E' difficile parlare di un buono o di un cattivo rapporto
con se stessi quando non si ha una visione chiara di cosa sia questo rapporto,
di cosa sia implicato. In genere si ha una visione di se stessi che ha come
fulcro e centro la parte cosiddetta conscia, che fa leva su pensiero ragionato
e volontà. Non sfugge la presenza nell'esperienza che si fa di se stessi di
emozioni, di pulsioni, di stati d'animo, di moti del sentire, ma li si
considera contributi secondari da tenere in conto con riserva, a volte visti
con compiacimento, quando sembrano confermare e esaltare ciò che si gradisce
ottenere, pensare e mostrare di sè, altre volte trattati con un certo imbarazzo
se non rivelano di sè ciò che si predilige o che si considera adeguato e
lusinghiero, fino a provare fastidio e disappunto quando minacciano di guastare
la propria reputazione, quando sembrano fare soltanto da ostacolo e impedire la
riuscita che si vorrebbe. C'è poi chi si considera più vicino e permeabile alle
emozioni, agli stati d'animo, c'è chi si fa vanto di doti di sensibiltà, non
senza il rischio di incorrere in qualche forzatura pur di ottenere una resa che
in alcuni contesti pare offrire consenso e benevolenza altrui, anche
ammirazione. C'è viceversa chi si fa vanto di non lasciarsi trascinare dalle
emozioni, di saper esercitare un controllo, particolarmente quando si tratti di
paure, di esitazioni, di impacci, di stati di tensione e di ansietà, tutte
condizioni considerate segno di inadeguatezza, di insufficienza. La parte
interiore è comunque un'incognita, la vera incognita che vive, che abita dentro
se stessi. Il resto è oggetto di sforzi di pianificazione, di organizzazione,
la componente interna del sentire è l'elemento, la variabile che non sottosta
ai calcoli, alle previsioni, ai programmi. Non mancano di certo i tentativi di
disciplinarla, di addestrarla, perchè non comprometta, perchè anzi faccia da
supporto e leva per la riuscita che si vuole ottenere. E' poi diffusa l'idea
che uno stato smosso del sentire, che una condizione interiore di tensione, di
inquietudine, di cosiddetto stress, possa guastare oltre che l’efficienza e la
buona prestazione nel produrre pensieri e azioni, lo stato di benessere
corporeo. Insomma questa parte di sé, poco o nulla disciplinabile e
programmabile, rappresenta il fuori programma da tenere a bada. Cosa questa
parte viva di se stessi sia e cosa voglia dire e portare nella propria
esperienza è questione che non assume rilevanza, non la assume la necessità di
attenta comprensione, in genere ciò che si sente, ammesso che ci si badi, lo si
spiega velocemente, lo si legge come risposta condizionata a cause e a
circostanze esterne, come reazione più o meno a
norma, ben aderendo a schemi di giudizio e a stereotipi correnti, ciò
che invece conta è gestire questa parte di se stessi, che è scontato non abbia
parte decisiva nella formazione del proprio pensiero, nella definizione degli
obiettivi da perseguire, che semmai deve evitare di procurare difficoltà, di
mettere in campo ostacoli o intralci. Il buon rapporto con se stessi prende
dunque spesso la forma della concorde intesa e conferma di ciò che nella parte
conscia si considera valido e desiderabile ottenere, col compiacimento nel
registrare una sorta di tacito assenso, di silenzio della componente interna.
Sono non di rado stati di breve durata, spesso con solo apparente consenso e
solidarietà interna, perchè la componente intima e profonda difficilmente si
adegua e tace, avendo dalla sua la capacità e l'intento di dare stimoli e
richiami, di porre in primo piano esigenze di chiarimento sul conto
dell'esperienza e dei modi di condurla, dei risultati perseguiti, di verifica,
di spinta e pungolo alla ricerca del vero. Se il buon rapporto con se stessi
fosse veramente tale si fonderebbe su apertura e confronto rispettoso e
sincero, approfondito e senza riserve con questa parte di sè intima e profonda.
Diversamente il buon rapporto voluto o enfatizzato ha sottintesa una pretesa di
acquiescenza, di sudditanza di una parte di sè abitualmente tenuta in disparte
e marginalizzata, per smorzarne i toni, quando scomodi, comunque subordinata a
preteso vaglio e giudizio, a egemonia del controllore conscio. Buon rapporto
allora si fa per dire, come in dittatura può essere buon rapporto quello del
docile asservimento e dell'ordine che tutto copre. Nel caso dell'individuo è
per fortuna garantita la non sottomissione e la non acquiescenza della parte
profonda, che non smette mai di mettere in campo la sua autonomia di iniziativa
e la sua libertà di pensiero.
mercoledì 11 giugno 2025
Un buon rapporto con se stessi
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