domenica 26 gennaio 2020

Gestire e controllare o ascoltare e capire?

E' assai diffusa l'idea che sia importante e utile imparare a gestire e a controllare sensazioni come l'ansia o altre emozioni e stati d'animo difficili e sofferti. Sono espressioni della vita interiore verso cui in genere si ha più timore che fiducia, con cui non si concepisce di poter entrare in rapporto se non nella forma del controllo e della difesa. Si tratta di esperienze interiori, spesso insistite, pervasive, di cui colpisce il carattere insolito e nell'immediato assai poco gradevole, capaci di intaccare il corso che si vorrebbe il più possibile fluido e indisturbato dell'esperienza, di deludere  attese di buona riuscita. Succede che spesso si vanti come buon risultato della psicoterapia quello di acquisire la capacità di gestire e di controllare simili esperienze interiori disagevoli. Ci sono psicoterapie, ad esempio quelle di impronta cognitivo comportamentale, che si prefiggono di intervenire in modo diretto per snidare i meccanismi che le sosterrebbero e per contrastare le risposte interiori ritenute disfunzionali, giudicate non utili, insensate, fondamentalmente dannose per chi le vive, con l'intento di sostituirle con altre ritenute più valide e normali, vantaggiose e funzionali. Ci sono altre psicoterapie, che vorrebbero essere introspettive e di impronta analitica, che intendono le espressioni interiori di disagio come il segno di un patimento, che avrebbe all'origine delle cause da indagare, da cercarsi nel presente o più spesso nel passato della storia personale, familiare soprattutto. In entrambi i casi le espressioni della propria vita interiore come l'ansia e come altre che risultano ardue e non piacevoli, sono trattate come una fonte di preoccupazione e di danno, qualcosa da superare, vuoi intervenendo direttamente per modificare e riplasmare le risposte interiori, vuoi auspicando di spegnerle arrivando alla presunta causa, al suo chiarimento. A fronte dei propositi, di vario tipo, di togliere la spina nel fianco del malessere interiore, per ripristinare in ogni caso, per rilanciare e favorire il corso cosiddetto normale del procedere e dell'esperienza, a fronte della convinzione di aver capito cose nuove e importanti di se stessi e delle cause dei disagi patiti, dell'auspicio di aver imparato a controllare e a gestire, cioè a difendersi e a tenere a bada, le espressioni non agevoli della vita interiore, non è raro che l'interiorità non ci stia e non si disciplini. Sentendosi fraintesa e inascoltata, non è raro che l'interiorità, che la parte profonda dell'individuo torni a premere con forza per ottenere risposta valida e collaborativa per ciò che, attraverso i richiami e le guide del malessere, intende far capire, far condividere dall'intero individuo e per i cambiamenti che vuole promuovere. Non è un caso che la tendenza e che l'auspicio prevalenti, nel rapporto con la propria vita interiore, siano di procurarsi capacità di controllo e di gestione delle sue espressioni difficili e disagevoli, che rendono difficoltoso il procedere, che increspano o che intaccano con forza il quieto vivere. La visione della vita, assai diffusa e condivisa, che mette al centro dell'esistenza il rapporto col mondo esterno come unico tramite per avere contatto con il reale e occasione di dare di sé espressione vitale, rende esiguo e secondario il valore, l'importanza del rapporto con la propria interiorità. Tutti impegnati e protesi a tenere attiva la connessione col mondo esterno e con gli altri, non si considera rilevante cercare sintonia, coltivare dialogo e scambio con la propria interiorità, trovare di volta in volta accordo di visione e di intenti con il proprio sentire, con tutto ciò che si muove e che si propone interiormente. Ben presto nel corso del cammino di vita si perde il senso della centralità del proprio sentire, della propria vita interiore, come fondamento e guida, come cuore della comprensione dell'esperienza. Avanzando negli anni si diverge sempre più dal proprio intimo, da ciò che si vive interiormente, impegnati in primo luogo a imparare, a conoscere nei modi riconosciuti validi, a formare e a consolidare la capacità di stare e di muoversi nella dimensione cosiddetta reale, esterna e concreta, terreno e luogo dove accadrebbero le cose che contano, dove si ritiene sia importante e prioritario orientarsi e capire, crescere e migliorarsi, sapersi destreggiare, esprimere e intendere con gli altri. Gli accadimenti e gli svolgimenti interiori, il sentire in tutte le sue svariate espressioni, diventano agli occhi dell'individuo materia secondaria, accessoria, spesso intesi come poco affidabili, ritenuti carichi di ingenuità possibili, da filtrare e da vagliare col ragionamento, da salutare con soddisfazione se ben impostati secondo i propri e comuni criteri di normalità, di efficienza e di godibilità, da tenere a bada e eventualmente da rieducare se discordi dalle attese e dai calcoli di convenienza e di opportunità. Tutto si tende a sapere e a tenere in primo piano del mondo esterno, poco o nulla si pensa  sia necessario e di vitale importanza scoprire, conoscere e capire della propria vita interiore. Perché non disturbi e non renda difficoltoso il rapporto con l'esterno e con gli altri, il proprio mondo interno è tenuto sottotraccia e ai margini. Dal proprio sentire ci si aspetta e si pretende che sia funzionale a ottenere adattamento, intesa con gli altri e riuscita secondo i canoni vigenti. L'esperienza interiore è però voce e espressione della parte profonda di sé, non meno importante e capace di quella di superficie e conscia, anzi con un'ottica, con una capacità di sguardo e con una tensione di scopo ben diverse, ben più mature e favorevoli. La parte profonda, anche se questo è spesso totalmente ignorato dalla parte conscia, è portatrice di un intento decisamente più costruttivo di quello di cui la parte conscia è promotrice, lavora infatti, attraverso sentire e sogni, a sostegno non già della spinta all'autorealizzazione su piste già segnate, della corsa a non essere da meno degli altri, ma della scoperta delle proprie ragioni di individuo singolare, dello sviluppo di un pensiero autonomo non guidato e non addomesticato al comune e al già concepito, ma generato da riflessione, con scoperta di significati corrispondenti e fedeli alla propria intima esperienza. La parte profonda vuole nutrire l'altra parte di consapevolezza vera, vuole condurla a arricchirsi di strumenti e di maturità per aprire percorsi e per perseguire realizzazioni originali. Se la parte cosiddetta conscia, lasciata a se stessa, è incline a trovare soluzioni per procedere privilegiando il riferimento esterno e il confronto con lo sguardo altrui e comune, se rielabora l'esperienza stando dentro premesse e utilizzando attribuzioni di significato, tratte da pensiero convenzionale, assunte, riprodotte e combinate in automatico e fondamentalmente incomprese, se spesso è paga di trovare nei suoi tentativi di spiegazione la quadratura logica e se, anche quando pare innovare o rompere con lo schema abituale, non esce dal recinto del già concepito e scritto, se in genere opera, fa e disfa, senza mettersi allo specchio per vedere e per interrogare cosa sta facendo, mossa da che cosa e a che scopo, l'altra parte, quella profonda è ben lì, nella direzione della comprensione del senso, che invece guarda e osserva con attenzione l'esperienza, impegnandosi col sentire e con tutti gli svolgimenti interiori a mettere in evidenza i  modi di procedere, di pensare praticati, a mettere in luce e a renderne ben vive, cocenti e da capire tutte le implicazioni. Se la parte conscia si illude di essere vigile e attenta, ma in realtà pasticcia non poco e non di rado piuttosto che svelarlo nasconde il significato autentico dell'esperienza, l'altra parte, quella profonda e cosiddetta inconscia, viceversa lo traccia e lo rimarca attraverso il sentire, lo spiega bene, con impareggiabile acume e intelligenza, con i sogni (si tratta ovviamente di imparare a avvicinarli e a intenderli in ciò che vogliono e che sanno dire), cercando con ostinazione il vero, rendendolo questione cruciale da tenere in primo piano, da non ignorare. Tutto il sentire, ansia e tutte le esperienze e i vissuti interiori non piacevoli compresi, che presto e sbrigativamente rischiano di essere giudicati anomali o patologici, dice e svela, segnala con intelligenza e acume cosa sta accadendo nel proprio modo di procedere, richiama e conduce al vero, a riconoscere i nodi importanti su cui lavorare, in modo mirato, con le intensità e con i tempi sempre adeguati e giusti. Bisogna imparare, facendosi in questo aiutare, a ascoltare e a capire il linguaggio interiore, la voce del proprio sentire, scoprendone l'affidabilità, la capacità di offrire a se stessi viva e preziosa consapevolezza, toccandone con mano e verificandone la non assurdità, la non nocività. Gestire e controllare parte di sé come fosse di capacità inferiore, irrazionale e perciò poco affidabile e da disciplinare, da non rendere invadente e disturbante i propri calcoli e propositi, continuando a trattarla, quando preme con intensità, quando propone momenti e percorsi interiori disagevoli, come una minaccia da arginare, non è una gran trovata, non è un brillante risultato. La parte che sa meno sul conto di se stessi e che, promettendo meraviglie, non sa che andare dietro i modelli comuni e persistere nel solito, pur con nuova chiacchiera e nuove trovate in apparenza intelligenti, spesso tanto ingegnose quanto sterili, bene farebbe a aprire all'altra parte, quella profonda, che saprebbe ridarle una direzione valida e sensata di ricerca, che saprebbe nutrirla di nuova linfa e rigenerarla. Bisogna stare attenti e riflettere sulle risposte che si vanno a dare a situazioni di crisi, che spingono a cercare cura e aiuto. Il proposito di correggere le risposte interiori, pretendendo, su basi apparentemente certe e scientifiche, ma in realtà, assecondando la logica convenzionale, di giudicare, senza se e senza ma, ciò che valgono o che non valgono, così come il proposito di indagare su se stessi, pensando che il proprio malessere interiore sia segno di una alterazione per danno subito per cause altre, presenti o remote, da ricercare, voltando sbrigativamente le spalle al proprio sentire, non aprendo affatto, malgrado le apparenze, all'ascolto di ciò che sta dicendo e svelando, l'una e l'altra sono risposte sorde alla propria interiorità, incapaci di darle credito e spazio, preoccupate da subito di mettere le cose in ordine, nel solito ordine, con qualche rinforzo e aggiustamento. L'atteggiamento verso se stessi, verso la propria interiorità, ancora sminuita e misconosciuta nel suo valore e nel suo potenziale positivo, rimane quello di disporre e di pretendere, di gestire e di controllare. Altro che gestione e controllo! La prospettiva andrebbe completamente rovesciata, lo scopo della cosiddetta cura totalmente ridisegnato. Si tratta di farsi aiutare, da chi lo sappia fare, a prendere confidenza col proprio intimo e profondo, a formare e a sviluppare la capacità di comprendere il linguaggio della propria interiorità, per non escluderla da sé, per non continuare ostinatamente a fraintenderla, per non farsi danno, osteggiandola o pretendendo di dominarla, non capendola nella sua vera natura di interlocutrice e di guida affidabile, per non continuare, vivendola come un meccanismo strano da regolare e da tenere a bada, a privarsi di ciò che, prezioso, necessario e insostituibile per dare volto, contenuto e scopo propri alla propria vita, può donare, persistendo nell'averne timore come fosse un pericolo. Gestire e controllare le espressioni e le proposte della propria vita interiore non è la miglior conquista possibile, anzi equivale a persistere nella separazione, nella dissociazione da parte vitale e centrale di se stessi.