Il rapporto con se stessi non è generalmente al centro del proprio interesse. Parlo di rapporto nella pienezza del termine. Non se ne comprende la traducibilità e il senso, se non in una accezione molto limitata. Al più lo si intende e lo si traduce in termini di atteggiamento più o meno concessivo, di benevolenza o di severità di giudizio rivolti da parte propria a se stessi, come spesso si fa con un bambino cui dare o negare soddisfacimento e accondiscendenza. D'altra parte se nell'idea, nella rappresentazione che ci si dà di se stessi, è incluso prima di tutto e messo in primo piano ciò che di sè si conosce e riconosce abitualmente e che consiste nella capacità di pensiero razionale e nell'esercizio di volontà e di iniziativa, di capacità operative, includendo solo di straforo il sentire come parte in subordine, come eco e reazione a fattori esterni, come espressione comunque da gestire, possibilmente da regolare, cui concedere a tratti sfogo o espressione, è comprensibile che il rapporto con se stessi abbia limiti di comprensione e margini di esercizio più che esigui. Ciò cui, lavorando su se stessi, ci si dedica maggiormente è di fare manutenzione delle leve operative, di fare lavorio su ciò che si fa e si mette in opera, casomai con sollecita cura e accorto calcolo, a tratti preoccupazione accesa, con la possibilità di infilarsi in qualche cruccio quando pare di aver commesso errori, di rischiare la reputazione, di compromettere il buon accordo con altri o per insoddisfazione per mancato raggiungimento di risultati desiderati. Il rapporto con se stessi può ridursi a questo lavorio o a dare spazio a qualche lamento, talora a qualche rimpianto, talaltra a qualche desiderio di novità, di nuove iniziative che promettano un che di più appagante o che permettano di evadere da un senso di stagnazione e di vuoto, di malessere verso cui prevale la necessità del rimedio piuttosto che dell'ascolto e della presa di visione di ciò che rivela. I rapporti considerati decisivi, cui si riconosce necessità di attenzione, di cura sono i rapporti con gli altri. Solo lì si vede sostanza, storia, solo nei rapporti con gli altri si vede occasione e non di rado ragione di scontento, solo in questi rapporti si traffica a dismisura. La stessa psicoterapia in larga parte delle sue espressioni pone al centro dello sguardo il rapporto con gli altri, dentro cui si indaga per trovare presunta origine e causa di crisi e di malesseri interiori, dentro cui si riconosce il terreno considerato reale su cui c'è da trovare vita e senso, opportunità di crescita e risorse, espressione e realizzazione di sè. Non è riconosciuta la realtà, tutt'altro che immaginaria, del rapporto con se stessi, di cui a ben vedere, ma su questo terreno le sviste e l'incomprensione regnano spesso sovrane, c'è solido fondamento, di cui sono ben presenti e vive le basi e le ragioni tutt'altro che fantasiose o aleatorie. Quando, smettendo d'andare via di corsa, di stare distratti e un fusione o confusione con altro e altrove, si apra al contatto, alla percezione e al riconoscimento di se stessi, a una conoscenza vera, tutt'altro che fantasiosa, comprensiva di ciò che realmente vive di se stessi, si renderebbe ben riconoscibile che il proprio essere non è confinato nella parte in cui solitamente con più favore e per abitudine si indugia, ma che esiste e è ben tangibile una parte intima e profonda che pulsa di continuo nel proprio sentire, nel corso dei propri stati d'animo, in ciò che, oltre i confini di volontà e ragione, accompagna ogni passo della propria esperienza, coinvolgendo interiormente e spingendo a aprire lo sguardo, che nei sogni, messo a tacere l'agire e il diversivo esterno, dice e conduce dentro esperienza tanto a prima vista strana quanto densa di significato e di capacità di rendere riconoscibile il vero. Dunque esiste la base viva e reale di un rapporto tra la parte dentro cui, in assenza di questo rapporto, si rischia di rimanere confinati in assetto di attività e in condizione di prioritaria relazione con l'esterno, con gli altri e la parte intima e profonda di sè, che continuamente, nel sentire e nei sogni si fa avanti e si propone. Diversamente, se non si riconosce e coltiva questa possibilità di rapporto, si rimane fermi alla vaga idea di un proprio mondo interiore, che si concepisce come oggetto e territorio un pò oscuro, come riflesso o ombra degli accadimenti soliti, come incognita poco affidabile verso cui tenere la distanza di sicurezza non pare così sbagliato. Che questa parte interiore e profonda dica e assai accortamente, creando l'incomodo della ricerca del verità di se stessi, che toglie veli e spinge lo sguardo oltre l'apparente, che intervenga di continuo, che nell'esperienza quotidiana dia segnali e spunti di ricerca nel sentire, che offra guide di approfondimento e specchi di verità di formidabile acume e affidabilità come nei sogni, che abbia capacità intelligente di stimolare la riflessione su se stessi, che sia l'artefice e promotrice di ogni crisi e malessere interiore per impegnare a fare seria verifica, per smetterla di procedere senza consapevolezza del vero, senza dotazione di autonoma visione e capacità di orientamento, tutto questo, ben tangibile e riconoscibile dentro il percorso di analisi, di un'analisi ben condotta, è spesso e generalmente ignorato, incompreso. Dunque il rapporto con se stessi, con la parte intima e profonda di sè, ha ben valido motivo di essere riconosciuto non solo come realtà vera ma pure come centrale, come realtà dentro cui, casomai con l'aiuto di chi sappia guidare in questa scoperta, imparare a calarsi e a riconoscersi, a muoversi. Il rapporto con se stessi, inteso come rapporto di ascolto e dialogo con la propria interiorità è il luogo della presa di visione del vero e della scoperta attenta e autonoma dei significati originali insiti nella propria esperienza, ben diversi da quelli, tratti da senso comune, messi sopra col ragionamento, della formazione e crescita di una visione propria, di sviluppo di autonomia nel segno dell'accordo con se stessi e non dell'intesa con il pensiero comune. Nel rapporto con gli altri si porta ciò che si sa conquistare e portare a maturazione nel rapporto con se stessi. Se nel rapporto con se stessi e nel lavoro sulla propria esperienza si dà spazio al darsi spiegazioni prese in prestito e che rassicurano, levando di torno l'incomodo della verifica attenta e della scoperta del vero, se si dà priorità alla pronta ricerca del rimedio rispetto al dare respiro alla presa di coscienza e alla conoscenza del vero, sarà inevitabile riprodurre la stessa tendenza nel rapporto e nello scambio con gli altri. Se nel rapporto con se stessi si tende a chiudere all'intimo sentire quando difficile e spiacevole, non si potrà che assecondare la stessa tendenza nell'incontro e nel dialogo con l'altro. Se la tendenza è a non mettere al centro dello sguardo la propria responsabilità e a fare recriminazione, a addossare responsabilità a altro e a altri, se la critica tende a andare tutta fuori, si può ben capire che il rapporto con gli altri ne sarà segnato. Se il giudizio altrui è punto di riferimento più o meno riconosciuto come vincolante, se lo stare in corsa e gara con gli altri, se il non essere da meno è fulcro della propria autostima, il rapporto con gli altri ne sarà segnato eccome. Tutto questo, che riguarda la conoscenza di se stessi, nel rapporto e nel confronto con la propria interiorità, ascoltando e entrando nelle pieghe vive del proprio sentire, raccogliendo le guide e gli spunti di ricerca dei propri sogni, lo si può andare a vedere, a toccare con mano e diventa il terreno in cui crescere davvero e trasformarsi. Se ci si pensa come nella esclusiva realtà segnata dall'attaccamento a altro che sta fuori, se si pensa che sia lì il terreno della propria crescita, si finisce per farsi soverchie illusioni. Di per sè il rapporto con gli altri, se non indirizzato e alimentato da lavoro su se stessi, non è il luogo delle meraviglie, bensì spesso è il luogo dove si riproducono i propri limiti di espraneità a se stessi, dove si assorbono e si riproducono modi di intendere comuni, punti di riferimento soliti, dove detta legge la ricerca di apprezzamento e di appoggi cercati nello sguardo, nel giudizio e considerazione altrui, per sentirsi nel vivo e nel reale dell'esistenza, per considerarsi in linea col normale sano e sensato. Si rischia così di continuare a ignorare che è proprio nello scambio con il proprio intimo e profondo che si può ritrovare il luogo della conoscenza di sè e della scoperta dei significati veri sulla base e nelle guide di quanto si sperimenta interiormente, anche sofferto e difficile, della scoperta con i propri occhi, senza suggerimenti esterni, delle proprie ragioni di vita e aspirazioni più autentiche, del proprio potenziale umano che vuole vivere e tradursi e non omologarsi e correre dietro a altro e a altri.
domenica 31 maggio 2026
mercoledì 20 maggio 2026
Le ragioni del malessere
(Rimetto in primo piano questo mio
scritto di alcuni anni fa) Perché succede, cosa vuole questo malessere interiore,
questo tormento? Spesso chi lo vive lo tratta con preoccupazione crescente e
con insofferenza. Teme sia, oltre che un ostacolo, una minacciosa presenza. Lo
vive come un accidente sfavorevole, una sorta di corpo estraneo, che
lavorerebbe contro i propri interessi, pur così interno, intimo, addentro il
proprio essere. E' convinzione assai diffusa che il malessere sia provocato o
indotto da circostanze e da condizionamenti sfavorevoli, che sia la
manifestazione o la conseguenza di un meccanismo, fisico o psicologico, logoro
o guasto, ammalato. Dirò subito che il malessere interiore, nelle sue diverse possibili
espressioni, tutte significative e da comprendere attentamente, è viceversa la
manifestazione di una forte, risoluta presa di posizione interna della parte
intima e profonda, che non vuol tacere, che vuole che la verità e l'attenzione
a se stesso diventino per l'individuo questioni centrali e esigenze
prioritarie. Pensa che sia un’anomalia, vuoi la manifestazione di un meccanismo
guasto, vuoi la conseguenza di un distorto modo di vedere la realtà e di
reagire, vuoi ancora una pena intima indotta da qualcosa, esterno a sè, nocivo,
risalente al passato o attuale, chi, pur con diverse spiegazioni circa il
presunto "guasto", concepisce la superficie come fosse il tutto.
Pensa al guasto e alla necessità della riparazione per la ripresa del normale,
chi pensa la modalità solita e presente di esistere e di procedere come l’unica
possibile, chi non comprende il malessere interiore come intervento e
espressione, non cieca, del profondo. Liquida sbrigativamente il malessere
interiore come disturbo e basta, chi pensa che emozioni, vissuti, sentire e
vita interiore, che tutto ciò che non è ragionamento e volontà, sia solo un
accessorio irrilevante e subalterno, un po’ colorito, ma poco o nulla
affidabile quanto a intelligenza e a capacità di dare orientamento. Nel nostro
essere il profondo, l'inconscio c’è e non è certo presenza di poco peso e
valore. Tutto ciò che accade nel nostro sentire e nel corso della nostra
esperienza interiore è governato, in modo mirato e intelligente, dal nostro
inconscio, è sua voce, non è affatto casuale, non è semplice risposta
automatica, riflessa a situazioni e a stimoli esterni. Che accada di sentire
inquietudine, timore e apprensione insistenti e pervasivi, persistente pena,
senso di fragilità, di vuoto, di infelicità e quant’altro definito come ansia,
depressione o altrimenti, non è frutto del caso, non è traduzione
meccanica di logorio subito, nè sgangherato modo di reagire, non è insana o
abnorme risposta, è viceversa lucida e consapevole, ferma e irremovibile
espressione di capacità e di volontà interiore e profonda, di una parte non
irrilevante di se stessi, di intervenire perché si guardi dentro di sè,
nell‘intimo vero, cosa sta accadendo della propria vita, perché non ci siano
stasi e assenza di consapevolezza, lontananza da se stessi e passivo
adattamento. Basta, con l'aiuto giusto, di chi sappia guidare ad avvicinarsi a
se stessi e al proprio mondo interiore, risolversi a cercare rapporto,
ascolto e dialogo con se stessi e col proprio profondo, basta risolversi a
dargli voce, a riconoscergli voce, senza squalificarlo in partenza come
dannoso, negativo o malato, perché il malessere, perchè l'intimo sentire faccia
ben intendere e vedere cosa sa, cosa riesce efficacemente e puntualmente a
evidenziare, a far conoscere di se stessi, a smuovere. Basta disporsi, come si
è aiutati e incoraggiati a fare dentro una buona esperienza analitica,
all’ascolto, aperto e disponibile, senza pregiudizi, alla ricerca del senso
piuttosto che del rimedio che spazzi via, con impazienza e ciecamente, tutta
l’esperienza interiore disagevole, per rendersi conto (sempre meglio via
via che dialogo e ricerca procedono), che non c’è guasto e meccanismo rotto,
che non c’è caos o irrazionalità dentro se stessi, che il malessere non è
maledetta sorte o accidente, patologia o altro, ma specchio per vedersi e per
capire. E' potente richiamo, invito fermo a lavorare su di sé, a prendere
coscienza di come si è e di come si procede, di ciò che manca, che va
finalmente costruito, che mai finora è stato cercato e costruito. Non ci sono
cause e responsabilità da cercare altrove da se stessi, in altro e in altri,
come odiosi impedimenti al proprio star bene, non c'è stupida incapacità di
vivere normalmente e felicemente, c'è semmai prima di tutto consapevolezza da trovare,
senza sconti e senza equivoci, del proprio stato attuale, verità anche scomode
da riconoscere e da non rimpallare. L'inconscio, sia con le tracce vive del
sentire sia coi sogni, non tace nulla e cerca l'intimo vero, il senso, non usa
nè pregiudizio nè camuffamento. L'inconscio, che richiama in modo così forte
l'individuo alla partecipazione al dentro prima che al fuori, esercita una
spinta formidabile, che, se saputa comprendere e condividere, offre visione
lucida e appassionata, consapevolezza profonda di sè e del proprio da mettere
al centro e a fondamento della propria vita. L'inconscio col malessere
interiore smuove e turba il quieto vivere per uno scopo riconosciuto nel
profondo del proprio essere come irrinunciabile: far vivere se stessi, il proprio
potenziale vero. Per realizzare questo scopo, non già in tasca e traducibile in
un attimo, come spesso si pretende, è necessaria una graduale e profonda
trasformazione. Ci sono fondamenta nuove da gettare, nuovo rapporto da creare
pazientemente con se stessi, nuove scoperte, originali e utili, anzi
essenziali, da fare dentro sè e col proprio sguardo, ci sono vicinanza al
proprio sentire, comprensione intima e unità d’essere con se stessi, mai
possedute e mai cercate, da trovare e rafforzare finalmente. Era sufficiente
infatti in precedenza, prima della stretta più decisa del malessere, andare per
la strada segnata, fare come si usa in genere e in genere si dice, bastava quel
riferimento comune, bastava un po’ di ordine mentale regolato dal ragionamento,
che chiarisce e oscura contemporaneamente ciò che fa comodo oscurare o che non
si comprende, bastava tutto questo per sentirsi a posto e "normali".
Capitava in realtà, non raramente, che il proprio sentire complicasse
l'esperienza, che inserisse elementi dissonanti, veri richiami per vedere le
cose più nitidamente, per non trascurare implicazioni, non certo dettagli
insignificanti, ma tutto questo lo si trattava come un inutile rumore di fondo,
come fastidiose interferenze di una parte emotiva "irrazionale". Era
sufficiente darsi un pò di quieto vivere, di adattamento, bastava variare
qualche luogo, abitudine o altro per convincersi che la questione decisiva per
il proprio "star bene" fosse solo la scelta delle circostanze e delle
persone giuste, delle opzioni esterne che avrebbero cambiato tutto per sè,
deciso le proprie fortune in bene o in male. Bastava un pò di allineamento al
modello comune, un pò di parvenza di buon funzionamento, di possesso delle cose
o delle espressioni ritenute in genere irrinunciabili o da molti apprezzate,
non importa se portandosi interiormente mille segnali diversi e incompresi, non
importa se senza mai sentirsi davvero su terreno saldo di consapevolezza, su
sostegno di desiderio profondo, di corrispondenza con se stessi. Procedere
in quel modo bastava alla parte di sé cosiddetta conscia, ma non bastava di
certo alla parte profonda, meno illusa dalle apparenze, meno preoccupata di
stare in linea e al passo con la normalità, meno timorosa di perdere quel
treno, più preoccupata di non perdere se stessi. Quel che sto dicendo lo dico
dopo lunga ricerca e dialogo col profondo, dopo aver fatto cammino di ascolto e
di ricerca con chi accompagno da oltre trent’anni nella ricerca di comprensione
della radice del perché, del senso e dello scopo del proprio malessere
interiore. Quando davvero gli si dà retta, come si fa in una buona esperienza
analitica, il profondo prende a dire subito il perché e il senso del malessere.
Bisogna ascoltarlo sia dentro il sentire, che il profondo muove e orienta, sia
nei sogni. Da subito nei sogni l’inconscio comincia a far vedere dov’è la
ragione del malessere e della crisi, da subito conduce a vedersi allo specchio
nel proprio modo d’essere e di procedere, da subito comincia a evidenziare i
nodi mai avvicinati, i vuoti, le illusorie verità che non reggono, da subito,
con grandi forza e fiducia, apre il cantiere della costruzione del proprio
originale modo di essere, di esistere, di pensare e di progettare. E’ un
cantiere dove serve fare un lavoro serio e paziente, perché la normalità è
maschera o vestito già confezionato che basta indossare, mentre essere
individui pensanti di pensiero e di visione propria e coerente con se stessi
richiede molto, molto di più e comprensibilmente. Si pensa la psicoterapia e la
si pratica spesso come officina di riparazione per tornare normali, per trovare
da qualche parte qualche ipotetica causa attuale o preferibilmente remota, che
avrebbe ingrippato il meccanismo. Non c’è, per ciò che, pur difficile e
sofferto, vive oggi interiormente, da cercare causa o fattore avverso di
cui si sia o si sia stati vittime, c’è semmai da comprendere ciò che l’intimo
sentire oggi dice e fa vedere di se stessi. C'è da intendere ciò che la
propria interiorità spinge, attraverso sentire e sogni, a formare di
consapevolezza, di pensiero proprio e di progetto, che finora sono mancati e
che sono prezioso e indispensabile bagaglio, per non perdere davvero scopo e
valore della propria vita. So che questa mia lettura del significato della
crisi e del malessere interiore, non filosofica o inventata, ma frutto di esperienza e di confronto con l’intima esperienza e sofferenza, di dialogo e di
lavoro quotidiano col profondo, non coincide con l‘immediata attesa di molti
che vivono disagio interiore, che chiedono, come proprio bene, prima di
tutto l'annullamento del malessere e la normalizzazione, come so che non è
omogenea a modi assai frequenti di intendere la cura, il prendersi cura di chi
vive simili esperienze interiori. L’atteggiamento curativo, che, in apparenza
benevolo e favorevole, cerca il rimedio, che col farmaco vuole sedare o
mitigare, che con prescrizioni e suggerimenti vuole riplasmare i comportamenti
e le reazioni, abbattere "l'ostacolo" interiore o che va a caccia di
ipotetiche cause per costruire una sorta di spiegazione logica del perché del
malessere, per tornare a chiudere il cerchio, lasciando tutto, del procedere e
del rapporto con se stessi, come prima, rischia, malgrado le buone intenzioni,
di diventare una barriera, se non una vera pietra tombale messa sopra una parte
di sé intima e profonda, tutt’altro che malintenzionata, certamente non
compresa nella sua intenzione e non valorizzata nella sua capacità propositiva.
Rischia di perpetuare paura e incomprensione di se stessi, di ciò che vive
dentro se stessi, di bloccare sul nascere o di non favorire, come la spinta
interiore richiede, un necessario, utilissimo processo di cambiamento, di
rinnovamento. Prendersi davvero cura di sè significa aprire a se stessi e
scoprire che ciò che di sè si temeva può diventare la fonte, il fondamento
della propria salvezza, del proprio vero benessere.
venerdì 15 maggio 2026
Il cestino
Nel cestino ci finisce spesso l'intelligenza del sentire. E' il risultato dell'intelligenza razionale, che sa remare nell'unica direzione che considera (che si fa dire) essere possibile e valida, che non intende altra ragione, altro di ragionevole che non sia far girare le cose nel verso della riuscita normale, a norma dell'idea comune di ciò che va bene e di ciò che non va. La mente razionale, quando si confronta con ciò che accade interiormente, nel suo monologo, non sa infatti entrare in dialogo con l'interiorità, che considera solo un oggetto di indagine, le parla sopra, le dà spiegazioni, si crogiola nelle sue operazioni di incastro logico, in cui, a partire da attribuzioni di significato prese in prestito dall'uso comune, prese automaticamente per buone, mai interrogate alla radice, fa le sue deduzioni, fa giri di argomentazioni di cui non riconosce necessità di verifica di valido fondamento e di rigorosa attinenza e corrispondenza con quanto l'esperienza interiore dice, rivela. Sono verifiche di cui chi produce un simile pensiero non sente necessità di rendere conto a se stesso, perchè nel conto si avvale, a suffragio e a sostegno delle sue tesi, di tutto l'armamentario e del supporto di idee correnti di cosiddetto buon senso, del sapere di qualche esperto o presunto tale, letto o sentito dire, circa ciò che è sano e normale, circa ciò che non lo è, che rendono il suo pensato agile e pronto, veloce e pure un pò presuntuoso. Se nell'esperienza una sensazione non gira a favore della buona e fluida resa, ecco che quell'impaccio, quella paura, quell'irrigidimento, quell'ansia o fobia o blocco sono vissuti come accidenti sgraditi, considerati senza esitazione come guasti, come disturbi, pronti, conformemente a questi giudizi, a fare consegna all'esperto della psiche, al terapeuta di turno, delle espressioni del proprio "star male" perchè fornisca o i mezzi chimici per trattarle o la psicoterapia che, ad esempio definendole come modi disfunzionali di reagire, senza valida ragione e utilità, capaci solo di compromettere e guastare efficienza e capacità di prestazione normale, a norma, li metta in trattamento e riordino, provi a sostituirli con modi e risposte più funzionali allo scopo di funzionare e di "stare bene" come il comune modo di intendere intende. Sarà un caso, ma le teorie e le tecniche curative circolanti dai nomi che promettono efficiente capacità di intervento, che sia la psicoterapia cognitivo comportamentale, la strategica breve, l'analisi transazionale, la sistemico relazionale, l'emdr ecc. ecc. hanno avuto culla e origine in quella cultura statunitense che nella prestazione, nella capacità di riuscita ha il suo credo indiscusso, il suo mito. L'esperienza interiore, ciò che nel sentire, negli stati d'animo, nei moti, nei vissuti, solo per fare qualche esempio, di paura, di ansietà, nei freni e negli impacci, nell'umore che si oscura anche fino al punto di consegnare un senso disperante di vuoto, di mancanza di spinta vitale, se in tutto questo si vedono solo i segni di un meccanismo che non gira a dovere secondo regola di ciò che così dovrebbe girare per buona salute e valido modo di essere e di procedere, tutto dell'esperienza interiore che non si conforma alle attese e pretese diventa una scoria, uno scarto, un deficit di funzionamento da contrastare e di cui liberarsi, da cestinare. Quale sia il senso vero di ciò che si muove nel corso interiore, cosa vogliano dire, far capire, cosa quelle interferenze vogliano spingere, richiamare a vedere, a capire di se stessi, di ciò che si sta facendo di se stessi, di cosa si tende a produrre, casomai a ignorare, a saltare a pie pari, che viceversa è essenziale non già per funzionare, ma per conoscersi, tutto questo non è concepito come fondamentale da scoprire, non rientra nel quadro mentale della mente razionale, che pure si ostina a considerarsi ragionevole, lucida e capace di capire le cose. La mente razionale è impaziente, vuole dare prova di saperci fare, di saper agire, spiegare, risolvere, non ha attitudine e capacità di entrare in rapporto, di ascoltare, di intendere rispettosamente ciò che l'interlocutore, qui si tratta dell'interlocutore intimo, della propria interiorità, col sentire vuole e sa dire. Che il contributo della mente razionale sia dato da chi vive l'esperienza interiore accidentata, che, ancora prima di rivolgersi alla cura e poi anche in seguito, ci mette del suo nell'azione di scarico, che sia dato dal terapeuta che pensa di offrire valido aiuto e che, dando per scontato che ci sia un danno, un'alterazione da trattare, cerca di trovare spiegazione di cause, di fornirle, di dare le guide per rimettere le cose a posto, di fatto l'insieme coopera nel lavoro di raccolta rifiuti e smaltimento rivolto a proposta interiore che neanche per il cavolo è riconosciuta come tale, come proposta valida e intelligente da ascoltare, da imparare a comprendere, da valorizzare. Il cestino è il destino che rischia di essere riservato a ciò che, interiormente non facile, ma prezioso, sarebbe capace, se correttamente inteso, di trarre in salvo dal pericolo di non conoscere nulla di vero di se stessi e di ciò che autentico, in unità col proprio intimo e profondo, potrebbe nascere e dare contenuto e corso nuovo alla propria vita.
sabato 2 maggio 2026
La timidezza: difetto e limite da superare ?
La timidezza è vissuta spesso come un carico ingrato, come un intralcio, come una cattiva disposizione di natura, che ostacolerebbe, che metterebbe a rischio la possibilità di esprimersi al meglio e di cogliere pienamente le opportunità del vivere. Un fattore di svantaggio dunque in una lettura a senso unico, tant'è che l'auspicio più diffuso è di superarla, come se il superamento della timidezza segnasse un passaggio di crescita, una conquista. La timidezza è infatti spesso motivo di autosvalutazione, come se equivalesse a un non pieno e adeguato sviluppo, maturazione. C'è la convinzione che sia un segno di minor forza, di acerba insicurezza e per questo è facilmente motivo di minore e compromessa autostima in chi porta dentro se stesso questa impronta del sentire. In realtà, dove non ci si lasci dettare legge e chiudere lo sguardo da una concezione, tutta a rimorchio dei luoghi comuni, dei gusti e delle stime di valore più diffuse e prevalenti, che se fanno statistica non fanno per questo scienza e verità, che premia come qualità ideali estroversione, sicurezza e disinvoltura, facilità di contatto e scioltezza di parola, simpatia e solarità e altra pappa simile (pronta da mandare giù, senza necessità di capire), concezione che implicitamente e che anche manifestamente svaluta e boccia come inadeguate tutte le espressioni diverse, come la timidezza, che non vanno in quella direzione ritenuta ideale, si può riconoscere nel proprio sentire con impronta di timidezza ben altro da ciò che dettano i pregiudizi comuni e personali. La timidezza ha l'intento e la capacità di segnalare, il segnale arriva da dentro se stessi forte e chiaro, che c'è soggezione al giudizio e alla valutazione dell'autorità esterna, allo sguardo altrui, che c'è dipendenza, l'inclinazione cioè a farsi dire ciò che vale e che va manifestato di sè, a assecondarlo per portare a sè conferma e sostegno di approvazione, a rincorrere come validi i modelli esterni, a temere di incorrere nella cattiva resa e figura. La timidezza vuole dunque dare indicazione calda e cocente, stimolo forte e insistito a tenere conto di questa presa e vincolo dipendente, di questa consegna di se stessi così forte all'autorità esterna, per prenderne visione, per lavorarci sopra. Il vissuto di timidezza dà segnali mirati, sapientemente mette all'ordine del giorno, indirizza la ricerca su qualcosa di centrale, su un nodo decisivo. Nello stesso tempo il vissuto di timidezza rende l'esperienza del timore reverenziale, del piegarsi a quell'autorità del giudizio e dello sguardo altrui, sofferta, dolorosa, sempre incalzante in presenza di altri. Lo sottolinea mostrando quanto è forte la necessità di proteggersi, di darsi riparo. Vale la pena di aprire qui una riflessione sul rapporto col sentire, riflessione che più volte è rilanciata nei miei scritti. Nella attenta riscoperta di ciò che la timidezza sa dire e suggerire come base e terreno vivo di scoperta, di presa di coscienza, emerge il valore del rapporto col proprio sentire in tutte le sue espressioni naturali, spontanee, anche le meno gradite. Il sentire è risorsa essenziale da non trascurare e da valorizzare, sentire che invece, anzichè essere attentamente e fedelmente ascoltato, abitualmente, soprattutto se ha parvenza di non essere conforme a ciò che è più atteso e gradito, è tirato per i capelli, giudicato sbrigativamente, tenuto sotto custodia e controllo, reso oggetto di commento, di manipolazioni e di pretese. Il nostro sentire è la nostra interiorità che intelligentemente ci interroga, ci dice, non comprendere questo significa ridurre in modo netto, compromettere le nostre possibilità di presa di visione e di pensiero, rimanendo in balia della iniziativa del pensiero razionale, che, da solo e dissociato dal sentire, offre solo illusorie spiegazioni valide e chiarimenti, in realtà già incanalati nel pensato consueto, nel preso in prestito da fuori, da idee comuni e prevalenti, quelle che appunto, come dicevo prima, fanno rapida giustizia sommaria della timidezza, che, trattata come ostacolo e insufficienza, è radicalmente travisata e bistrattata, quando in verità ha ben altro valore e capacità di dire. Ma torniamo a guardare con attenzione e senza preconcetti dentro l'esperienza del sentire timido, per farci mostrare cosa rivela. E' un sentire, quello della timidezza, cui si accompagna spesso senso di inadeguatezza, di infelice realizzazione, che rischia di essere predominante, anche se a ben vedere non è univoco ciò che dice l'esperienza viva della timidezza. Se infatti l'aspirazione a non essere come naturalmente e spontaneamente si è e si sente nel proprio della timidezza, pare di indiscutibile validità, vedendo in altri, a differenza e paragone con se stessi, i campioni da imitare, invidiati quando appaiono liberi da freni e da ritrosie, quando sciolti e disinvolti, con l'apparenza di chi sa vivere e prendersi il meglio delle occasioni di ben figurare, emergere e afferrare gioie e soddisfazioni, nello stesso tempo assieme a una simile aspirazione c'è la sensazione, adottando quel metro e premendo su di sè per ottenere quelle stesse espressioni e prestazioni, di imporre a se stessi un che di forzato e coercitivo, che obbliga a andare contro il corso e la corrente naturale, a assumere altro, a dover indossare altri panni, a camuffarsi, a nascondere l'originale, a averne vergogna oltre che ripudio. La timidezza, assieme a soggezione e a timore dell'altrui giudizio, preso a regola e a arbitro della propria vita, è forza di legame con se stessi, anche se in contemporanea a marcata spinta a dissociarsi, a prendere le distanze da sè, a assumere altro come nuova e diversa uniforme da indossare, addirittura come diverso stampo del proprio essere, cui aderire e dentro cui riplasmarsi fino nell'intimo. La spinta a inseguire e a farsi dettare come essere e nello stesso tempo la sensazione di forzare, di plagiare se stessi, la percezione che c'è un vincolo di natura che, per quanto lo si voglia superare, non mostra certo di cedere e svanire facilmente, è la consegna della timidezza. Insomma nella timidezza c'è il segnale della soggezione dipendente, della spinta a dare prova e a superarsi per assecondare le pretese dell'autorità esterna per averne in cambio convalida e per far proprie le sue promesse e contemporaneamente c'è la percezione acuta del suo essere una pretesa in contrasto e in strappo da sè. Anche se oscurate e stravolte le ragioni del vincolo a se stessi, perchè la chiave di lettura è quella che, in adesione al pensato più comune, vede deficit e mancanza di espressioni ritenute valide e garanti del proprio buon rendimento, del proprio saper vivere e del possesso di capacità e qualità adeguate, in realtà, a starci attenti nelle mosse del sentire timido c'è tutt'altro che insipienza, inettitudine e incapacità. Se la timidezza ad esempio non consente pronta espressione di parola, tanto cercata pur di riuscire a dire, per paura di apparire altrimenti vuoti, è perchè la parola, se vuole essere portatrice di senso, deve fondarsi su qualcosa che intimamente avvicinato e compreso (questo ha i suoi tempi e i suoi perchè, non può avvenire a comando), consente di dire, può dare motivo e persuasione di dire qualcosa che ha un senso e che ha senso comunicare, per non parlare a vanvera o inventare discorsi modellando il dire in accordo, per i contenuti e per la forma, con ciò che l'interlocutore può apprezzare. La timidezza non consente espansività e quant'altro è considerato espressione di buona disposizione d'animo, di cordialità, di sentimenti o presunti tali ben impostati e modellati su tutto ciò che è considerato valido, gradito e ottimale, perchè i sentimenti non si inventano, non si recitano, non si vendono e non si mercanteggiano, devono pur avere una radice vera, un fondamento e essere legati a qualcosa che è maturato dentro e in concordanza piena con se stessi, che ha ragion d'essere valida e sincera. La timidezza fa valere le ragioni dell'autentico, di ciò che ha fondamento vero, che non è un artefatto. Ho scritto qualche tempo fa sull'argomento dell'originale e dell'artefatto. La timidezza è terreno di incontro, di scontro tra le ragioni dell'autentico, di ciò che originalmente, traendo linfa e origine dentro sè, vuole formarsi e vivere e le ragioni dell'artefatto. Una cosa è spendersi per dare buona prova, per simulare ciò che piace, una cosa è apparecchiare, mettere in tavola, riprodurre ciò che è concepito come buono e di valore e degno di buona considerazione, altra cosa è cercare dentro sè le ragioni, le basi, le radici di espressioni umane non messe su artificialmente, ma cariche di vero, di autentico, di consapevole. Tutt'altro che un'espressione deficitaria, c'è un principio di salute e di saggezza nel corpo vivo della timidezza. Con grande intelligenza la timidezza rende tangibile lo scontro tra la soggezione all'autorità dello sguardo altrui e comune e alla regola del saper vivere secondo modelli condivisi e prevalenti, tra la pretesa di dare buona prova e il vincolo che non molla la presa, forte anche se sofferto, con le ragioni dell'autentico e del rispetto per ciò che è intimo, che intimamente si fa valere. Se si impara a rispettare per ciò che racchiude e a valorizzare la timidezza, che non è certo lì per caso, che non si fa valere per caso, si può trovare dentro questa esperienza interiore così complessa e ricca, che rischia di essere liquidata solo come un difetto e una palla al piede, tanto su cui lavorare per conoscersi e per conoscere, per comprendere questioni di natura rilevante inerenti il modo di scoprire la propria vera identità e qualità umane, di intendere la propria crescita e la realizzazione della propria vita. Una cosa è spingere se stessi verso la prestazione e la corsa regolata da altro da sè senza discernimento, per averne premio e convalida, altra cosa è riservare a sè il compito e la facoltà di comprendere e di assecondare lo sviluppo di ciò che vale, che richiede anche frenarsi, la timidezza come abbiamo visto frena, trattiene non per caso, ma con lo scopo intelligente di ascoltarsi per darsi occasione di scoperta, per cercare e trovare con base e fondamento di accordo con se stessi chiarimenti e risposte necessarie per procedere con autonoma capacità di vedere, di comprendere e di guidarsi. Una cosa è farsi portare e farsi dire (scorciatoia, soluzione facile e immediata da afferrare e consumare), una cosa è affidarsi e ossequiare l'autorità esterna dei giudizi e delle regole condivise, per indirizzare non solo le scelte, il destino, le mete da raggiungere, ma persino per farsi regolare e dettare le espressioni di sè più intime inerenti sentire e sentimenti, per ricevere da questa autorità apprezzamento e conferma, altra cosa, ben altra cosa, è mettere al centro come condizione imprescindibile il vincolo a se stessi come natura da rispettare, come fondamento vivo e essenziale per trovare da sè autonomamente, per cercare dentro di sè le proprie risposte e ragioni d'esistenza comunque non prescindendo, non rinnegando, ma viceversa valorizzando il proprio sentire nelle sue declinazioni vere, sentire che, come la timidezza, con intelligenza dice, saggiamente coinvolge, indirizza lo sguardo e conduce a capire. Consegnarsi ad altro per farsi dettare e riconoscere presunta maturità e capacità di vivere e di crescere o tenere stretta a sè la facoltà e la capacità di capire e di capirsi, di comprendere da sè, di riconoscere con i propri occhi, fedelmente a se stessi, in unità col proprio intimo vero, cosa ha senso e valore, cosa, in consonanza con se stessi e coerentemente con le proprie originali risorse e qualità, vuole vivere, tradursi e realizzarsi, questa è la posta in gioco. E' una posta in gioco di capitale importanza e che ha terreno di coltura proprio in ciò che come la timidezza è abitualmente giudicato solo il segno di un limite, di debole e trattenuta capacità di espressione di sè. La timidezza, se compresa con l'intelligenza necessaria per intendere le vere ragioni e il senso di un contributo così sapiente del profondo scritto nel proprio sentire, essere la base viva di un chiarimento decisivo, il bivio tra una scelta di vita a rimorchio d'altro, cui si affida e concede l'autorità di dirigere e dettare i modi validi e le aspirazioni della propria vita e la scelta, certamente più impegnativa, ma assai più matura e promettente verso se stessi, di trarre da sè, in unità col proprio intimo e profondo, le scoperte di significato e di valore, le guide, la forza e la passione per dare realizzazione autentica alla propria vita, con padronanza dei suoi perchè e dei suoi scopi, a modo proprio e con fedele rispetto della propria natura e del proprio sentire. La timidezza è ben altro che un difetto di funzionamento.