte valgono, che le realizzazioni compiute o in compimento sono vere conquiste personali e proprie e non semplici attestati di merito e trofei da mettere in bacheca o più modeste, ma rassicuranti, conferme di normalità. Generosa e prodiga di consiglio è questa autorità esterna del senso comune, del già conformato e organizzato, ma nel contempo tiene chi le si affidi, non certo pochi (è la cosiddetta normalità), in stato di perenne illusione e dipendenza, esonerando sì dalla fatica, ma anche dalla libertà di aprire il proprio sguardo, di cercare il vero, di concepire da sè, di trovare nell'intimo e nel dialogo con la propria interiorità i propri perchè e la comprensione dei significati, senza suggeritori, la scoperta di ciò che vale, di ciò che si vuole far vivere e crescere, senza plausi e approvazioni, ma con ferma e fondata in se stessi convinzione, con passione sincera. Affrancarsi dalla dipendenza da altro, esterno a sè, che dà risposte e guide circa i modi per realizzarsi, da autorità esterna che si fa garante di tutto, è possibile, ma richiede impegno di fatica e volontà di non breve respiro di investire su di sè, di generare e di mettere al mondo pensiero e progettualità propri, concepiti e tratti da sè,  dall'ascolto e dal dialogo con la propria interiorità (che ha capacità di guidare la ricerca  attraverso il sentire e magistralmente con i sogni) e non modellati e sorretti da altro e da fuori. La persuasione che il preso in prestito e garantito da altro sia cosa valida e creatura propria è illusione che non cede facilmente alla verifica. Illusioni dure a morire, ma non impossibili da smontare per chi voglia sul serio conquistare autonomia vera, libertà di essere e di pensare. Non è questione irrilevante questa della confisca della propria vita in un legame di dipendenza da altro che la plasma e l'indirizza e come tale non è trattata dal profondo dell'individuo, da quella parte dell'essere, che seppure disconosciuta o tenuta in subordine, movimenta e governa il quadro interiore, il sentire, le emozioni, gli stati d'animo, il succederrsi degli svolgimenti interiori. Se all'individuo nella sua parte conscia e razionale tutto appare valido e convincente, se la questione del farsi portare e del plasmare pensieri e aspettative sul nucleo del modo comune e prevalente di intendere sfugge più o meno volutamente alla sua comprensione, se in lui l'equivoco di essere artefice pur assumendo una parte già segnata, pur rimasticando un pensiero nei suoi fondamenti e limiti già definito e forgiato,  non ha risalto, alla sua componente profonda non sfugge il vero. Se nel profondo di ogni individuo è fortemente sentito e insopprimibile  il vincolo a dare forma al proprio pensiero per non sacrificare e  per non tradire ciò che si ha potenzialità di far vivere e di realizzare, se normalizzare la propria vita, accasandola dentro forme già date e consuete, pur con qualche margine di stravaganza o di interpretazione ribelle o in apparenza innovativa, ma sempre agendo su pezzi di composizione, su grammatica di pensiero comunque già pronti e usuali, finisce per essere una trappola che ottunde la consapevolezza e che copre il vero di ciò che l'individuo sta facendo di se stesso, che lo chiude alla scoperta del senso della sua vita, non stupisce se la crisi, se il malessere interiore  nelle sue diverse forme prendono piede e  il sopravvento. La risposta alla crisi, mossa intenzionalmente e a ragion veduta dalla parte profonda, spesso e volentieri permane però rigida e ottusa, il malessere è giudicato con estrema frequenza un disturbo, un intralcio, una disfunzione, avendo di mira come interesse e scopo di far funzionare quel modo di procedere abituale, mai fatto oggetto di verifica e di riflessione attenta per capire cos'è e su cosa si regge. Dipendere da altro da sè, che conduce e dà implicite le risposte, aderire a tutto ciò che instrada la ricerca, che dice cosa fare per crescere, per realizzarsi, per formare e per ampliare la conoscenza, per stare bene, per essere felici e per considerarsi compiuti, conduce a smarrire la propria strada, induce a cancellare le tracce di ciò che interiormente spinge, pungola e richiama con vigore e con insistenza a  farla trovare, induce a travisare, a interpretare ogni sensazione e stato d'animo discordante col quieto o efficiente procedere, come difetto, come insufficienza, come cattivo funzionamento. C'è un contrasto, un conflitto interno all'individuo tra parte conscia e parte profonda, che nasce da una diversa visione di ciò che è di vitale importanza, c'è un conflitto  sul modo di interpretare la propria vita, una tutta aderente a un illuso senso di autorealizzazione stando in appoggio e replicando vita presa in prestito da modelli e da modalità comuni e prevalenti e l'altra che reclama la presa di coscienza del vero stato delle cose per invertire la tendenza, per scoprire il proprio senso della vita e per tradurlo in essere su basi di concezione e di pensiero originali e proprie. La dipendenza da altro, che riempie e che dà forma e contenuto all'esistenza, che l'orienta e plasma, che sostituisce come patrimonio vitale e contenuto ciò che da sè non si è saputo scoprire, generare e far vivere dentro se stessi è questione rilevante e centrale. Non c'è solo la dipendenza nelle forme conclamate dell'uso di sostanze per allontanare l'esperienza interiore a cui si è estranei e che se dolorosa o in apparenza (solo in apparenza) vuota, fa preferire cancellarla o rimodellarla e sostituirla con artifici e droghe a piacimento, non c'è solo la dipendenza da tutto ciò che sostituisce creazione propria con soluzioni e prodotti da usare e consumare, che siano lo stare attaccati a un'altra persona o a altri o utilizzare ogni diversivo possibile  per non entrare in contatto con se stessi, anche usando diversivi di reputazione nobile come letture o altro culturalmente considerato degno o degnissimo. La dipendenza da altro che rimpiazza l'incontro col proprio autentico e genuino, col proprio intimo sentire come luogo e occasione di avvicinamento a se stessi, di ascolto e di dialogo con la propria interiorità, di scoperta viva di verità e di significati con i propri occhi, la dipendenza da altro che sostituisce tutto ciò che, scaturito e improntato da sè potrebbe prendere forma e vita, se ben coltivato e alimentato con pazienza e cura, è questione fondamentale e non di certo riguardante pochi. L'illusione che l'andamento abituale sia valido e addirittura segno della propria capacità di condurre efficacemente la propria vita, quando invece tutto si svolge su basi altre da se stessi e tenute su da suffragio di modelli e di consenso comune, è dura a morire. Il profondo, l'inconscio ci prova con insistenza a logorare e a smontare simili illusioni per liberare l'individuo dalla dipendenza che lo tiene stretto e prima di tutto dalla falsa coscienza che la cementa. A volte i suoi richiami sono ascoltati e allora la riscoperta della vita e dei suoi significati apre all'individuo strade nuove e inaspettate.