Ogni esperienza che ci appartiene, anche del nostro
passato, è parte integrante della nostra storia, è momento del nostro cammino,
perciò è importante, a condizione però, quando la si riavvicina, di
riconoscerne il contenuto originale. Ogni episodio e momento anche remoto della
nostra esperienza va rispettato in ciò che realmente è stato, in ciò che nel
suo accadere ha visto svolgersi e muoversi dentro di noi, nel nostro sentire,
per coglierne il vero significato. Se lo sguardo con cui si torna a quei momenti
è in partenza segnato dalla necessità di trovare segni di violazioni, di
nefasti condizionamenti e di turbamenti subiti, rapidamente letti e acquisiti
come lesivi la propria integrità psichica, capaci di dare soddisfazione alla
attesa ti trovare il nucleo, la (presunta) causa di un malessere interiore oggi
vivo e difficile da sopportare e da comprendere, la distorsione nella
conoscenza di sè passata e presente finisce per avere il sopravvento. Questa
modalità di impiegare il passato a beneficio di una presunta conoscenza del
presente è non solo parecchio diffusa, tant'è che chi cerca aiuto psicologico
parte molto spesso da questa attesa, ma trova sostegno in non poca psicoterapia
in uso. Che disagi e malesseri attuali siano la automatica e fatale conseguenza
di circostanze ed esperienze negative del passato, soprattutto in ambito
familiare o di veri e propri traumi infantili, più o meno rimossi, va
riconosciuto che è ipotesi e spiegazione assai cara a un certo tipo di
psicoanalisi e di pratica psicoterapeutica. Soprattutto è ipotesi e spiegazione
cara a chi vive la propria sofferenza interiore come carico indebito e ostacolo
al vivere quieto o "normale“, a chi volentieri accetterebbe di scovare
nella propria storia da qualche parte la causa del “male“. Che nel proprio
passato ci siano stati condizioni non facili, passaggi aspri e dolorosi,
incontro con pressioni e interventi avversi, con modalità manipolatorie,
autoritarie e tutt'altro che rispettose messe in atto da altri, con atmosfere
tutt'altro che serene, questo non significa aver esaurito in questo la
conoscenza di sè, che invece ha necessità di ritrovare e di porre al centro
dell'interesse cosa nelle diverse vicende, anche le più critiche, è successo
dentro se stessi, cosa si è mosso interiormente, le proprie risposte.
Quest'ultimo è il cuore dell'esperienza da non trascurare, è il filo intimo che
dice di sé, che può restituire a se stessi di ogni vicenda vissuta, anche la
più difficile, l’originalità di contenuto e di significati personali che è
importante recuperare. Impiegare le esperienze passate, peraltro spesso così
inappropriatamente e strumentalmente trattate, per farne il perno di una tesi
che vuole spiegare le ragioni del malessere presente come conseguenza e segno
del perdurare dell'influenza negativa di traumi e di cattivi condizionamenti
passati, non permette di certo di riappropriarsi nè del proprio passato e ancor
mento di capire il proprio presente. Per quanto riguarda quest'ultimo, il modo
di pensare e di rapportarsi a se stessi, che considera il malessere interiore
come afflizione di cui si sarebbe vittime e che avrebbe origine da causa più o
meno remota, ignora che ciò che oggi si pone interiormente con vivacità o
intransigenza come segnale di crisi va ascoltato in ciò che dice oggi, che
casomai è riferito a modi d'essere e di procedere inveterati ma attuali, ad
esempio a problemi di lontananza da sè, di mancata unità tra il proprio pensare
e il proprio sentire, a mancata intima rispondenza di ciò che si porta avanti,
più coerente con altro che con se stessi. Vivere in simbiosi con altro fuori di
sé è infatti una modalità d'esistenza assai diffusa, che fa credere che tutto
vada cercato fuori, che la realtà sia solo quella disegnata là fuori e pensata
comunemente. Ne conseguono l'allineamento e la rincorsa del
"normale", l'orrore di non stare al passo con gli altri, il rifiuto
immediato di accogliere ogni richiamo o freno o intralcio che venga da dentro.
C’è un modo di procedere assai diffuso che è sostanzialmente passivo e
gregario, assai più di quanto non piaccia credere e ammettere, più regolato da
sguardo comune e da autorità esterna che da proprie autonome scoperte, che
costerebbero per essere raggiunte passaggi interni difficili, che
richiederebbero saperli vivere, patire e capire. Capire se stessi, capire come
si procede e con quali toppe e controtoppe, con quali insufficienze, per dirla
con un eufemismo, di conoscenza di chi si è veramente e che si potrebbe
scoprire ascoltando il proprio sentire, ansie comprese, senza omissioni e
fughe, tutto questo è spesso compito ancora non svolto. Se stessi è territorio
ancora inesplorato, incompreso, mai coltivato tenendo unito pensare e sentire.
Parlo di un lavoro di conoscenza di se stessi, tutt’altro che inutile o
inessenziale, che è ben altro dal far ragionamenti su di sé, che danno di se
stessi solo una visione parziale e accomodata, spesso ipocrita, oltre che
sterile. Insomma, partendo dalla sofferenza e dalla crisi interiore aperta e
attuale, c’è più da costruire, da creare, da sviluppare di nuovo e di proprio,
che da giustificare in ragione di traumi subiti e pregressi. Il malessere
interiore, la sofferenza nelle sue diverse espressioni, mai casuali, sempre
significative ed eloquenti, se sapute leggere ed ascoltare e non giudicare come
malate e incasellate nei vari tipi e sottotipi, per farne oggetto di
prescrizione farmacologica e non, è una potente leva o spina nel fianco per
spingere a cercare cambiamenti e trasformazioni, che richiedono un serio lavoro
su se stessi. La tesi del trauma come origine e causa della sofferenza e della
crisi è spesso tesi di comodo, che non sa comprendere che c’è più da costruire
il nuovo, che non c’è mai stato e che ancora non c’è, che trovare una remota
causa del male, che avrebbe impedito il "normale" sviluppo e lo
"star bene", reclamati come ovvi e rivendicati come diritto, a
prescindere da ciò che ancora non si è dato a se stessi e alla propria crescita
vera.
mercoledì 26 febbraio 2025
A proposito di cause remote e di traumi infantili
mercoledì 19 febbraio 2025
Senza gli altri non si è nulla?
Il rapporto con se stessi è reso abitualmente sterile e vano. Sembra addirittura ovvio che sia impossibile trarre da sè, dal proprio intimo null'altro che non sia il bisogno di altro da cercare fuori. Dall'esperienza nulla pare traibile e riconoscibile che non sia la cronistoria, il resoconto in superficie dei fatti e delle alterne vicende della relazione con gli altri. Il tutto letto con l'impiego della logica convenzionale, delle attribuzioni di significato, delle chiavi di lettura del pensato comune, che già dice e indirizza il pensiero, senza necessità di un lavoro di ricerca e di scoperta del vero, di ciò che di se stessi originalmente rivelano le proprie esperienze, che non sia il lavorio, più o meno macchinoso, del ragionamento che variamente combina e ricombina i pezzi di un discorso di cui non deve rendere ragione dei fondamenti di cui si avvale, dei significati di cui fa impiego, che paiono scontati. E' un lavorio e una gestione del pensiero che spesso e volentieri, tenendo lo sguardo puntato sull'esterno, cerca in altri le responsabilità e che altrettanto volentieri mette al riparo da ammissioni scomode, da interrogativi e da aperture di ricerca poco gradite. L'apparente soddisfazione per un simile lavorio di pensiero, per ciò che produce, è pari al nulla davvero compreso del contenuto dell'esperienza, al nulla da sè creato, al nulla verificato con i propri occhi e puntualmente. Il pensiero viaggia libero, la simulazione, di capire e di sapere cosa si sta dicendo, non è riconosciuta come tale e così si può vivere felici e contenti, si fa per dire. Da fuori non arrivano obiezioni, semmai c'è un'azione corale che premia e convalida il pensiero che svolazza, considerato e ben frainteso come pensiero che ha fondamento e credibilità. Intanto interiormente cosa succede? Non è detto che la parte intima e profonda regga il gioco, semmai accade che metta in campo nel sentire, in moti e sensazioni, in complicazioni emotive che senza chiedere permesso si infilano nel corso dell'esperienza, sottolianeature e accenti che vogliono essere spie, tracce vive di qualcosa che è il sotteso dell'esperienza, ciò che ne rivela il volto vero, non l'apparenza che fa comodo pensare. Cosa si cerca, dentro quali vincoli, con quali scopi, quali i punti problematici e contradditori in tutto ciò di cui si è artefici nell'esperienza? Proprio questo è al centro dell'attenzione del profondo, proprio questo vuole rendere tangibile. Sta di fatto però che la parte conscia poco si interessa di raccogliere questi contributi interiori, più interessata a far quadrare e a far quadrato nelle sue convinzioni. Perciò il rapporto con se stessi è reso abitualmente sterile e vano, il dialogo interiore non prende forma, il luogo intimo dell'incontro e dell'ascolto della propria interiorità non si ravviva e non svela la sua centralità e la ricchezza di cui è capace e tutto, sguardo e attese, si rivolge, torna a girare intorno all'esterno, unica fonte, unica risorsa, unico luogo di realtà possibile. A quel punto ecco che affermare che senza gli altri non si è nessuno diventa verità sacrosanta, detta senza pudore e con gran convincimento. In realtà senza dialogo interiore che renda visibile il vero e che affranchi dall'apparente e dall'artefatto si è tutt'altro nel rapporto con gli altri che presenza autentica e affidabile, si è portatori di bisogno di accorpamento in altro, di movimenti di aggregazione tutt'altro che accompagnati da presa di visione e da consapevolezza del loro significato vero. L'attaccamento a un'altra persona, per fare un primo esempio, casomai mosso dalla necessità di non rimanere soli e esclusi dal beneficio della cosiddetta normalità, dell'essere pari a altri, con l'altro casomai visto in grado di portare a sè quello che o meglio il sostituto improprio di quello che da sè, consono e fedele a se stessi, è più difficile coltivare, formare e fare vivere, diventa ai propri occhi, col generoso apporto della retorica dei sentimenti, amicizia, oppure innamoramento e amore. Cosa realmente si sta facendo verso se stessi e cosa si cerca realmente nell'altro vanno a finire volentieri in cantina, perchè la retorica dei sentimenti e del racconto cui piace credere, ben supportato da idee comuni, hanno facile corso. Poco importa che poi compaiano malumori, gelosie, sottili rivalità e risentimenti, pretese o prepotenze, scarso o nullo senso di vicinanza vera, sensazioni di vuoto, di aridità e di svuoto, così come altre amare scoperte poco gradite, sarà ancora la retorica dei sentimenti a mettere in salvo, a ricacciare tutta la responsabilità su altro da sè, parlando di delusioni, di scelta della persona sbagliata e via dicendo. Dedicarsi agli altri in difficoltà o svantaggiati o considerati tali, giusto per fare un altro esempio, diventa virtuoso a prescindere da ciò che si sa portare, che si va a mettere nel rapporto e a cercare. Privi di filo di verità su se stessi, mai cercato e tessuto con cura, c'è da dubitare che si possa portare altro che costruzioni retoriche e movimenti non limpidi, in cui casomai è più il beneficio portato a se stessi, nel dare qualche riempimento alla propria esistenza, nel segnalarsi al proprio e all'altrui sguardo come meritevoli, virtuosi, nel compiacersi di essere i capaci, che il vero interesse di conoscenza, di ascolto e di attenzione verso l'altro visto come soggetto e non soltanto come oggetto d'assistenza bisognoso, che si fa valere, che la retorica della cosiddetta dedizione o dell'amore verso il prossimo sa comunque ben vestire e camuffare. Sono solo alcuni esempi di ciò che, vuoti di guida e di conoscenza interiore di se stessi, si finisce per portare o per creare fuori, in un fuori reso centro vitale e realtà dentro cui cercare ogni cosa. L'inconscio ce la mette tutta per dare stimoli di vera crescita personale di cui avere cura prioritaria, per mettere prima di tutto in crisi e in discussione, per trasformare il pensiero da spiantato, retorico e imbrogliato a pensiero ben fondato, capace di stare a ciò che l'esperienza dice e rivela di se stessi, sincero, autentico, trasparente senza veli e remore, base e condizione perchè ogni affermazione che si fa si sappia da cosa trae origine e su che cosa è ben piantata. L'invito, le sollecitazioni che il profondo con continuità, a volte con forte intensità, rivolge attraverso ciò che muove nel sentire e, a saperli intendere, attraverso i sogni, a convergere e a avvicinarsi al proprio intimo, a cercare dentro sè e in unità con la propria interiorità, come sarebbe responsabile fare per non portare in giro artefatti, per coltivare invece scoperte di verità e consapevolezza, non è in genere e facilmente raccolto. Senza questo accade allora che affermazioni come quella che dice che senza gli altri non si è nulla hanno campo libero e acquistano persino dignità e valore di alta consapevolezza e matura.
domenica 16 febbraio 2025
L'impresa più avvincente
Far vivere se stessi è l'impresa più avvincente e anche
la più difficile. E' la più umanamente ricca, perchè non risolve l'esistenza
nello stare al passo col movimento comune, nel riprodurne gli argomenti, i
modelli e gli ideali, nel cavalcarne l'onda, con più o meno ambizione di
distinguersi. E’ impresa che non aspira a dare al mondo la conquista encomiabile,
la prestazione da applauso, ma a generare, a far vivere e crescere la propria
originale creatura di pensiero e di progetto. E' avvincente questa impresa
perchè nel suo compimento ogni espressione è vera e non simil vera, non ha
anima artificiale, non trova linfa, nutrimento e appoggio in altro, la gioia è
vera, la passione genuina, il credo sa da quale intimo seme è nato. Nello
stesso tempo è impresa difficile e senza limiti impegnativa, perchè nulla è
risparmiato, nè fatica, nè dolore, ma ogni tribolazione è testimone e è parte
di un processo di creazione vera, che non trova e non cerca sostegno,
contropartita o consolazione in altro che non sia il rispetto e la fedeltà a se
stessi, il desiderio di far vivere il proprio e autentico, senza
strumentalizzazione per piacere e per compiacere, senza secondi fini e senza
compromessi. Non si è soli in questa impresa perchè la parte profonda del
proprio essere non ha altro intento, altra passione, altra lucida aspirazione
che non sia quella di riconsegnare a sè la vita e il pensiero, non ceduti a
altra matrice e autorità, a altro uso che non sia la ricerca del vero e nel
fedele e pieno rispetto del corso interiore naturale, di un modo proprio, da
dentro se stessi sapientemente segnato e regolato, di raggiungere la conoscenza
di se stessi e di ciò di cui si è portatori, senza prendere lezione da altro,
senza l'attesa di farsi in qualche modo confermare e ben volere, applaudire e
gratificare. L'inconscio è maestro di vita e di autonomia. Far vivere se stessi
è quanto incoraggia e spinge a perseguire e a amare, stimolando a lavorare
sulla propria esperienza, a impiegare la capacità di aprire lo sguardo e di
formare con la guida del proprio sentire non costruzioni razionali spiantate,
ma pensiero vivo e fondato, stando dentro e assecondando il proprio cammino
interiore originale, che è cammino di ricerca, coltivando le proprie scoperte,
incessantemente, senza piegare e strumentalizzare le proprie aspirazioni al
conseguimento del cosiddetto successo, inseguendo la prestazione meritevole e
ripagata da considerazione e plauso esterni e altrui. Il mio lavoro mi ha
permesso e ancora mi permette di aiutare l'altro a condividere con la sua parte
intima e profonda il desiderio e l'impegno di compiere l'impresa più
avvincente. Come analista do l'apporto necessario per favorire e rendere
possibile il suo avvicinamento a se stesso e il suo ascolto senza preconcetto
della sua parte profonda, parte di sè che in partenza gli è sconosciuta e verso
cui c'è solo l'attesa che assecondi e comunque non intralci le idee, i
propositi e le mire consuete. Se all’inizio l’intento di chi entra in analisi è
di trattare la crisi e il malessere
interiore, che lo hanno spinto a cercare aiuto, come segno, in buon accordo col
pensiero comune, di una anomalia, di una condizione sfavorevole e limitante di
cui liberarsi, cui attraverso l’analisi, indagando nel suo passato, trovare la
causa originaria, preferibilmente esterna a sè, per metterlo a tacere, può
invece, incoraggiato a un ascolto fedele, andare alla scoperta, passo dopo
passo sgombrando il campo da spiegazioni
e da interpretazioni che gli sono usuali e preconcette, di ciò che il suo
sentire, anche difficile e sofferto, davvero vuole e sa comunicargli e portare
alla luce, riscoperto non come minaccia o segno di alterato funzionamento, ma
come richiamo, stimolo, tramite e guida per vedere il vero della propria condizione
e del proprio modo di procedere, dove di autentico e di originalmente proprio,
generato da sè e in unità con se stesso, c'è poco per non dire nulla. Rotto il
pregiudizio e scoperta la validità e l'affidabilità della proposta interiore,
via via, sotto la guida del profondo, principalmente esercitata attraverso i
sogni, prende volto agli occhi di chi è coinvolto nel cammino di analisi il
significato e si rende tangibile e coinvolgente il fascino dell'impresa di far
vivere se stesso, di coltivare e di far crescere il proprio originale e
autentico. Far vivere se stessi e non incallirsi nella difesa e
nell'attaccamento al corso abituale, dove, pur con l'illusione di essere
artefici e protagonisti di scelte e di pensieri, di fatto ci si muove nella
dipendenza dall'insieme già ordinato e concepito che circonda e che fa da
guida, da garante e da tutore, ma anche da autorità che dirige e limita, che dà
i confini della visione di se stessi e del proprio possibile, è impresa
impegnativa, ma è risposta e aspirazione degna e a misura dell'umano di cui si
è portatori. Una vita non da fuori sostenuta, vidimata e resa credibile, ma una
vita vera con sviluppo e creazione originale è ciò che dal profondo si è spinti
e incoraggiati a concepire e a amare. Ci si potrebbe chiedere se è questione
che pesi e che valga davvero questa del far vivere se stessi, se non basti ciò
che si ritiene sia già insito nel procedere solito. Cosa c'è in gioco di
importante che meriti considerazione? Procedere nel modo consueto richiede
spesso e volentieri mancata apertura e intesa con la parte intima di se stessi,
in gran parte trascurata e sconosciuta, all'occorrenza messa sotto tutela
perchè non intralci, travisata e sottomessa a giudizio e a valutazione come
fosse portatrice di inadeguatezza, di insufficienze, di difettoso
funzionamento, quando mette in campo vissuti, stati d'animo, risposte emotive
nella forma di paure, inquietudini, freni e impacci, malumori, visti come
intralci inopportuni, come segni di inadeguatezza e di insufficiente capacità
di resa, pregiudizialmente considerati come anomalie, quando in realtà
denunciano e vogliono dare occasione di aprire gli occhi, di riconoscere la
verità di un modo d'essere e di procedere tutt'altro che autonomo e fedele a se
stessi. Questa profonda distorsione del rapporto con se stessi non è poca cosa.
Senza l'aiuto e la condivisione con la propria interiorità di una riflessione
su se stessi, senza comprensione della verità del proprio modo di interpretare
e condurre la propria vita, si viaggia ciechi e persuasi che tutto corrisponda
a propria intraprendenza e realizzazione quando invece si è dentro un corso
passivo, guidato da altro, affidato a altro che da fuori pare dare conferma che
tutto va bene, che nella normalità è garantita la propria buona sorte. La
propria vita rischia dunque di percorrere strada segnata, di replicarne
sterilmente la logica e i contenuti,
poco importa se in alcuni casi con la persuasione di dire la propria con idee
contro e con esercizio di critica, che da un lato nell'oggetto della critica
trovano comunque terreno e sponda,
recinto e limiti su cui poggiare, che dall'altro si rifanno spesso e volentieri
a corrente di pensiero contro e alternativo già pronto e in uso, strada per nulla corrispondente a quella della
propria realizzazione vera e per giunta senza averne mai consapevolezza. Lo
spreco della propria vita, resa, fuor di illusioni, inutile e sterile copia
d'altro o la sua realizzazione autentica sono la posta in gioco. Far vivere se
stessi e non nella forma apparente e fasulla è la questione che conta. Non è
altro che per questo che l’inconscio agita interiormente le acque, solleva la
crisi, alimenta il malessere interiore, a ragion veduta, considerando la
questione decisiva, da non omettere, da non tenere sotto silenzio, stimolando l’insieme
dell’individuo a prendere in mano la propria sorte, a compiere il lavoro di presa
di coscienza e di profondo cambiamento necessari. Far vivere se stessi nella
forma passiva e apparente non richiede lavoro su di sé se non nella pretesa e
nello sforzo di produrre prestazione e resa secondo modelli e guide già
definite, cercare la propria realizzazione vera richiede ben altro lavoro in
unità con se stessi, attingendo alla propria fonte interiore e formando e
portando a sviluppo le basi del proprio autentico. Far vivere se stessi
autenticamente può, se si vuole, essere riconosciuta come l’impresa che conta,
la più umanamente impegnativa e coinvolgente, la più consona e consonante col
proprio intimo e profondo, la più libera, la più avvincente.
domenica 9 febbraio 2025
L'incredibile
Nel proprio intimo e nel vivo delle proprie esperienze interiori accade l'incredibile, proprio ciò che il comune pensiero intende a rovescio e con non poca fede cieca e persuasione ferrea, che non dà adito a dubbi. Accade che l'interiorità con tutto ciò che propone, anche sofferto e affatto piacevole, si prenda cura delle sorti e dell'interesse dell'individuo, che lo induca a avvicinarsi a sè, a leggere con attenzione la sua esperienza, a non trascurare ciò che è abituato a ignorare, la ricerca della verità di se stesso, dei suoi modi di porsi e di procedere, di stare in rapporto a se stesso, di spendersi nella vita. Se da un lato l'imperativo è di confermarsi, di non perdere colpi, di rimettere in pista le soluzioni, di rinnovare l'attacamento a ciò che sembra dare garanzie di riuscita e di vantaggioso procedere, dall'altro la parte profonda non perde colpi nel coinvolgere la parte cosiddetta conscia, che spesso di conscio ha solo l'imperativo di non fermare la sua corsa, in un attento esame e verifica, per capire, per vedere chiaro, per restituire a se stessi l'onere e la potenzialità di conoscersi, di conoscere e non di persistere nella marcia solita con i soliti argomenti a sostegno, quelli che la cultura d'insieme e la mentalità comune contribuiscono a accreditare, a dirigere, a orientare. Da dentro, dal proprio intimo e profondo, il primo imperativo, la prima preoccupazione è di aprire gli occhi, di dotarsi di capacità di visione propria e indipendente dai modi comuni di intendere, ben applicata alla propria esperienza da conoscere, da capire e da valorizzare, fedelmente a ciò che racchiude e che è capace di rivelare. Per essere gregari, al seguito e ben adesi a veicoli di conoscenza e a principi di senso, a codici di valore già pronti e stampati, illusi di avere autonomia pur su impianto d'altro, che già dice e garantisce, che esonera dal cercare da sè e dentro sè le basi della conoscenza, non c'è tanto da fare se non tenere su la costruzione pur spiantata e salvaguardarne la coesione e la resa. La parte profonda dell'individuo, non ci sta, vuole spingere a aprire gli occhi, a formare basi affidabili e a mettere assieme conoscenze, scoperte di significato tratte da sè e dal proprio di esperienza e di capacità di visione e di pensiero. L'interiorità dà occasione ben favorevole, con ciò che nel sentire propone funge da terreno valido e fecondo per coltivare il pensiero autonomo, ben piantato su base di esperienza e di ricerca della verità che le è insita. Non è abitualmente compresa, riconosciuta e rispettata in ciò che sa intelligentemente dare. L'interiorità se ne sente dire di tutti i colori, non solo dai luoghi comuni del pensiero diffuso, ma spesso e volentieri anche dalle pretese scoperte e dalle teorie della cosiddetta scienza, circa l'essere, nelle sue espressioni e proposte le più difficili e dolorose, solo segno e prova di cattivo stato, di incapacità, di deficit da correggere e superare, portatrice di insidie e di trappole, di anomali sviluppi e di tendenze dannose, espressioni e proposte in realtà tutt'altro che storte e malate, ma ben mirate a rendere puntualmente visibile il vero, a smuovere e a fecondare il pensiero, a non farlo stare seduto sul preconcetto. L'ignoranza della sua capacità di fare da pungolo e da guida validissima per un attento lavoro su se stessi rischia di regnare sovrana. L'ignoranza, non della luna, ma di ciò di cui è portatrice la propria interiorità, rischia di avere il sopravvento, non alimentando di certo, lo si comprende quando si va a scoprire, al rovescio dei luoghi comuni, l'incredibile di cui è capace, il proprio bene.
sabato 8 febbraio 2025
Il lavoro dell'inconscio
(Ripropongo
oggi questo mio scritto, perchè ritengo possa aiutare a comprendere ciò che
l'inconscio può offrire e a sentire più vicina questa parte preziosa e
irrinunciabile del nostro essere)
L'inconscio
interviene di continuo nella nostra esperienza, sia attraverso i vissuti (il
nostro sentire) e governando nel suo insieme il corso della nostra vicenda
interna, sia in modo privilegiato, illuminando il nostro cammino interiore, con
i sogni. Contro i tentativi, avvalendoci dell'iniziativa e del filtro della
razionalità, di mantenere sostanzialmente intatta e a noi compiacente la nostra
visione di noi stessi (tanti accadimenti interiori fastidiosi o imbarazzanti
passati sotto silenzio, lasciati scorrere via o fraintesi e manipolati a
piacimento col ragionamento), l'inconscio non ha pudore, "pietà" o
riserbo di intervenire e di insistere, senza chiedere permesso e
sorprendendoci, perché di noi sappiamo, vediamo, cogliamo ciò che importa, il
vero. L'inconscio è attivo perché non rimaniamo passivi o altro da noi stessi.
Per passività intendo il quieto aderire al dato e al pensato comune e abituale,
la riproduzione di un pensiero e di una visione di noi stessi che, se anche in
apparenza convincenti e verosimili, in realtà altro non fanno se non ripetere
ciò che già è stato concepito e detto, ciò che ci torna comodo credere.
L'inconscio è la parte di noi che agisce e che lavora perché non evadiamo da
noi stessi, perché sappiamo di noi, perché transitiamo nelle pieghe del nostro
essere, perché vediamo, anche a costo di ferirci e di soffrire, ciò che ci
spetta, ciò che ci è necessario conoscere. Nulla di ciò che si propone a noi
nel nostro sentire è casuale, bensì è traccia e guida per prendere contatto e
conoscenza viva di aspetti del nostro essere, del nostro modo di procedere, di
questioni, anche non semplici, che abbiamo vitale necessità di elaborare, di
capire. L'inconscio suggerisce e offre di continuo attraverso il sentire
spunti, occasioni, crea trame e sviluppi utili per capire. Il lavoro
dell'inconscio raggiunge il suo apice creativo nei sogni, che, se ben intesi,
analizzati e compresi, si rivelano impareggiabili mezzi per guardare dentro noi
stessi, per conoscere, per crescere. Se compreso e fatto proprio l'aiuto
dell'inconscio è assolutamente decisivo per trovare il proprio spessore umano e
di pensiero, per scoprire le proprie vere potenzialità e il proprio progetto.
Accade però che, ignari e impreparati a tutto questo, ci si senta non di rado
delusi o semplicemente disturbati da ciò che succede dentro se stessi, che si
giudichino le esperienze interiori (che per intero l'inconscio regola e
dirige), quando discordanti dalle attese o disagevoli, come inopportune, come
limitanti, come dannose, arrivando, se insistono, a definirle un
disturbo, una patologia. Diffusa e prevalente la tendenza a escogitare, a farsi
consigliare, a applicare rimedi, spiegazioni che aiutino a ripianare, a
mettere a tacere l'esperienza interiore scomoda e sofferta. La psicoterapia
stessa è spesso cercata e non di rado nasce con simili auspici, in
contrapposizione a parte di sé interna vissuta come nemica, con desiderio di
disarmarla, di rimetterla in riga o di erigere una sicura barriera contro ciò
che sembra solo molesto, pericoloso e incoerente. L'inconscio non si fa
plagiare e zittire. Se aveva ragione di smuovere, di porre in crisi la
stabilità interiore per favorire sviluppi, processi conoscitivi nuovi,
cambiamenti necessari, se inascoltato e incompreso, seguiterà nel tempo e con
rinnovata forza a riaprire la ferita, pur col rischio che si torni ottusamente
a parlare di semplice ripresa del disturbo, di "ricaduta" di malattia
e che si torni a schierarsi contro l'iniziativa interiore anziché disporsi ad
ascoltarla e a capire. Nel rapporto con esperienze interiori difficili e
sofferte il vero problema, la vera insufficienza o anomalia non è nel
(presunto) corso sbagliato o insano di ciò che si prova, che si vive
interiormente, anche se doloroso e accidentato, ma sta nel non essere capaci di
entrare in rapporto e in dialogo con la propria esperienza interiore, con
l'inconscio, sta nel non avere ancora capacità e opportunità di capire.
Cominciare a fidarsi della propria interiorità, fino ad aprirsi totalmente e
senza preclusioni al proprio corso interiore, imparare ad ascoltare la voce e a
cogliere l'intima proposta del proprio sentire, capacitarsi dello straordinario
lavoro svolto dal proprio inconscio dentro i sogni, intenderlo, capirlo,
assimilarlo, farlo proprio, seguire con attenzione il percorso di ricerca e di
trasformazione tracciato dall'inconscio attraverso il succedersi dei sogni e
dei vissuti... questo un'esperienza analitica ben fatta cerca, fa vivere e
realizza. L'inconscio apre crisi, movimenta il quadro interiore, rompe
equilibri, per condurci con fermezza, costi quel che costi, verso noi stessi,
verso la nostra capacità vera di vedere con i nostri occhi, di pensare, un
pensare che abbia guida e fondamento dentro ciò che sperimentiamo intimamente,
che sia comprensione fedele della nostra esperienza. Il nostro inconscio spinge
perché, non ignari di ciò che siamo e che possiamo, mettiamo al mondo il
nostro. Come analista da oltre vent'anni lavoro avendo per maestro l'inconscio.
Se aiuto l'altro a rivolgersi alla sua interiorità, all'ascolto del suo
profondo, so di non fargli acquisire un armamentario inutile di formule e di
spiegazioni, so di non condannarlo a rimanere vittima del suo corto respiro e
pensiero, ingabbiato dentro una visione di sé e delle sue possibilità precostituita
e chiusa, ma so di avvicinarlo alla fonte della sua conoscenza e della sua
rinascita come individuo davvero autonomo, capace di trovare la sua guida
dentro se stesso e di dare volto e contenuto propri alla propria vita.
(16/4/2007)
sabato 1 febbraio 2025
Le emozioni
Le emozioni chiedono di essere prima di tutto
avvicinate e comprese da chi le vive. Spesso prevale invece la pretesa e
l'attesa di dare loro espressione, come se non ci fosse altro scopo utile e
interessante che mettere fuori ciò che si prova, come se non ci fosse da
chiedere a se stessi, da perseguire altro che di avere coraggio o meno,
disinvoltura o meno di farlo. E’ ricorrente l’invito a non tenersi tutto dentro
di emozioni e stati d’animo, come se questo, particolarmente se il sentire è arduo e non piacevole, recasse a sè solo danno o come se
andasse sprecato, se non espresso e messo fuori, il valore e il potenziale di
ciò che si prova. Le emozioni, gli stati d'animo, ogni moto interiore non ha
contenuto e significato banale di evidente e immediata comprensibilità,
non è la copia e la ripetizione di altro analogo, di cui si presume di
conoscere già il significato. Ogni emozione, moto interiore, ogni vissuto ha un
significato e un intento originali e unici, ha un senso, vuole rendere
tangibile e riconoscibile qualcosa di vero di se stessi, mai scontato o
presumibile. E' frequente, per non dire abituale, distinguere e contrapporre emozioni positive e negative, con ciò ribadendo la pretesa dominante e regolatrice, che si vorrebbe detenere rispetto al corso e all'iniziativa della propria parte intima, che si vorrebbe pilotare e subordinare. Rispetto a emozioni, a stati d'animo, a esperienze interiori stigmatizzate come negative scatta prontamente e risalta la posizione difensiva e contemporaneamente offensiva verso e contro ciò che di intimo non si sa comprendere, con cui non si ha matura familiarità e capacità di incontro e di dialogo. Ogni proposta interiore ha intento e capacità di coinvolgere nella presa di visione del vero, reso sensibile, riconoscibile, a patto di volerlo avvicinare, recepire e vedere. Il sentire che si declina proponendo sollecitazioni, momenti e percorsi tracciati nel proprio sentire non facili, offre il terreno, pur difficile, il più corrispondente alla necessità di prendere contatto e visione del vero, con la necessità di aprire gli occhi, è tutt'altro che esperienza negativa, segnata da anomalia e da cattivo stato. Purtroppo, confinandosi nell'angusto di ciò che si considera normale e a sè favorevole, spesso modellato sull'esempio e sul pensiero comune, si finisce per dare addosso, per temere ciò che invece interiomente e per iniziativa della parte profonda di se stessi vuole essere un contributo per prendere consapevolezza, per dotarsi di capacità di comprensione di se stessi, senza limiti e barriere, senza remore, anche se la scoperta del vero può non risultare comoda. Definire negativa o senza senso, senza ragionevole motivo e utilità, un'intima sensazione e stato d'animo, pensare che vada corretto e superato è risposta e modalità segno di lontananza dal proprio intimo, di incapacità di rapporto con se stessi e di non conoscenza del significato della propria vita interiore. Che lo si faccia con un'emozione e con uno stato d'animo, che lo si faccia con un sogno, distinguendo un bel sogno da un sogno brutto, dal cosiddetto incubo, prontamente liquidato come negativo e da dimenticare, anche se è un fior di sogno con straordinaria capacità, messa in atto dal profondo, di promuovere la presa di coscienza e la conoscenza di sè, applicare questa distinzione e mettere già in atto una risposta discriminante e cieca, è ciò che di certo non favorisce il dialogo fecondo con se stessi, l'apprezzamento della validità, dell'opportunità e dell'affidabilità di ogni proposta della propria interiorità, del proprio profondo. Ogni momento e espressione della propria vita interiore, ogni
emozione interviene non casualmente, racchiude una proposta e un suggerimento
che ogni volta vanno intesi nel loro originale e unico, perciò ogni emozione va
avvicinata e partecipata intimamente da chi la vive e non prontamente liquidata
e messa fuori, va ascoltata con attenzione e senza impazienza perché sia
compresa. E' intelligenza assai fine quella del sentire, è l'intelligenza dell'inconscio, della parte profonda di se stessi, che per intero lo modula e lo dirige, che vuole guidare alla
consapevolezza, nulla di sparato per caso, nulla di avulso e di meccanico, come
accade con i pensieri costruiti col ragionamento. Ciò che il sentire, ciò che
le emozioni e i moti interiori sanno svelare è molto vicino e corrispondente a
se stessi, è fondato, è vero. Il comune pregiudizio è che le emozioni non abbiano dalla loro lucidità e intelligenza, che siano risposte automatiche, viscerali, un pò rozze, viziate di parzialità e di miopia, prive di accortezza, riservando invece la facoltà di accorta e lucida visione al pensiero razionale. Si pensa che le emozioni rischino di confondere la visione, tant'è che si usa dire che le cose per essere ben comprese vanno viste a mente fredda e non sull'onda delle emozioni. Che le emozioni non vadano liquidate e velocemente trattate, ma ascoltate e ben intese attentamente e fedelmente nel loro dire, che non è affatto cieco e banale, bensì oltremodo intelligente, è una necessità da rispettare, che non vadano rivestite subito di significato scontato e convenzionale è altrettanto importante. Quando invece, è prassi molto comune, le emozioni sono trattate e spiegate sbrigativamente con presunzione di saperne già il significato, dato per ovvio e evidente, quando sono messe velocemente da parte con l'arbitrio di fissarne i limiti di affidabilità, per consegnare al pensiero razionale il compito e la facoltà del chiarimento e dell'approfondimento del significato dell'esperienza, assai facilmente viene fuori da queste produzioni razionali tutt'altro racconto e storia rispetto al vero dell'esperienza. Il pensiero razionale senza la guida e il supporto del sentire, per quanto estro e acume si convinca di mettere in campo, non può fare altro infatti che rimescolare il già detto e concepito con la fatale conseguenza di produrre idee incongrue e senza attinenza col contenuto vero dell'esperienza, che proprio il sentire ha capacità di mettere in luce. La questione dunque è la comprensione e la valorizzazione di quanto le emozioni sanno dare e dire. Pensare di tenerle o sotto controllo o di disporne come si fa con un ciò che si ritiene minore e subalterno da governare e usare a discrezione, è veramente sciocco oltre che deleterio, perchè amputa le proprie possibilità di conoscenza di se stessi e del vero insito nella propria esperienza. Il maluso, sarebbe meglio dire il maltrattamento esercitato in vario modo sulle emozioni e l'arbitrio sul loro conto trovano sostegno nel modo comune e ritenuto normale di considerarle. Scaricare, sfogare, mettere fuori, liberarsi di emozioni soprattutto se difficili, autorizzandosi a farlo perchè le sensazioni poco piacevoli sono senza appello giudicate nemiche e dannose, è tutt'altro che modalità rara. Questo, che pare sensato e utile, equivale a sbarazzarsi di un che di prezioso che ha da dire e che vuole portare più vicino a sè e alla verità, significa farne
solo uno scarto, un rifiuto da buttare. Accade poi e non raramente che le emozioni siano usate per compiacere, per attrarre
consenso, per ottenere vantaggi, che siano enfatizzate o addirittura
manipolate o recitate per simulare ciò che piace, che stupisce, per coprire e
mistificare ciò che è più autentico. Sia che ci si voglia sfogare, che ci si voglia
liberare, scaricando ciò che interiormente pare sgradito, che malamente si
giudica a sè dannoso e insopportabile solo perchè risulta poco piacevole, sia
che si dia priorità all'istanza di manifestare e di esprimere il proprio
sentire, di manipolarlo in ossequio e in conformità ai gusti correnti, che premiano la cosiddetta spontaneità, l'estroversione, la trasparenza e la solarità o altre amenità simili, rispetto a quella di rispettarne il corso originale, di rimanergli fedele, di difenderlo e di custodirlo nell'intimo per ascoltarlo con
attenzione, per comprendere ciò che le proprie emozioni autentiche vogliono davvero condurre a
capire, si rischia di fare sciupio di una risorsa fondamentale. Si rischia, senza avere consapevolezza di ciò che si sta facendo e del danno che ci si sta arrecando, di scaricare nei rifiuti, di banalizzare e
di fraintendere, di manipolare e di strumentalizzare, per trarne vantaggio d'immagine e per disciplina di consenso, qualcosa di sè di intimo e di prezioso, da cui viceversa, se saputo salvaguardare, rispettare e acquisire nelle sue autentiche forme e
intenzioni, valorizzare nella sua capacità di dire e far capire, si può ricevere tantissimo in termini di conoscenza di se stessi, di sviluppo di autonomia di pensiero e di capacità di governo della propria vita.