La parte conscia dell'individuo si fa vanto di
superiorità rispetto alla componente interiore e profonda nel garantirgli
capacità di guida affidabile, la suppone. E' comprensibile che lo faccia, visto
che nell’esperienza di molti, questa parte di se stessi, che fa leva su volontà
e pensiero ragionato, da sola e volendo fare da sola, ha tirato e tira la
carretta. La parte inconscia però non è, come ritiene spesso il pensiero
comune, un magma di paure, un serbatoio di brutte esperienze, uno strepitio di
pretese infantili e di convincimenti irragionevoli e assurdi, dunque una parte
inaffidabile, da tenere comunque in subordine. L'inconscio è la parte di noi
stessi che sa vedere le cose che ci riguardano da vicino con trasparenza e
fedeltà di sguardo, sapendo, ben diversamente dalla parte conscia,
contemporaneamente allargare e estendere la prospettiva per cogliere l'insieme
e ciò che nel tempo ne sarebbe di noi stessi procedendo nella modalità
consueta. La parte conscia vuole la continuità, concepisce e dice cose che
confermano solo ciò che è solita credere, sostanzialmente non sa staccare da
ciò che le è abituale e che dà per scontato, per vedere riflessivamente e senza
pregiudizio cosa sta sostenendo e in che modo. La parte conscia si illude di
essere lucida, obiettiva, capace di riconoscere e di garantire a se stessi il
meglio della conoscenza e le più favorevoli delle risposte e delle soluzioni,
in realtà è spesso cieca e passiva, ripete più di quanto non creda luoghi
comuni, si avvale nel pensare, nel ragionare sull'esperienza, di attribuzioni
di significato prese in prestito e assunte passivamente, dando per scontato di
sapere cosa sta dicendo, cerca all’esterno e si fa dare convalide rassicuranti,
si fa persuadere dall'approvazione altrui, ne dipende, perciò si chiude e si
rigira su se stessa. Non sa vedere la passività che la costringe a far suo ciò
che nell’uso e nel credo comuni è già definito come significato valido e
normale, non sa vedere la propria inconsistenza di pensiero. Ciò che si pensa è
importante, anzi fondamentale, indirizza e sostiene le proprie scelte, è
decisivo per la propria sorte. Se è un pensiero, quello di cui ci si avvale,
che, per come viene messo assieme, articolato e composto, per le attribuzioni
di significato che impiega e variamente combina, è coerente e conforme a una
visione della vita e delle sue possibili realizzazioni già concepita e
sistemata, il peso della incapacità di conoscersi davvero e di conoscere
autonomamente e fedelmente a sé è rilevante, decisivo per la propria sorte.
Solo la capacità di formare pensiero autonomo e fondato sulla comprensione dei
significati tratti dalla propria esperienza può rendere indipendenti e capaci
di prendere in mano la propria sorte. Perché il proprio pensiero sia fondato,
davvero valido e affidabile, capace di garantire a se stessi capacità di
orientamento e di giudizio, libertà di scelta, è necessario che tutto del
pensiero di cui ci si avvale sia formato partendo da se stessi, da scoperta di
significati dentro e attraverso la propria esperienza, i propri vissuti. Le
proprie vere ragioni di vita e potenzialità, che rischiano di essere oscurate o
malamente confuse con le aspirazioni e le mete prese in copia e in aderenza a
ciò che fuori di sé è comunemente promosso e organicamente concepito e
organizzato, sono in realtà tutte ancora da scoprire, da riconoscere.
L'inconscio non ignora queste lacune, ha ben presenti tutte queste questioni e
necessità vitali, l'inconscio è la parte di noi stessi portatrice di ciò che
autenticamente e profondamente siamo, con cui e per cui siamo venuti al mondo e
che potremmo far vivere e realizzare, è la parte che non chiude gli occhi, che
non riconosce come priorità stare al passo con gli altri e proseguire, che ha
ben altra preoccupazione e cura di noi stessi, è la parte che sa riconoscere il
niente camuffato da tutto, il vuoto, l'inconsistente dove la parte conscia
crede ci sia chissà quale sostanza. L'inconscio è la risorsa di cui profondamente
disponiamo per vedere senza illusioni e trucchi, è la capacità insita in noi di
porre in primo piano il vero, rispetto alla tendenza, spesso prevalente, a far
funzionare comunque le cose, cercando a testa bassa di non perdere punti, di
non rimanere indietro rispetto agli altri, provando con ogni mezzo a far girare
il meccanismo, a proseguire comunque. L'inconscio, contrastando la tendenza
dominante nella parte conscia a salvaguardare un modo di procedere e un
equilibrio mal fondato e per nulla rispondente alle proprie necessità e
possibilità, cerca di far sentire, smuovendo il quadro interiore, di segnalare
nel sentire, lo scricchiolio dell'insieme dell'assetto di un modo di essere e
di procedere, che pretenderebbe di essere solido, quando in realtà è spiantato,
fragile, sconnesso. L'inconscio al mantenimento di questo insieme non dà
manforte. Ansia e quant'altro trovi espressione nel disagio interiore, spinti e
messi in campo dall'inconscio, servono a far sentire l'intimo profondo
disaccordo, il pericolo e il senso di inaffidabilità di un modo d'essere e di
procedere tutt'altro che validi e promettenti, a far sentire la necessità di un
cambiamento di sguardo e di rotta, a consegnare il compito non di tirare avanti
dritto incuranti, ma di cominciare davvero a guardare senza veli, a capire come
si sta procedendo, di cosa si è sostanzialmente privi. Nel disagio interiore e
nelle sue punte di malessere ci sono apporti e stimoli accorti e intelligenti,
carichi di significato e con ben valido fondamento, anche se scioccamente
trattati e considerati come segni di anomalia, come ansia immotivata ad
esempio. Il vizio di fondo di tanto pensiero psicologico e psicopatologico è di
considerare l'uomo come un meccanismo che deve stare dentro, funzionare
regolarmente e realizzarsi nel cosiddetto "reale", il che altro non
significa se non lo stare sui binari e nell'adesione a ciò che, pur con tante
varianti e opzioni alternative, nella sostanza è già modellato e dato, già
pensato e detto, che nulla ha a che vedere con la formazione di pensiero
proprio, con la scoperta di se stessi e del proprio progetto, che l'inconscio
stimola con insistenza, che vuole con forza, perchè condizione per essere
artefici del proprio destino e liberi, non gregari, non ridotti a essere copia
d’altro, di un disegno di vita nelle sue linee guida e nei suoi percorsi
possibili preso da fuori. Dove la parte
conscia tira dritto e consolida solo il pregiudizio, l'inconscio
"pensa" e cerca di far sentire la sua presenza, di esercitare la sua
influenza, tutt'altro che negativa, anche se vissuta come disturbante, anche se
bollata come disturbo e patologia da trattare e eliminare. L'inconscio non è
lontano o destinato per sua natura a rimanere tale. Anzi il nostro inconscio
vuole esserci nella nostra vita, stimolarci e sostenerci nell'impegno di
crescita, consegnandoci (attraverso i sogni principalmente, ma anche plasmando
tutto il corso interiore dei nostri vissuti, del nostro sentire) nuova linfa e
pensiero, vuole che sia condiviso dalla nostra parte conscia, cui chiede
coinvolgimento, impegno e serietà, messa in discussione e rinuncia alla pretesa
di capire tutto in un attimo o, peggio, di sapere già. L'inconscio non è uno
strano accessorio o una presenza aliena, non è un'entità oscura, destinata a
sfuggirci, di cui solo gli esperti possono dire, con quale cognizione di causa
è tutto da vedere. L’inconscio siamo noi in una parte del nostro essere, la più
autentica e vitale, la meno passiva e rinunciataria, la meno addomesticabile,
la più dotata di intelligenza acutissima nel riconoscere quanto c’è nel proprio
presente e la più lungimirante, che ahimè spesso è ignorata letteralmente, come
non esistesse, oppure che è fatta oggetto di attribuzioni che ne fraintendono e
ne sminuiscono il potenziale e la
natura, ripetendo sul suo conto definizioni prese qua e là, applicandole
stereotipi, come quello di considerarla un serbatoio di esperienze negative
rimosse, che oscuramente alimenterebbero paure e disagi, vivendola e
trattandola come parte oscura e assai poco accessibile da tenere a bada, verso
cui stare in guardia perché non turbi il proprio equilibrio e benestare, in
definitiva finendo molto spesso per non riconoscerne il vero volto, il
significato e il potenziale trasformativo che può portare nella propria vita.
L’inconscio è ben altro che una parte oscura, poco affidabile e assai poco
accessibile e intelligibile, che abita il nostro essere, è la parte di noi
stessi che svolge un lavoro estremamente attento, che raccoglie e documenta
ogni passo del nostro procedere, che evidenzia continuamente nelle nostre
emozioni e stati d'animo il vivo e la complessità di cui è fatta la nostra
esperienza, il vero e l'intero, senza omissioni o aggiustamenti di significato
o riduzioni di comodo, come, pensando col ragionamento, tendiamo spesso a fare.
L’inconscio è la parte più accorta e affidabile del nostro essere. Capita che
già giovani o giovanissimi si veda il proprio corso d'esistenza, che si
vorrebbe quietamente e piacevolmente sereno, turbato da malesseri o da crisi
interiori, non per caso, non per cedimenti o per insufficienze banali, non per
difetti di buon funzionamento, non per condizionamenti, insufficienze e
responsabilità esterne, cui si tende sempre a ricondurre l’origine e la causa
di malesseri e disagi, ma per ragioni più profonde, di mancanza di basi salde
di unità con se stessi, di conoscenza di se stessi, senza le quali,
particolarmente per chi è giovane (dico particolarmente, perché la questione
non riguarda solo chi è giovane) e nella necessità di comprendere e decidere
come indirizzare la propria vita, è mancante e compromessa la capacità di
trarre da sé le risposte, di farsi attenti e fedeli interpreti di se stessi e
di guidarsi autonomamente, di sventare il rischio di farsi sostituire, di
affidare l’orientamento della propria vita e del proprio futuro a guida esterna
piuttosto che interna. Già pare infatti modellato, spiegato e detto ciò che va
inteso per realizzazione personale, per crescita, per ricerca del bene della
propria vita. Le tappe, le occasioni, i modi di intendere la maturità sembrano
già definiti e scolpiti nell'esempio comune, nel pensiero vigente, prima di
ogni possibilità e impegno di scoperta e di ricerca personali. Il rischio di
saltare la propria ricerca e di imboccare strade già segnate, tradendo,
deludendo le proprie ragioni e aspirazioni profonde, nemmeno indagate,
coltivate e conosciute, è fortissimo. L’inconscio non per caso intralcia il
cammino, fa sentire con ansia, attacchi di panico o quant’altro cosa vacilla e
manca, forza l'individuo col malessere ad andare più verso se stesso che verso
l‘esterno e verso altri, gli fa toccare con mano la sua non familiarità e lo
smarrimento nel contatto con il proprio mondo interiore, gli fa sentire
l'urgenza di porvi rimedio, di non procedere incurante di questo stato di
incomprensione con se stesso. Non è distruttiva la pressione che l’inconscio
esercita sull'individuo, è provvidenziale e saggia, gli vuole togliere
illusioni, vuole spingerlo a delle verifiche attente e approfondite da farsi
con i propri occhi, con trasparenza e coraggio di verità finalmente. L'inconscio
vuole aprire all'individuo una stagione di profonda trasformazione per
sostituire il posticcio di una identità e di un senso della propria vita prese
in prestito, fragili, non verificate e comprese davvero (fondate più
sull’imitazione e sulla ricerca dell’intesa con l’esterno e con gli altri che
sul confronto con se stesso) con la presa di coscienza, con la formazione di
proprie idee fondate e verificate, con la formazione di propria visione, in
stretta unità e accordo col proprio intimo e profondo. Il rischio per
l'individuo di sprecare la propria vita diventando copia d’altro e dipendente
da altro, che, nel pensato e nell'esempio comune, nel già organizzato e
strutturato, nel cosiddetto "reale", è pronto a suggerire, a
convalidare, a sostenere, a dare le dritte, non è sottovalutato dalla parte
profonda di se stesso. Non è un caso se l’inconscio fa il guastafeste, se fa ad
esempio sentire senso di fragilità, di sfiducia, senso di vuoto e di inutilità.
Simili vissuti sono facilmente giudicati patologici, sbagliati, espressione di
qualcosa che non funziona come dovrebbe. E’ frequentissima in chi ne vive
l’esperienza, l’istanza prima di tutto di liberarsi di questi malesseri, visti
come intralci malauguratamente dolorosi e limitanti, per restituirsi, come si
ritiene sia normale, il proprio benessere come libertà di vivere e di procedere
senza gravami interiori. E’ abituale cercare aiuti per mettere a tacere con
farmaci o con psicoterapie che dettino strategie e tecniche varie per
controllare il sentire così penoso e
arduo o per indagare e trovare sul suo conto qualche presunto motivo d’origine, particolarmente cercando
nel passato e riconducendo a altro e a altri le responsabità, che, per
inadempienze o condizionamenti negativi da parte di genitori o dell’ambiente o per un trauma
subito, avrebbero intaccato il proprio
equilibrio e compromesso il sano processo di crescita. Risposte al malessere e
alla crisi vissuta interiormente che non comprendono la natura del problema e
il senso di ciò che sta accadendo dentro se stessi, tutt’altro che segno di un
guasto o di una anomalia di cui si si sarebbe sfortunate vittime e da cui
urgerebbe liberarsi, lasciando tutto di sé, del proprio modo di procedere,
della conoscenza di se stessi, dello stato di lontananza e di non rapporto con
la parte intima e profonda di sé, fondamentalmente intatto e irrisolto. Ciò,
che certamente impegnativo e difficile sta accadendo dentro se stessi vede la
presenza e l’iniziativa forte della propria parte profonda. L’inconscio smuove
le acque, turba il quieto vivere per dare indicazioni impegnative quanto
fondate e vere, sollecitando attraverso il sentire, spesso proponendo sogni che
hanno forte capacità di dare guide di ricerca e chiarimenti, la presa di
coscienza che ad esempio non ci può essere fiducia in se stessi, che non può
esserci base salda nel proprio procedere e affidabile per sé, se di proprio non
si è ancora compreso e messo assieme nulla. L'inconscio può diventare la guida
più affidabile e sicura, se si impara a riconoscerlo e a rispettarlo in ciò che
è, se se ne comprende e condivide lo spirito e l'intento, se, dando risposta
appropriata al malessere interiore, si decide, procurandosi l'aiuto valido e
necessario, di cominciare, imparando prima di tutto a ascoltare e a conoscere
il linguaggio della propria interiorità, un serio lavoro su se stessi, di aprire una
stagione di crescita e di cambiamento, in stretta unità e con l’aiuto e la
guida fondamentali del proprio profondo. L'inconscio non difende il quieto
vivere, perchè non ha a cuore il persistere in ciò dentro cui si è solo pallida
immagine e inautentica di se stessi e in cui c’è un rischio, anzi ben di più di
un rischio, di realizzazione impropria della propria vita. L'inconscio è
impegnativo, perchè non appoggia passività e rinuncia, illusioni e comodo, ma è
un potente alleato nell'impegno di far vivere se stessi, di concepire e di mettere
al mondo con le proprie forze e risorse qualcosa che abbia un contenuto
originale e un senso.
sabato 19 luglio 2025
La guida interiore
mercoledì 16 luglio 2025
La psicologia del rattoppo e del rilancio
Pensa a senso unico, non concepisce se non il già
concepito, perciò non è in grado di capire cosa davvero avviene sulla scena
interiore. Questa è la psicologia corrente, in tante delle sue varianti,
pronta, pur nelle sue diverse declinazioni, a intervenire in emergenza per
fronteggiare malesseri e crisi interiori come psicologia del rattoppo e del
rilancio. Quando, guardando alla propria esperienza, si riconosce solo ciò che
si è soliti e inclini a intendere, provvedendo a dare a se stessi, per il proprio
quieto vivere, conferma nei propri giudizi abituali e convalida al proprio modo
di procedere consueto, resi, in appoggio a modelli e a mentalità comune,
scontati, “normali” e fuori da ogni necessità di verifica, già si è ben
sintonizzati e in perfetta consonanza con la psicologia corrente, sia con
quella convenzionale e diffusa nella testa dei più, che con quella
professionale dei non pochi esperti che, all’occorrenza, in caso di difficoltà,
è pronta a intervenire come psicologia della diagnosi del (presunto)
guasto e della ricerca del suo rimedio.
Quando, seguendo l'onda e il modo di pensare comune, si fanno scelte di vita,
le si sostiene rifacendosi a modalità e a modelli condivisi, che fissano le
tappe e i tempi di esecuzione, quando si perseguono i traguardi di presunta
crescita e realizzazione personale in qualche modo già designati e
illusoriamente si considera se stessi, in realtà attori di un copione già
scritto, calati dentro ruoli e parti già ben definite e configurate, come
artefici e capaci di dire in quei panni la propria, quando persuasi di compiere
il proprio cammino per intraprendenza e iniziativa proprie, ci si muove in
realtà su percorsi già segnati, ben indirizzati e regolati, ecco che la
psicologia, che convalida e assesta la credibilità della (fasulla e
inautentica) autorealizzazione messa in scena, è pronta, in caso di difficoltà,
di malessere interiore, di cui non sa riconoscere le ragioni profonde e lo
scopo, a intervenire per fare azione di rimedio, di rattoppo e rilancio. Ben
accolta come salvatrice e provvidenziale, resa affidabile dall’autorità
concessa ai cosiddetti esperti, la si fa intervenire a fare rattoppo quando,
mentre l'interiorità, con segnali, per nulla casuali e insignificanti, di
malessere e di crisi, produce strappi, apre crepe, affinché il vero emerga e
tutto possa finalmente prendere una via nuova, quella della presa di coscienza,
del recupero a sè del compito e della occasione di fondare su di sè la propria
vita, si cerca invece, casomai facendosi aiutare in questo da una psicoterapia,
di adoprarsi per trovare rimedio a presunti guasti, per ripristinare la corsa
solita, a senso unico, per ridarle slancio e respiro. Non conduce alla presa di
coscienza, la psicologia che la dà per naturale e la traveste, che non persegue lo scopo di aprire lo
sguardo, di vedere cosa è realmente e cosa implica la modalità di procedere in
cui ci si affida a altra guida, cercata fuori di sè, che già ha concepito e
predisposto, casomai con ampia gamma di soluzioni e binari, ciò che si può e che
va realizzato e perseguito, illudendo che quello messo in atto sia movimento
autonomo e fondato su basi proprie ben comprese e evolute, autonomia che solo
un serio lavoro su se stessi potrebbe formare e costruire. Un lavoro necessario
per fondare la propria autonomia su presa di visione propria, su scoperta con i
propri occhi di ciò che ha valore, di aspirazioni che si riconoscono originali,
di cui si è profondamente portatori, lavoro che solo in unità col proprio
profondo può svilupparsi, senza inglobare significati e risposte e soluzioni
preconcette e già pronte, prese da fuori. I binari, il copione già scritto
esonerano però dal compiere questo lavoro, anzi lo rendono, oltre che
superfluo, inaffidabile, offrono e sanciscono come via maestra e necessaria,
addirittura ovvia e naturale, per la propria realizzazione soluzioni, vie da
percorrere già segnate, da seguire, da assecondare, diffidando la possibilità
di trarre da sè ogni risposta, ogni chiarimento e scoperta riguardante se
stessi, il senso e la realizzazione della propria vita. Ciò che ci si convince
essere possibile e ragionevole per dare volto alla propria vita è testare la
cosiddetta inclinazione, la predilezione, l'interesse per questo o quello
dentro il campionario già pronto delle opzioni possibili e ben configurate,
scegliendo la preferita, come il mezzo e come l’itinerario da seguire e il
traguardo da raggiungere per dare realizzazione alla propria vita. Così
assuefatti a cercare pronta soluzione, a prenderla da fuori, ben poco si è disponibili
e interessati a fermarsi, a aprire riflessione e a fare verifiche attente, a
ascoltare la parte intima e profonda, a lavorare con cura su di sè. Serve solo
ai propri occhi afferrare le soluzioni già prefigurate e pronte, serve non
perdere il treno, salire di volta in volta e tempestivamente sul treno che pare
confacente a sè, per non rimanere a piedi e indietro rispetto agli altri, per
darsi la persuasione e la rassicurazione di mettere la propria vita in corso
d'opera e in corsa di riuscita. Capita nei sogni di essere in procinto di
salire su un treno, a volte di correre il rischio di perderlo, di affannarsi
per non perderlo, di non arrivare in tempo. L'inconscio ci mette l'intelligenza
di cui dispone, non conforme e non al guinzaglio della psicologia del rattoppo
e del rilancio, per segnalare l'impossibilità ormai di acciuffare quella falsa
grande opportunità del treno in partenza, impossibilità da intendersi come
condizione utile e necessaria, tutt’altro che infelice. La perdita del treno in
partenza non è infatti sciagurata, ma viceversa è favorevole per riportare a sè
la scoperta del cammino, dell'orientamento da trovare, della meta da scoprire,
del modo di raggiungerla da affidare alla propria intelligenza, facendo conto
sulla sensibilità dei propri piedi sul
proprio terreno d'esperienza, sulla loro capacità di sostegno e di movimento e
non sul farsi portare da veicolo a pronto uso, che, se offre agio di
muoversi, ha però le sue regole e
destinazioni definite, i suoi andamenti cui aderire, cui affidarsi
passivamente, i binari ben segnati su cui correre. Quando non si comprende
quanta necessità c'è di aprire gli occhi sul modo abituale di condursi e sugli
autoinganni, sulle illusioni che alimenta e di cui si avvale per stare in
piedi, per sussistere, ecco che la visione di sè, che la psicologia del
rattoppo e del rilancio di ciò che ormai è consacrato come regola e come unica
prospettiva possibile, prende il sopravvento, risulta funzionale e quasi
indispensabile per tenere su l'intero costrutto. La psicologia del rattoppo
interviene per accomodare tutto, mettendo le mani su situazioni di crisi e di
malessere interiore, fraintendendone il senso e lo scopo e dirigendo tutto
nella ricostituzione e nel rilancio, casomai con qualche apparente novità e aggiustamento,
della solita storia e direzione. La psicologia del rattoppo, in presenza di
momenti e passaggi interiori critici e problematici, in cui la componente
profonda interviene per spezzare la quiete, la continuità del procedere e del
pensare soliti, per sollecitare con
forza la riflessione, il recupero della presa di visione di ciò che si sta
facendo di se stessi e verso se stessi, cerca le cause di presunti disturbi da
rimuovere e da correggere, offre spiegazioni e soluzioni, salvando e
riconfermando nella sostanza l'impianto solito, tentando di renderlo più
scorrevole, se intralciato da dentro. Ma gli intralci, i segnali di crisi e di
malessere, sono richiami e spunti di verifica, spinte e guide di ricerca di
verità e di consapevolezza su se stessi, che la parte profonda mette in campo,
che, se non intesi come tali e non
ascoltati, se fatti invece oggetto e pretesto di rattoppo, che vorrebbe
essere benefico e favorevole, che portano in realtà solo a fraintendere,
finiscono per essere ottusamente rigettati, vanificando il loro potenziale di
guida per la conoscenza di se stessi e di stimolo per un profondo cambiamento,
indispensabile per uscire da una condizione impropria, di dipendenza e di
allineamento a altro, pur con l'illusione di decidere, di dire e di metterci
del proprio. La psicologia del rattoppo e del rilancio, che sembra nella crisi
e rispetto al malessere interiore dare risposta utile e benefica, di fatto
vanifica la spinta che nelle intenzioni del profondo, che anima e solleva la
crisi, vuole portare a verifiche attente, a aprire gli occhi sulla natura del
proprio modo di procedere, a invertire la rotta, a passare da finti artefici e
realizzatori della propria vita, a veri
artefici, accettando non di consumare soluzioni pronte e di salire su treni da
non perdere, ma di costruire con impegno e pazienza e gettare le fondamenta
della propria autonomia, di trovare dentro di sè le guide e le risposte, di
tesserle con cura, in unità con un'interiorità che, se da un lato apre crisi,
dall'altro ha capacità di dare sostegno e di guidare la ricerca per diventare
davvero protagonisti della propria vita. Quando l'intento del profondo è
compreso e condiviso, accade che la psicologia, non del cieco aderire e della
conferma del corso abituale, non del rattoppo e del rilancio del solito, ma la
psicologia della riscoperta e del riscatto dell'umano vero e della sua
realizzazione autentica riesca finalmente a prendere il sopravvento.
L'inconscio questo vuole e di questo sa essere maestro e guida.
sabato 14 giugno 2025
Vittimismo e bisognosità
Vanno di pari passo. Vittimismo e bisognosità (parlo di bisognosità come modo di porsi, come atteggiamento bisognoso nei confronti delle questioni e delle necessità della propria vita) si sostengono e corroborano a vicenda. Sono le architravi di un modo di stare al mondo che non riconosce come senso del vivere la ricerca e la creazione di pensiero proprio, la scoperta e la realizzazione con passione, responsabilità e impiego di forze e di risorse tratte da sè, di progetto proprio e originale. La bisognosità viceversa induce a avere fame di soluzioni di pronto impiego, con l'animo di chi è pronto a lamentarne la mancanza, a rigirare su altro e su altri il compito e la responsabilità di provvedere, con l'occhio attento a scorgere difetti e inadempienze in altri e in altro, con la tendenza a vivere vittimisticamente ogni percezione di insoddisfazione e di mancanza, come fossero un torto subito, una pena indebita patita. Quando l'interiorità preme e incide con forza, quando col malessere dà fermo e insistito richiamo a rivolgere l'attenzione non all'esterno, ma all'intimo, quando dà pungolo e occasione di riconoscere la propria condizione, di guardare dentro ciò che si sta facendo di se stessi, la risposta più frequente è di rinforzo vittimistico e bisognoso. Come fosse un peso e una calamità patita, come fosse una anomalia, un torto della natura o la conseguenza di qualcosa di maligno e sfavorevole che dall'esterno affligge e che non concede l'auspicata tranquillità, considerata naturale e di diritto, non c'è nessuna disponibilità a intendere il proprio malessere come specchio per conoscersi, a valorizzarlo come terreno vivo per vedere fino in fondo la verità della propria condizione, con i vuoti di realizzazione, di ricerca e di crescita personali da colmare, riconducendoli prima di tutto a sè, riconoscendo la responsabilità piena nel proprio modo di procedere e di condurre la propria vita. Tanta psicoterapia è cercata appositamente per far quadrare e per rendere più robusta la propria concezione vittimistica e bisognosa, casomai per cercare a ritroso la causa del malessere attuale in responsabilità familiari genitoriali, per trovare il trauma psichico maledetto o benedetto, che spieghi tutto, dalla cui influenza essere aiutati con varie tecniche a liberarsi, con lo scopo, perlomeno con l'auspicio, di ripartire sollevati, rimettendo in esercizio e in corsa il solito modo di procedere senza più intralci. Questo accade ben facilmente quando la psicoterapia non è proposta e capacità di dare aiuto per imparare a ascoltare l'interiorità, a comprenderne il linguaggio, per riconoscere nel malessere e nella crisi i segnali e le tracce vive, che sono ben presenti, per avvicinarsi a vedere il vero della propria condizione, del proprio modo di procedere e di stare in rapporto, spesso in non rapporto, con l'intimo di sè, per raccogliere dal proprio profondo, dal sentire e dai sogni, tutti gli stimoli e le guide per una profonda trasformazione, per la scoperta dell'autentico di sè, per la costruzione, in unità con se stessi e lavorando sulla propria intima esperienza, di una visione propria, originale e vera, di se stessi e della propria vita, di ciò che vale e che da dentro di sè vuole vivere e essere realizzato, non assumendo altro come modello e regola, che è nell'insieme la risposta coerente, sintona e congrua al malessere interiore, allo scopo che vuole perseguire. La psicoterapia prende spesso viceversa la forma di una ingegneria della risoluzione dei problemi psicologici, ben compiacendo alla attesa vittimistica e bisognosa di chi cerca aiuto, come se nel malessere ci fosse guasto e conseguenza di qualche alterazione e compromissione dell'equilibrio psichico, presunto fisiologico e normale, che si cerca di spiegare cercandone, come già detto, nella biografia una causa, nell'educazione, nel condizionamento dell'ambiente, nei mancati o distorti apporti delle figure più significative, nell'esperienza di momenti critici, di eventi traumatici e così via. Non di rado, è la proposta della psicoterapia di tipo cognitivo comportamentale, oggi assai diffusa, è riversata sul conto del proprio malessere interiore, che sia ansia o altro che non dà tregua, l'idea che sia la conseguenza e l'espressione di un malfunzionamento o con linguaggio più tecnico di un modo disfunzionale di pensare e di reagire, da mettere in officina di riparazione. Ancora la lettura vittimistica e l'urgenza bisognosa hanno modo di affermarsi e di prevalere indisturbate, trovando semmai nella terapia, in spiegazioni di presunte cause a sè sfavorevoli, in interventi correttivi di risposte definite disfunzionali, più forte sostegno nella tesi che il malessere interiore è comunque l'espressione di un guasto, vissuto come nocivo e sfavorevole, da sanare, di una anomalia da contrastare, per rendersi liberi, senza ostacoli interiori, di riprendere, casomai con qualche aggiustamento e migliore adattamento, il procedere e la corsa soliti. Questi se non altro gli auspici. Non si possono però fare i conti senza l'oste, dove l'oste è l'interiorità che non si piega e che non ci sta a farsi travisare, dove l'oste è il rendiconto sincero, è la verità che vuole emergere e che presenta e ripresenterà il conto. Non c'è però rinuncia, dove bisognosità e vittimismo continuano a dominare incontrastati, alla pretesa di mettere a tacere un'interiorità che insiste. Se, come spesso capita, a più o meno breve distanza, ci si ritroverà a patire nuovo disagio ecco che, con l'idea di una ricaduta della "maledetta malattia", così spesso è inteso il malessere interiore, si cercherà ancora di far quadrare i conti secondo tesi e criteri di bilancio vittimistico bisognoso. Travisare è facile, persistere pure, ma l'oste non smetterà comunque di presentare il conto vero, in attesa ferma e paziente che la risposta sia finalmente di responsabilità e non di ottuso vittimismo e di cocciuta bisognosità.
mercoledì 11 giugno 2025
Un buon rapporto con se stessi
E' difficile parlare di un buono o di un cattivo rapporto
con se stessi quando non si ha una visione chiara di cosa sia questo rapporto,
di cosa sia implicato. In genere si ha una visione di se stessi che ha come
fulcro e centro la parte cosiddetta conscia, che fa leva su pensiero ragionato
e volontà. Non sfugge la presenza nell'esperienza che si fa di se stessi di
emozioni, di pulsioni, di stati d'animo, di moti del sentire, ma li si
considera contributi secondari da tenere in conto con riserva, a volte visti
con compiacimento, quando sembrano confermare e esaltare ciò che si gradisce
ottenere, pensare e mostrare di sè, altre volte trattati con un certo imbarazzo
se non rivelano di sè ciò che si predilige o che si considera adeguato e
lusinghiero, fino a provare fastidio e disappunto quando minacciano di guastare
la propria reputazione, quando sembrano fare soltanto da ostacolo e impedire la
riuscita che si vorrebbe. C'è poi chi si considera più vicino e permeabile alle
emozioni, agli stati d'animo, c'è chi si fa vanto di doti di sensibiltà, non
senza il rischio di incorrere in qualche forzatura pur di ottenere una resa che
in alcuni contesti pare offrire consenso e benevolenza altrui, anche
ammirazione. C'è viceversa chi si fa vanto di non lasciarsi trascinare dalle
emozioni, di saper esercitare un controllo, particolarmente quando si tratti di
paure, di esitazioni, di impacci, di stati di tensione e di ansietà, tutte
condizioni considerate segno di inadeguatezza, di insufficienza. La parte
interiore è comunque un'incognita, la vera incognita che vive, che abita dentro
se stessi. Il resto è oggetto di sforzi di pianificazione, di organizzazione,
la componente interna del sentire è l'elemento, la variabile che non sottosta
ai calcoli, alle previsioni, ai programmi. Non mancano di certo i tentativi di
disciplinarla, di addestrarla, perchè non comprometta, perchè anzi faccia da
supporto e leva per la riuscita che si vuole ottenere. E' poi diffusa l'idea
che uno stato smosso del sentire, che una condizione interiore di tensione, di
inquietudine, di cosiddetto stress, possa guastare oltre che l’efficienza e la
buona prestazione nel produrre pensieri e azioni, lo stato di benessere
corporeo. Insomma questa parte di sé, poco o nulla disciplinabile e
programmabile, rappresenta il fuori programma da tenere a bada. Cosa questa
parte viva di se stessi sia e cosa voglia dire e portare nella propria
esperienza è questione che non assume rilevanza, non la assume la necessità di
attenta comprensione, in genere ciò che si sente, ammesso che ci si badi, lo si
spiega velocemente, lo si legge come risposta condizionata a cause e a
circostanze esterne, come reazione più o meno a
norma, ben aderendo a schemi di giudizio e a stereotipi correnti, ciò
che invece conta è gestire questa parte di se stessi, che è scontato non abbia
parte decisiva nella formazione del proprio pensiero, nella definizione degli
obiettivi da perseguire, che semmai deve evitare di procurare difficoltà, di
mettere in campo ostacoli o intralci. Il buon rapporto con se stessi prende
dunque spesso la forma della concorde intesa e conferma di ciò che nella parte
conscia si considera valido e desiderabile ottenere, col compiacimento nel
registrare una sorta di tacito assenso, di silenzio della componente interna.
Sono non di rado stati di breve durata, spesso con solo apparente consenso e
solidarietà interna, perchè la componente intima e profonda difficilmente si
adegua e tace, avendo dalla sua la capacità e l'intento di dare stimoli e
richiami, di porre in primo piano esigenze di chiarimento sul conto
dell'esperienza e dei modi di condurla, dei risultati perseguiti, di verifica,
di spinta e pungolo alla ricerca del vero. Se il buon rapporto con se stessi
fosse veramente tale si fonderebbe su apertura e confronto rispettoso e
sincero, approfondito e senza riserve con questa parte di sè intima e profonda.
Diversamente il buon rapporto voluto o enfatizzato ha sottintesa una pretesa di
acquiescenza, di sudditanza di una parte di sè abitualmente tenuta in disparte
e marginalizzata, per smorzarne i toni, quando scomodi, comunque subordinata a
preteso vaglio e giudizio, a egemonia del controllore conscio. Buon rapporto
allora si fa per dire, come in dittatura può essere buon rapporto quello del
docile asservimento e dell'ordine che tutto copre. Nel caso dell'individuo è
per fortuna garantita la non sottomissione e la non acquiescenza della parte
profonda, che non smette mai di mettere in campo la sua autonomia di iniziativa
e la sua libertà di pensiero.
domenica 8 giugno 2025
Alla radice della possessività
Sull’onda di fatti di cronaca drammatici si torna a parlare
di cause che starebbero all'origine di legami uomo donna caratterizzati da
preteso possesso e dominio dell'uomo sulla donna, fino all'estremo della
violenza e della soppressione della vita di lei. Ogni storia di relazione è
singolare, come è singolare la vicenda personale di ognuno, ma si insiste, probabilmente per fornire a se stessi la
persuasione di disporre di ampia capacità di critica e di comprensione, in non
pochi casi per affermare buoni principi che consentano di apparire, in contrapposizione ad altri, come
virtuosi e senza macchia, nel parlare di incidenza del fattore mentalità, del
peso, ritenuto rilevante e decisivo, di condizionamenti culturali e di modelli
di tipo patriarcale ad esempio, che indurrebbero nel maschio senso di
superiorità e di maggior diritto e che inchioderebbero la donna al ruolo
subalterno. Si parla della necessità di educare ai sentimenti che non siano di
possessività, di pretesa superiorità e di dominio, che portino a una visione
diversa dell'altro, per fondare una diversa mentalità e costume. Insomma pare
che tutto nei modi di vivere i rapporti possa cambiare combattendo cattivi
principi, diffondendo invece e educando a idee, a modelli, a principi di valore
capaci di sradicare quella pretesa maschile di dominare e di disporre della
vita altrui, di pensare la donna come subalterna o inferiore o destinata quasi
per vocazione naturale a soddisfare, a sottostare a pretese di controllo, di
dominio, persino di appartenenza. Si vorrebbero educare in primo luogo i
ragazzi, i giovani a sentimenti di altra natura all'insegna del rispetto,
dell'attenzione, del considerare l'altro, particolarmente l'altra, non come
oggetto d'uso e che assecondi le proprie attese e pretese, ma come valore di
individuo da conoscere e riconoscere come degno di attenzione, di
considerazione, di rispetto, di stima, la cui libertà va riconosciuta come
valore invalicabile. Tutto giusto e lodevole nelle intenzioni, ma le radici
della possessività non sono legate solo a condizionamenti culturali, a cattivi
modelli e principi o a scarsa educazione sentimentale e alla relazione, che
affermi e dia risalto all'idea che il rapporto umanamente valido e giusto è
quello aperto e rispettoso e non quello di presa e di preteso possesso
sull'altra, idea e principio alla base della possibile degenerazione
dell'esercizio della sopraffazione, dell'abuso, della violenza. Quando
l'individuo non è veramente completo e capace di autonomia, non di quella delle
apparenze e dell'apparire, del saper fare e del dare prova di riuscita in ciò
che è comunemente apprezzato, che illudono che ci sia stata crescita personale
e sviluppo di autonomia, ma di quella vera, si pongono le basi di rapporti
fortemente segnati da presa dipendente. La crescita e l’autonomia vera sono le conquiste
di chi ha saputo sviluppare la capacità
di ascoltarsi e di non fuggire da se stesso, dal proprio sentire, anche quando
difficile, di chi ha cercato e di continuo cerca vicinanza con se stesso e
comprensione intima dei significati veri dentro la propria esperienza, cercando
senza veli e senza sconti la verità di se stesso, arrivando così a vedere con i
propri occhi e in unità con se stesso, senza andar dietro a suggerimenti e a
guide esterne, senza sostegno di convalide o di ammonimenti esterni, ciò che di
se stesso va messo in discussione, comprendendo nel vivo ciò che è giusto, che vale
e che si vuol far vivere con forza di persuasione, con passione. Ebbene quando
tutto questo, che non si improvvisa, ma che può essere soltanto il frutto di un
assiduo lavoro su se stessi, di una responsabilità di crescita che si riconosce
come spettante a sé, a prescindere da mancati apporti ricevuti e da
condizionamenti esterni, non è stato perseguito, mancano le basi di autonomia e
completezza di crescita personale. Accade allora, non è certo eventualità rara,
che per colmare il vuoto di crescita, di sviluppo, spesso non ammesso e tenuto
nascosto ai propri occhi, vuoto cui non si è provveduto e cui comunque non si
intende provvedere, la tendenza sia di cercare in altro, attraverso altri ciò
che interiormente manca e che non è stato coltivato e fatto vivere. La presa va
su un sostituto verosimilmente analogo, che sembra fatto apposta, in realtà un
succedaneo rispetto a ciò che potrebbe formarsi di proprio, che comunque pare
capace o destinato a garantire quel bene vitale mancante, capace di dare
riempimento e soddisfacimento, di garantire un completamento. L’effetto, che
passa ai propri occhi volentieri inosservato, è di bloccare in questo modo qualsiasi
processo di ricerca e di crescita personale, che giustamente e per natura
sarebbe affidato a sè e di cui peraltro la parte profonda del proprio essere è
anima, è fautrice e matrice essenziale (tant’è che spesso con i segnali di
malessere, che produce interiormente, fa sentire l’insostenibilità di un modo
di essere e di procedere così parziale e mal fondato), che richiede conquiste
di consapevolezza, scoperte, verifiche e cambiamenti interni impegnativi e
necessari. Il legame dipendente a pronto uso apre una scorciatoia, sostituisce
il vero processo di crescita che richiede lavoro su di sè, impegno e tempo.
Tende a un simile legame dipendente il maschio, spesso mancante di accesso
all'intimo, di creazione di intimità con se stesso, di capacità di ascolto e di
comprensione intima di se stesso, di calore di vicinanza, di scambio e di
condivisione con la propria interiorità, che vede nella donna l'occasione per
portare a sè, per includere nella propria vita e in modo stretto e vincolante
ciò che gli manca per essere individuo vero, individuo intero e completo,
autonomo, indipendente. La dipendenza, la presa su altro che dia il sostituto
di ciò di cui si manca e della cui ricerca e crescita non si riserva a sè il
compito, non è, come dicevo, modalità così rara e i rapporti interpersonali
sono spesso di interdipendenza. I due reciprocamente mettono per così dire le
mani l'uno sull'altro per portare a sè ciò che desistono dal riservare a sè
come ricerca e costruzione vera e ben fondata, come esigenza di sviluppo umano,
come scoperta e conquista da coltivare e far crescere dentro se stessi e in
modo autonomo. Lo stesso rapporto dell'individuo con l'insieme, con la
cosiddetta realtà che sta attorno è spesso di natura dipendente dove si concede
a modalità consolidate, a soluzioni e percorsi
già ben definiti e organizzati, a pensiero e a esempio comune di essere
guida e veicolo per istruire il proprio pensiero, per indirizzare la propria
vita, per deciderne i modi, le tappe, i traguardi, gli sviluppi, tutto in vece,
in sostituzione della ricerca di formazione di una propria capacità di guida
autonoma, di vero autogoverno. Nel rapporto di coppia il legame interdipendente
trova grande opportunità di compiersi, di svolgere la funzione di dare pseudo
completamento ai due, non lavorando ognuno su di sè, ma prendendo dall'altro.
Allora i vuoti, le lacune di crescita, le pseudo conquiste, di facciata e in
realtà inconsistenti, hanno modo di trovare una sorta di riempimento e di
assestamento, il mutuo soccorso e la comune ideologia dell'unione e dell'amore
(quale amore è possibile nella dipendenza?)
fa sì che la coppia procuri ai
due la promessa di un idilliaco compenso e assestamento. La visione che
propongo e che cerca il vero oltre la superficie e il recinto della retorica
dei sentimenti, ovviamente non coincide con la lettura convenzionale che esalta
il sentimento, l'innamoramento o altro come spiegazione di ciò che i due
mettono assieme e cui danno compimento nella loro storia e nel legame che vanno
a instaurare. Ciò che accade e non di rado è che l'uomo che, come già dicevo, è
in non pochi casi spiazzato e lontano rispetto all'intimo della propria
esistenza, a ciò che vive dentro se stesso, povero di familiarità e di capacità
di rapporto col suo sentire, di dialogo intimo e caldo, di conoscenza vera di
sè non rattoppata e costruita razionalmente e in astratto, abituato a gestire e
a dare prova di prestanza nel ragionare, a cercare la prova del proprio valore
nell'operare e risolvere su piano concreto e del fare, del primeggiare come
prestanza di testa e di capacità di successo concreto, porti in sè disattesa
una necessità fondamentale, una mancanza non di poco conto, dentro una
condizione complessiva che, fatte salve le illusioni, non è certo di individuo
autentico e completo. Non è insolito che, dove non riconosca la necessità di
una profonda revisione del proprio stato, di un lavoro su se stesso per colmare
quei vuoti, cosa non frequente, la spinta dell'uomo sia di percorrere la
scorciatoia di cercare la fonte di calore, di gioia, di un che di amorevole che
lo sorregga, che gli dia conferma e rassicurazione in una forma più intima, più
esclusiva, che gli dia vicinanza e cura di sè,
nella donna, che pare potergli rappresentare e dare simili risorse cui
attingere, da portare e da stringere a sè. Dall'altra parte la donna, che
parrebbe più vicina alla dimensione intima del sentire e degli affetti, ma che
non è affatto detto che con questi abbia un rapporto sincero e rispettoso e non
strumentale, lei stessa spesso in fuga dal suo sentire vero, soprattutto se
difficile e sofferto e lontana dall’aver sviluppato capacità di ascolto e di
dialogo con la sua interiorità, ha dalla sua la difficoltà di trovare risposte
alla necessità di prendere in mano fino in fondo la propria vita, di trovare, di
generare e di riconoscere da sè il proprio valore, di tenere ben salda nelle
proprie mani la guida della propria vita senza appoggi, rassicurazioni o
garanzie prese da altri come da un uomo, che, dove le offra valorizzazione come
oggetto di desiderio, di predilezione, di investimento di interesse e di
ricerca di legame, parrebbe offrirle un grosso alimento alla propria autostima,
oltre che la garanzia di dare più salda e garantita realizzazione o
sistemazione alla propria vita, perlomeno secondo i canoni e i modelli di
realizzazione più diffusi e vigenti. Il rapporto uomo donna, che oggi, sull’onda
di fatti, di vicende incresciose, torna a essere oggetto di dibattito, si
forma, prende avvio spesso all'insegna della disattenzione a conoscersi
veramente e in profondità e dell'equivoco reciprocamente messi in campo, perchè
la istanza e la modalità dipendente, non riconosciute come tali, ben camuffate
e equivocate dalla lettura retorica dei sentimenti, lavorano proprio per
rendere possibile quell'unione di reciproco interesse a stabilizzare e a
completare seppur in modo surrettizio, oltre che fragile e posticcio, la
propria vita. Le sorprese sono di conseguenza dietro l'angolo e chi nella fase
del cosiddetto innamoramento appariva creatura luminosa, generosa e prodiga di
attenzioni l'indomani si rivela essere presenza arida e egoista, sempre più
simile a un individuo che di sentimento vero non ne ha proprio per nulla, ma
che pretende solo attaccamento e esercita presa dipendente con tutti i risvolti
anche degeneri del caso, di prepotenza e possessività. Preso dall’altra persona
e portato a sè come bene essenziale ciò che non è stato sviluppato dentro di
sè, ecco che l'altra diventa come proprietà da cui non ci si può, ma
soprattutto non ci si vuole separare, che, in quel vissuto di appartenenza a
sè, non ha diritto di vita e di espressione propria, di andarsene se lo crede.
Prendere da fuori ciò che non ci si è dati da sè, come invece sarebbe naturale,
necessario e valido impegnarsi a fare, prendere da un altro essere e caricarlo
della funzione e della capacità di offrire ciò di cui si ha vitale necessità,
fa sì che chi ha supplito alla mancanza diventi, sia vissuto come parte di sè
essenziale, in assenza della quale si profila la disperazione di perdere
qualcosa di vitale, che si accompagna all'accendersi fino all'esplosione di un
sentimento di rivolta e di rancore nel vedersi privare, come per un torto
inflitto inaccettabile, di qualcosa che si considera dovuto a sè, che non si
accetta che si stacchi, che vada via e che viva casomai legandosi a altri.
Crescere in autonomia è crescere in completezza umana, che richiede lavorare su
di sè, costruire ciò che nessun altro può e è legittimo che debba offrire, un
sostituto, un succedaneo, una risposta che non è ciò che spetta a sè coltivare
e generare perchè abbia forma viva, vera, originale. Solo individui interi, che
si sono assunti la responsabilità di fondare su di sè e di costruire la loro
completezza umana, compito, desiderio e aspirazione non delegabili a niente e a
nessuno, possono tra loro dare vita a rapporti che siano trasparenti,
rispettosi e fecondi, dove il riconoscimento della dignità e della libertà dei due non è un principio o un
dovere astratto da osservare per legge esterna, un valore semplicemente
assimilabile e inducibile con l'educazione o il cambiamento culturale, come
oggi non pochi vogliono far credere, ma un convincimento interno maturo, frutto
genuino di un approfondito lavoro su se stessi, un che di fortemente sentito,
un credo e una passione sinceri e profondamente fondati.
mercoledì 4 giugno 2025
La grande seduzione
Quanto è seducente affermarsi e ben figurare agli occhi degli altri, riscuotere apprezzamento, riconoscimento di valore! E' tale l'entusiasmo che suscitano queste conquiste, che è completamente omesso, non visto, nemmeno messo in possibile conto, che tutto questo credito di valore personale che se ne ricava, che ci si concede sta in piedi solo a condizione di offrire allo sguardo e al giudizio altrui ciò che piace, che è ben considerato, considerazione, che a sua volta, come da parte propria così anche da parte altrui, si fonda su stereotipi, su giudizi di valore presi in prestito da senso comune e dati per scontati. Un circolo vizioso, dove ciò che circola appunto è solo il consenso, frutto di passiva adesione a un pensiero già formato e codificato, conseguenza e segno di mancato sviluppo di pensiero proprio, autonomo, fondato su esperienza, riflessione e scoperta autonoma di significati e comprensione di ciò che vale, vedendone con i propri occhi il fondamento, il suo perchè. Basta davvero poco per rendersi contenti e persuasi che il riciclo di preconcetti, di preconcetti belli e buoni, sia moneta spendibile preziosa, affidabile. L'aspirazione di valere, che la propria vita non scada nell'insignificanza, di avere capacità di realizzare qualcosa di degno, è aspirazione centrale, non di poco conto. La questione è come è tradotta questa aspirazione, che può trovare facile soluzione nel seguire pista già segnata, nel farsi dire e dare conferma, nell'esonerarsi dal compito, ben più impegnativo da assolvere, di trovare e formare da sè le basi della propria autentica e fondata realizzazione, del generare e far vivere qualcosa che ai propri occhi abbia consistenza di senso e di valore. Trarre da sè in unità e fedeltà col proprio intimo le proprie risposte e le scoperte di ciò che vale richiede paziente lavoro sulla propria esperienza, assiduo ascolto e dialogo con la propria interiorità. E' scelta ben più impegnativa, che non ha rapida soddisfazione pronta come invece accade nel cercare di dotarsi e di fare bella mostra di ciò che già è ben definito e qualificato agli occhi dei più come valido e importante, ma è anche aspirazione ben più sentita e avvincente del solo emulare modelli e riprodurli, per trarne plauso e sostegno esterno alla stima di sè e al valore delle proprie realizzazioni. Trarre da sè le scoperte di significato e di valore genera passione vera e convinta di far vivere e crescere ciò che si riconosce autentico e proprio, passione che non ha bisogno di plauso e di consenso esterno, ben altro dal compiacimento per la mancia di apprezzamento ricevuta nel dare prova e nel fare mostra di ciò che appare al giudizio altrui degno e meritevole. La questione del valore di ciò che si fa di sè e della propria vita, del modo in cui è intesa e risolta è comprensibilmente centrale, così rilevante da richiedere di non essere lasciata nelle nebbie dell'inconsapevolezza e delle autopersuasioni non soggette a attenta verifica. Capita, proprio per questo motivo, che una parte di se stessi, intima e profonda, tanto scomoda quanto intelligente e saggia, tanto impertinente quanto appassionata alla verità, che è la sola forza che può spingere e guidare a rendersi liberi e a crescere, non dia manforte alla celebrazione degli allori, che viceversa ci metta lo zampino per rendere tangibile che l'edificio del successo, dell'autoaffermazione nei modi e sulle basi dette all'inizio, non sta su, che se sta su lo fa solo poggiando su basi di ingenuità e di credulità imbarazzanti quando viste da vicino e lucidamente. Non aprire gli occhi implica portarsi dietro l'idea che la propria vita stia realizzandosi, quando tutto si regge su conferme esterne, a loro volta tutt'altro che intelligenti e fondate su capacità autonoma di giudizio. L'inconscio, la parte che diverge e che non dà manforte, è spesso la sola parte dell'individuo che ha intenzione e capacità di vedere oltre la patina bella fatta di illusioni, è la sola parte dell'essere che non dà tregua, che cerca di aprire falle, di dare spunti per capire, per aprire gli occhi finalmente. L'inconscio è il guastafeste che nello svolgersi dell'esperienza mette ostacoli, che a volte mette il freno, l'intralcio di una ben sgradita ansietà, di un impaccio, di una amnesia improvvisi, di un malumore inaspettato, di una caduta di interesse e di entusiasmo, che paiono incomprensibili, di un imbarazzo improvviso che così esposti e con trepidazione allo sguardo esaminante altrui pare il peggio da mostrare. L'inconscio fa vedere da un lato quanto quello sguardo altrui, così cercato e ben gradito quando applaude, è così tanto temuto quando rischia di decretare l'insuccesso, la magra figura, sia rilevante e decisivo e dall'altro, non solidarizzando e anzi mettendo intralci e freni alla foga della buona riuscita, vuol far capire che c'è qualcosa che conta di più della buona o perfetta riuscita. Cosa può valere di più? L'inconscio non ha dubbi, ciò che vale e che è all'altezza dell'essere individui, dell'essere umanamente compiuti, è prima di tutto aprire gli occhi, primo passo, tanto importante quanto impegnativo e anche non immediatamente piacevole, per prendere visione della condizione dipendente, pur ben addobbata, camuffata e travestita da capacità di autoaffermazione, in cui ci si è incastrati, una condizione, tutt'altro che matura e di cui compiacersi, condizione di bravi bambini impegnati a recitare bene e a produrre ciò che vale per meritarsi il ben volere e l'apprezzamento altrui. L'inconscio per porre in crisi, per indurre a un riesame attento il proprio modo di procedere, può spingere la sua iniziativa ben oltre. Uno stato interiore segnato da ansietà continua, oscurato da caduta di fiducia, da infelicità disarmante, da blocco di ogni spinta di desiderio e di iniziativa, valgono a dettare le priorità, a mettere sotto esame e verifica, a fare stima onesta e vera di un corso di vita, guardando ben oltre le apparenze, così consegnato a regolazione esterna, così dipendente, così fasullo, così mancante di realizzazione autonoma e vera. Lo scopo che ha in testa e in animo l'inconscio è di rendere prima di tutto ben visibile all'individuo il rischio di vendersi, casomai fino al termine del suo cammino di vita, eventualità non così remota, all'illusione di una vita ben spesa e realizzata, prestando fede e facendo conto su ciò che altri e il pensiero comune considerano valere, per aprire la strada invece alla scoperta del significato, del fascino e della validità di una vita spesa per sviluppare pensiero proprio e autonomo, per far vivere ciò che, in unità col proprio profondo, si arriva a riconoscere da sè e con i propri occhi come valore da difendere e da realizzare.
domenica 1 giugno 2025
Sentire e pensare
Nel confronto con l'esperienza interiore, con quanto si
prova di emozioni, di stati d’animo, si tende spesso a separare presto vissuto
e pensato, a trattare quanto vissuto interiormente solo come vago indizio o
pretesto per passare in fretta a sovrapporgli significati e spiegazioni, tanto
in apparenza plausibili e convincenti, quanto arbitrarie. Perché arbitrarie?
Quando ciò che si sente non è raccolto e fedelmente riconosciuto in ciò che
originalmente propone, ogni volta rispettandone l’unicità e non considerandolo
copia o ripetizione di altro già sperimentato o sperimentato da altri, quando
non è ascoltato con attenzione nel suo dire, ma reso solo espressione tipica di
qualcosa che si presume di sapere, che già si ha in testa, che spesso si trae
da idee abituali e comuni, ogni spiegazione messa sopra alla propria esperienza
interiore, al proprio sentire è arbitraria, incongrua, come accade nel rapporto
con l'altro quando già si commenta e si parla sopra ciò che l’altro sta
dicendo, senza stare ad ascoltarlo, rimanendo zitti e col desiderio di farsi
portare a comprendere. Nel rapporto col proprio sentire, particolarmente quando
sofferto e difficile, è operazione assai frequente cercare di spiegarne il
perché e il percome, facendo ricorso a giri di ragionamento, cercando in cause
ipotetiche e in apparenza plausibili le ragioni del disagio, incastrandone in
soliti schemi già noti tutto il senso. Accade dunque che il sentire non sia
ascoltato in ciò che dice e rivela, in ciò che vuole condurre a riconoscere. Si
pensa che ciò che si sente nasca sempre da una causa esterna e che ne sia
risposta condizionata, un effetto, una automatica reazione. Il sentire non è
conseguenza di una causa, una sorta di risposta riflessa, il sentire è ben
altro e di più, è luogo d'esperienza e fondamento vivo di ricerca, è via e
guida di conoscenza, è proposta intelligente. Col ragionamento viaggiamo liberi
in lungo e in largo e costruiamo ipotesi tanto ben disegnate e sagomate quanto
spesso sterili e lontane da ogni relazione con l'esperienza intima, tanto ben
ricamate quanto spiantate e perciò senza alcuna corrispondenza con noi. Il
sentire ci riporta al terreno vivo e reale di ciò che ci coinvolge e che ci riguarda
davvero. Il nostro sentire ci permette in una forma sensibile di entrare puntualmente
in rapporto con ciò che abbiamo necessità di avvicinare, di capire di noi
stessi, un pò come conoscere una cosa toccandola, sentendola, un pò come
camminare a piedi nudi e sentire il terreno, apprezzando tutte le
caratteristiche vere del cammino che stiamo facendo passo dopo passo. Se col
ragionamento risistemiamo le cose, spesso e volentieri, a piacimento, nel
sentire non ci tacciamo nulla. Se si ha a cuore la conoscenza del vero di se
stessi, è necessario dunque riservare grande attenzione al sentire, averne
rispetto, imparare ad ascoltarlo sempre, senza rifiuti, senza separazioni di
comodo tra bel sentire o brutto, è fondamentale non dare per scontato nulla sul
suo conto, non trarre rapida conclusione che dipenda da questo o da
quell'altro, che ne sia ovvio il senso, per viceversa imparare a riconoscere
con sguardo attento ciò che sta rivelando, dicendo. Per intima esperienza e
imparando a raccogliere ciò che il sentire produce, tenendo strettamente
vincolato il pensare al sentire, si può davvero capire, conoscere. Separando il
pensiero dal sentire e consentendo al pensiero scisso di tenere in pugno la
conoscenza come ragionamento, ci si chiude a qualsiasi possibilità di capire se
stessi. Solo facendo esperienza col sentire e mettendoci, attraverso
riflessione, come allo specchio per vedere cosa succede dentro le nostre
sensazioni e stati d’animo, cosa ci rimandano di vissuto, di attuale e vivo di
noi stessi, possiamo fare conoscenza fondata e vera, utile e feconda. Solo
imparando da un lato a concederci al nostro sentire spontaneo e vero, perché ci
permei, ci renda partecipi e coinvolti e così facendo ci guidi, anche se a
volte per percorsi difficili o dolorosi, solo imparando a riflettere, perciò a
rispecchiarci e a riconoscere ciò che il nostro sentire nella sua forma, nei
suoi modi ci rivela di ben fondato e vivo di noi stessi, possiamo tenere ben
unito il nostro pensare, il nostro intento di vedere, di capire, col nostro
sentire, evitando che il nostro pensiero (raziocinante), scisso dal sentire,
prenda indirizzo avulso, forma astratta e arbitraria, fuorviante e
inconcludente. Va detto poi che il nostro profondo, che genera e plasma per
intero il nostro sentire, che ci propone percorsi a volte non facili, ma
sensati, attraverso cui capire, imparando a non fuggire, ma standoci
all’interno e dall’interno prendendo visione e consapevolezza, è anche assai
generoso di indicazioni e di suggerimenti per capire, con lucidità e ampiezza
di orizzonte, noi stessi e quanto sta accadendo, attraverso i sogni. Certo i
sogni non vanno letti in chiave concreta o interpretati frettolosamente e con
disinvoltura, esercitando nei loro confronti lo stesso arbitrio del dare
spiegazioni impiegato col sentire, come detto in precedenza. I sogni vanno
analizzati con cura fin nei dettagli e scoperti nella loro originale proposta,
perché possano dire e dare ciò che racchiudono. Sono una risorsa preziosissima,
nei sogni c'è capacità, come in nient’altro, di leggere dentro di noi, di sviluppare
pensiero fondato e non spiantato. I sogni sono il prodotto più fine e maturo
dell'intelligenza dell'inconscio, dell'intelligenza che portiamo dentro di noi,
nel nostro profondo. La strada per capire noi stessi e il senso di ciò che ci
accade interiormente, accettato e accolto nella sua integrità e interezza, non
è certo facile e immediata, ma possibile, purchè con ciò che vive dentro di noi
sappiamo aprire un rapporto vero, un dialogo rispettoso e capace di attingere a
ciò che la nostra interiorità sa offrirci e vuole proporci. Se si tratta ciò che si prova, particolarmente
quando insolito o sofferto, come cosa, come sintomo da consegnare a qualche
esperto, che, emettendo una diagnosi e applicando un trattamento, tratti parte
viva di se stessi come oggetto da manipolare, da mettere a tacere o da
correggere, si sceglie una soluzione relativamente comoda, anche se destinata a
non produrre nulla di positivo nel rapporto con se stessi, a far persistere
lontananza e incomprensione, diffidenza
e timore verso parte intima di sé, relegata, liquidata, senza darsi possibilità
di conoscerla in ciò che è e che vale davvero, nell'anomalo, nel patologico,
augurandosi solo che passi, che, chissà come, si riaggiusti, che non si
ripresenti. Nulla interiormente accade senza uno scopo. Lo si comprende
cominciando a lavorarci sul serio, dando voce a quella parte di sé che prende
voce nel malessere e nella crisi (e non
per fare danno, ma casomai per indurre a prendere se stessi e la propria sorte
sul serio), iniziando a ricucire quel contatto col dentro, a tessere quel
dialogo con se stessi che manca, imparando a raccogliere e a ascoltare e
comprendere l'intimo significato di ogni momento del proprio sentire, dando
occasione ai propri sogni di introdurre alla conoscenza di se stessi e di fare da guida nel mettere assieme il
proprio, ciò che davvero appartiene e che corrisponde a sé. Un lavoro
impegnativo, ma necessario, scegliendo chi sappia aiutare a farlo, a meno, in
presenza di malessere interiore che non cede, che insiste nel voler aprire la
strada a prese di coscienza del vero e a trasformazioni importanti, di non
voler passare una vita nella paura e nell'ostilità verso parte di se stessi,
fraintesa come nemica e da tenere a bada, quando è ben altro, prolungando
all'infinito un equivoco madornale. Presunte vittime di ciò che di se stessi
non si sa comprendere, si rischia di proseguire crisi dopo crisi nella
recriminazione e nel lamento, casomai cercando consolazione nel pensiero che
cosa analoga accade a altri, nel mal comune cercando mezzo gaudio.
sabato 24 maggio 2025
Il presunto bene
Il malessere interiore è il terreno del conflitto tra la parte di sè profonda, che vuole spingere a aprire lo sguardo su ciò che si sta facendo di se stessi, sul proprio modo di procedere, per comprenderne il vero senza risparmio e senza omissioni o aggiustamenti di comodo e l'altra parte di sè, quella cosiddetta conscia, che sinora ha dettato la direzione da seguire, che ribadisce il già noto, che serra le fila e che si dispera alla sola idea di uscire dal seminato solito. Questa parte cui ci si affida abitualmente e dentro cui ci si rinserra, risponde al malessere interiore solo rivendicando, come salutare e vantaggioso, il ritorno alla condizione precedente la crisi, ribadendo, come fosse una certezza, che non c'è altra vita che si possa concepire come valida e desiderabile che non sia nei confini e nella logica del già conosciuto. E' profondamente distorcente la verità dei fatti giudicare, come il più delle volte si fa, come espressione di malattia e di disturbo ciò che accade all'interno del malessere interiore, deducendo dal fatto che è arduo, non piacevole e doloroso che sia segno di alterazione e motivo di danno. Questo atteggiamento e modo di sentenziare, non certo minoritario, è frutto della arbitrarietà e dell'ottusità di una concezione dell'uomo che vincola l'idea di salute psicologica alla cosiddetta normalità, all'essere conformi nei modi di sentire, di intendere e di procedere agli schemi e ai modelli abituali e prevalenti, consacrati come gli unici validi e a norma, normali appunto. Psicofarmaci, psicoterapie cognitivo comportamentali, solo per fare qualche esempio, sono risposte e dispositivi pronti a intervenire per tentare di "raddrizzare" lo stato interiore, operando per mettere in questione e per correggere le presunte disfunzioni, per far sì che tutto interiormente cessi di recare disturbo e si rimetta a funzionare nel verso di ciò che è considerato normale e efficiente. Grati a simili interventi volti a rimettersi in pista nel modo solito, ci si compiace di aver in qualche misura zittito o reso più sordo il proprio intimo sentire, di aver in qualche modo piegato la propria interiorità a disciplinarsi, almeno così ci si illude che sia e che perduri, perchè in realtà nulla riesce a piegare e a zittire il profondo, che non cessa e non cesserà mai di interferire, di far valere interiormente la sua iniziativa, di far sentire la sua voce, seppure fraintesa e inascoltata, seppure trattata e bistrattata come guasto, disfunzione e patologia. A fin di (presunto) bene ci si può fare molto male. La presa di posizione volta a tenere a bada quanto la propria interiorità sta proponendo, che è certamente arduo, anche molto arduo, nasce da un presupposto assai comune. E' impreparato al confronto con una vicenda interiore, oggi complessa e difficile, oltre che dolorosa, chi con la propria vita interiore, col proprio sentire, con i propri vissuti non ha familiarità di ascolto e di dialogo, condizione questa tutt'altro che infrequente, si potrebbe anzi dire che rientra nel quadro della cosiddetta normalità. E' la normalità di un modo di vivere e di procedere in cui il centro dell'interesse, il focus della vita e del pensiero è la relazione con altro, con gli altri e la relazione con se stessi, con la propria interiorità non ha spazio, non ha riconoscimento, è terreno incolto. Delle proprie esperienze e risposte interiori si pensa da un lato che siano sempre al seguito e al comando di stimoli esterni, mai le si recepisce come segnali e proposte che da dentro, dal proprio profondo sono rivolte a se stessi, dall'altro ci si aspetta che prendano una piega il più possibile in accordo con i risultati che si vogliono ottenere. Ci si è abituati nel tempo a spingere contro l'intimo di esitazioni e impacci, contro timidezze e altro che interiormente si proponeva dentro se stessi, che, in nome del saper stare in buona intesa con gli altri e del risultare a loro graditi e ben considerati, parevano solo ostacoli da superare. Ci si è abituati più a pretendere di correggere e a forzare che a rispettare e a voler comprendere il significato delle proprie esperienze interiori. Accade allora, quasi fatalmente, che in presenza di sviluppi e di svolgimenti interiori difficili e affatto coerenti con le aspettative rivolte a una parte interiore che si vorrebbe non fastidiosa e concorde con ciò che si vuole ottenere, che l'allarme e l'azione di contrasto scattino quasi automatiche. Tutta l'azione di auto soccorso e di ricerca di aiuto per tenere a bada e per possibilmente debellare quanto vive dentro se stessi diventato parecchio difficile e imperioso, affatto domabile, che sia ansia o attacchi di panico, che sia caduta d'umore e infelicità che dilaga, che sia morsa ossessiva, tutto pare essere solo una patologia da cui guardarsi e di cui liberarsi. Tutta l'azione curativa di questo segno pare positiva e provvidenziale. Pare risposta buona e valida, ma tale ci si convince che sia, in conseguenza di una abituale e consolidata non familiarità e non conoscenza di cosa è e di come si esprime la propria parte intima e profonda. Diversamente, qualora si avesse capacità di incontro e di dialogo con il proprio intimo e profondo, le cose prenderebbero tutt'altro volto e l'azione di ricerca del presunto bene, nel verso di combattere e correggere l'intima esperienza, comincerebbe a andare in discussione. Contrastare e trattare come nemica parte di sè che ha tutt'altra intenzione e scopo che di far danno, imbavagliare la voce interiore pensando che sia eccesso e debolezza, irrazionalità da cui proteggersi, ci si renderebbe conto non essere certo il meglio da riservare a se stessi. Provare a liberarsi di ciò che la propria interiorità comunica, anche se difficile e sofferto, con costruzioni di ragionamento e teoremi che riportano il malessere attuale a cause presunte individuate in traumi e cattive influenze patite in qualche precedente della propria biografia, senza capire che ciò che oggi si muove interiormente insorge per porre al centro dell'attenzione la propria condizione attuale e il modo di condurre la propria vita, senza comprendere che è guida affidabile, tutt'altro che guasto e svolgimento anomalo e malato, per entrare nella scoperta del vero e nella occasione di rigenerare su basi proprie il proprio pensiero e la propria vita, ritrovando piena unità con se se stessi, questa, pur sotto le apparenze di una buona cura, si scoprirebbe non essere la migliore offerta e soluzione che ci si possa destinare. La cura spesso segna e consolida la disunione dentro il proprio essere, il ripudio come fosse uno sgorbio del proprio intimo, il rigetto come fosse malata e deleteria di una parte di sè e di una proposta interiore estremamente valida e salutare, capace, se accolta, se intelligentemente compresa in ciò che dice e rivela, se saggiamente coltivata, di riportare la propria vita davvero nelle proprie mani. Troppi fraintendimenti e luoghi comuni offuscano lo sguardo e sono pronti a procurare a se stessi, in nome del proprio presunto bene, danni non da poco.
mercoledì 21 maggio 2025
Chi non si ferma è perduto
Sembra una buona regola non farsi bloccare da disagi e da freni interiori, per non perdere terreno nel perseguimento dei propri obiettivi, per non comprometterne gli esiti. Cosa può esserci di più favorevole ai propri occhi che tenere a bada, che provare a uscire dalla presa di qualcosa che interiormente pare solo portare danno, impantanare e minacciare se assecondato di portare fuori strada, alla deriva? Non sembrano esserci dubbi sulla necessità di non cedere alla presa di ciò che non appare di certo promettente, di difendere da questa minaccia la tenuta della capacità di procedere solito con le sue priorità e urgenze. Se ci fosse matura consapevolezza del perchè e del significato di ciò che si sta facendo, se il confronto con se stessi fosse aperto e capace di tenere conto di ciò che il proprio sentire dice dentro l'esperienza e che è rivelatore dei passi che si stanno compiendo, di ciò che li guida, delle implicazioni vere di ciò che si sta perseguendo, l'istanza di proseguire avrebbe già più senso, anche se relativo, perchè, quando in buon rapporto con se stessi, non è mai da trascurare, da lasciar cadere o da respingere a priori ogni ulteriore nuovo suggerimento, anche se imprevisto e in apparenza poco propizio, che provenga da dentro se stessi. La verifica, la necessità di capire, di capirsi non dormono mai e a tenerle sveglie e nel proprio interesse è proprio la parte intima, cui però non si riconosce una tale capacità di intervento. Proseguire, spingere avanti le cose dunque insofferenti verso i richiami interiori, bollati e liquidati come segni di malfunzionamento, non è certo condotta favorevole, come se si volessero annullare tutti i segnali di allarme, tutti i richiami provvidi e intelligenti a soffermarsi, per aprire gli occhi, non certo espressione di insufficienza o di altre anomalie. Il linguaggio interiore è spesso sconosciuto e questo fa si che ci si metta a dare contro e a maledire ciò che invece suggerito da dentro se stessi ha intelligenza e accortezza di dare stimoli di presa di visione e coscienza, di riflessione utili, necessari, anzi essenziali per non infilarsi in percorsi ciechi anche se razionalmente spiegati come validi e opportuni. La intelligenza razionale va a senso unico, rielabora solo quanto già concepito e incamerato, una sorta di intelligenza artificiale in funzione, che non intende se non il già inteso. Raccogliere i segnali che arrivano da dentro se stessi, che paiono nell'immediato inopportuni e persino importuni, è segno di intelligenza che vuole ogni volta rinnovarsi e non precludersi la conoscenza del vero. Fermarsi, per ascoltarsi, è dunque quanto di più utile per non perdersi nell'inconsapevolezza che non è certo foriera di buoni esiti. Procedere, spingersi avanti ad ogni costo rende valida e efficiente la muscolatura dell'agire, assai meno quella del capire e del formare e far crescere la propria capacità di autogoverno affidabile e salda. Il proprio mondo interiore, ciò che sa dare e dire la parte intima di se stessi, è il territorio sconosciuto. Imparare a comprenderne il volto vero e le risorse che mette a disposizione, la natura e l'intento dei suoi interventi nel sentire e in tutto ciò che si muove interiormente, la scoperta di quanto sia essenziale recuperare l'unità col proprio intimo, è la conquista da fare, per non ridursi a essere una testa che, svincolata dalla propria interiorità e da ciò che offre e suggerisce di continuo, pretende di dettare i passi e di spingere avanti il procedere senza capacità di guida davvero consapevole e affidabile.
domenica 18 maggio 2025
Cos'è l'inconscio? Entità impalpabile e misteriosa o presenza viva e vicina?
Accade spesso che l'interiorità non sia compresa in ciò
che vuole dire e proporre. L'errore nasce prima di tutto dal rimanere
prigionieri della visione comune e prevalente, che afferma che tutto
interiormente debba svolgersi secondo una presunta normalità, il che predispone
a trattare come sospette anomalie le esperienze interiori complesse e
difficoltate di disagio. Non solo, ma in presenza di una condizione di
malessere interiore, succede spessissimo, già prima, ma anche all’interno di
non poche esperienze di psicoterapia, che il malessere sia riferito e
principalmente letto come un problema di rapporto con l'esterno, che la ricerca
si indirizzi subito in questa direzione. Il malessere interiore in realtà, per
quanto metta nella condizione di sentire un legame stentato e critico con
l'esterno, con gli altri, forza il coinvolgimento e spinge l'attenzione di chi
ne è coinvolto verso l'interno, verso l'intimo di se stesso, produce una sorta
di ripiegamento, di introversione forzata, di caricamento e di polarizzazione
di sensazioni e di stati d'animo (ad esempio di paura, smarrimento,
apprensione, di scoramento e sfiducia), che collocano comunque dentro se stesso
il cuore pulsante della sua esperienza. Cosa vuole questo malessere, cosa dice,
cosa intende proporre? Questo è il punto. Lasciare dire alla parte profonda
cosa dentro e attraverso il malessere sta sollevando e proponendo, imparare ad
ascoltarla e a comprenderla nel sentire che anima e nei sogni, è la scelta da
fare, ma già riconoscere che c'è nel proprio intimo una parte profonda capace
di dire, di proporre è per la maggior parte degli individui una novità senza
precedenti. Solitamente infatti si tende a circoscrivere la percezione e il
riconoscimento del proprio essere alla parte conscia, abituata a tenere in
pugno tutto, parte che ragiona e che decide, il resto, l'intimo, il sentire,
gli svolgimenti interiori, i sogni, sono intesi e trattati come appendice più o
meno trascurabile, da cui non ci si aspetta di poter ricevere granché di utile
e di sostanziale per capirsi, per orientarsi. Si pretenderebbe viceversa che la
componente interiore si accodi e si accordi, giudicando che, dove non si
accordi con gli orientamenti e con i propositi razionali, ciò accada per
qualche sua bizzarria o, dove acuisca i toni, per un suo anomalo stato. Gli
stessi terapeuti in non pochi casi hanno un'idea dell'essere umano che poco si
discosta da questa visione comune, al più pensano che l'inconscio, ammesso che
ne tengano conto, sia, oltre che origine di pulsioni e di risposte immediate,
emotive, che se a volte paiono rivelatrici, spesso invece sono considerate
inaffidabili perché "irrazionali", un ricettacolo o serbatoio di
ricordi, di esperienze traumatiche e dolorose, di spinte e di desideri,
difficili da ammettere alla consapevolezza, lì rimosse e tenute in sequestro.
C'è un'idea ricorrente per spiegare le origini e le ragioni del malessere
attuale, che piace sia a chi vive malessere interiore che a non pochi curanti,
che ritiene che la vita interiore possa essere stata turbata e segnata da
episodi traumatici del passato, da esperienze e da condizionamenti subiti,
sfavorevoli e con effetti distorcenti il normale sviluppo psichico atteso, che
di conseguenza l'esperienza interiore attuale ancora ne risenta, ripetendo
anche nel presente, come un disco rotto, errori e segni di alterato
funzionamento. L'inconscio riproporrebbe come un automa simili distorsioni e
resterebbe ancorato a quei precedenti storici. Si ritiene insomma che la vita
interiore sia rimasta nel tempo, fino al presente, come congelata, fissata, inchiodata
a quei passati episodi traumatici e condizionamenti sfavorevoli. E' un teorema,
questo che vuole che la sofferenza attuale sia conseguenza di remoti accidenti
sfavorevoli subiti e di responsabilità altrui, che non appartiene solo a chi
soffre interiormente, che gli vale una spiegazione vittimistica del proprio
disagio e malessere interiori, ma spesso anche a chi gli si mette a fianco per
aiutarlo. Il malessere interiore, considerato senza esitazioni un'espressione
di malfunzionamento, di alterazione della normalità, è ricondotto subito a
cause e a ipotetici condizionamenti esterni, così come il suo superamento,
almeno questo è l'auspicio, è affidato a possibili soluzioni esterne, senza
intendere che sia espressione di intervento e di presa di posizione, di
richiamo e di iniziativa del profondo e che dunque col proprio profondo sia da
cercare finalmente un incontro e da coltivare un dialogo. E' così abituale
pensarsi solo e unicamente in relazione ad altro e ad altri, che il centro
della propria esistenza sia lì, che tutta l'attenzione e la ricerca si
concentrano in questa direzione, saltando a pie pari, ignorando l'esigenza di
una apertura a se stessi, di un ascolto e confronto, di una intesa da
trovare con la propria parte intima e
profonda, che è il cuore pulsante di
inquietudine e di malessere, che preme con forza, che dà segnali vivi e
insistiti di crisi, cercando in questa intesa il punto saldo, decisivo per
cominciare a ritrovarsi. Per comprendere la voce del malessere interiore, il
suo richiamo, è necessario non sovrapporgli congetture e spiegazioni circa la
sua causa, cercandole a destra e a sinistra, in questo o in quello di
circostanze e di fattori esterni a sé, ma è necessario sintonizzarsi con
l'intimo, imparare ad ascoltarlo, scoprirne la voce nel sentire e nei sogni,
che tanto sanno dire e far comprendere, che tanto sanno avvicinare a se stessi
e rivelare del significato e dello scopo di quanto sta accadendo interiormente.
E’ assai frequente che non si sia dotati di capacità di ascolto e di dialogo
col proprio intimo, che non se ne conosca il linguaggio, il modo di comunicare,
che non se ne comprenda l'intenzione e la capacità di pensiero di cui è
portatore e che può trasmettere, che si ignori la spinta che sa esercitare per
aprire il proprio sguardo, per portarlo a vedere, al di là delle apparenze, il vero della propria condizione, nelle proprie
espressioni e modi di condursi, essenziale per non continuare a procedere senza
sapere, a pensare senza comprendere. Abituati a cercare segnali e occasioni di
vita all’esterno e a tenere prima di tutto lì lo sguardo e l'attenzione, a
avere cura e preoccupazione di sviluppare capacità di presenza e di risposta
negli scambi con gli altri, a cercare da fonti esterne contributi e lezioni di
pensiero, per moltissimi non ha preso forma e sviluppo, oltre che l’interesse,
la capacità di ascolto e di dialogo col proprio intimo. Prezioso e necessario
si renderebbe un aiuto, reso più urgente in presenza di malessere e di crisi
interiore, per imparare a trovare rapporto e intesa col proprio intimo. Accade
però che oltre a chi è investito da disagio e sofferenza interiore, abituato a
assorbire e a chiudersi nella concezione comune e prevalente dell'esistenza,
intesa prima di tutto come legame con altro e con altri e come ricerca sempre
rivolta al fuori, gli stessi terapeuti, in non pochi casi, pensino che il
centro dell'esistenza dell'individuo sia il rapporto con l'esterno, con gli
altri, con quella che volentieri chiamano, come fosse un'entità univoca e
assoluta, la "realtà". Puntano subito l'attenzione in quella
direzione, per indagare la presenza nell'individuo, portatore di malessere
interiore, di insufficienti o errati ( li chiamano disfunzionali) modi di
intendere e di affrontare il rapporto con gli altri e con le situazioni
esterne, cercano di stimolare, incoraggiare e portare a nuove, ritenute più
normali e felici, soluzioni per interpretare e gestire il rapporto con
l'esterno, come fosse lì l'essenza dell'individuo e il punto d'origine e il
fulcro del suo conoscersi e realizzarsi. Spesso manca completamente, non è
acquisizione presente nel pensiero non solo di chi soffre disagio, ma sovente
anche di chi se ne prende cura, che esista una parte del proprio essere, quella
profonda, non solo influente e decisiva nel muovere e nel plasmare l'esperienza
interiore (non sono fattori esterni ma è il profondo a plasmare e a "qualificare"
la risposta, anzi la proposta del sentire), ma anche fortemente propositiva e
creativa. Questa parte profonda della propria psiche è capace già nelle
espressioni della sofferenza interiore, tutt'altro che casuali e disordinate,
tutt’altro che espressioni di patologia da incasellare e da bollare con qualche
etichetta diagnostica da manuale di psicopatologia, di sollevare in modo acuto
e puntuale questioni decisive e fondamentali riguardanti il proprio modo di
procedere, di stare in rapporto, spesso in non rapporto, con se stessi, col
proprio intimo. La stessa parte profonda quando si scelga di andarle incontro,
di darle spazio, come accade dentro un percorso di analisi ben fatta, si rivela
capace e intenzionata a dare le guide, principalmente attraverso i sogni, per
capire le questioni e i nodi decisivi di cui si è portatori, così come le
possibilità di profondo cambiamento, portando così a comprendere e a apprezzare
le ragioni e lo scopo vero del malessere interiore messo in campo e non certo
come guasto e malattia. Senza questa esperienza, senza questa verifica condotta
con i propri occhi, si persiste nell’idea, che appare scontata, che nel
malessere interiore ci sia solo guasto e anomalia da correggere e trattare, eventualmente
da spiegare e ricondurre a qualche causa nociva patita. Senza apertura a se
stessi, senza un lavoro attento e capace
di dare ascolto al proprio intimo, non si arriva a comprendere che il malessere
interiore, che la crisi da cui si è coinvolti, non è patologia, presenza
minacciosa e ostile da cui difendersi e da mettere a tacere, ma è espressione di un
intervento del proprio profondo, che vuole risvegliare la presa di coscienza,
che vuole interrompere il condursi cieco, un modo di pensarsi e di vedere la
propria esperienza, incline solo a spingere avanti le cose e a dare conferma al
proprio modo di procedere, che non vede su quali basi e in che modo si sta
impegnando se stessi, la propria vita. Non si comprende che è con se stessi,
con la propria interiorità che è in atto un confronto, che è con la propria
interiorità, che muove il malessere e gli dà forza e ne dirige i modi e
l’andamento, che va trovato un rapporto e va aperto un dialogo, cercato un
approfondito chiarimento, una nuova intesa.
Tutto il malessere interiore infatti, visto abitualmente come guasto,
vuoi provocato da cattive interferenze e condizionamenti esterni, vuoi legato a
un modo scorretto o inadeguato di procedere, non regolare, non secondo
normalità, che come tale non procurerebbe benefici e benessere, un procedere
che nella sostanza e nei suoi fondamenti e presupposti non è in discussione, è
in realtà segno e espressione della presa di posizione della parte profonda
dell’essere, che non può e non vuole tacere la propria visione dello stato
delle cose, la propria consapevolezza, che vuole “contagiare“ di questa
l‘individuo nel suo insieme, nei suoi pensieri, nei suoi umori, nei suoi
propositi. Non è una presenza dentro di noi estranea e aliena quella del
profondo, l’inconscio siamo noi, è la parte profonda di noi stessi, che sa e
che vuole tenere lo sguardo, al di là delle apparenze e senza sviste, su di
noi, per riconoscere il vero della nostra condizione e del nostro modo di
procedere, che vede spesso il disaccordo e il mancato incontro tra sentire e
pensare, tra esperienza intima e coscienza di noi stessi. L'inconscio siamo
noi, è la parte intima e profonda del nostro essere che non rinuncia a noi
stessi, a voler essere non copia d’altro, passivi, per inerzia e per comodo,
per adesione e soggezione al modo appreso e dominante, nel consumare ciò che
c'è, ipotesi, soluzioni e scelte che la cosiddetta realtà offre confezionate e
pronte, passivi nel pensare secondo idee e parametri comuni, guidati e regolati
più di quanto non si voglia ammettere dall'esterno, dipendenti dalla conferma
esterna, ma viceversa soggetti, portatori e capaci di un originale pensiero e
progetto, certamente non già prontamente fruibili, ma da coltivare e da
generare, come è reso possibile dalla guida del profondo. L'inconscio siamo noi
nella volontà di non procedere incuranti di capire, di sapere, di affrontare il
vero, pur difficile o doloroso, senza omissioni, equivoci e contraffazioni,
concentrandoci sulla nostra esperienza, affidandoci non alle spiegazioni solite
e comuni, ma al nostro sguardo, cercando risposte non costruite col
ragionamento, ma fondate sul vissuto, sul confronto aperto e sull'ascolto
fedele del nostro sentire senza tagli, senza omissioni, senza fughe.
L'inconscio è la parte di noi che vuole questo impegno e sforzo di ricerca e di
costruzione, che non asseconda le illusioni di avere già autonomia e
originalità di pensiero, se formati su basi inconsistenti o facendo il verso ad
altro da noi stessi che lo ispira e lo sostiene. L’inconscio è la parte di noi
stessi che ci vuole instradare e sostenere nella nostra ricerca di
consapevolezza vera, senza veli, senza semplificazioni, salda, affidabile e
capace. L’inconscio non cerca la normalizzazione, ma la verità e la
realizzazione autentica, perché diversamente non c’è vita vera. L’inconscio è
vita. Tutto lo sforzo per cercare di stare nelle guide di un modo di vivere e
di intendere la vita dato per scontato, conforme al già concepito e comunemente
inteso, modellandosi nella cosiddetta normalità, facendosi bastare e dando
credito a soluzioni fragili, a illusorie rappresentazioni di se stessi, tutta
la strategia curativa che vuole ricondurre il malessere se non a semplice
patologia, a insufficiente o infelice adattamento, che vuole ricucire e che di
fatto incoraggia e forza a stare dentro il già dato e conosciuto, urta contro
la scelta del profondo, non la considera e non la comprende. Anzi, l’idea che
il malessere sia un disturbo, un ostacolo da superare, al più da spiegare come
conseguenza di qualche infelice precedente e influenza negativa di un genitore
piuttosto che di qualcun altro o di qualcos’altro, è un enorme travisamento e
incomprensione delle espressioni della vita interiore, del profondo, delle sue
intenzioni. Per il profondo vivere è far vivere se stessi, è formare visione,
pensiero propri, base e leva della libertà e della capacità di mettere al mondo
la propria idea e realizzazione, di compiere il proprio originale cammino. La
posta in gioco è essere adattati, passivi e silenti, non importa se,
illusoriamente, convinti di avere personalità spiccata e cose da dire, però
senza radice, fondamento e sostegno in se stessi, oppure presenza consapevole e
feconda, capace davvero di autonoma visione e di autonomo progetto, questo
l’inconscio vuole porre e tenere viva come questione, purtroppo non compresa,
spesso misconosciuta, oltre i confini del modo di intendere della testa
ragionante, del modo di pensare consueto e prevalente. Quando l’inconscio ha
occasione di essere
ascoltato e rispettato, seriamente valorizzato, fedelmente compreso, sia nel
sentire, che anima e che plasma, che nei sogni, dove dà il meglio di sé, come
accade in una valida esperienza analitica, il contributo che sa dare di
pensiero, di risveglio di umanità, di gioia e di passione di conoscere e di far
vivere se stessi, è enorme.
martedì 13 maggio 2025
L'inconscio sostiene verità difficili
Privi del legame, come spesso accade, con la parte intima
e profonda di se stessi, non si ha alternativa, solo le guide esterne diventano
attive e solo a queste si affida la costruzione del proprio pensiero, la
definizione dei traguardi da perseguire, delle fortune da cercare e da
tutelare. Il vincolo di dipendenza da queste guide diventa talmente stretto e
disarmante, da considerare proprio e naturale pensarla e volerla nel modo preso
e appreso da questo legame, come se ciò che nel tempo ne è scaturito fosse
creatura propria, frutto di persuasione e di passione propria. Senza radici,
senza legame e capacità di scambio col proprio profondo, che non asseconda, che
non cede di certo alla seduzione della dipendenza, del farsi istruire e dire,
del considerare ovvio e naturale tutto questo, dell'accreditare come proprio
ciò che ne deriva e che proprio non è, non si riconosce altra vita che quella
tenuta in piedi dal vincolo, dall'attaccamento dipendente. Non c'è altra
possibilità che continuare a dare credito e a alimentare ciò da cui si trae
presunta vita propria, non c'è altra possibilità di tenersi in equilibrio che
la simbiosi con altro, che dare cioè credo e dedizione di sè a ciò che in
cambio offre e sostiene quella parvenza di esistenza propria. La parte profonda
ha ben altro intento che tenere in piedi un simile stato dell'essere, che non
onora di certo la fedeltà a se stessi, che non riconosce la possibilità di coltivare,
di sviluppare e far vivere qualcosa di originalmente proprio, perciò interviene
alimentando il malessere interiore e la crisi. Da parte del profondo c’è la
difesa dell'autentico, l'aspirazione a portare a maturazione il proprio
originale, il progetto di vita come da sè può essere concepito e generato. Il
profondo di se stessi, portatore delle proprie originali potenzialità, promuove
lo sviluppo autentico e indipendente, come la radice di un albero che non può
che volere di dare compimento e sviluppo a se stesso, non all'artefatto che
nasce dalla dipendenza e dall’innesto su un'altra matrice. Perciò l'inconscio
spinge prima di tutto per la verifica della costruzione di vita a cui ci si è
legati, per la presa di visione dei vincoli sottesi e delle basi su cui si è
formata, sui cui presupposti si sta conducendo la propria esistenza.
L'inconscio, avvalendosi del sentire e di tutto quanto il corso interiore, che
plasma e dirige, inserendo nella propria esperienza interiore segnali anche
forti di malessere, sempre però ben direzionati a evidenziare punti decisivi,
spinge per mettere sotto sguardo riflessivo il proprio modo di procedere, per
sottoporlo a una verifica attenta, senza altro perseguire che fare emergere il
vero. Sono verità su se stessi che non danno conferme, che anzi, mettendone a
nudo la mancanza di fondamento vero, scardinano le persuasioni cui si è legati.
Sono verità da cui si è abitualmente ben lontani, che risultano comunque difficili
da accettare, da condividere col proprio intimo e profondo. Non c'è intento
ostile e distruttivo da parte del profondo, che se dà contro lo fa unicamente
verso gli equivoci e le false persuasioni, contro i vuoti di consapevolezza.
C'è però un grosso ostacolo alla possibilità di un confronto aperto e sincero
con l'iniziativa e la proposta del proprio profondo. Pesa il costo della
distanza, della lontananza, che si è rafforzata nel tempo, da una parte di sè,
intima e profonda, che è stata relegata a un ruolo marginale e con cui in
genere non si è creata familiarità di incontro e di dialogo, una parte vitale
di se stessi da cui ci si è estraniati, riducendola a meccanismo un pò oscuro,
cui non si è riconosciuto di essere parte vicina dialogante e propositiva, la
più vicina, appartenente al proprio essere, voce del proprio essere, di cui non
ci si è messi in grado dunque di riconoscere e di apprezzare l'affidabilità e
la capacità di dare stimoli e guide valide e non trascurabili. Per mancanza di
familiarità col proprio intimo e profondo, spesso per ignoranza del suo
esistere se non come rumore di fondo di sensazioni cui ci si è abituati a non
dare gran peso, la banalizzazione dei suoi più significativi interventi come
attraverso i sogni, considerati fantasiose e assurde produzioni, brandelli di
impressioni indotte e stimolate
dall'esterno, per effetto di tutto questo accade che non si faccia
tesoro del contributo che il proprio inconscio vuole e è capace di dare, che si
mantenga forte il vincolo con una forma d'esistenza che fa leva e conto su
altre guide da quella interiore e propria. Nel condursi e nel pensarsi si
continua a fare leva sulla parte razionale, che non alimentata e guidata dalla
parte intima e profonda, non può che esercitare il proprio pensiero avvalendosi
e rielaborando altro preso da fuori, modelli, attribuzioni di significato,
modalità di giudizio comuni e condivise, che, se danno supporto e convalida a
ciò che si pensa, nello stesso tempo ne tengono ben fissi i confini e
l'orizzonte. L'inconscio è la parte più matura del proprio essere, la meno
disposta a farsi istruire e dire, la meno intrappolata nelle illusioni e nella
falsa coscienza, che fanno da collante per il mantenimento di una condizione
tutt'altro che felicemente corrispondente al proprio potenziale vero di
scoperta e di conoscenza, alle proprie esigenze di crescita personale
autentica. Privi, ben al di là della presunzione di possederne, di capacità di
visione, di critica, di capacità riflessiva di vedere, come guardando dentro
uno specchio la propria realtà e condizione, cosa c'è di vero e cosa implica il
proprio modo di procedere abituale, di riconoscere quel legame di adesione e di
passiva dipendenza da altro comune e già concepito, su cui poggia il proprio
pensare e agire, si finisce per dare credito e per difendere con ostinazione
come realizzazione valida ciò che non corrisponde a realizzazione vera di se stessi.
Pur dentro le guide di un pensiero che non ha fondamento nella propria autonoma
scoperta di significati e di verità, che non è frutto di un attento lavoro
sulla propria esperienza, ci si abitua a considerarlo capace di definire ciò
che è reale, di dare valido e affidabile fondamento a ciò che viene perseguito,
che pare realizzare validamente la propria vita. Si crea persuasione di avere
pensiero e capacità di decisione autonoma, rimanendo all'oscuro, senza vedere,
senza prendere attenta visione del mancato fondamento, del tributo di
dipendenza da guide esterne di esempi e modelli ricorrenti e prevalenti, di
pensato comune, di questa pseudo libertà di iniziativa, dipendenza che finisce
per indirizzare la propria vita su percorsi già segnati. Solo l'inconscio non cade in questi equivoci
e solo l'inconscio ha la forza e la tenacia di scuotere le certezze mal fondate
e mai seriamente e attentamente verificate, mettendo in campo inquietudini,
disagi, malesseri, tutto ciò che interiormente vuole mettere in crisi le
disinvolte persuasioni dentro cui naufraga l'unico bene che conta, il risveglio
e l'esercizio della propria consapevolezza. Spiantati, privi delle proprie
intime radici, si diventa, seppure illegittimi, figli docili e ossequiosi di
altro, che si è assunto a guida e maestro, soprattutto si diventa tenaci
sostenitori della propria resa, della resa della propria libertà e autonomia,
dei beni più preziosi, barattati col dare buona prova per incassare qualche
plauso e consenso. L'inconscio concepisce per se stessi un ben diverso destino
e progetto. L'inconscio cerca, prima di tutto spingendo attraverso crisi e
inquietudini e malessere interiore a aprire gli occhi sul vero, di promuovere
la costruzione delle basi di una vera autonomia, di una libertà di
realizzazione personale della propria vita secondo se stessi. Perciò è la parte
più matura del proprio essere, che meriterebbe di essere riconosciuta e portata
al centro della propria vita. Infine una considerazione è necessaria, oltre che
utile. Chi si confronta con una situazione interiore difficile e sofferta
potrebbe considerare lontana dai suoi immediati interessi la riflessione che ho
aperto in questo scritto. La ricerca di soluzioni e rimedi, il desiderio di
capire e di approfondire la conoscenza di se stessi circoscritti e resi strumentali
alla ricerca di qualche spiegazione di causa per il proprio malessere, per
sbloccare ciò che pare malamente intralciato, potrebbe far sembrare lontana
dalle proprie necessità la riflessione che ho proposto. La crisi e il disagio
interiore non sono però frutto di qualche anomalia da correggere, persuasione
che appartiene a chi è pronto a rilanciare nella sostanza, senza necessità di
verifica, il proprio modo abituale di essere e di procedere. Dentro la crisi c’è
l’intervento deciso e decisivo della propria parte profonda, che, quando rispettata
nel suo dire, come succede nel corso di un’analisi che le dia voce e che le
riservi attento ascolto, pone con lucida intelligenza le questioni di cui ho
parlato, promuovendo come scopo un processo di profondo cambiamento personale,
nel verso di generare e far vivere il proprio. Non intendere questo comporta il
rischio di sancire, con un’idea di crisi come guasto o patologia, della cura
come ricerca di soluzioni di aggiustamenti e per un riallineamento della
propria vita su basi solite, il disaccordo con la parte intima e profonda di se
stessi, col rischio più sostanziale di non offrire a se stessi la possibiltà di
un cambiamento profondo, che consiste nel rimettere la propria vita sulle
proprie radici.
giovedì 1 maggio 2025
La conoscenza di se stessi: equivoci, irrigidimenti e possibili aperture
Come arrivare alla conoscenza di se stessi? Il corso
dell’esperienza interiore, il proprio sentire sono la guida più sicura per
capire se stessi, il terreno su cui poggiare, la traccia da seguire. Nel
sentire prende volto e vuole rendersi riconoscibile la verità di noi stessi, il
nostro sentire acuisce, evidenzia, sottolinea, ci fa toccare con mano ciò che
vive in noi e che ci muove nelle nostre scelte, nelle nostre risposte, ci fa
riconoscere ciò che, al di là delle apparenze, ci sta accadendo, i nodi e le
questioni scottanti dentro cui rispecchiarci e con cui confrontarci, per una
conoscenza di noi stessi non astratta, ma fondata e vera. E' idea comune che le
emozioni e che tutti i moti e gli stati interiori, che il sentire sia una
componente da trattare con riserva, da tenere sotto tutela, perchè irrazionale
e per ciò stesso giudicata non affidabile come guida e come fondamento per
capire, perché soggetta a eccessi, a parzialità a intemperanze. Si dà viceversa
in genere fiducia prevalente e indiscussa alla componente razionale,
considerata capace di dare visione lucida e obiettiva, non in balia di
capricciose, viscerali e miopi istanze. In realtà, affidando la capacità di
chiarimento a questa funzione razionale, che ha pretesa di bastare a se stessa
e che, per garantirsi lucidità di visione, tiene in disparte e in subordine il
sentire, non si può che rimanere confinati in un pensiero, che, a un attento
esame e ben diversamente dalle aspettative, si rivela spesso tutt'altro che
libero da limiti e parzialità, da distorsioni e capricci. Quando ci si occupa
di se stessi si ama infatti rappresentarsi in ciò che pregiudizialmente si
ritiene consono e adeguato all'immagine che si ha cara di se stessi, con fatica
si accolgono verità scomode, con frequenza nel percorso di pensiero ragionato
si omette, anche se in modo velato, ciò che non dà conferma, che dissona o che
smentisce le proprie convinzioni, che delude le proprie attese e previsioni. In
ciò che momento dopo momento, cogliendoci spesso di sorpresa, prende forma nel
nostro corso interiore, in ciò che sentiamo, che si muove dentro di noi, c’è
invece la testimonianza più sincera, il continuo stimolo, acuto e intelligente,
a aprire gli occhi, a guardare dentro di noi, a non trascurare parti
essenziali. Ciò che in genere si ignora, che nel comune modo di pensare non è
affatto presente, che invece, aprendo un confronto con la vita interiore libero
da preconcetti, si ha modo di constatare, è che gli svolgimenti interiori, che tutto
ciò che accade nel corso del sentire, delle emozioni, degli stati d’animo, dei
moti e delle pulsioni, non è affatto un
succedersi casuale e meccanico vincolato a stimoli esterni o condizionato da
abitudini, da schemi di risposta appresi o da altro, ma è un succedersi di interventi e di
suggerimenti mirati, con una intenzionalità e con una capacità propositiva
della cui intelligenza e formidabile puntualità di intervento volto a rendere
riconoscibile il vero, non si può che rimanere stupiti. D’altra parte è questa
la capacità che ha la parte profonda della nostra psiche di rendersi presente
nella nostra vita, passo dopo passo dentro la nostra esperienza. Ci si porta
appresso e fa parte del pensato comune un’idea di se stessi che amputa o
marginalizza il peso e il valore della parte che ha peso e rilevanza notevole, della
parte intima e profonda, considerata solo un’appendice poco rilevante e che,
anziché farci conto, imparando a conoscerla, ci si abitua a tenere in posizione
subalterna, con una concessione di
fiducia molto limitata. L’inconscio, che non è entità oscura e mitica
interessante solo per menti sofisticate, è presentissimo nella vita di ognuno e
purtroppo, anche da chi lo tiene in considerazione è pensato non di rado come
un che di molto limitato, una sorta di serbatoio o ricettacolo del rimosso, di esperienze
traumatiche e dolorose o fortemente imbarazzanti, che, perché dolorose e
difficili da ammettere alla consapevolezza, sono tenute sequestrate in questo
recesso oscuro della propria psiche. L’inconscio, quando si apre un confronto
con la propria vita interiore, sgombro da simili teorie e preconcetti, si
rivela, nel sentire, in tutti gli svolgimenti intimi e, in modo superlativo, nei
sogni, essere ben altra presenza e con ben altre capacità. La prospettiva da
cui e entro cui si muove il profondo, che, come detto, è la parte di noi che con
intelligenza plasma e dirige il nostro corso interiore, il succedersi di tutto
ciò che sentiamo e che, fuori dal controllo di volontà e ragione, accade e si
propone nel nostro intimo, è ben diversa da quella della nostra parte
cosciente. Libero dal vincolo di essere compiacente e di dare conferma alla
mente conscia, l’inconscio, capace di esercitare lo sguardo riflessivo che
guarda dentro e riconosce i significati veri dell'esperienza di cui si è attori,
ben diversamente dalla meccanica del pensiero razionale, che si avvale di
attribuzioni di significato pronte, di impiego di nessi e deduzioni, che tutto
sono fuorché mezzi per aprire lo sguardo,
l'inconscio è interessato a garantire all'individuo l'accesso al vero e
a una visione ben più aperta e lungimirante di quella che in superficie e con
largo impiego di materiale di pensiero preconcetto, lo sguardo e il pensiero
cosciente sanno offrirgli. Lo sguardo e i processi di pensiero della parte
conscia sono spesso vincolati al bisogno di tenere compatta e ben difesa col
ragionamento l’idea di se stessi che è gradita, di proseguire e di far
persistere ciò che è abituale, in conformità e dentro i limiti di ciò che
comunemente è considerato normale, degno e possibile. Affidandosi, come spessissimo
capita, unilateralmente alla mente razionale se ne subiscono le distorsioni e
le limitazioni di pensiero non da poco, pur non riconoscendole come tali, anzi
a volte con l'illusione di disporre di chissà quale libertà e ampiezza di idee,
di un appiattimento della visione, di una compressione in univocità del proprio
pensiero, di un restringimento della prospettiva, come se altro non fosse
possibile, concepibile e da salvare se non ciò che è nel solco di ciò che già
si sa, dentro cui da tempo si è incanalati. E' comprensibile che, ignorando le
proprie risorse interiori, inconsapevoli e incuranti di vedere la vera natura e
le ragioni del proprio modo di procedere e di pensare, che spesso, anche se
coperto da illusioni circa il suo valore, è senza radice dentro se stessi, dove
il pensiero e i propositi, persino i progetti sono desunti da ipotesi e da
modelli preconfezionati, riprodotti pari pari o in qualche misura riadattati, è
comprensibile che ci si disperi se interiormente, per iniziativa del profondo,
che sa vedere oltre le apparenze, si aprono crepe, si fanno sentire freni o si
impongono veri e propri intralci. Dando tutto nelle sue linee base per già
compreso e acquisito di se stessi, ci si oppone come a una minaccia e a un
fastidio a tutto ciò che interiormente non gira per il verso voluto e considerato
valido e conveniente, non si dà disponibilità di ascolto ai segnali interiori, li
si tratta come segni di anomalo funzionamento, si concentra viceversa
l’interesse sul proseguire linearmente, spesso avendo come aspirazione più
forte quella di dare prova di capacità di riuscita e di merito in una corsa già
segnata e fuori discussione. Verso se stessi la pretesa e l'attesa prevalenti
sono di tirar fuori da sè argomenti e abilità da mostrare e dimostrare, come se
nient'altro contasse. C’è attesa e pretesa che tutto di sé cooperi e concordi
con i propositi di riuscita, perché ottenerla e darne prova sono diventati,
dentro il modo di procedere che nel tempo si è consolidato, l'unica o la più
forte sorgente di interesse e di autostima da inseguire, da non compromettere.
Il profondo di sé, l’inconscio, depositario delle personali e originali ragioni
di vita e potenzialità, con la consapevolezza di ciò che coerentemente con se
stessi si potrebbe da sé concepire, generare, far vivere, dare al mondo e dire,
non ci sta a una simile misera resa della propria esistenza, dove allinearsi e
farsi apprezzare e benedire, farsi confermare in ciò che allo sguardo dei più
pare degno e adeguato, sembrano gli unici scopi perseguibili, fortemente
sostenuti e strenuamente dalla parte razionale e volitiva di superficie. Il
profondo non getta la spugna, anzi dà di continuo attraverso il sentire
l’occasione per veder chiaro dentro se stessi. Certo complica le cose, inceppa
la corsa, inserisce elementi discordanti, preme più sul fermarsi, per aprire
gli occhi, che sul continuare a procedere e sul non perdere terreno. Si
vorrebbe far funzionare le cose, si vede spesso tutto in termini di riuscita e
di resa efficiente, come se su un cammino già segnato non ci fosse che da
proseguire e col miglior passo, illudendosi che in questo ci sia l'espressione
della propria forza e capacità di iniziativa e ci siano le migliori fortune
possibili da non farsi sfuggire. Non per caso e coerentemente con questa tendenza
comune, oggi nell'ambito delle psicoterapie sono assai diffusi gli indirizzi
che si propongono di correggere in senso funzionale ciò che nel malessere
interiore è considerato (dando questo per evidente e certo) solo una risposta
anomala e inadatta, non utile, che penalizza chi la vive, non diversamente da
come con l'uso degli psicofarmaci, pure assai diffuso, ci si propone di
intervenire sul sentire giudicato anomalo e patologico per metterlo a tacere,
per correggerlo, per rimetterlo in riga con ciò che è ritenuto normale, sano,
vantaggioso. L'importante è risolvere, rimettere tutto in "buono"
stato di funzionamento. L'individuo e il modo di pensare comune sono
predisposti a una simile scelta curativa, dove quel che conta è superare, passare
oltre tutto ciò che nell'esperienza interiore disagevole è giudicato solo un
peso, un aggravio inutile e limitante, un assurdo, un ostacolo di troppo e
svantaggioso. Se dentro di sè compare disagio, se interiormente la propria
situazione si complica, subito, ancor prima di rivolgersi al curante riparatore
di turno, si interpreta l’accadimento come condizione malaugurata, come guasto
e espressione di insufficienza, di incapacità di vivere le cose per il verso
giusto e normale, come disturbo, come patologia che preoccupa, che allarma.
Proporrò un esempio per far capire la diversità tra lo sguardo e il modo di
intervenire del profondo e il modo di giudicare, di pensare se stesso e di
reagire dell'individuo strettamente attaccato alla visione razionale. Accade
che ci sia chi si sente, via via in modo più paralizzante e intenso,
impacciato, timoroso, intimidito nel contatto con gli altri, particolarmente
con individui a cui, per ruolo, per statuto e per considerazione comune, si
riconosce e attribuisce autorità, titolo d'essere capaci e intelligenti, in
grado di fare da modello e di valutare dall'alto meriti e capacità personali.
Di fronte a un'esperienza come questa la risposta più frequente dell'individuo,
affidato ai criteri e ai giudizi razionali, è di volersi porre prontamente al
riparo dal disagio patito, di considerare come difettoso il proprio sentire, di
volerlo spegnere e sostituire, invocando una sicurezza, una fiducia in se
stesso che ritiene essergli dovuta, che pensa sia scontato, normale e
soprattutto valido, adeguato e meritorio possedere per non essere un minus, un
debole. Può partire la ricerca del rimedio nel farmaco, che smorzi l'ansia e
risollevi l'umore o nell'aiuto psicologico che, mettendosi nelle mani del
terapeuta, delle sue spiegazioni, dei suoi suggerimenti, delle tecniche
proposte, consenta di mettere le cose a posto, che aiuti a rovesciare presto
quelle sensazioni così disagevoli in altre più desiderabili e positive.
L’ingegneria del cognitivo comportamentale, che si autoincensa come approccio scientificamente
provato, senza tanto andare a cercare indietro si propone di offrire
l’alternativa di un pronto e efficace intervento sul punto oggi dolente,
facendo leva sull’idea del disfunzionale applicato a ciò che pare anomalo,
complicante e di intralcio interiormente, senza senso, anzi controproducente,
per mettere in atto la correzione che permetta di non farsi compromettere la
vita e i risultati “felici” possibili da assurdi modi di intendere e sentire.
C’è poi la psicoterapia che, andando a cercare nel passato, in esperienze
dolorose, in traumi patiti, in condizionamenti negativi subiti, in carenze di
figure significative, la presunta causa, l'origine nascosta di una così debole
sicurezza e fiducia in se stessi, consenta di rompere la catena del malessere.
Se non è zuppa è pan bagnato, i diversi e in apparenza qualitativamente diversi
approcci puntano tutti a risanare i meccanismi, a liberare da presunti guasti e
inghippi, per rimettere in piedi e in buono stato di efficienza il procedere
consueto nelle sue linee base e con i suoi fondamenti fuori discussione, dati
per normali. L’ottica e il punto di vista del profondo, il problema che vuole
sollevare, lo scopo cui tende l'inconscio, che accende e tiene vivo il disagio
di cui ho parlato, sono decisamente tutt'altra cosa. Ciò che il disagio vuole
far capire, le questioni fondamentali che vuole sollevare, sono ben altro che
un problema di cattivo funzionamento da riparare con qualche tecnica o trucco,
per (provare a) proseguire contenti e regolari. Si tratta di ascoltare ciò che
il sentire dice con attenzione e fedelmente. Se il profondo vuole rendere
consapevole l'individuo, non attraverso il ragionamento, ma attraverso
esperienza viva, da un lato del suo affannarsi a cercare consenso, del peso non
secondario che ha nella sua vita lo sguardo altrui, dall'altro della scarsità
di autonomia di giudizio attorno a se stesso, conseguente al non aver coltivato
e dato sviluppo alla conoscenza autonoma e approfondita di se stesso, cos'altro di meglio potrebbe
scegliere che rendere acuta nell'esperienza la percezione del problema, non
consentendo di passare oltre? Non è casuale che, senza conoscenza di sé ben
verificata e profonda, senza lo sviluppo di una autonomia di sguardo e di
giudizio su se stessi e sulla propria esperienza, senza la conquista di una
vera capacità di guidarsi da sè (si tratta di lacune e di necessità di crescita
personale, cui non si rimedia con qualche tecnica e ragionamento), lo sguardo e
il giudizio altrui siano un riferimento così presente e condizionante, che
diventino l'autorità a cui rifarsi e da cui dipendere. Se il profondo prende
l'iniziativa di rendere nel sentire cocente tutta questa questione, accentuando
le sensazioni di impaccio, di soggezione, di paura dello sguardo altrui, lo fa
per indurre a aprire gli occhi, a non prescindere da questa verità, a trattare
questa come l’occasione per cominciare a capire, a capirsi, a trarne spunto e
spinta a lavorarci sopra e in profondità. Questo l’intento del profondo, ben
altra cosa dal trattare quanto messo in campo, che pur difficile e spiacevole,
ha uno scopo tutt’altro che insignificante o sfavorevole, come una disfunzione da correggere con
qualche tecnica impartita di gestione e di preteso controllo sul proprio
sentire o come il disturbo da debellare andando a ritroso a cercare qualche
motivo di afflizione, trauma o cattivo condizionamento subito che possa
spiegare tutto, augurandosi di riportare tutto al dritto, per proseguire come
prima e nelle stesse condizioni fondamentali di sempre. Se il profondo, anzichè
sostenere lo sforzo di ben funzionare, inceppa e intralcia la corsa a dare
buona prova, a dare dimostrazione, a avere prontezza e fluidità nel dire,
rendendola affannosa e timida, fino a imbrigliarla, lo fa perché casomai quella
di ottenere la buona prestazione e di averci un pò di apparente sicurezza è da
un lato solo una maschera e una figura da mostrare e difendere (per non fare
brutta figura), con sotto nulla che sostenga davvero quella messa in scena e
dall'altro perchè, anche dove ottenesse la riuscita, sarebbe misera conquista e
altra da ciò che l'individuo potrebbe scoprire, costruire e offrire a se stesso
passando attraverso di sè, facendo un valido lavoro su se stesso. Più
importante del dare buona prova per sentirsi a norma e funzionanti, è la
necessità, questo sollecita e propone l’inconscio, di vedere chiaro il proprio
modo di procedere, di conoscersi senza restrizioni, in profondità e senza veli,
dando a se stessi l’opportunità di aprire gli occhi, di stimare da sé cosa vale
e merita davvero di essere conquistato, smettendola di rincorrere a testa bassa
prestazioni congeniali solo a raccattare consenso esterno e poco più. Il
rischio per l'individuo, ancora privo di visione propria, di comprensione di
ciò che profondamente gli appartiene e che potrebbe concepire da sé e generare,
di incanalare e di spingere la sua vita in qualcosa che è pallida sembianza di
una vita propria e di ciò che sarebbe capace di realizzare, fa sì che il
profondo prenda ferma, intransigente posizione. Se l'individuo, che vive
l'esperienza disagevole che ho descritto, affidandosi ai suoi criteri
razionali, cerca di porre rimedio e di correggere o di farsi aiutare a
correggere ciò che considera solo una distorsione da sanare per procedere più
libero da intralci il cammino di sempre, il suo inconscio vuole invece
attraverso il malessere metterlo alle strette su una questione ben più
importante, vuole evidenziargli invece il vuoto che sta sotto il suo procedere abituale, la sua non conoscenza
di se stesso e la non consapevolezza del modo di condurre la sua vita, vuole
stimolare in lui la responsabilità di prenderne visione e di modificarne i
fondamenti. Nell'incontro col proprio intimo, nell'ascolto e nel dialogo con la
propria interiorità, c'è tutto ciò che può dare la visione chiara del proprio
stato, senza mistificazioni, la scoperta della propria identità vera, la
formazione graduale del proprio bagaglio di idee fondate, comprese da sè e alla
radice, che rendono capaci di sostenere progetti e percorsi di cui essere
protagonisti e artefici, con passione e
con convinzione salda, liberando se stessi dalla dipendenza dalla
autorità dello sguardo e del giudizio degli altri. E' questa la condizione per
dare un nuovo volto, originalmente proprio, alla propria vita di cui essere
fieri, capace di sostenere e a ragion veduta una fiducia in se stessi forte e
tenace come non si è mai avuta, una fiducia, un'autostima e una sicurezza ben
piantate e motivate, non gonfiate ad arte e gratuite come si sarebbe preteso.
L'inconscio spinge verso la conquista di questi traguardi. Se serve aiuto,
questo può rivelarsi valido e prezioso se favorisce la scoperta di se stessi,
particolarmente della parte di sè più intima e profonda sinora ignorata,
sottovalutata o temuta, se favorisce la propria crescita solida e vera e non
aggiustamenti che lasciano intatta la propria condizione di fragilità, di
mancanza di salde radici proprie, di lontananza da se stessi. La conoscenza di
se stessi può essere piegata alla pretesa di tenersi sul binario di ciò che si
considera normale, adoperandosi per far funzionare tutto secondo gli andamenti
soliti, anche se in disarmonia e in disaccordo col proprio profondo, che non ha
mancato e che non mancherà di farsi sentire. Ben altra cosa è la conoscenza trasparente,
sincera e approfondita verso cui spinge il profondo, una conoscenza che,
alimentata dall'inconscio col sentire e in modo straordinariamente valido con i
sogni, se assecondata e coltivata, diventa la base del cambiamento di qualità e
di sostanza della propria vita, per prenderne davvero in mano la guida, per
darle volto e contenuto originali e propri, per avere unità di visione e
d'intenti con tutto il proprio essere.