Ogni esperienza che ci appartiene, anche del nostro
passato, è parte integrante della nostra storia, è momento del nostro cammino,
perciò è importante, a condizione però, quando la si riavvicina, di
riconoscerne il contenuto originale. Ogni episodio e momento anche remoto della
nostra esperienza va rispettato in ciò che realmente è stato, in ciò che nel
suo accadere ha visto svolgersi e muoversi dentro di noi, nel nostro sentire,
per coglierne il vero significato. Se lo sguardo con cui si torna a quei momenti
è in partenza segnato dalla necessità di trovare segni di violazioni, di
nefasti condizionamenti e di turbamenti subiti, rapidamente letti e acquisiti
come lesivi la propria integrità psichica, capaci di dare soddisfazione alla
attesa ti trovare il nucleo, la (presunta) causa di un malessere interiore oggi
vivo e difficile da sopportare e da comprendere, la distorsione nella
conoscenza di sè passata e presente finisce per avere il sopravvento. Questa
modalità di impiegare il passato a beneficio di una presunta conoscenza del
presente è non solo parecchio diffusa, tant'è che chi cerca aiuto psicologico
parte molto spesso da questa attesa, ma trova sostegno in non poca psicoterapia
in uso. Che disagi e malesseri attuali siano la automatica e fatale conseguenza
di circostanze ed esperienze negative del passato, soprattutto in ambito
familiare o di veri e propri traumi infantili, più o meno rimossi, va
riconosciuto che è ipotesi e spiegazione assai cara a un certo tipo di
psicoanalisi e di pratica psicoterapeutica. Soprattutto è ipotesi e spiegazione
cara a chi vive la propria sofferenza interiore come carico indebito e ostacolo
al vivere quieto o "normale“, a chi volentieri accetterebbe di scovare
nella propria storia da qualche parte la causa del “male“. Che nel proprio
passato ci siano stati condizioni non facili, passaggi aspri e dolorosi,
incontro con pressioni e interventi avversi, con modalità manipolatorie,
autoritarie e tutt'altro che rispettose messe in atto da altri, con atmosfere
tutt'altro che serene, questo non significa aver esaurito in questo la
conoscenza di sè, che invece ha necessità di ritrovare e di porre al centro
dell'interesse cosa nelle diverse vicende, anche le più critiche, è successo
dentro se stessi, cosa si è mosso interiormente, le proprie risposte.
Quest'ultimo è il cuore dell'esperienza da non trascurare, è il filo intimo che
dice di sé, che può restituire a se stessi di ogni vicenda vissuta, anche la
più difficile, l’originalità di contenuto e di significati personali che è
importante recuperare. Impiegare le esperienze passate, peraltro spesso così
inappropriatamente e strumentalmente trattate, per farne il perno di una tesi
che vuole spiegare le ragioni del malessere presente come conseguenza e segno
del perdurare dell'influenza negativa di traumi e di cattivi condizionamenti
passati, non permette di certo di riappropriarsi nè del proprio passato e ancor
mento di capire il proprio presente. Per quanto riguarda quest'ultimo, il modo
di pensare e di rapportarsi a se stessi, che considera il malessere interiore
come afflizione di cui si sarebbe vittime e che avrebbe origine da causa più o
meno remota, ignora che ciò che oggi si pone interiormente con vivacità o
intransigenza come segnale di crisi va ascoltato in ciò che dice oggi, che
casomai è riferito a modi d'essere e di procedere inveterati ma attuali, ad
esempio a problemi di lontananza da sè, di mancata unità tra il proprio pensare
e il proprio sentire, a mancata intima rispondenza di ciò che si porta avanti,
più coerente con altro che con se stessi. Vivere in simbiosi con altro fuori di
sé è infatti una modalità d'esistenza assai diffusa, che fa credere che tutto
vada cercato fuori, che la realtà sia solo quella disegnata là fuori e pensata
comunemente. Ne conseguono l'allineamento e la rincorsa del
"normale", l'orrore di non stare al passo con gli altri, il rifiuto
immediato di accogliere ogni richiamo o freno o intralcio che venga da dentro.
C’è un modo di procedere assai diffuso che è sostanzialmente passivo e
gregario, assai più di quanto non piaccia credere e ammettere, più regolato da
sguardo comune e da autorità esterna che da proprie autonome scoperte, che
costerebbero per essere raggiunte passaggi interni difficili, che
richiederebbero saperli vivere, patire e capire. Capire se stessi, capire come
si procede e con quali toppe e controtoppe, con quali insufficienze, per dirla
con un eufemismo, di conoscenza di chi si è veramente e che si potrebbe
scoprire ascoltando il proprio sentire, ansie comprese, senza omissioni e
fughe, tutto questo è spesso compito ancora non svolto. Se stessi è territorio
ancora inesplorato, incompreso, mai coltivato tenendo unito pensare e sentire.
Parlo di un lavoro di conoscenza di se stessi, tutt’altro che inutile o
inessenziale, che è ben altro dal far ragionamenti su di sé, che danno di se
stessi solo una visione parziale e accomodata, spesso ipocrita, oltre che
sterile. Insomma, partendo dalla sofferenza e dalla crisi interiore aperta e
attuale, c’è più da costruire, da creare, da sviluppare di nuovo e di proprio,
che da giustificare in ragione di traumi subiti e pregressi. Il malessere
interiore, la sofferenza nelle sue diverse espressioni, mai casuali, sempre
significative ed eloquenti, se sapute leggere ed ascoltare e non giudicare come
malate e incasellate nei vari tipi e sottotipi, per farne oggetto di
prescrizione farmacologica e non, è una potente leva o spina nel fianco per
spingere a cercare cambiamenti e trasformazioni, che richiedono un serio lavoro
su se stessi. La tesi del trauma come origine e causa della sofferenza e della
crisi è spesso tesi di comodo, che non sa comprendere che c’è più da costruire
il nuovo, che non c’è mai stato e che ancora non c’è, che trovare una remota
causa del male, che avrebbe impedito il "normale" sviluppo e lo
"star bene", reclamati come ovvi e rivendicati come diritto, a
prescindere da ciò che ancora non si è dato a se stessi e alla propria crescita
vera.
mercoledì 26 febbraio 2025
A proposito di cause remote e di traumi infantili
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