martedì 16 ottobre 2018

Non fa danno

La vita interiore e ciò che propone, il suo linguaggio, lo scopo che persegue sono ben altro e si collocano in tutt'altra prospettiva rispetto al modo abituale e comune di considerare e di trattare l'esperienza interiore. Chi è investito da malessere interiore da un lato non ha strumenti per capire ciò che la sua interiorità sta cercando di dirgli e di condurlo a conoscere, dall'altro sovrappone a ciò che sente rapide spiegazioni e giudizi che non sanno rispettare e comprendere il significato originale e lo scopo di ciò che sta vivendo interiormente. Se da una parte l'individuo cerca spesso in primo luogo di stare al sicuro e nella conferma di ciò che pensa, ritenendo che tutto interiormente debba svolgersi senza sorprese e "normalmente", dall'altra la sua interiorità, la parte intima e profonda di se stesso, che, pur non essendo affatto irrilevante, è in genere misconosciuta nel suo valore e nella sua affidabilità, cerca invece di fargli fare, attraverso tutto ciò che mette in movimento nel suo spazio interiore, esperienza significativa che lo induca a aprire gli occhi su se stesso, a conoscersi davvero, al di là delle apparenze. Se durante la notte, quando non c'è nulla che distrae e che porta via, la parte profonda ha più fortemente voce in capitolo e nei sogni fa sentire la sua voce, offrendo perle di ingegno e stimoli a guardare dentro se stessi, di giorno interviene di continuo regolando stati d'animo e emozioni e tutto ciò che il sentire propone. Il proprio sentire, gli svolgimenti interiori, tutto vuole indirizzare la consapevolezza, dare base e terreno vivo su cui poggiare per capire, per entrare nel vivo e nel vero della propria esperienza, per riconoscere il proprio stato e modo d'essere. Anche se spiacevole e fastidioso, anche se contrastante con le proprie attese e preferenze, il sentire non dice cose assurde, non mostra segni di anomalia, parla con un linguaggio che non è quello concreto e convenzionale. Diventa necessario imparare a conoscere le particolarità di questa parte di se stessi, a comprenderne lo specifico linguaggio, ben diverso da quello razionale, se si vuole far proprio ciò che sta dicendo e che vuole far capire. Per potersi avvicinare a se stessi e per non rimanere sulla difensiva nei confronti della propria interiorità, per scoprire che l'esperienza interiore difficile e sofferta non è un danno e una minaccia da contrastare, bensì un contributo e una guida fondamentale per capirsi e per crescere, si ha necessità di essere aiutati a comunicare con se stessi. Ci vuole una mentalità diversa rispetto a quella solita e comune per capire le vicende interiori, per non correre il rischio di ridurre tutto a questione di mancato funzionamento normale, etichettando ciò che non rispecchia i canoni di presunta normalità semplicemente come insano e malato. Ciò che si spaccia per evidenza, l'idea che ciò che è sofferto e spiacevole interiormente sia dannoso e contrario ai propri interessi, svela solo l'incapacità di capire l'esperienza interiore. Siamo individui complessi, fatti non solo di superficie razionale, ma anche di vita e di intelligenza profonde. La parte profonda di noi stessi bussa, a volte con molto vigore e insistenza, vuole farsi ascoltare, vuole coinvolgere tutto il nostro essere, lo fa coi sogni, lo fa con vissuti e con esperienze interiori, anche ben poco agevoli, come l'ansia, a volte con richiami potentissimi e estremi come gli attacchi di panico, si tratta di imparare a ascoltarla e a intenderla, a dialogare con essa. Invocare solamente l'assenza di tensione interiore, cercare di evadere, cercare rimedi che allontanino e che mettano a tacere ciò che si prova è come dissociarsi da se stessi, è come mettere un coperchio su parte viva di sè, che ha tutt'altra intenzione che di recare confusione e danno. Solo l'ignoranza, spesso sostenuta da presunzione di sapere cosa sia normale e no, fa danno, serio danno.


venerdì 21 settembre 2018

La lingua batte dove il dente duole. La gelosia

Non è facile, non è affatto usuale riuscire a capire, a intendere correttamente le espressioni della vita interiore. Alla nostra interiorità interessa portare ogni volta la nostra attenzione su questioni e su nodi imprescindibili, da non nascondere e da non eludere dove ponessimo al centro della nostra vita la necessità di capirci e di crescere in consapevolezza e autonomia. Quando la nostra interiorità sembra stringerci d'assedio, procurarci senza risparmio motivi di turbamento e di inquietudine, tenere vive in noi sensazioni e pensieri non piacevoli, è frequente che le si contrapponga il timore che queste esperienze e stati interiori possano farci solo danno, che abbiano un che di eccessivo, di insensato, perciò di anomalo, che il nostro ragionare valuta tale. Il pensiero razionale però è limitato, lavora al buio delle implicazioni più vere e profonde delle nostre scelte, del nostro modo di procedere, il ragionamento è la risposta della parte di noi stessi che vuole che ci sia quiete, conferma e stabilità a prescindere. Considero un esempio, particolarmente impegnativo e arduo, come quello della gelosia. Lo considero al maschile verso una donna, ma non è esperienza e questione esclusiva, dunque analoga riflessione andrebbe aperta per una donna verso un uomo e ovunque nelle diverse relazioni possibili. La gelosia può essere assecondata ciecamente e fatta valere da chi la vive come semplicemente naturale, come diritto e pretesa di controllo e di padronanza sulla vita altrui, è il caso peggiore e nemmeno purtroppo raro. Considero qui l'esperienza della gelosia di chi la vive con tormento e con disagio, con la percezione che sia una pena, un che di ingrato e corrosivo, di lesivo, oltre che di prepotente. Se si viene alle strette con sensazioni dolorose e sgradite come quelle della gelosia, che larvatamente ha comunque dato già ripetuti segnali in tante altre occasioni e momenti, gelosia che alimenta sospetti, che può spingere a frugare in ogni dove della vita dell'altra, anche del suo passato, che alimenta la pretesa di esclusività, è forse per rendere tangibile il legame di dipendenza che si è stabilito. Il fondamento della dipendenza è la consegna a un'altra persona della funzione di procurare a se stessi qualcosa di vitale e necessario che da soli non si è cercato dentro di sè, che non ci si è preoccupati di formare e di sviluppare, di cui ancora non si dispone. Il legame dipendente con l'altra persona, spesso e volentieri ignorato, a volte addirittura celebrato (non posso vivere senza di te, ho bisogno di te, sei la mia metà ecc.), consente di colmare quel vuoto, anche se lo fa in una forma che da un lato non coincide certamente con ciò che si potrebbe generare da sè, consono e fedele a se stessi e che dall'altro non consente di esercitarlo in libertà e a proprio modo. Cosa ha dato e dà in misura e forma più o meno forte e persuasiva la presenza dell'altra? Attenzione, vicinanza, affetto, calore, premura, predilezione per se stessi, che fa sentire scelti, comunque oggetto di cura, accettati, valorizzati? E' da lei che sembra di sentirsi capiti intimamente, che si credono comprese le proprie necessità, è lei che sembra farsene interprete? E' lei a rappresentare il bello, un che di prezioso, che sembra portare nella propria vita una luce di valore, di felicità? Quel che voglio far capire è che il nodo della dipendenza, del farsi dare da altri qualcosa di essenziale e di irrinunciabile, che potrebbe, che anzi dovrebbe, per essere individui pienamente e non in forma amputata, prendere forma e sviluppo dentro se stessi, potrebbe essere ciò che la gelosia vuole arrivare a evidenziare, a porre acutamente al centro della propria attenzione. Sapersi avvicinare a se stessi, sapersi ascoltare e capire in ciò che si sente, nelle proprie emozioni, nei propri stati d'animo, sviluppare capacità di incontro e di dialogo con se stessi, creare vera vicinanza e intimità, calda intimità con la propria interiorità, da cui invece abitualmente si fugge (temendo che ciò che vive dentro se stessi sia a volte troppo disagevole, altre volte giudicando che sia vuoto e in nulla promettente, non degno, come invece i richiami e le opportunità esterni, di essere cercato, coltivato e valorizzato), coltivare e dare vita a qualcosa che sia ricchezza intima che non svanisce, sentita vicina e consona, non comprata, non presa da altro e da altri, tutto questo o si decide di coltivarlo, di farlo crescere e di darselo da sè, considerandolo fondamento essenziale della propria completezza di individuo e della propria autonomia (autonomia vera e non di facciata, cui basta un pò di vetrina e di consenso esterno per stare in piedi) o altrimenti si rischia di farselo dare, in qualche modo, da un'altra persona, da cui poi si dipende, che si vorrebbe tenere legata a sé in modo esclusivo, come fosse una parte vitale di se stessi. Un rapporto che non poggi sulla completezza di individuo non raramente, anzi quasi fatalmente si incardina sulla dipendenza. La risposta interiore non si fa attendere, la componente interiore e profonda non è inerte e segnala puntualmente lo stato delle cose, il nodo da vedere e da sciogliere. Si dice che la lingua batte dove il dente duole, è un detto che potrebbe essere utile per capire ragioni e senso di ciò che nel vissuto di gelosia, così incalzante e pervasivo, pare solo una insana ossessione. La parte profonda di noi stessi, che in genere non è né compresa né apprezzata in ciò che determina e che dice, anzi in genere neppure si sa che esiste come presenza affidabile e intelligente, ha una parte decisiva in tutto ciò che sentiamo e che succede dentro di noi. Nulla dentro di noi è casuale, non c'è emozione, vissuto, più o meno complesso svolgimento interiore, che non sia regolato, modulato, fatto esistere in quella forma e con quella intensità particolare dal nostro profondo. Ogni stato d'animo e sensazione non è conseguenza semplice e automatica di altro, di una causa che dall'esterno la determina, ma è plasmato dal profondo, è iniziativa e segnale originato da dentro di noi, rivelatore sempre di qualcosa di noi stessi, capace di avvicinarci alla conoscenza di noi stessi. Si giudica tutto in termini di normalità, di rispetto di presunti canoni di sensatezza codificati. Ciò che ci accade non è insensato o fuori regola e misura  se non secondo le regole della cosiddetta normalità. Bisogna tener conto che il nostro essere non è delimitato e non si riduce a volontà e a razionalità con qualche accessorio secondario, cosiddetto irrazionale, ma che risiede anche e prima di tutto nella parte profonda di noi stessi, cui, saggiamente, ostinatamente anche, interessa evidenziare nodi veri, questioni decisive su cui si gioca la nostra vera possibilità di  crescita e di autonomia. Solo mettendo al primo posto nel rapporto con l'esperienza interiore, quando difficile e sofferta, non l'istanza liberatoria o normalizzatrice, ma l'intento fermo di capire, di capirsi, di trovare la verità di se stessi, solo scegliendo di non far ricadere su altri le cause, le colpe, ma di porre invece se stessi al centro delle responsabilità inerenti la propria vita, riconoscendo dentro di sè l'origine e la matrice di tutto ciò che si prova, si può rendere fecondo lo scambio con la propria interiorità, che non tace, che spinge l'attenzione sui punti caldi, che vuole che non ci sia ignoranza o ipocrisia, ma consapevolezza, crescita senza risparmio di intelligenza e di coraggio.


giovedì 13 settembre 2018

La scelta

Patire e non capire, non comprendere cosa il proprio intimo sentire dice, questo è il vero e fondamentale problema per chi vive un'esperienza di malessere interiore. Non si è preparati e abituati a comunicare con l'interno, con la propria interiorità, ma solo ad adattarsi e a sintonizzarsi con l'esterno, a farsi dare da lì guide di senso comune per dirigersi e per spiegare il significato delle cose e delle esperienze. Quando si è messi alle strette da qualcosa di interiormente difficile e doloroso, che ha aspetto poco confortante e insolito, fioccano subito sul conto del proprio sentire (prima di tutto da parte propria) i commenti negativi, sale alta la sfiducia e persino la disperazione. E' necessario imparare a ascoltare e a comprendere ciò che il proprio sentire dice, a trarre da lì materia, insostituibile e preziosa, per conoscersi e per capire. Spesso serve un aiuto per imparare ad orientarsi nel mondo interno, dove si è in genere smarriti e totalmente ignari. Nulla nell'esperienza interiore, anche nelle sue espressioni più dolorose, sconquassanti o "contorte", è fallimentare o dannoso, nulla è semplicemente abnorme o malato, tutto ha un senso, anzi un'utilità. Sempre infatti il proprio sentire, il proprio corso interiore d'esperienza, vuole evidenziare e rivelare aspetti di se stessi e questioni decisive, vuole e può condurre a vedere, a capire, a prendere coscienza, se saputo leggere con attenzione e fedelmente, se non marchiato, per paragone con una presunta normalità, come patologico in un verso o in un altro, con un'etichetta diagnostica piuttosto che con un'altra. Quello del sentire è un linguaggio, non freddo e, nella conoscenza di se stessi, non certamente spiantato (come spesso lo è quello razionale), ma fedelmente corrispondente a se stessi, con radice viva e vera. E' un linguaggio incisivo e toccante, è per intima esperienza infatti, è sentendo che si può comprendere nel modo più partecipe e efficace, il sentire porta dentro il vero. Il problema è imparare a comunicare con la propria interiorità, avere occasione, formando e sviluppando capacità autenticamente riflessiva (non di parlar sopra, di rimuginare, di sovrapporre commenti e spiegazioni a ciò che si prova, ma di vedere, riflessivamente, come in uno specchio ciò il proprio sentire rivela) di raccogliere e di fare proprio ciò che i propri intimi vissuti consentono di avvicinare e di comprendere, scoprendo che ci si può davvero fidare e lasciar guidare dal proprio sentire, che nei propri percorsi interiori, pur insoliti e difficili, si sta disegnando un cammino, che non porta alla deriva, ma vicino a se stessi, al vero, a capirsi come mai è accaduto. Trarre frutto di conoscenza, di consapevolezza (più pienamente attingendo ai sogni e alla loro straordinaria intelligenza) da tutto ciò che si vive interiormente, anche se molto disagevole e sofferto, è la scoperta capace, come accade in una buona esperienza analitica, di rovesciare la paura e la diffidenza in fiducia, la fuga da ciò che si ha dentro e il suo ripudio in volontà di vicinanza e di dialogo con la propria interiorità, senza barriere. Ripeto, è necessario acquisire capacità di rapporto, capacità di orientamento in un mondo, in un'esperienza, quelli interiori, con cui non si ha confidenza, dentro cui negli anni, più o meno tanti, non si è affatto imparato a muoversi. Si avanza negli anni infatti imparando a intendersi più con l'esterno che con l'interno. Ma non è mai troppo tardi per dotarsi della capacità, non certo superflua o secondaria, di ascoltarsi, di leggere l'intima esperienza, di orientarsi nel proprio sentire, di comprendere il linguaggio interiore. Serve un aiuto per questo, perchè i modi abituali di pensare, di cui si dispone, nulla hanno di autenticamente riflessivo, di adatto a entrare in rapporto con l'esperienza interiore, col sentire, con i sogni. Ci sono però ostacoli non di poco conto sulla strada, che spesso bloccano in partenza l’ipotesi e il proposito di intraprendere un serio e approfondito  lavoro su se stessi, un percorso, che permetta di aprirsi alla propria interiorità, di conoscere, senza pregiudizi, questa parte di sè in ciò che sa dire e dare. Quali gli ostacoli e le barriere? In chi vive  un'esperienza di crisi e di malessere interiore si fa largo spesso una reazione vittimistica, che rivendica la pronta liberazione dalla sofferenza interiore, squalificata come carico indebito, come malasorte, come malattia. C'è poi una nutrita schiera di terapeuti, che, con vario titolo, sono pronti a suffragare l’idea che il malessere interiore sia soltanto un'afflizione di cui liberarsi, da combattere, uno stato anomalo da sanare e correggere e ciò non giova certo a rapportarsi fiduciosamente all’esperienza interiore dolorosa e critica, a riconoscerla come parte viva di sé da rispettare e da valorizzare, con cui cercare un incontro e non uno scontro, con cui imparare a dialogare. Ciò non giova a comprendere che il malessere interiore vuole e può essere non una pericolosa deriva, ma la porta di ingresso e la leva di una trasformazione non solo utile, ma indispensabile per trovare visione chiara dentro se stessi, per mettere, non illusoriamente, ma saldamente nelle proprie mani la propria vita. Viceversa l'adesione a un modo di intendere e di interpretare la propria vita a senso unico e all’insegna dell’integrazione e dell’adattamento alla cosiddetta realtà, intesa come modi organizzati e comuni di pensare, agire, trovare soluzioni, organizzare e dirigere l’esistenza, fa sì che si ritenga di essere già a posto e avanti, un pò per orgoglio e un pò tanto per paura di svelare un ritardo, un’inefficienza rispetto alla cosiddetta  “normalità”.  Il proprio disagio interiore, che fa intendere che ciò di cui si dispone è fragile, sconnesso, credibile fuori, ma discordante col dentro, è prontamente temuto e osteggiato come minaccia di perdere contatto con la schiera dei normali o presunti tali. Anche se tra ciò che si pensa e ciò che si sente non c’è corrispondenza, anche se l’insieme di ciò che si sa vedere e concepire, capire di sé e della propria vita è, ad essere onesti e sinceri, perlomeno raffazzonato e confuso, senza vera consistenza e forza, poco importa, ciò che si vuole è senza discussione tornare a procedere come prima, come sempre. In fondo basta fondersi e confondersi con la successione degli eventi, distrarsi da sé e dal proprio sentire, basta appoggiarsi alla illusione che quattro schemi razionali bastino a credere di sapere di sé e del vivere, basta dare credito a qualche segno materiale di possesso e di presunta auto realizzazione, per tentare di allontanare da sé ogni dubbio sulla validità del proprio procedere abituale, per tentare di svuotare di senso ogni malessere. Ma l'interiorità non ci sta a farsi mettere in un angolo, a farsi zittire o fraintendere, torna implacabile col malessere che non recede a ricordare che non c’è connessione e unità con se stessi, che non c’è nulla che abbia davvero capacità di persuasione intima e profonda in ciò che si sta facendo di se stessi, in cui si sta persistendo. La scelta di combattere l'intimo sentire, di sminuirlo a espressione storta e malata, la scelta di buttarlo, di sostituirlo fin dove possibile con altro, di cercare, come fosse il meglio, la distrazione da sé e dal proprio malessere cocciuto, è favorita dal perenne rifarsi allo sguardo altrui, all'idea comune. Nessuno, o quasi, in fondo incoraggia a sostare per riflettere, per ascoltarsi, per veder chiaro, per cercare il vero, per trovare proprie risposte, aderenti a se stessi, perché nessuno o quasi lo sa fare, perché agli occhi della maggioranza fermarsi, avvicinarsi al proprio intimo sentire, significa rischiare di perdere contatti ritenuti vitali con l'esterno, di perdere terreno, di smarrirsi. Per provare a allontanare il malessere, che rischia di corrodere le persuasioni deboli e confuse, cosa c'è di meglio allora che tornare a cercare lo sguardo altrui, per cercare conferma, conforto che tutto va bene, casomai il dono di qualche consolazione o l'ebbrezza di sentirsi importanti per qualcuno e ben considerati? Tanti ostacoli dunque sulla strada della scelta di prendersi sul serio, di prendere sul serio la voce intima, il malessere che insiste, che non fa sconti, che vuole ricordare che non bastano le apparenze e le conferme esterne per trovare se stessi, per dare volto e contenuto proprio e autentico alla propria vita. La sofferenza interiore è fermo richiamo, è onesto e sincero bilancio, è forte invito a non persistere nella fuga da sé, nella ignoranza e lontananza dalla propria interiorità, senza la quale non c'è possibilità di conoscersi, di concepire e di generare il proprio, di farlo vivere, ma non è detto che sia ascoltata.

mercoledì 12 settembre 2018

Il rapporto col sentire: luoghi comuni, manipolazioni e trucchi sottili

Per capire se stessi è decisivo il rapporto con le emozioni e con tutto ciò che si muove interiormente. Se si vuole prendere contatto col vero, se si vuole conoscere se stessi e ciò che, al di là delle apparenze, accade nella propria esperienza, è necessario rendersi capaci di rapporto aperto e dialogico col proprio sentire, imparando a ascoltarlo in ciò che dice. E' tendenza frequente porre in secondo piano e sotto tutela ciò che l'esperienza interiore propone, dando prevalenza e consegnando funzione guida al pensiero razionale, riconoscendogli il compito e il diritto di  giudicare l'opportunità e di stabilire la congruità del sentire. In non poche circostanze, credendo nella superiorità e nella affidabilità dello sguardo razionale, si ritiene utile, anzi necessaria, come condizione per capire le cose al meglio, la messa in disparte delle emozioni, viste come fattore perturbante la visione lucida e obiettiva. Viceversa capita che in alcune circostanze si invochi la messa in pausa del ragionamento e la libertà dall'istanza del capire per liberare le emozioni, per quel "lasciarsi andare" liberatorio e libero da intralci, che colori e permei al meglio e piacevolmente la propria esperienza, convinti che ci sia solo da vivere le emozioni e non da capirle. Si conferma la tendenza a tenere separati il sentire e il pensare, come fossero antagonisti e inconciliabili, come dovessero operare in campi separati. Se da un lato la preoccupazione di salvaguardare il sentire dall'intervento del capire è comprensibile, considerato il carattere non dialogante, l'atteggiamento di fondo non rispettoso verso il sentire, l'attitudine a porre regole e condizioni e a stabilire dall'alto ragioni e spiegazioni, in sostanza la mancanza di capacità d'ascolto e riflessiva del modo usuale di esercitare il pensiero nella forma razionale, dall'altra, ritenere in assoluto inopportuno l'intervento del pensiero nel rapporto col sentire, significa fraintendere il potenziale e lo scopo del sentire. Il sentire evidenzia e detta i contenuti, apre in modo sensibile la strada alla conoscenza, il sentire non disdegna affatto di essere compreso, di veder raccolto fedelmente e attentamente ciò che vuole dire, suggerire, anzi negargli ascolto e impegno di comprensione significa vanificarne la proposta e l'intenzione. La questione fondamentale è la forma di pensiero messa a disposizione e rivolta al proprio sentire. Al sentire non va riservato un pensiero che pretenda di commentarlo e di spiegarlo, come abitualmente fa il pensiero razionale con la sua pretesa di agire sopra emozioni e vissuti con le sue categorie e i suoi codici di significato già pronti, senza dare loro voce, senza raccoglierne il messaggio. Al proprio sentire va viceversa garantito un pensiero autenticamente riflessivo, capace di riconoscerne l'intimo volto, come quando, guardando la propria immagine riflessa dallo specchio, si può vedere nei propri occhi e nel proprio volto ciò che svelano, che comunicano. Circa la libera espressione del sentire, va osservato che, a dispetto della loro presunta genuinità e spontaneità, sulle emozioni e sulle spinte interiori cala non di rado da parte di chi le vive una presa sottile che le vuole comunque pilotare, in qualche modo selezionare e riplasmare. Sul conto delle emozioni, del sentire, si tende infatti non poche volte, anche se in modo non appariscente, a svolgere un controllo e una regia che vuole che si esprimano e si declinino accontentando canoni di normalità, di buona resa e di buon gradimento: commuoversi, stupirsi, piangere, gioire e entusiasmarsi, come fosse naturale, "normale"in determinate circostanze e condizioni, come fosse sinonimo di vitalità. Non è raro che ci sia chi, subalterno a regole condivise, dubiti di se stesso non riuscendogli naturale e spontaneo provare ciò che culturalmente è ritenuto ovvio e normale. C'è poi chi vuole fare delle emozioni e del sentire l'arma per sedurre, per stupire favorevolmente. Il sentire autentico, che sinceramente, senza filtri, correzioni e manipolazioni, possiamo riconoscere dentro di noi, in realtà è autonomo rispetto a ogni pressione, non sottosta a nessuna azione regolatrice, a nessuna disciplina e pretesa, è imprevedibile, mai scontato, mai docile alle attese. Il nostro sentire vero, non oscurato, non filtrato e non rifatto a nostro e altrui uso e piacimento, è la voce del nostro profondo, che, incurante delle convenienze, sfuggendo a qualsiasi tentativo di addomesticamento, con precisione e con intelligenza vuole a ogni passo guidarci a entrare nelle pieghe del vero. C'è chi, più spiccata questa convinzione nel sesso femminile, ritiene di avere apertura naturale e più spiccata confidenza con le emozioni, col sentire, coi sentimenti e con tutto ciò che non è nel governo di volontà e ragione. Questa presunta apertura e vicinanza al sentire trascura di riconoscere che su emozioni e sentimenti ci può essere, come detto, affatto raramente, una sottile manipolazione. Si può caricare, enfatizzare, si può fare selezione, filtro sul sentire, per rendere l'accesso e il rapporto col sentire più controllato e conveniente, assai meno aperto, fedele e spontaneo di quanto non appaia e non si voglia credere e far credere. C'è poi l'istanza, di cui già dicevo, che vuole, per il proprio sentire o presunto tale, per ciò che muove le proprie scelte e espressioni, libertà da interrogativi stringenti, che chiede di non insistere con le domande di chiarimento. In questi casi il significato dichiarato, che spesso si rifa al più in uso e condiviso, è considerato sufficiente per la conoscenza di sé e della propria esperienza, anzi esaustivo. Succede allora che espressioni esaltanti come innamoramento, passione, attrazione o altre, meno esaltanti, come avversione, disagio, dolore, siano trattate come affermazioni che non necessitano di chiarimento, di approfondimento,  perché considerate in sé sufficienti per dire il bello e il brutto, per colorire e qualificare il significato e il valore, la bontà o il negativo di un'esperienza. Quante volte, per fare un esempio, per chi vive il cosiddetto innamoramento, questo è, senza dubbi e esitazioni,  sinonimo di un trasporto e di un forte sentimento amoroso verso l'altro, non curandosi di mettere in luce che quel cosiddetto innamoramento può essere espressione e collante di un legame dipendente (con reciprocità interdipendente), dove l'altro è mezzo e occasione per portare a sé, prontamente, qualcosa, il sostituto di qualcosa di essenziale e necessario non ancora cercato dentro se stessi, non ancora coltivato, generato e fatto vivere da sé, quante volte  pare via di completamento (trovare la propria cosiddetta metà) e di realizzazione, quando invece è rinuncia a cercare vera completezza di individuo e vera auto realizzazione, quante volte è illusoria rinascita, perché l'altro o l'altra riempie di attenzioni e sembra porre se stessi al centro del suo interesse! Vedere chiaro cosa ci si spinge a cercare e a fare proprio, riconoscere dentro le proprie spinte i significati veri, aprendo confronto attento e trasparente con se stessi, è scelta frequentemente omessa e evitata, perché, assumendo per vero il significato apparente, perché affidandosi alla retorica dei sentimenti, tutto sembra girare al meglio e favorevolmente, salvo nel tempo patire, non di rado, la stretta del legame dipendente e ritrovarsi a corto di autonomia e di crescita personale vera, salvo giungere, in non pochi casi, a disillusioni cocenti. La retorica, rivestire di qualità e di significati che piacciono e che fanno comodo, ricorrendo e andando dietro a modi di intendere di largo uso e ben considerati, è nel rapporto col proprio sentire un espediente che torna assai gradito, in apparenza vantaggioso. La manipolazione del sentire e l'impiego sul suo conto di attributi di significato e di valore più comuni e imperanti, offre vantaggi di immagine, copre responsabilità, aiuta a trovare scorciatoie, a darsi un'identità che piace, persuade e trova facile consenso negli altri, appoggio, complicità. Se trucca le carte, lo fa in modo così sottile da passare inosservato. Non del tutto però, perché la parte profonda di se stessi non si fa né incantare, né persuadere dalle apparenze, perché di tutto ciò che si muove sullo scenario dell'esperienza sa e vuole far risaltare il senso vero. E' tutt'altro che infrequente cadere nella trappola del sentire che si pretende genuino, delle spiegazioni e delle rappresentazioni sul suo conto che vorrebbero essere appropriate e consone, in realtà sovrapposte, arrangiate, a proprio uso e beneficio, per diletto, per convenienza, per quieto vivere. Per fortuna l'inconscio è presenza vigile e può, se gli si dà ascolto nel sentire autentico e nei sogni, aiutare a districare, a svelare i trucchi, a trovare il vero, per non farsi irretire da ciò che, pur piacendo e dando immediato agio, pur trovando appoggio e conferma in altri e nel comune modo di pensare, non dà occasione di conoscere se stessi e di crescere.

mercoledì 29 agosto 2018

Gestire e controllare o ascoltare e capire?

E' assai diffusa l'idea che sia importante e utile imparare a gestire e a controllare sensazioni come l'ansia o altre emozioni e stati d'animo difficili e sofferti. Sono espressioni della vita interiore verso cui in genere si ha più timore che fiducia, con cui non si concepisce di poter entrare in rapporto se non nella forma del controllo e della difesa. Si tratta di esperienze interiori, spesso insistite, pervasive e capaci di intaccare il corso che si vorrebbe il più possibile fluido e indisturbato dell'esperienza, corrispondente a attese di buona riuscita, di cui colpisce il carattere insolito e nell'immediato assai poco gradevole. Succede che spesso si vanti come buon risultato della psicoterapia quello di acquisire la capacità di gestire e di controllare simili esperienze interiori disagevoli. Ci sono psicoterapie, ad esempio quelle di impronta cognitivo comportamentale, che si prefiggono di intervenire in modo diretto per snidare i meccanismi che le sosterrebbero e per contrastare le risposte interiori ritenute disfunzionali, giudicate non utili, insensate, fondamentalmente dannose per chi le vive, sostituendole con altre ritenute più valide e normali, vantaggiose e funzionali. Ci sono altre psicoterapie, che vorrebbero essere introspettive e di impronta analitica, che intendono le espressioni interiori di disagio come il segno di un patimento, che avrebbe all'origine delle cause da indagare, da cercarsi nel presente o più spesso nel passato della storia personale, familiare soprattutto. In entrambi i casi le espressioni della propria vita interiore non facili, come l'ansia e come altre impegnative e non piacevoli, sono trattate come una fonte di preoccupazione e di danno, qualcosa da superare, vuoi intervenendo direttamente per modificare e riplasmare le risposte interiori, vuoi auspicando di spegnerle arrivando alla presunta causa, al suo chiarimento. A fronte dei propositi, di vario tipo, di togliere la spina nel fianco del malessere interiore, per ripristinare in ogni caso, per rilanciare e favorire il corso cosiddetto normale del procedere e dell'esperienza, a fronte della convinzione di aver capito cose nuove e importanti di se stessi e delle cause dei disagi patiti, dell'auspicio di aver imparato a controllare e a gestire, cioè a difendersi e a tenere a bada le espressioni non agevoli della vita interiore, non è raro che l'interiorità non ci stia e non si disciplini. Sentendosi fraintesa e inascoltata, non è raro che torni a premere con forza per ottenere risposta valida e collaborativa per ciò che, attraverso i richiami e le guide del malessere, intende far capire, far condividere dall'intero individuo e promuovere. Che la tendenza e che l'auspicio prevalenti, nel rapporto con la propria vita interiore,  siano di procurarsi capacità di controllo e di gestione delle sue espressioni difficili e disagevoli, che rendono difficoltoso il procedere, che increspano o che intralciano con forza il quieto vivere, non è un caso. La visione della vita, assai diffusa e condivisa, che mette al centro dell'esistenza il rapporto col mondo esterno come unico tramite per avere contatto con il reale e occasione di dare di sé espressione vitale, rende esiguo e secondario il valore, l'importanza del rapporto con la propria interiorità. Tutti impegnati e protesi a tenere attiva la connessione con altro e con altri, non si considera rilevante cercare sintonia, coltivare dialogo e scambio con la propria interiorità, trovare di volta in volta accordo di visione e di intenti con il proprio sentire, con tutto ciò che si muove e che si propone interiormente. Ben presto nel corso del cammino di vita si perde il senso della centralità del proprio sentire come fondamento e guida, come cuore della comprensione dell'esperienza. Crescendo si diverge sempre più dal proprio intimo, dal proprio sentire, impegnati a imparare, a conoscere nei modi riconosciuti validi, a formare e a consolidare la capacità di stare e di muoversi nella dimensione cosiddetta reale, esterna e concreta, terreno e luogo dove accadrebbero le cose che contano, dove si ritiene sia importante e prioritario orientarsi e capire, crescere e migliorarsi, sapersi destreggiare, esprimere e intendere con gli altri. Gli accadimenti e gli svolgimenti interiori, il sentire in tutte le sue svariate espressioni, diventa materia secondaria, accessoria, spesso inteso come poco affidabile, ritenuto carico di ingenuità possibili, da filtrare e da vagliare col ragionamento, da salutare con soddisfazione se ben impostato secondo i propri e comuni criteri di efficienza e godibilità, da tenere a bada e eventualmente da rieducare se discorde dalle attese e dai calcoli di convenienza e di opportunità. Tutto si tenderebbe a sapere del mondo esterno, poco o nulla si pensa  sia necessario e di vitale importanza scoprire, conoscere e capire della propria vita interiore. Perché non disturbi e non renda difficoltoso il rapporto con l'esterno e con gli altri il proprio mondo interno è tenuto sottotraccia e ai margini. Dal proprio sentire ci si aspetta e si pretende che sia funzionale a ottenere adattamento, intesa con altri e riuscita secondo i canoni vigenti. L'esperienza interiore è però voce e espressione della parte profonda di sé, non meno importante e capace di quella di superficie e conscia, anzi con un'ottica e una tensione di scopo ben diverse, portatrice di un intento ben più costruttivo, a difesa e a sostegno delle proprie ragioni di individuo singolare e in grado di sviluppare pensiero autonomo (non guidato e non addomesticato al comune e già concepito, ma generato da riflessione, con scoperta di significati corrispondenti e fedeli alla propria intima esperienza), di aprire percorsi e di perseguire realizzazioni originali. Se la parte cosiddetta conscia è incline a trovare soluzioni per procedere privilegiando il riferimento esterno e il confronto con lo sguardo altrui e comune, se rielabora l'esperienza stando dentro premesse e utilizzando attribuzioni di significato, tratte da pensiero convenzionale, assunte, riprodotte e combinate in automatico e fondamentalmente incomprese, se spesso è paga di trovare nei suoi tentativi di spiegazione la quadratura logica e se, anche quando pare innovare o rompere con lo schema abituale, non esce dal recinto del già concepito e scritto, se in genere opera, fa e disfa, senza mettersi allo specchio per vedere e per interrogare cosa sta facendo, mossa da che cosa e a che scopo, l'altra parte, quella profonda è ben lì, nella direzione della comprensione del senso, che invece guarda e osserva con attenzione l'esperienza, impegnandosi col sentire e con tutti gli svolgimenti interiori a mettere in evidenza i  modi di procedere, di pensare praticati, a mettere in luce e a renderne ben vive, cocenti e da capire tutte le implicazioni. Se la parte conscia si illude di essere vigile e attenta, ma in realtà pasticcia non poco e non di rado piuttosto che svelarlo nasconde il significato autentico dell'esperienza, l'altra parte, quella profonda e cosiddetta inconscia, viceversa lo traccia e lo rimarca attraverso il sentire, lo spiega bene, con impareggiabile acume e intelligenza, con i sogni (si tratta ovviamente di imparare a avvicinarli e a intenderli in ciò che vogliono e che sanno dire), cercando con ostinazione il vero, rendendolo questione cruciale da tenere in primo piano, da non ignorare. Tutto il sentire, ansia e tutte le esperienze e i vissuti interiori non piacevoli compresi, dice e svela, richiama e conduce al vero, a riconoscere i nodi importanti su cui lavorare, in modo mirato, con le intensità e con i tempi sempre adeguati e giusti. Bisogna imparare, facendosi in questo aiutare, a ascoltare e a capire il linguaggio, la voce del proprio sentire, scoprendone l'affidabilità, la capacità di offrire a se stessi viva e preziosa consapevolezza, toccandone con mano e verificandone la non assurdità, la non nocività. Gestire e controllare parte di sé come fosse di capacità inferiore, irrazionale e perciò poco affidabile e da disciplinare, da non rendere invadente e disturbante i propri calcoli e propositi, continuando a trattarla, quando preme con intensità e propone momenti e percorsi disagevoli, come una minaccia da arginare, non è una gran trovata, non è un brillante risultato. La parte che sa meno sul conto di se stessi e che, promettendo meraviglie, non sa che andare dietro e persistere nel solito pur con nuova chiacchiera e nuove trovate in apparenza intelligenti, spesso tanto ingegnose quanto sterili, bene farebbe a aprire all'altra parte, quella profonda, che saprebbe ridarle una direzione valida e sensata di ricerca, che saprebbe nutrirla di nuova linfa e rigenerarla. Bisogna stare attenti e riflettere sulle risposte che si vanno a dare a situazioni di crisi, che spingono a cercare cura e aiuto. Il proposito di correggere le risposte interiori, pretendendo, su basi apparentemente certe e scientifiche, ma in realtà secondo logica convenzionale, di giudicare, senza se e senza ma, ciò che valgono o che non valgono, così come il proposito di indagare su se stessi, pensando che il proprio malessere interiore sia segno di un patimento subito per cause altre, presenti o remote, da ricercare, voltando sbrigativamente le spalle al proprio sentire, non aprendo affatto, malgrado le apparenze, all'ascolto di ciò che sta dicendo e svelando, l'uno e l'altro sono risposte sorde alla propria interiorità, incapaci di darle credito e spazio, preoccupate da subito di mettere le cose in ordine, nel solito ordine, con qualche rinforzo e aggiustamento. L'atteggiamento verso se stessi, verso la propria interiorità, ancora sminuita e misconosciuta nel suo valore e nel suo potenziale positivo, rimane quello di disporre e di pretendere, di gestire e di controllare. Altro che gestione e controllo, si tratterebbe di prendere confidenza, di imparare a comprendere il linguaggio della propria interiorità, per non escluderla da sé, per non continuare pervicacemente a fraintenderla, per non farsi danno osteggiandola o pretendendo di dominarla, non capendola nella sua vera natura di interlocutrice affidabile, per non continuare, vivendola come un meccanismo strano da regolare e da tenere a bada, a privarsi di ciò che può donare, persistendo nell'averne timore come fosse un pericolo! Gestire e controllare le espressioni e le proposte della propria vita interiore non è la miglior conquista possibile, anzi equivale a persistere nella separazione in casa da parte vitale e centrale di se stessi.

venerdì 24 agosto 2018

Riprendere in mano la propria vita

Quante volte capita di sentir dire queste parole da chi, coinvolto da disagio interiore, auspica di spazzarlo via per avere possibilità appunto di riprendere in mano la propria vita! In realtà a cose immutate la presa o ripresa si rivelerebbe velleitaria, perché la forma di vita che si vorrebbe ripristinare è proprio quella fasulla cui la propria interiorità non dà credito, che col malessere vuole smitizzare, di cui vuole svelare vuoti e inconsistenze, di cui vuole si prenda chiara visione dei modi e di ciò che la disciplina e sostiene, senza equivoci, senza ingenuità. Non c'è possibilità di prendere davvero in mano la propria vita se non si va incontro a cambiamenti di qualità e di sostanza, se non si asseconda l'intento del proprio inconscio, che col malessere ha avviato la crisi, di promuovere una trasformazione profonda, che segni il passaggio da una vita che s'appoggia a altro a una vita propria fondata su di sé e su autonoma capacità di pensarla e di governarla. Non si è liberi se si è nella sostanza dipendenti. L'interiorità, la parte di sé profonda, che non va dietro alle illusioni, che sa vedere il vero, che spinge per la rinascita come soggetti autonomi davvero, dotati di pensiero non imitativo, ma riflessivo e originale, completi di ciò che, abitualmente cercato come surrogato fuori in altro o nel legame con altri, può essere invece cercato, conquistato e fatto vivere dentro se stessi, questo col malessere vuole rendere questione cruciale e imprescindibile. Per prendere in mano la propria vita è necessario non simulare autonomia, ma averla, avere capacità ben fondata e piantata di vedere con i propri occhi, di concepire e di generare pensiero in stretta unità e fedeltà a se stessi, poggiando sul proprio sentire, avere capacità di legittimare e di dare fiducia alle proprie scelte, senza cercare sostegno fondamentale e conferma in altro e in altri. Non c'è da prendere scorciatoie, c'è da fare sul serio per prendere davvero in mano la propria vita.

Docile non è...

La propria interiorità non sta affatto nei confini del cosiddetto normale, dentro quel campo delimitato, dove tutto dovrebbe svolgersi secondo previsione e programma, senza scosse e senza sorprese sgradite, non dando disturbo, non recando fastidio. Docile a simili aspettative e pretese non è il proprio profondo, perché ama la vita, perché non accetta pastrocchi e illusioni che l'altra parte, quella che si crede superiore in affidabilità e capacità di giudizio, confeziona. La parte conscia, in presenza di crisi e di malessere interiore, che vorrebbero riaprire i giochi, condurre a un serio riesame della propria vita, del proprio modo di condurla, reagisce e si allarma, spesso senza tanti indugi strepita e sentenzia, giudica e dispone, senza capire e intendere se non i propri pregiudizi, non si fa scrupolo di aggredire la parte intima, di mortificarla, dandole della balorda, della sciagurata, dell'incapace e della malata. La conferma autorevole non tarda a venire. Etichette diagnostiche, che fanno di ogni erba un fascio, per definire, meglio sarebbe dire per marchiare (e da lì avviare a trattamento normalizzante farmacologico e non), con pretesa aria di sapere indiscusso e di scientificità, esperienze interiori, tanto impegnative e disagevoli quanto uniche e cariche di senso, con cui non si ha né volontà, né capacità di entrare in rapporto, cui ancor meno si è disposti a riconoscere intelligenza e capacità propositiva, sono il suggello di un atto ostile, anche se non riconosciuto come tale. Un atto ostile contro parte di sè e a proprio danno, pur con l'aria di procurarsi benevola cura, di darsi aiuto. L'interiorità non si piega, non si fa addomesticare, insiste, ogni suo rinvenire forte e risoluto incontra risposta dura e ancora ostile, la squalifica prosegue e la parte conscia parla di ricaduta di malattia. Beata ingenuità di una parte di sé, tanto arrogante e spiccia nei giudizi, quanto ignorante! Ho dedicato la mia vita a rivalutare e a valorizzare, a difendere e a rendere giustizia e dignità alla parte bistrattata, la più saggia in realtà, la più capace, insostituibile nel ridare a ognuno dignità, forza e spessore di individuo pensante e consapevole e non di pecora vagante senza meta propria e senza progetto, in forte e stretta sintonia col gregge piuttosto che non se stesso. L'interiorità è valida, irremovibile nel suo intento di testimone del vero, di promotrice di crescita, di realizzazione umana autentica e non d'immagine e fasulla, l'inconscio è una risorsa straordinaria e ai più sconosciuta nella sua vera natura e potenzialità di fonte di vita e di pensiero. Ho cercato e cerco di aiutare l'altro a non ripudiare parte di sé preziosa e affatto nociva, a non spararle contro per liquidarla senza entrarci in rapporto e senza conoscerla, continuerò a aiutare l'altro a non fuggire sciaguratamente da se stesso.

martedì 21 agosto 2018

La propria strada

Quanto c'è nel malessere interiore che abbia a che fare con la conquista della capacità di aprire e di seguire fedelmente la propria strada? Tantissimo. Capita che, nel modo di intendere e di leggere il significato della propria esperienza, così come le ragioni e gli scopi della propria vita, ci si faccia portare e dirigere, spesso inconsapevolmente, da idee preconcette e da modelli comuni, che si incardini il proprio pensiero su schemi soliti e lo si muova dentro percorsi già segnati. Nulla però nella comprensione del senso di ciò che si sperimenta, così come nella scoperta dei percorsi da seguire e delle mete della propria vita, può essere dato per scontato e corrispondente a visione e a regole generali e prefissate. La vicenda interna, tutto ciò che accade e che si muove nell'esperienza interiore, è lo stimolo e la guida valida e sicura che può far recuperare a ognuno la possibilità di incontrarsi con se stesso, di capirsi, di orientarsi. Può essere comodo e capita assai di frequente che farsi portare da idee e da esempi comuni, da modelli prevalenti sostituisca il carico della propria ricerca. Nel rapporto con la propria esperienza, se si vuole sviluppare pensiero autonomo, è fondamentale imparare a fare saldo riferimento al proprio sentire, che dell'esperienza sa rivelare le implicazioni e il volto più integro e vero. E' importante e decisivo trarre da lì risposte sincere e fondate, evitando di affidarsi a risposte confezionate col solo ragionamento, che, spesso tese a tutelare la propria immagine e la continuità dello stato presente, a darsi conferme e a porsi al riparo da rischi di instabilità e di perdita di consenso, aumentano la distanza da se stessi e dal vero. Darsi risposte non coerenti con se stessi, che non rispecchiano e che non sono in sintonia col proprio sentire, che offrono agio e rassicurazione, a volte o spesso omettendo chiarimenti stringenti e parti scomode e passando oltre, equivale a chiudere al confronto con se stessi, a privarsi della possibilità di capire, di conoscersi, di sviluppare conoscenza. Farsi persuadere e dirigere da altro nelle proprie scelte significa divergere da se stessi, non comprendere nell'intimo di sé le ragioni e il volto di ciò che ha valore per se stessi, che si ama e che si desidera far vivere, non trovare la forza e la passione di seguire la propria strada, optando viceversa per ciò che per senso comune pare più valido e conveniente. Se la modalità passiva di farsi condurre e sostenere nei propri ragionamenti e nelle proprie scelte da attribuzioni di significato e da idee preconcette, da giudizi di valore e di opportunità precostituiti, che anticipano e che sostituiscono le scoperte che sarebbe possibile fare ponendo a guida del pensiero e al centro del proprio sguardo il proprio sentire, è facilmente camuffata e equivocata come modalità attiva di pensiero e capacità decisionale, se i tentativi di accomodarsi con le abilità e con le astuzie del ragionamento il significato della propria esperienza e delle proprie scelte, sono spesso accreditati come affidabili e sinceri modi di capire se stessi, non sono di certo né equivocati né presi per buoni dalla parte di sé profonda, che non ignora, che non chiude gli occhi sul senso vero di tutto ciò che ci accade. La modalità passiva di procedere, di svolgere pensiero, che chiude gli spazi di ricerca propria e approfondita, che scambia il ragionato per il vero, profondamente non passa inosservata, non è sottovalutata nelle sue serie implicazioni, non è pacificamente accettata. Non per caso interviene con decisione la risposta interiore nella forma del malessere, che vuole segnalare il problema e evidenziare i punti critici del proprio modo di condursi, di stare in rapporto non aperto e non dialogico con la propria interiorità, spesso lontani e scissi dal proprio intimo sentire, senza possibilità e capacità dunque di esplorare e di riconoscere con i propri occhi il vero senza ipocrisie, senza veli e compromessi, senza forzature e distorsioni. E' questo un punto centrale, messo in risalto spesso da vissuti di ansia, che interiormente non danno tregua e che battono forte, non casualmente e non certo insensatamente, perchè, senza salda unità e corrispondenza col proprio intimo, senza il supporto e la guida della propria interiorità, si è, a dispetto di ciò che si vorrebbe farsi credere, deboli e sguarniti, in perenne stato di precarietà e di smarrimento, più confusi da ragionamenti che messi nelle tracce del vero, a rischio perciò di muoversi senza bussola e senza capire nulla. Senza capacità di  ascolto e di valorizzazione piena e fedele del proprio sentire, che accompagna interiormente tutta quanta la propria esperienza, si è privi infatti della  possibilità di vedere, di aprire il proprio sguardo, di accedere alla comprensione del senso, del vero, di fondare su questa la propria crescita e forza, la propria capacità di autogoverno, di concepire e di sostenere scelte davvero corrispondenti a se stessi e non ispirate e trainate da preferenze comuni e da modelli predominanti. Privi di guida interiore è fatale infatti che ci si rivolga e affidi, che si cerchi accordo con guide esterne, seguendone le indicazioni, obbedendo e disciplinandosi alle loro regole e postulati, facendo proprie le soluzioni che il modo di concepire comune e di condursi offrono. Senza ricerca aperta e propria, senza riflessione guidata dal proprio sentire, è fatale che ci si affidi a idee e a propositi illusoriamente propri e capaci di tradurre le proprie necessità e aspirazioni, ma in realtà imitativi d'altro, tenuti su e fatti valere più da senso comune e da autorità esterna che da personale intima profonda conoscenza e persuasione. Questo accade anche quando, sposando idee di cambiamento, collocandosi sul terreno della critica dell'esistente, dell'anticonformismo, delle posizioni e opzioni alternative, ci si illude di aver cambiato tutto, di essersi affrancati e di aver rotto i vincoli di dipendenza e di adesione al comune e prevalente. La parte profonda di sè non coltiva e non conferma l'illusorio, dà segnali di crisi, rompe gli equilibri, per spingere, senza indulgere alle scorciatoie e senza fare sconti, a verifiche attente, evitando di vedersi estranei a ciò che, contestato e messo sotto accusa, invece dentro sé è ben presente e tutto da capire, spingendo a vedere anche nel presunto nuovo quanto c'è ancora di dipendente da altro, da suggerimenti e da conferme esterne. L'inconscio vuole promuovere cambiamenti veri e frutto di presa di coscienza lucida e senza trucchi, senza omissioni di comodo, senza pretesi cambiamenti e progressi privi di sostanza e di fondamento. L'interlocutore interno, il proprio profondo è ben più attento e vigile, ben più capace di garantire stimoli di crescita vera di qualsiasi interlocutore esterno. Accade che, coinvolto da malessere interiore, l'individuo spesso si irrigidisca nell'autodifesa, che sia più incline a volersi ricondurre nell'alveo solito e conosciuto, a darsi conferme della propria sostanziale sufficienza, che a fermarsi a riflettere e a ripensarsi, che anzi spesso rivendichi con forza di eliminare il malessere, per tornare alla condizione precedente, come se quella fosse l'unica via di salvezza e promettente, l'unica modalità possibile e credibile, come se tutto della propria dotazione e modo di procedere  fosse a posto e il malessere fosse solo un incomodo, un freno, un intralcio maledetto. Chi ancora non ha cercato dentro sè le risposte, accogliendo le proposte e le guide del proprio profondo, non riesce a considerare possibile se non il già conosciuto. E’ inevitabile che, per conquistare autonomia e capacità di farsi fedele interprete di se stesso, ognuno debba compiere, con l'aiuto adatto, un lavoro su se stesso di trasformazione profonda, che segni prima di tutto un cambiamento di rotta, mettendo in primo piano e coltivando lo scambio e il dialogo con se stesso, con la propria interiorità. La propria interiorità offre l'occasione di prendere visione della propria dipendenza da altro, che, sostitutivo della propria conquista di visione e di consapevolezza, istruisce e guida, che offre risposte pronte e percorsi già segnati. Avvicinata e rivisitata dentro una riflessione attenta (spesso sono i sogni a guidare la ricerca proprio in questa direzione), l'abituale modalità di pensiero, illusoriamente intesa come capacità di pensiero proprio e indipendente, si rivela in realtà fatta di presa in prestito e di ricalco di idee e di attribuzioni di significato e di valore per nulla originate da esperienza, da ricerca e da comprensione proprie. Solo l'avvio deciso di un percorso riflessivo e di creazione di idee proprie, di scoperta di significati, alimentata dal dialogo con la propria interiorità, nutrendosi di ciò che il profondo sa dare, può rompere gli abituali vincoli di dipendenza da pensiero comune e da modelli prevalenti, la tendenza, anche dentro elaborazioni razionali che paiono ingegnose, alla riproduzione automatica di idee e di attribuzioni di significato convenzionali. Le vicende interiori, ciò che vive nell’intimo di ognuno sono il luogo della ricerca, sono il terreno fertile e prezioso, insostituibile della presa di coscienza e dell'avvicinamento a se stessi. Se corrisposta  da disponibilità a concedersi al sentire, anche se arduo e doloroso, da capacità di ascoltarlo, di intenderne voce e proposta, l’interiorità di ognuno sa dare le giuste guide per fare chiarezza, per uscire da modi impropri di pensare e di concepire la propria vita e il proprio essere, per entrare nel vivo della conoscenza, per liberare la propria progettualità, per comprenderne le ragioni e per investire sulle proprie scelte. Il sentire in tutte le sue declinazioni (non filtrato, senza discrimine e contrapposizione tra sentire buono e cattivo, bello e spiacevole, normale e anomalo) e i sogni sono la via maestra per capirsi e per capire, per trovare il proprio originale sguardo sulla propria vita, per comprendere, in modo vivo e fondato, non razionale e astratto, le sue ragioni profonde e vere, ciò che a partire dal profondo del proprio essere vuole vivere e fedelmente a se stessi. I maestri di vita esterni, ce ne sono a bizzeffe e di ogni tipo, le loro lezioni non hanno nulla a che fare con ciò che la propria interiorità sa dire e far comprendere. Maestro vero e affidabile di vita e di pensiero, consono e fedele a se stessi, è soltanto il proprio profondo. Va scoperta la sua grande affidabilità e capacità. L'analisi, quella ben fatta, è proprio questo che sa svelare e dare. La posta in gioco: aprire e seguire fedelmente la propria strada.

domenica 5 agosto 2018

Il lavoro dell'inconscio

(Ripropongo oggi questo mio scritto, perchè ritengo possa aiutare a comprendere ciò che l'inconscio può offrire e a sentire più vicina questa parte preziosa e irrinunciabile del nostro essere)
L'inconscio interviene di continuo nella nostra esperienza, sia attraverso i vissuti (il nostro sentire) e governando nel suo insieme il corso della nostra vicenda interna, sia in modo privilegiato, illuminando il nostro cammino interiore, con i sogni. Contro i tentativi, avvalendoci dell'iniziativa e del filtro della razionalità, di mantenere sostanzialmente intatta e a noi compiacente la nostra visione di noi stessi (tanti accadimenti interiori fastidiosi o imbarazzanti passati sotto silenzio, lasciati scorrere via o fraintesi e manipolati a piacimento col ragionamento), l'inconscio non ha pudore, "pietà" o riserbo di intervenire e di insistere, senza chiedere permesso e sorprendendoci, perché di noi sappiamo, vediamo, cogliamo ciò che importa, il vero. L'inconscio è attivo perché non rimaniamo passivi o altro da noi stessi. Per passività intendo il quieto aderire al dato e al pensato comune e abituale, la riproduzione di un pensiero e di una visione di noi stessi che, se anche in apparenza convincenti e verosimili, in realtà altro non fanno se non ripetere ciò che già è stato detto, ciò che ci torna comodo credere. L'inconscio è la parte di noi che agisce e che lavora perché non evadiamo da noi stessi, perché sappiamo di noi, perché transitiamo nelle pieghe del nostro essere, perché vediamo, anche a costo di ferirci e di soffrire, ciò che ci spetta, ciò che ci è necessario conoscere. Nulla di ciò che si propone a noi nel nostro sentire è casuale, bensì è traccia e guida per prendere contatto e conoscenza viva di aspetti del nostro essere, del nostro modo di procedere, di questioni, anche non semplici, che abbiamo vitale necessità di elaborare, di capire. L'inconscio suggerisce e offre di continuo attraverso il sentire spunti, occasioni, crea trame e sviluppi utili per capire. Il lavoro dell'inconscio raggiunge il suo apice creativo nei sogni, che, se ben intesi, analizzati e compresi, si rivelano impareggiabili mezzi per guardare dentro se stessi, per conoscere, per crescere. Se compreso e fatto proprio l'aiuto dell'inconscio è assolutamente decisivo per trovare il proprio spessore umano e di pensiero, per scoprire le proprie vere potenzialità e il proprio progetto. Accade però che, ignari e impreparati a tutto questo, ci si senta non di rado delusi o semplicemente disturbati da ciò che succede dentro se stessi, che si giudichino le esperienze interiori (che per intero l'inconscio regola e dirige), quando discordanti dalle attese o disagevoli, come inopportune, come limitanti, come dannose. Diffusa e prevalente la tendenza a escogitare, a farsi consigliare, ad applicare rimedi,  spiegazioni che aiutino a ripianare, a mettere a tacere l'esperienza interiore scomoda e sofferta. La psicoterapia stessa è spesso cercata e non di rado nasce con simili auspici, in contrapposizione a parte di sé interna vissuta come nemica, con desiderio di disarmarla, di rimetterla in riga o di erigere una sicura barriera contro ciò che sembra solo molesto, pericoloso e incoerente. L'inconscio non si fa plagiare e zittire. Se aveva ragione di smuovere, di porre in crisi la stabilità interiore per favorire sviluppi, processi conoscitivi nuovi, cambiamenti necessari, se inascoltato e incompreso, seguiterà nel tempo e con rinnovata forza ad aprire la ferita, pur col rischio che si torni ottusamente a parlare di semplice ripresa del malessere o di "ricaduta" e che si torni a schierarsi contro l'iniziativa interiore anzichè disporsi ad ascoltarla e a capire. Nel rapporto con esperienze interiori difficili e sofferte il vero problema, la vera insufficienza o anomalia non è nel (presunto) corso sbagliato o insano di ciò che si prova, che si vive interiormente, anche se doloroso e accidentato, ma sta nel non essere capaci di entrare in rapporto e in dialogo con la propria esperienza interiore, con l'inconscio, sta nel non avere ancora capacità e opportunità di capire. Cominciare a fidarsi della propria interiorità, fino ad aprirsi totalmente e senza preclusioni al proprio corso interiore, imparare ad ascoltare la voce e a cogliere l'intima proposta del proprio sentire, capacitarsi dello straordinario lavoro svolto dal proprio inconscio dentro i sogni, intenderlo, capirlo, assimilarlo, farlo proprio, seguire con attenzione il percorso di ricerca e di trasformazione tracciato dall'inconscio attraverso il succedersi dei sogni e dei vissuti... questo un'esperienza analitica ben fatta cerca, fa vivere e realizza. L'inconscio apre crisi, movimenta il quadro interiore, rompe equilibri, per condurci con fermezza, costi quel che costi, verso noi stessi, verso la nostra capacità vera di vedere, con i nostri occhi, di pensare, un pensare che abbia guida e fondamento dentro ciò che sperimentiamo intimamente, che sia comprensione fedele della nostra esperienza. Il nostro inconscio spinge perché, non ignari di ciò che siamo e che possiamo, mettiamo al mondo il nostro. Come analista da più di vent'anni lavoro avendo per maestro l'inconscio. Se aiuto l'altro a rivolgersi alla sua interiorità, all'ascolto del suo profondo, so di non fargli acquisire un armamentario inutile di formule e di spiegazioni, so di non condannarlo a rimanere vittima del suo corto respiro e pensiero, ingabbiato dentro una visione di sé e delle sue possibilità precostituita e chiusa, ma so di avvicinarlo alla fonte della sua conoscenza, alla sua capacità di conoscere e di trasformarsi. (16/4/2007)

martedì 31 luglio 2018

L'importanza di non travisare

L'interiorità si fa in quattro per coinvolgere la parte cosiddetta conscia, che spesso di consapevolezza vera ne cerca e ne forma assai poca, per farle capire che c'è necessità vitale di prendere visione attenta di come si è e di provvedere a costruire, a formare quanto manca per essere all'altezza di individuo con propria identità e progetto. L'interiorità non vuole chiudere gli occhi e preme facendo capire che non c'è urgenza di fare e di proseguire come sempre, senza perdere colpi, che l'urgenza è ben altra. Ostinatamente lancia l'allarme, il profondo dell'essere strattona anche con forza la parte di sopra, ponendo intralci alla sua pretesa di quieto vivere, alla sua propensione a gettarsi fuori, come se il fuori fosse l'unica risorsa e riferimento, l'unico habitat possibile, rifuggendo il luogo intimo, dello stare in contatto con se stesso nel proprio sentire, come fosse irrilevante e senza promessa, un niente da evitare, dentro cui non sostare, perchè ci sarebbe sempre bisogno d'altro per vivere e, per dirla giusta, per non perdere il passo con qualcosa che non si sa bene perchè, ma che tutti dicono essere normale. L'interiorità non recede e insiste nella volontà di porre al centro dell'attenzione non le illusioni, non la voglia matta, questa sì matta, di proseguire e basta, ma non c'è verso, le capita solo di essere oggetto di improperi (del tipo di: maledetta ansia!), di giudizi senza ascolto, di sentenze senza appello, casomai sotto forma di diagnosi, di prese di misura curativa che altro non sono che purghe per spazzare via ciò che è inteso solo come disturbo e patologia. Il quadro è questo, ma i travestimenti in forma di cura di risposte sorde e ostili all’interiorità e i travisamenti  sono infiniti e ferrei. Ne sono esempi, ben sostenuti dall'ideologia dello star bene purchessia, casomai nel segno del non aver di mezzo dubbi e domande, la cura che vuole  mettere a posto e a tacere l’interiorità con i farmaci, quella che vuole risanare e correggere con tecniche per eliminare ciò che considera anomalo e disfunzionale. E poi ancora la cura che, con pretesa di essere introspettiva e analitica, vuole spiegare i presunti perchè di ciò che, interiormente impegnativo e difficile, non sa ascoltare in ciò che vuole dire e far capire, cui soltanto va a cercare con lunghi giri le presunte cause per levarselo di torno, per liberarsi dell’incomodo di qualcosa, che in partenza terapeuta e paziente giudicano l'esito infelice di un danno patito, di un passato sfavorevole, una sofferenza residua frutto di condizionamenti negativi, di traumi subiti, travisando, travisando. Con ostinata sicumera si travisa come disturbo da togliere e guasto da sanare ciò che l'interiorità vuole, a ragion veduta, dire e dare, la consegna, che certamente impegnativa, ma a misura e a altezza di essere umano, vuole portare a cambiare profondamente, a diventare soggetti consapevoli e artefici della propria vita e non passivi traduttori di un'idea di vita già scritta, con parte da interpretare e sceneggiatura belle che pronte. Il profondo ha capacità di vedere vuoti e assenze, vuoti di sè, di pensiero proprio, di capacità di leggere nell'intimo e senza veli il proprio modo di essere e di procedere. Se ancora non si sono trovate le proprie risposte alla propria vita e se ancora non si hanno radici in se stessi, come si può pretendere di proseguire integri e imperterriti, come se tutto fosse scontato e già risolto? Se una parte di se stessi vede e non ignora il problema è assurdo e patologico o è comprensibile e sano che si faccia in quattro per sollevarlo, strafottendosene della preoccupazione che domina l'altra parte di sè di proseguire comunque e basta, di non perdere il passo con gli altri? E' importante non travisare.

sabato 21 luglio 2018

Il valore dei sogni

Torno a parlare dei sogni, perchè meritano considerazione speciale. I sogni sono la punta di diamante della straordinaria capacità di pensiero del profondo. Se letti e intesi in chiave concreta i sogni sono stravolti e sviliti nel loro vero significato e valore. I sogni descrivono con linguaggio simbolico la situazione interiore del sognatore, svelano, aprono domande, indicano questioni cruciali riguardanti il suo modo di essere e di rapportarsi a se stesso, alla sua componente interiore e profonda. Tutte le figure e gli elementi che compaiono nel sogno parlano dell'autore del sogno, figure umane, animali, cose, luoghi, tutto parla di lui e dà volto e mette allo specchio, senza veli, gli aspetti caratterizzanti della sua personalità, anche quelli sgraditi e volentieri scaricati su altri. L’inconscio è la parte di noi stessi che non si lascia illudere dalle apparenze, che ha cuore il vero. Il sogno è il prodotto della elaborazione attenta e approfondita che l'inconscio sa fare della nostra esperienza e dello stato in cui siamo, del nostro modo di procedere, del nostro grado di vicinanza, più spesso sarebbe il caso di dire di lontananza, da noi stessi, del nostro modo di trattare la nostra interiorità e le sue proposte. Bisogna badare a non mettere sopra al sogno spiegazioni costruite col ragionamento, a non fare deduzioni. Confezionare col ragionamento interpretazioni apparentemente coerenti e quadrate sul sogno, senza imparare a avvicinare e a far dire ai suoi simboli, rispettando e valorizzando fedelmente tutto il suo contenuto, significa solo chiudersi e rigirarsi  nei propri abituali schemi e procedimenti mentali e non comunicare per nulla col sogno, non raccoglierne il prezioso seme e contributo di conoscenza. I simboli presenti nel sogno, va ricordato per inciso che tutto del sogno fin nei più minuti particolari è simbolico, non sono di significato prevedibile e scontato, ogni espressione simbolica è unica e originale, i traduttori di simboli, del tipo questo significa questo già prestampato, sono autentiche sciocchezze. I sogni hanno una loro forte organicità, nulla è fuori posto o superfluo all'interno del sogno, nulla è gratuito o messo per caso o per generare solo meraviglia, nulla va a far parte del sogno, come spesso a sproposito si pensa, come rimasuglio di esperienze diurne riproposte in modo caotico e frammentario, casuale. Tutto l'insieme del sogno, composto in modo attentissimo e mirato dall'inconscio, concorre a dare svolgimento e espressione a un pensiero tanto lucido e fuori da ciò che è stato sinora pensato dal sognatore, quanto aderente e calzante con la sua esperienza, con ciò che gli appartiene. Il pensiero del sogno non è mai la conferma di qualcosa di già conosciuto e acquisito dal sognatore, l'inconscio non interverrebbe per rigirare la stessa frittata. Se il sogno interviene significa che è tempo e che ci sono le condizioni per fare proprio quel messaggio, quel contributo, anche se non è di immediata presa, anche se richiede un approccio adeguato per non farne cattivo uso e improprio. L'approccio al sogno dev'essere rispettoso del valore e del tasso di intelligenza in esso racchiuso, che sono il fondamento della sua capacità di dare un contributo sostanziale e prezioso alla conoscenza di se stessi. Chi spiega il significato di un sogno dopo una rapida occhiata, senza lavorarci con cura e con pazienza, senza far parlare il sogno, senza passare attraverso tutti i rimandi in esso racchiusi a esperienze, a vissuti, avendo cura di utilizzare e di valorizzare tutti i dettagli presenti, è destinato a mettere assieme solo un suo teorema, tutto interno e coerente con il suo orizzonte mentale solito e conosciuto, che nulla ha a che fare con l'intento e col messaggio del sogno. Qualcosa di analogo accade quando si trattano i vissuti, le esperienze interiori, il proprio sentire, sui quali ci si precipita spesso a trovare spiegazioni, a dare giudizi di valore (distinzioni e contrapposizione di sentire positivo e negativo, giudizi di sentire anomalo o ingiustificato sul conto di paure, ansia, inquietudini ecc.), piuttosto che ascoltarli, che far dire loro cosa racchiudono e vogliono comunicare. Capita frequentissimamente che i sogni siano travisati e fatti oggetto di interpretazioni, di spiegazioni che rispecchiano solo idee incallite e modi di pensare precostituiti. Nulla è più intelligente e capace di fecondare e di rinnovare il pensiero dei sogni, di forgiarlo non su basi astratte, ma in stretta aderenza all'esperienza. I sogni racchiudono e promuovono pensiero riflessivo, pensiero capace di farci vedere come allo specchio ciò che siamo, cosa sta accadendo dentro di noi, richiamandoci continuamente al fatto che non siamo fatti solo di superficie razionale e volitiva, ma anche di sentire, di svolgimenti interni tutt'altro che banali e insignificanti. I sogni ci mostrano i nostri modi di procedere, cosa ci muove davvero nelle nostre scelte, nel nostro agire, le implicazioni su di noi, sul presente e sul futuro personale, facendo emergere i nodi importanti da sciogliere, per non andare avanti incautamente e a occhi chiusi. E' un pensiero quello mosso e proposto dai sogni che è capace di condurre, rompendo pregiudizi, spiegazioni improprie, tesi illusorie e di comodo, a nuove scoperte di verità e approfondite su se stessi, impegnative, ma capaci di far crescere, di cambiare profondamente se stessi. Nell'esperienza analitica, me ne occupo da tanti anni, i sogni hanno un ruolo cardine, il percorso di avvicinamento a se stessi e di conoscenza di se stessi è guidato e nutrito dai sogni, creature di straordinaria intelligenza e affidabilità. Per intendere ciò che un sogno vuole e sa condurre a vedere serve tempo e lavoro attento e paziente, è un cammino, quello che si fa facendosi prendere per mano dal sogno, che ha in sè un alto potenziale di rinnovamento. Chi lo segue vede via via mutare il suo punto di vista e aprirsi uno scenario inedito, il più vicino al vero, il più corrispondente al proprio intimo sentire, così lontano dallo sguardo e dalla capacità di osservazione del pensare razionale cui era abituato. I sogni sono un contributo di eccellente valore e insostituibile per la conoscenza di se stessi, per arrivare a comprendere ragioni e scopo di ciò che si vive interiormente, di tutto il difficile e sofferto della propria esperienza interiore, di tutto ciò che va a finire ahimè spesso nella gabbia delle definizioni di disturbo e di malattia. L'inconscio che genera i sogni è la stessa mente e mano che regola e governa l'esperienza interiore, tutto il sentire e gli svolgimenti interiori, anche quelli più insoliti e sofferti, mai conseguenza banale e automatica di cause esterne o espressione di anomalo funzionamento, ma supporto e veicolo vivo e sentito, proposto intelligentemente dal profondo, per entrare nel vivo della consapevolezza di se stessi e di questioni da capire e da porre al centro dell'attenzione, a condizione che si impari a ascoltarli e non a rifuggirli o a squalificarli come disturbo e presenza nociva. L'inconscio è la parte profonda di noi stessi che vuole sollevare la questione del vedere dentro ciò che facciamo e siamo, che non si arrende all'idea che proseguire imperterriti e rincorrere la normalità sia la scelta ovvia e positiva, l'unica possibile. L'inconscio è dalla parte del nostro aprire gli occhi, del vedere le cose e del concepirle a modo nostro, con piena aderenza al vero della nostra esperienza, senza travisamenti, del fare della nostra vita qualcosa di coerente con noi stessi. I sogni sono capolavori di intelligenza, di spirito critico, di voglia di crescere e di far crescere la nostra autonomia, di sviluppare il nostro pensiero non ammaestrato da altro e da idee comuni, non passivo dietro a schemi e a idee in uso, non oscurato e ingarbugliato da teorie di comodo e da ipocrisie, ma trasparente e vivo, coraggioso e originale, fondato su esperienza personale e su scoperta dei suoi intimi significati, pensiero capace di darci le guide per fare della vita la "nostra" vita.

domenica 1 luglio 2018

La cura

Per chi vive uno stato di sofferenza interiore si pone il problema del che fare, di come prendersi cura di se stesso. Pare evidente e scontato che far cessare quanto prima il disagio, che togliersi o farsi togliere quel carico interno difficile e sofferto sia la soluzione più desiderabile e propizia. Pare, ma una riflessione attenta merita di essere fatta. Tutta l'esperienza interiore, emozioni, stati d'animo, pulsioni, complessi svolgimenti interiori, non è mai casuale o automatica e semplicemente condizionata da stimoli esterni, bensì è mossa e regolata da parte profonda, dall'inconscio, con lo scopo di rendere comprensibile di volta in volta qualcosa di utile e necessario. L'intento dell'inconscio è di segnalare, attraverso il sentire e i movimenti della vicenda interiore, il vero, complicando e correggendo la visione conscia  razionale, spesso miope e distorta da preconcetti e da interessi immediati di auto rassicurazione e conferma, oltre che pigra e inerte nel cogliere i significati più profondi e le implicazioni della propria esperienza. I sogni sono poi il modo in cui il profondo dà il meglio e il massimo di sè e della sua capacità di indirizzare la presa di coscienza, la conoscenza di se stessi. Fatta questa premessa, necessaria per chiarire con cosa ci si rapporta quando si avvicina l'esperienza interiore, in qualsiasi forma essa si dia e si manifesti, anche nelle forme del malessere interiore, si può cominciare a riflettere su cosa implichi davvero per l'individuo trattare in un modo o nell'altro ciò che vive dentro se stesso, se come un meccanismo da regolare a piacimento, da contrastare e correggere quando ritenuto anomalo e mal funzionante, se invece come un'intelligenza profonda, componente preziosa di sè, del proprio essere, da rispettare, valorizzare e comprendere per farne propri i contributi. Se una parte di sè, quella profonda, che usa come voce e linguaggio il sentire, avanza una proposta, smuove, cerca proprio attraverso il malessere di calare nel vivo della consapevolezza di qualcosa di decisivo e di importante (se così non fosse non farebbe tanto rumore), la risposta più utile e saggia, più attenta a sé, ai propri interessi sarebbe in realtà di intendersi con questa parte intima di se stessi, di collaborare nella presa di visione del problema, che la propria interiorità sta cercando di far capire, di rendere priorità assoluta. Capisco che non è facile entrare in questa prospettiva, quando, come dicevo all'inizio, imperante è l’idea, ritenuta ovvia, che, se si sta soffrendo, la cosa migliore da farsi a proprio vantaggio sia di spegnere al più presto, di dissolvere e scacciare ciò che, perché disagevole e sofferto, si ritiene faccia solo danno. Se poi questo modo di intendere la  sofferenza interiore e la cura, con la proposta pronta di soluzioni farmacologiche e non, è sostenuto da una non piccola schiera di esperti e di terapeuti vari, questo pare dare solida conferma a una tendenza già ben presente nella mentalità comune. Pare consono e favorevole a se stessi, ma questo modo di pensare la propria condizione e il prendersi cura di se stessi, ciò che andrebbe a proprio vantaggio è un gran tranello in realtà. Se una parte di sé, intima e profonda, non un che di alieno, lancia l’allarme, fa il diavolo a quattro per far intendere che c’è un problema decisivo, per smuovere e già indicare nella crisi l’insostenibilità degli attuali equilibri, la necessità di costruire dentro se stessi qualcosa di nuovo, che ancora non c’è, se dà attraverso il sentire le prime tracce per iniziare a vedere e a capire, se a ciò si risponde facendo guerra al richiamo e mettendo in campo ogni sforzo possibile per levarsi di torno in fretta la difficile esperienza interiore, senza raccoglierne il messaggio e la proposta, il danno, questo sì reale, a cui ci si espone è duplice. Da un lato ci si condanna a rimanere ciechi e ciò che la parte profonda di sé in modo lucido e previdente ha visto necessario capire, cambiare e ricostruire di sé, lo si butta tra i rifiuti, dall’altro si alimenta, si consolida e rende inossidabile uno stato di diffidenza, di paura, di disunione con se stessi. Sono le storie tristissime e interminabili di paura di star male, che ricapiti, stando sul chi va là perennemente contro parte intima di sé, temuta, sempre più temuta e sempre più incompresa. Va aggiunto che per capire e per assecondare il proposito di trasformazione che viene dal profondo e di cui il primo atto necessario è la crisi, l’interruzione del corso solito, la presa forte del sentire, che di fatto impone di dare assoluta precedenza alle vicende interiori, maggior peso al dentro, all’intimo di sé, rispetto al fuori, va fatto un lavoro adeguato, con l'aiuto di chi sappia impostarlo e guidarlo. Non può esserci crescita e trasformazione senza coltivarle, senza rendersene parte attiva e consapevole. La ricerca di soluzioni veloci si regge spesso sulla comodità di rendersi solo oggetto passivo di cura con qualche pillola buttata giù, eventualmente con l'applicazione di qualche consiglio e prescrizione di comportamento, sull'indisponibilità a un lavoro più impegnativo con l'argomentazione che non è accettabile l'idea di un impegno di tempo più consistente per perseguire un risultato utile. Accade poi in realtà che il tempo passi comunque e che a distanza di anni ci si ritrovi al palo, che tutto rimanga uguale, anzi peggiori, vista la convivenza armata con se stessi, che limita e deteriora sempre più la propria esistenza. La scelta di aprire dialogo e confronto con il proprio intimo e profondo, di essere aiutati a farlo, è certamente più impegnativa che buttar giù pillole o farsi dare velocemente qualche spiegazione e dritta, ma va considerato quanto può valere. La scelta che paga davvero non è infatti di ingaggiare la guerra, sotto forma di cura, contro il proprio intimo sentire, ma di imparare ad ascoltarlo e a comprenderne il linguaggio e la proposta, di lavorare su di sé in accordo e sotto guida di questa parte di sé profonda per raggiungere qualcosa di importante e di irrinunciabile per sè, per trovare finalmente accordo e unità di visione e d’intenti con se stessi. Comunicare a tutto campo col profondo è possibile. Il profondo è la parte di noi, che dove serva, pur sfidando interessi immediati da cui la parte “alta”, cosiddetta conscia, non intende staccarsi e oltre i quali non sa vedere, smuove con decisione, avendo chiaro l’esito cui andrebbe incontro la propria vita senza una fondamentale svolta e rinascita. Ciò che sembra sciagurato, la crisi, in realtà è richiamo potentissimo di questa parte profonda, per trarsi in salvo, per far tutto ciò che serve allo scopo. Una maturità di facciata, una consapevolezza di sé che spesso si sorreggono più sull’accordo e sul consenso dell’esterno che su visione fondata e propria, un senso della propria esistenza che cerca e trova sponda nell’esempio e nel modello di altri, nel "normale" comune modo di pensare e di concepire la vita, non portano certo a capire e a realizzare i propri scopi e a fare della vita la propria vita. Nel profondo di ognuno ci sono le ragioni della propria vita oltre che l’animo, la tempra e l'intelligenza adeguate per diventare individuo davvero consapevole e davvero autonomo, capace di trovare le proprie risposte, di riconoscere da sé e attraverso sè ciò che vale e perché, di capire i propri scopi e non di farseli suggerire, definire o delimitare da altro e da altri. Il lavoro su di sè guidato dal profondo, principalmente attraverso i sogni, conduce a verifiche attente e a tratti impegnative, anche dolorose sul cammino della propria crescita, a scoperte di significato nuove e inattese, lucide e feconde, portando anche chi avesse in precedenza tentato di afferrare con la sola inventiva del ragionamento nuove possibilità di espressione di sè o di percorso, senza però vero incontro e intesa con se stesso, a procurarsi ben diversa e fondata consapevolezza e conseguente autonomia, capacità di decidere della propria vita. Il dialogo quotidiano che ho col profondo da oltre trent’anni nel mio lavoro di analista, soprattutto ascoltandolo nei sogni, dove meglio il profondo dice le sue ragioni e comunica il suo pensiero, mi hanno fatto e mi fanno vedere ciò che sto dicendo. Chi ha saputo raccogliere e fare sua la proposta del proprio profondo si è reso conto, con l’avanzare dell’esperienza analitica sempre di più, di quanto fondate e valide fossero le ragioni della crisi, di quanto importanti e irrinunciabili i cambiamenti generati, aperti e resi possibili proprio da quel che all’inizio aveva vissuto solo come minaccia e calamità di cui sbarazzarsi. La risposta ideale alla crisi e alla sofferenza interna è dunque aprire dialogo vero, che significhi ascolto e comprensione di ciò che l’intimo di sé dice nel sentire e nei sogni, risorsa preziosa, di straordinario e insostituibile valore per condividere pensiero e intenzioni del proprio profondo. Capisco che non sempre la stessa psicoterapia sa muovere simili passi e offrire una simile apertura a se stessi, ma considero tutto questo che ho scritto non una sofisticheria, ma un bene essenziale di cui in molti dovrebbero fruire, per non condannarsi a rimanere scissi e di continuo timorosi del proprio intimo sentire, in guerra perenne con la propria interiorità, perdendo l’occasione di trovare, dentro e in unità con se stessi, la propria vera salvezza.

martedì 26 giugno 2018

La vera patologia

La vera patologia è trattare come assurdo e anomalo il proprio sentire, che, "colpevole" di essere scomodo e spiacevole, diverso nelle sue espressioni dalla presunta normalità, insiste interiormente, non dà tregua, non si fa zittire, non si fa problemi nel rendere accidentato il percorso d'esperienza. Esperienze interiori, non certo facili, come quelle segnate da ansia e da paure anche estreme come negli attacchi di panico, da perdita di fiducia, da senso di vuoto e di inutilità, da catene e da grovigli ossessivi o da altre espressioni del malessere interiore, tutte significative e capaci di dire e di dare all'individuo apporto prezioso di consapevolezza e di avvicinamento a se stesso, se sapute ascoltare e intendere senza pregiudizi, finiscono in larga parte per essere trattate come fatti anomali, giudicate senza esitazioni come contrastanti le sue esigenze di buona salute, infilate in caselle diagnostiche, che si limitano  a etichettarle e a svuotarle di senso, sottolineando e stigmatizzando solo la diversità di queste esperienze interiori dal cosiddetto normale. In realtà, a proposito di normale condizione interiore, l'esperienza interiore di ognuno, vista senza omissioni e veli, è assai più complessa e complicata di quanto quell'idea di normalità voglia rappresentare. La normalità è in ogni caso, sia in ciò che pretenderebbe includere che in ciò che vorrebbe escludere, un mito, un criterio rozzo e statistico, una verità presunta, che concepisce la vita interiore come meccanica, come congegno che dovrebbe riprodurre cadenze e modi regolari, fisiologici. L'idea di normalità, che piega le esperienze interiori difficili e dolorose al ruolo di patologiche manifestazioni, allontanate da sè, ripudiate come se il malessere interiore fosse una presenza molesta e estranea, prodotto di un che di avverso e insano, al pari di una malattia infettiva, è un preconcetto diffusissimo, frutto di profonda ignoranza di cosa siano l'interiorità e il profondo. La conseguenza dell'andare dietro a un simile preconcetto è di perdere davvero il senno e la bussola, di lacerare il rapporto possibile con la propria interiorità, pur convinti di operare a proprio vantaggio, di fare il necessario, in situazioni di malessere e di crisi interiori, per trarsi in salvo dal rischio di perdersi. Non si comprende che quanto si muove interiormente vuole portare utilmente a convergere con se stessi, per non andare avanti in disunione e senza consapevolezza del significato e delle implicazioni del proprio procedere. Per l'interiorità, che parla attraverso il sentire, sono infatti priorità assolute quella di prendere consapevolezza, senza illusioni e mistificazioni di comodo, del proprio stato e modo di procedere, della direzione data alla propria vita, quella di porre in risalto come problema e nodo decisivi lo stato di lontananza dal proprio intimo, di non conoscenza di se stessi. La vera patologia è prendere per insano ciò che nell'intervento dell'interiorità invece è espressione di coraggioso e intelligente spirito di ricerca di verità, di volontà di spingere a aprire gli occhi, a trovare non la via dell'accomodamento e dell'adattamento a modi comuni, non la corsa verso i traguardi già segnati da mentalità e da modelli dominanti, non la tendenza a difendere la propria presunta autosufficienza e maturità, anche se fragili e illusorie, più confermate da fuori che da dentro se stessi, ma la strada della verità, del mettersi allo specchio, del riconoscere ciò che di se stessi va profondamente trasformato e costruito. C'è l'intesa con il proprio intimo sentire da trovare finalmente, c'è la formazione del proprio pensiero originale, c'è la scoperta di ciò che, aderente e corrispondente a sè e non alle pretese e alle preferenze comuni, potrebbe nascere da se stessi se coltivato con pazienza e con tenacia. La sofferenza interiore non è segno di cedimenti e di malfunzionamento, è decisamente il contrario, è consegna di consapevolezza, a condizione che la si ascolti, che la si comprenda in ciò che dice, che si smetta di liquidarla come patologia e segno di cattivo funzionamento. Prospera sulla sofferenza interiore solo il pregiudizio, l'arroganza del luogo comune, la pretesa rude di spingere avanti le cose come sempre, prendendo a calci la proposta interiore, presto cestinata e fraintesa. Quando si arriva a capire quanto saggia e provvida, affidabile e intelligente  sia la parte di sè interiore che parla e che preme nel sentire, quando, aprendo a tutto campo, come si fa in una buona esperienza analitica, il dialogo con l'interiorità, la si fa parlare non solo nei vissuti, nel sentire in tutte le sue espressioni anche le più difficili e dolorose, ma anche nei sogni, veri capolavori di intelligenza e promotori di pensiero riflessivo, acuto, penetrante e lungimirante, non stoltamente conforme, appiattito sul solito e ripetitivo, si arriva a capire l'equivoco e l'inganno madornale in cui si era caduti nel considerare nemico e malato ciò che interiormente non si sapeva capire e valorizzare. La vera patologia è l'ignoranza del significato e del valore delle vicende interiori. Senza il contributo della parte di se stessi intima e profonda si è persi e destinati solo a rincorrere docilmente l'accordo e il sostegno di altro e di altri e non la intesa e la unità con se stessi, da cui può nascere il proprio modo di concepire la vita, autonomo e lucido, la capacità di trovare le proprie risposte, i propri scopi, di raggiungere la propria pienezza di vita. Serve aiuto per non gettare e per far proprio il contributo della propria interiorità, per avvalersene. Serve l'aiuto capace di capovolgere il pregiudizio circa il significato del malessere interiore, pregiudizio che vive non solo fuori, ma anche dentro se stessi, aprendo un percorso capace di rendere via via tangibile che della propria interiorità ci si può fidare. Serve l'aiuto di chi sappia guidare a formare intesa e unità con se stessi, a coltivare capacità di ascolto e a trovare consonanza piena con la propria interiorità. La cura dev'essere finalizzata a unire il proprio essere e a valorizzare la propria esperienza interiore, onorandola nel suo vero significato e valore e non a confermare, come non poche forme di cura, farmacologiche e psicologiche fanno, la divisione da se stessi, lo stato di diffidenza e di belligeranza col proprio intimo e profondo.

domenica 27 maggio 2018

Idee tanto diffuse quanto improprie

Il confronto con se stessi richiederebbe capacità di ascolto, di intendere il senso e le ragioni del proprio interlocutore, in questo caso del proprio interlocutore interno. Viceversa è abituale la risposta di intolleranza e di pregiudizio, di giudizio liquidatorio, che, senza dubbi e esitazioni, decreta che il sentire doloroso e arduo è esperienza negativa, anomala, un che di fortemente sgradito e considerato nocivo, sul cui conto già si scarica ostilità e diffidenza, ancor prima di conoscerne le intenzioni e la proposta. Appiattiti sull'idea dell'esistenza di un normale e fisiologico modo di procedere, sostenuti dalla persuasione che gli altri viaggino senza ostacoli interiori e spensierati, ben compatti nell'avanzare convinti e soddisfatti, in ogni caso senza pene e crucci così pervasivi e condizionanti, senza essere coinvolti in modo così intenso da vicissitudini interne, ci si dispone subito alla guerra senza ma e senza se contro parte di se stessi intima che insiste con tensioni e ansietà, con vissuti di scoramento e assenza di fiducia, con paure che non demordono. La farmacia e l'infermeria dei rimedi per sanare e sistemare il "disturbo" sono sempre aperte. L'idea e la pratica diffuse della cura come proposito di eliminazione del carico interiore “negativo”, come tentativo di correzione, di risanamento e di bonifica delle negative e nocive, presunte tali, esperienze interiori, non fanno che confermare e rendere ancora più persuasi che la lotta per mettere a tacere o per rimettere in riga e al dritto l'esperienza interiore disagevole sia una guerra giusta, ovvia, senza discussione. Ci può essere in alcuni l'idea che il malessere interiore non sia casuale, che non si proponga invano e inutilmente, senza fondamento, che possa indicare l'esistenza di un problema. Il problema è subito però collocato all'esterno, in qualcuno o in qualcosa che non va, che non è compatibile, con cui non c'è quel che dovrebbe esserci per stare bene. L'idea che il passato soprattutto o il presente non abbiano dato ciò che avrebbero dovuto o che dovrebbero è ricorrente. Che ci sia un problema di lontananza da se stessi, di dissociazione, cioè di mancata unità, di mancate capacità e volontà di intesa e di accordo con la propria interiorità, di modo di vivere che va più secondo guide e soluzioni esterne e già concepite che secondo propria visione e consapevolezza, mai cercate e generate, non sfiora pressoché nessuno. L'interlocutore interno, la propria interiorità preme e non dà tregua non per caso, dice e solleva con forza nel malessere la questione della condizione fragile e inconsistente in cui si è anche a dispetto di ciò che si presume, condizione in cui, senza guida interna, senza autonomia vera, che scongiuri il pericolo di contrarre dipendenza da idee comuni, da qualcosa e da qualcuno cui affidare il compito di essere risposta valida e risolutiva alle proprie aspirazioni e necessità, farsi portare e legarsi a guide esterne, pur con l'illusione di dire la propria e di dirigersi da sè, diventano pratica fatale già sperimentata e tendenza incombente. Il comune modo di intendere la vita e di procedere rischiano di essere i soli riferimenti e le guide, gli indicatori su come fare per procedere, per dare compimento e sviluppo alla propria vita o per trarsi in salvo dal pericolo di rimanere soli e tagliati fuori. La solitudine come incubo del vuoto, dell'emarginazione, dell'inaridimento, della perdita di contatto con la cosiddetta realtà e con le opportunità che offrirebbe e ritenute essenziali, diventa lo spauracchio e lo stimolo a fuggire da se stessi, il pericolo da scansare, piuttosto che quello della propria mancanza di unità viva con se stessi e di radici, di scoperte di significato, di convinzioni fondate e vere. Non c'è vita in realtà se non si attinge a se stessi, se non si trova incontro col proprio interlocutore interno, capace di dare impulso e materia viva (come sa fare nel sentire e nei sogni soprattutto) alla scoperta di chi si è, alla formazione di  pensiero e di convinzioni proprie fondate e vive e non appiccicate come con i ragionamenti e con le ideologie. Il malessere interiore è la presa di posizione forte dell'interlocutore interno, che vuole che la priorità sia ritrovarsi e concepire il proprio, vederci chiaro su come si sta procedendo, senza travisamenti e persuasioni di comodo, senza rinvii. Nulla è più salutare del vederci chiaro e del trovare unità di intenti e di visione con se stessi, del trovare proprie risposte e passione di vivere convintamente secondo se stessi. Il negativo, presunto, del malessere che sarebbe ostile o semplice richiamo per cambiare in fretta all'esterno qualcosa o qualcuno è un teorema, l'insistere da parte propria, pur sostenuti da mentalità comune e da non poco diffuse teorie e prassi di non pochi curanti, nel ribadirlo è il vero limite e fonte di danno per se stessi, la vera disfunzione e anomalia.

domenica 11 febbraio 2018

La concezione piatta

Le probabilità, dentro un'esperienza di sofferenza interiore, di pensare subito al rimedio, al modo per superare ciò che, senza dubbi e esitazioni, è inteso soltanto come uno stato negativo da correggere, sono elevatissime. Sembra risposta sorretta da argomenti ovvi e inconfutabili. Si dà per scontato che ciò che si sta provando sia il rovescio di ciò che sarebbe auspicabile e normale. Gli stessi tecnici della cura e esperti della psiche sono pronti, non certo in pochi, a offrire soluzioni per mettere le cose a posto, vuoi prescrivendo farmaci, vuoi offrendo tecniche d'aiuto che vorrebbero togliere e sostituire ciò che è penoso e che non permette di procedere a cuor leggero, con qualcosa di più felicemente positivo e funzionale a ritrovare quello star bene che si ha pena d'aver perso o di non aver mai raggiunto. Terapie che vorrebbero risistemare le cose, togliere le spine nel fianco, sconfiggere modi di reagire e di sentire giudicati disfunzionali, che farebbero solo danno, che non avrebbero scopo utile e nulla di valido da dire, che non saprebbero far altro che creare ostacoli e limitazioni, pene inutili e superflue. Sarebbero solo il residuo di modi sbagliati di vedere e di pensare, insomma scorie e difettosi modi di funzionare, casomai dettati da cattivi condizionamenti educativi e culturali o da adattamenti a situazioni sfavorevoli divenuti via via sconvenienti e controproducenti. Questo modo di leggere l'esperienza interiore è conforme e parte di una visione dell'individuo tutta a senso unico di marcia e piatta. Se non si sta in buon equilibrio apparente, se non si procede in modo sciolto e senza  freni e ostacoli interni, bisogna adoperarsi per correggere gli attriti e le disfunzioni, perché tutto giri a meraviglia. L'individuo deve usarsi al meglio e esprimersi come serve per stare in buona armonia con l'esistente e con le idee di normalità e di buon funzionamento comuni e prevalenti, questa la regola e il principio della concezione piatta. La vita fatta e concepita con prioritario e unico riferimento all'esterno, all'esistente, all'insieme organizzato e pensato, confermandone, passivamente, il disegno, il linguaggio e i significati, rendendo cruciali, essenziali i legami con altro e con altri, consacrando il tutto come "la realtà", da non perdere mai di vista e con cui non perdere mai contatto pena il rischio di sentirsi persi, psicologicamente come senza guida e senza risorse, senza ossigeno da respirare, tutto questo delimita e consente, senza alternative, la concezione piatta. Che l'individuo abbia facoltà e necessità  irrinunciabile, pena il rischio di non esistere come soggetto, di vedere in proprio e riflessivamente (come guardandosi allo specchio) ciò che sta facendo di se stesso, di cercare risposte su ciò che è come individuo unico e originale e non fatto in serie, su ciò che porta dentro se stesso, risposte non certo già confezionate e a pronto uso, ma da trovare, è questione e esigenza fondamentale che spesso sfugge. Sfugge la necessità di crescita personale, di sviluppo di autonomia non di facciata, ma sostanziale e vera, che implica scoprire ciò che secondo se stessi e riconosciuto con i propri occhi ha senso e valore, senza farsi imbeccare e imboccare da idee già pronte e in corso, ma attingendo e mobilitando tutto il proprio potenziale interiore, lavorando con attenzione, di concerto con la propria interiorità, sulla propria esperienza, attivando il proprio sguardo e capacità di ricerca. Ciò che più profondamente si sarebbe inclini a amare e a desiderare di far vivere, ciò che davvero darebbe senso, valore e pienezza alla propria vita può rimanere sepolto, inaccessibile, tirando dritto e seguendo la concezione piatta dell'esistenza e delle possibilità che concede. Cercando di zittire col malessere interiore anche la pressione della propria interiorità a prendere visione del proprio vero stato e di se stessi, a sviluppare finalmente la consapevolezza che finora non ci si è curati di formare, si finisce per pensare e per muoversi nell'unica direzione che la visione piatta a senso unico consente. Che l'individuo sia fatto oltre che di una superficie di volontà e di capacità di pensiero razionale (che lavorando da solo, senza la guida del sentire, più spesso di quanto non si creda, nella conoscenza di se stessi, ricalca e rigira il già conosciuto, copre la verità anziché svelarla) anche di una parte profonda, di gran peso e presenza, che nel sentire parla di continuo e spinge al vero, che nei sogni offre occasioni di pensiero assai vicino e corrispondente a se stessi, non ripetitivo di altro, aperture lucidissime di sguardo riflessivo attento e affidabile, tutto questo sembra ignorato. Sembra stare fuori dalla visione e dalla concezione sia di chi sente malessere e che appunto è alle strette con i richiami e le pressioni della sua parte profonda, sia di chi, non piccola schiera, si offre come terapeuta. La visione piatta vuole che tutto giri in un'unica direzione, nel verso del buon regolare funzionamento, ignorando che il complicarsi della vicenda interiore è espressione di un intervento della parte profonda che non vuole tacere, che vuole richiamare l'individuo al compito di capirsi e di capire dove sta conducendo la sua vita e dentro quali vincoli e modalità, di prendere atto di quanto ignora ancora di se stesso e non ha ancora formato come capacità di vedere e di concepire a modo proprio. Altro che disfunzioni! Ansia, attacchi di panico, fobie o cadute depressive, grovigli ossessivi, tutte queste espressioni della vita interiore hanno da dire e da richiamare a compiti di presa di coscienza e di uscita da un modo inconsapevole, passivo, uniforme con altro, incapace di mettere d'accordo il proprio pensare e il proprio sentire, un modo spesso perdente e vano di spendere la propria vita, a dispetto delle apparenze e del conforto di opinioni esterne a sé. Nel rapporto con la propria esperienza interiore, nel modo di considerarla e di trattarla, c'è necessità di liberarsi da automatismi di pensiero e di risposta, non importa se ampiamente condivisi, che accecano e che portano lontano da se stessi, c'è necessità di affrancarsi da una concezione piatta di se stessi e della propria vita, che accredita e che spinge verso un presunto star bene, che umilia il proprio essere anziché esaltarlo.