mercoledì 26 febbraio 2025

A proposito di cause remote e di traumi infantili

Ogni esperienza che ci appartiene, anche del nostro passato, è parte integrante della nostra storia, è momento del nostro cammino, perciò è importante, a condizione però, quando la si riavvicina, di riconoscerne il contenuto originale. Ogni episodio e momento anche remoto della nostra esperienza va rispettato in ciò che realmente è stato, in ciò che nel suo accadere ha visto svolgersi e muoversi dentro di noi, nel nostro sentire, per coglierne il vero significato. Se lo sguardo con cui si torna a quei momenti è in partenza segnato dalla necessità di trovare segni di violazioni, di nefasti condizionamenti e di turbamenti subiti, rapidamente letti e acquisiti come lesivi la propria integrità psichica, capaci di dare soddisfazione alla attesa ti trovare il nucleo, la (presunta) causa di un malessere interiore oggi vivo e difficile da sopportare e da comprendere, la distorsione nella conoscenza di sè passata e presente finisce per avere il sopravvento. Questa modalità di impiegare il passato a beneficio di una presunta conoscenza del presente è non solo parecchio diffusa, tant'è che chi cerca aiuto psicologico parte molto spesso da questa attesa, ma trova sostegno in non poca psicoterapia in uso. Che disagi e malesseri attuali siano la automatica e fatale conseguenza di circostanze ed esperienze negative del passato, soprattutto in ambito familiare o di veri e propri traumi infantili, più o meno rimossi, va riconosciuto che è ipotesi e spiegazione assai cara a un certo tipo di psicoanalisi e di pratica psicoterapeutica. Soprattutto è ipotesi e spiegazione cara a chi vive la propria sofferenza interiore come carico indebito e ostacolo al vivere quieto o "normale“, a chi volentieri accetterebbe di scovare nella propria storia da qualche parte la causa del “male“. Che nel proprio passato ci siano stati condizioni non facili, passaggi aspri e dolorosi, incontro con pressioni e interventi avversi, con modalità manipolatorie, autoritarie e tutt'altro che rispettose messe in atto da altri, con atmosfere tutt'altro che serene, questo non significa aver esaurito in questo la conoscenza di sè, che invece ha necessità di ritrovare e di porre al centro dell'interesse cosa nelle diverse vicende, anche le più critiche, è successo dentro se stessi, cosa si è mosso interiormente, le proprie risposte. Quest'ultimo è il cuore dell'esperienza da non trascurare, è il filo intimo che dice di sé, che può restituire a se stessi di ogni vicenda vissuta, anche la più difficile, l’originalità di contenuto e di significati personali che è importante recuperare. Impiegare le esperienze passate, peraltro spesso così inappropriatamente e strumentalmente trattate, per farne il perno di una tesi che vuole spiegare le ragioni del malessere presente come conseguenza e segno del perdurare dell'influenza negativa di traumi e di cattivi condizionamenti passati, non permette di certo di riappropriarsi nè del proprio passato e ancor mento di capire il proprio presente. Per quanto riguarda quest'ultimo, il modo di pensare e di rapportarsi a se stessi, che considera il malessere interiore come afflizione di cui si sarebbe vittime e che avrebbe origine da causa più o meno remota, ignora che ciò che oggi si pone interiormente con vivacità o intransigenza come segnale di crisi va ascoltato in ciò che dice oggi, che casomai è riferito a modi d'essere e di procedere inveterati ma attuali, ad esempio a problemi di lontananza da sè, di mancata unità tra il proprio pensare e il proprio sentire, a mancata intima rispondenza di ciò che si porta avanti, più coerente con altro che con se stessi. Vivere in simbiosi con altro fuori di sé è infatti una modalità d'esistenza assai diffusa, che fa credere che tutto vada cercato fuori, che la realtà sia solo quella disegnata là fuori e pensata comunemente. Ne conseguono l'allineamento e la rincorsa del "normale", l'orrore di non stare al passo con gli altri, il rifiuto immediato di accogliere ogni richiamo o freno o intralcio che venga da dentro. C’è un modo di procedere assai diffuso che è sostanzialmente passivo e gregario, assai più di quanto non piaccia credere e ammettere, più regolato da sguardo comune e da autorità esterna che da proprie autonome scoperte, che costerebbero per essere raggiunte passaggi interni difficili, che richiederebbero saperli vivere, patire e capire. Capire se stessi, capire come si procede e con quali toppe e controtoppe, con quali insufficienze, per dirla con un eufemismo, di conoscenza di chi si è veramente e che si potrebbe scoprire ascoltando il proprio sentire, ansie comprese, senza omissioni e fughe, tutto questo è spesso compito ancora non svolto. Se stessi è territorio ancora inesplorato, incompreso, mai coltivato tenendo unito pensare e sentire. Parlo di un lavoro di conoscenza di se stessi, tutt’altro che inutile o inessenziale, che è ben altro dal far ragionamenti su di sé, che danno di se stessi solo una visione parziale e accomodata, spesso ipocrita, oltre che sterile. Insomma, partendo dalla sofferenza e dalla crisi interiore aperta e attuale, c’è più da costruire, da creare, da sviluppare di nuovo e di proprio, che da giustificare in ragione di traumi subiti e pregressi. Il malessere interiore, la sofferenza nelle sue diverse espressioni, mai casuali, sempre significative ed eloquenti, se sapute leggere ed ascoltare e non giudicare come malate e incasellate nei vari tipi e sottotipi, per farne oggetto di prescrizione farmacologica e non, è una potente leva o spina nel fianco per spingere a cercare cambiamenti e trasformazioni, che richiedono un serio lavoro su se stessi. La tesi del trauma come origine e causa della sofferenza e della crisi è spesso tesi di comodo, che non sa comprendere che c’è più da costruire il nuovo, che non c’è mai stato e che ancora non c’è, che trovare una remota causa del male, che avrebbe impedito il "normale" sviluppo e lo "star bene", reclamati come ovvi e rivendicati come diritto, a prescindere da ciò che ancora non si è dato a se stessi e alla propria crescita vera.

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