sabato 8 agosto 2026

La cura che oscura

Quando il malessere interiore ti prende d'assalto e non ti dà tregua, nulla ti sembra più desiderabile e a te più favorevole che metterlo a tacere, che superarlo. Ti senti menomato, oppresso da quel sentire, che limita i tuoi passi e slanci, che non ti dà la possibilità di procedere a cuor leggero, che sembra condannarti a una triste sorte. Subito ti paragoni agli altri che ti raffiguri come nella bella sorte, comunque non azzoppati dal sentire che porti dentro di te, che sembra guastare tutto e riservarti la peggiore condizione e ingrata. L'idea che le cose non girino a dovere, che nel malessere ci sia un andamento anomalo, un guasto, prende subito piede, ti sembra una cosa scontata e evidente, che non richiede verifiche. Nei più diligenti si apre la domanda circa il perchè di quel malessere e lo sguardo va subito su circostanze, su possibili fattori esterni disturbanti o su eventuali cattive rese nel proprio comportamento, su qualcosa che mal riuscito potrebbe non dare via libera. Per i più la faccenda sembra chiara, c'è in  quello stato interiore disagevole, in quel sentire difficile e sofferto, che non cede, che insiste, un che di anomalo e insano, che reca danno, cui urge porre rimedio. E' una tesi che trova conforto e sostegno nel così pensano tutti e particolarmente nella proposta di fior di esperti, di curanti, siano il medico curante o psicoterapeuti vari, pronti a offrire soluzioni, rimedi, interventi volti a liberare da quel malessere, a correggere risposte e atteggiamenti "disfunzionali", oppure a indagarne le cause nel presente delle situazioni e relazioni, più spesso nel passato, cercando le ombre di cattivi apporti dell'educazione, di carenze patite, di traumi subiti. Quel che sta alla base di tutte queste proposte curative è che di fronte al malessere, che sia definito come ansia o come depressione o come altro, si tratti di correggere e risanare, di porre rimedio a un che che svantaggia, che non permette di riprendere o di immetersi in un corso di esperienza che permetta di ben funzionare, di procedere senza intralci interiori, di ben adattarsi. Cosa sia l'esperienza interiore, cosa la muova, quale sia lo scopo della crisi e del malessere interiore, dove voglia portare, è qualcosa che va oltre le capacità di comprensione insite nell'idea comune e in quella di tanti esperti e curanti attrezzati di tutto punto per mettere a posto le cose con presunta capacità di capire e di entrare in contatto con l'altro, col paziente di turno. La visione dell'individuo che è più diffusa lo riduce alla sua parte conscia con una appendice più intima che non avrebbe granchè da dire se non come eco e cassa di risonanza di vicende e di situazioni esterne, oppure per i più sofisticati con l'idea di una parte inconscia che di fatto girerebbe, a modo suo, a volte contorcendosi, comunque secondo le leggi di senso della parte conscia, nel verso di essere deposito e memoria di esperienze poco felici, magma di spinte, di desideri inappagati, di pretese che la parte conscia avrebbe il compito di contenere, parte conscia ritenuta più evoluta e con senso maturo di realtà. Quante belle pensate! Ciò che è certo è che spesso, spessissimo, manca familiarità e capacità di incontro e di dialogo con la parte intima e profonda di se stessi, che non è certo al centro del  processo di cosiddetta crescita dell'individuo, abituato a imparare, a istruirsi, a farsi dire e dare lezioni di vita e di pensiero dal pensato comune e dalla cosiddetta cultura, piuttosto che da esercizio di ascolto del proprio sentire e di riflessione sulla propria esperienza, a riconoscerla e a coltivarla come base feconda per capirsi, per generare pensiero, per costruire idee su fondamento riconoscibile con i propri occhi e vivo. L'interiorità dunque resta l'incognita della propria esistenza, la presenza viva dentro se stessi, l'invito sempre presente nel proprio sentire e nei propri sogni di un avvicinamento e di un dialogo con se stessi,  declinato, la proposta incompresa, oscurata. Non si frequenta l'intimo di se stessi se non e sbrigativamente per rilanciare l'iniziativa e la corsa verso l'esterno, non si scopre quanto è importante, affidabile e preziosa la propria parte profonda, senza il cui apporto si è solo individui monchi di guida e di pensiero  proprio, bisognosi di perenne accordo, sostegno esterno nella forma del dare prova, del fare mostra e del ricevere consenso. Le relazioni riconosciute sono a senso unico, sono solo quelle esterne, con gli altri, la relazione con la propria interiorità non è riconosciuta come vitale e importante da coltivare passo dopo passo, anzi spesso c'è fuga dal ritrovarsi a tu per tu col proprio intimo, dalla solitudine vissuta come vuoto e mancanza. La relazione con la propria interiorità non è certo sperimentata come il cuore della propria esistenza, il luogo del prendere visione, del trovare base di conoscenza, di intesa con se stessi e di orientamento, di scoperta del senso. Se la parte profonda bussa, preme e esercita col malessere richiami, se interviene per rendere finalmente centrale e riconoscibile il rapporto con se stessi, per spingere a costruirlo, a coltivarlo, per generare ciò che manca e che è essenziale per essere individui veri e autonomi, rapporto senza il quale si è solo in corsa per non essere da meno di altri, la risposta è spessissimo di una cura, di un prendersi cura di se stessi che oscura, che torna a oscurare la parte intima, il possibile nuovo dell'incontro e del dialogo con la propria fonte vitale profonda. 

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