domenica 29 dicembre 2024

Il volto sano del malessere interiore

Non sono mai casuali le espressioni del malessere interiore. Non sono mai il segno di un guasto, di un anomalo modo di sentire, non sono espressioni di patologia come si dà per scontato. Sono sempre esperienze interiori significative e capaci di svelare nodi decisivi, verità essenziali. Vediamo qualche esempio. Il senso di vuoto, la perdita di interesse per tutto, il senso di oppressione di una vita che ormai non dà spazio se non a un senso di impotenza e di inadeguatezza, la paralisi crescente dell'esistenza nella fissità del dolore, dello sconforto, la visione di sè come inutile presenza e senza valore, tutto ciò che fa sentenziare depressione, è deragliamento nella patologia o dice e svela, vuole svelare e dire? Calato il sipario, spente le luci della scena (e chi se non l'inconscio ha l'ardire di provocare tutto questo?)  cos'altro c'è interiormente, cos'altro resiste autonomamente, al di là del beneficio dell'applauso, della considerazione altrui e della loro convalida, che sappia tenere su l'illusione di una costruzione che si presumeva salda, ma in realtà fasulla, rimediata e costruita a arte su misura e forma dei gusti e del benvolere altrui? Arriva il momento della verifica senza sconti, senza trucchi e senza inganni, senza falsa persuasione e iniezioni a salve di credo e di fiducia, mai oggetto di verifica, tenute in piedi e confortate solo da assenso di mentalità comune. Una vita in appoggio a altro e riempita di legami e di dedizione a questo e a quello per averne il ritorno di non patire solitudine e senso di vuoto, di incassare un senso di utilità che si avvale di qualche legame dipendente, può arrivare a mettersi, a essere messa da volontà profonda, allo specchio per vedere non già la validità degli appigli e dei presunti contenuti di valore presi in prestito, ma la sostanza di un nulla sinora tratto e generato da sè. Patologia quella che emerge o impietosa e, se ben compresa, prima base di verità da cui partire per invertire la rotta, per disporsi finalmente a costruire da sè qualcosa che abbia fondamento proprio e senso? Se volgiamo lo sguardo a un'altra possibile espressione del malessere interiore in cui la morsa del controllo ossessivo, della tenuta in ordine precisa e senza sgarro, del tenere a bada e scongiurare esiti temibili e sciagurati, sono ferrei imperativi, possiamo non vedere che una simile piega non è certo incoerente con un'impostazione di vita in cui tutto deve girare in efficienza e il dentro non deve fare scherzi, avere l'obbligo di assecondare, di non procurare sorprese? Cosa rivela dunque questa esasperata e minuziosa ingegneria del controllo? In una forma estrema, persino grottesca, possiamo vedere l'isolamento e la prepotenza della macchina razionale, a cui, confidando tanto nella sua capacità e affidabilità, è stato dato il compito di guidare l'esistenza, testa razionale che non sa ascoltare, che non vuole se non darsi conferme, che con rigore matematico combina i pensieri sulla base e nelle guide del pensato comune e dei significati già ben codificati, che per ciò che concerne il rapporto col sentire, con emozioni e spinte interiori, lo concepisce solo come scarico immediato, come sfogo, che perciò si industria con ogni mezzo  per tenerlo sotto sequestro e presa stretta per non rischiare di finire male, nel disordine. E che dire dell'ansietà che serpeggia, che a tratti ingrossa, che non dà più tregua, che persino erompe fragorosamente negli attacchi di panico? Se c'è uno scricchiolio nella costruzione abnorme di una vita, di un modo di concepirne e di tradurne la realizzazione, che, in ossequio a altro che, preso da fuori, ha fatto e fa da modello e guida, non rispetta e non rispecchia ciò che da sè, lavorando su di sè, potrebbe essere compreso, generato e fatto vivere, se questo scricchiolio con segnale di pericolo per ciò che comporta deviare da se stessi, non far vivere l'autentico di sè sostituendolo, come si sta facendo con perseveranza con altro improprio e alieno, insiste e non dà tregua e non concede quiete, se fragorosamente l'attacco di panico segnala la dissociazione e la lontananza dalla vita intima, dalla stesse basi biologiche del proprio essere, del cuore e del respiro, che potrebbero non essere più certe, negarsi persino, minacciare di non dare più passivo seguito e sostegno vitale, come si dava per scontato, a ciò che profondamente non è riconosciuto come genuino e autentico, possiamo pensare che tutti questi segnali siano abnormi e malati, privi di significato e di scopo? Nel malessere, nelle sue espressioni non c'è patologia e devianza, bensì forza di verità che vuole emergere, forza ben orientata da una parte profonda che, a differenza della parte conscia, che preferisce ignorare e darsi tesi di comodo, sa e vuole porre in primo piano il vero, che non accetta di lasciare libero corso a modi di procedere e a piani di realizzazione di se stessi che non hanno fondamento e senso.

mercoledì 25 dicembre 2024

Disparità di intenti

La visione comune concepisce l'essere umano come a un'unica dimensione. E' una concezione in cui è considerata egemone la parte conscia e in cui il resto dell'individuo, fatto di emozioni, di vissuti, di spinte e di corsi interiori, è visto come parte in subordine da gestire con la volontà e da spiegare col ragionamento. Quando non ci si chiude in questa concezione e si sa aprire alla conoscenza dell'individuo fondata su verifica attenta e su analisi dell'esperienza, su ascolto senza preconcetti dell'interiorità, si scopre ben altro circa la vera natura dell'essere umano, non appiattito in un'unica dimensione. Si scopre che nell'individuo, fatto di parte conscia e di parte intima e profonda, quest'ultima, se la si sa ascoltare, è parte viva del proprio essere tutt'altro che inferiore e di peso marginale. Solitamente la si considera capace solo di risposte automatiche e, in quanto "irrazionale", la si giudica sostanzialmente inaffidabile sul piano del pensiero e della capacità propositiva. Si scopre, conoscendo l'essere umano senza barriere e filtri di preconcetti, ma per verifica onesta e attenta, quanto le due parti, conscia e inconscia, siano diverse per intelligenza e per progettualità. Posso parlarne perchè da oltre quarant'anni mi dedico alla ricerca interiore e all'ascolto dell'inconscio nei vissuti, nelle espressioni del sentire, che l'inconscio dirige e plasma e particolarmente nei sogni. Contrariamente a ciò che si pensa, che sia la parte primitiva e la meno evoluta rispetto alla capacità e a quanto di valido e di evoluto garantirebbe la parte conscia avvalendosi dello strumento del pensiero razionale, l'inconscio, quando lo si sa avvicinare e comprendere in tutte le sue originali espressioni e qualità, si rivela essere la più progredita, affidabile e valida fonte di pensiero e la guida irrinunciabile per recuperare autonomia di sguardo e di progetto. Per stare dentro e al seguito di ciò che è già concepito lo strumento razionale è efficace e sa garantire soluzioni di adattamento, sia nel verso del più disciplinato conformismo, che della contrapposizione e delle scelte cosiddette alternative, comunque sempre gravitando attorno e in appoggio a ciò che è consolidato. La modalità di pensiero conscio nelle sue più variegate produzioni, non interroga ciò che fa, non ne cerca le premesse e i vincoli, spesso opera per rendere stabile e coerente il suo operato, proteggendolo da scoperte di verità che lo metterebbero in crisi. Non vede oltre il proprio naso. Ciò di cui invece è capace la parte profonda è di saper vedere su quali basi e dentro quali limiti e vincoli opera la parte conscia, che ad esempio nelle sue pensate si attribuisce capacità di comprensione e di elaborazione autonoma dove invece va al traino, dove assume per compreso ciò che le è consegnato come assodato, spiegato e valido, che nei suoi propositi e aspirazioni si appella, pur senza dirselo con chiarezza, a ciò che è comunemente considerato desiderabile e carico di valore, che dunque fa conto sulla convalida e sull'apprezzamento comune nell'ambire ai suoi traguardi che vorrebbe di genitura propria. Il vincolo di dipendenza, il fare conto, l'appoggiarsi, il muoversi dentro coordinate e guide comuni, casomai cercando di dare spallate e di essere trasgressivi o contro corrente, è la verità di cui si rimane volentieri ignari, che viceversa l'inconscio non ignora e che dunque cerca di far emergere. Lo fa con acume straordinario e con genialità e ricchezza di chiarimenti nei sogni, che mettono di continuo allo specchio se stessi per aprire gli occhi sulla verità della propria condizione. I simboli dei sogni, sempre originali e di fattura artigianale, unici e su misura e validi per il soggetto, non replicati dall'inconscio in serie come si ama credere, quando, per pigrizia e comodo, si pensa che questo simbolo significhi invariabilmente questo, quell'altro idem, come se l'inconscio pensasse alla maniera della testa razionale, che comunque ricombina sempre gli stessi pezzi di un pensato già codificato e pronto, i simboli dei sogni, frutto di attività creativa, creature di una gestazione ben matura, non certo di una produzione improvvisata, hanno capacità di far emergere e di dare luce a ciò che nella pratica, nel pensato e nella prospettiva della parte conscia è opaco, è fuori dal suo campo visivo, lontano dai suoi interessi, abituata com'è a farsi bastare elaborazioni a buon mercato e a cercare, più che verità, conferme pur di tirare avanti indisturbata. Due modi di procedere, due stili, due passioni ben diverse quelle della parte conscia e di quella inconscia, che ironia della sorte nella realtà hanno dalla loro proprio la qualità opposta a quella della loro dicitura. La parte conscia è spesso conscia di un bel tubo o meglio si culla dentro l'illusione di sapere quando di se stessa non vede proprio nulla che non sia ciò che ama credere e che le dà conforto, finendo per essere matrice di inconsapevolezza. La parte inconscia è più che sveglia e della ricerca del vero e della passione di renderlo tangibile è portatrice saggia e tenace, della consapevolezza è incessante promotrice. Come cambiano le cose quando le si va a scoprire senza pregiudizio!

martedì 24 dicembre 2024

Le ombre del passato

Si dice spesso che le ombre del passato oscurano il presente, che lo rendono difficile, compromettendo il proprio stato interiore con disagi e pene non sopite. Il proprio passato può aver lasciato sospese molte cose in realtà. Anche se il sentire di oggi non è, come si ama credere e far credere, eco e conseguenza di accidenti passati, di esperienze dolorose, responsabili della persistenza di risposte interiori anomale e di una scia di malessere nel presente, è vero che ciò che nel proprio passato non si è portato a consapevolezza ha lasciato intatti nodi e questioni, che oggi si ripropongono. Non c'è da vittimizzarsi, da considerarsi dentro il proprio disagio come parte lesa, oggetto di torti, di influenze negative, di inadempienze altrui, di traumi patiti. C'è viceversa da considerare quanto per proprie scelte, per propri modi di procedere, che hanno privilegiato la rincorsa e l'adeguamento a modelli e a modalità comuni e prevalenti, non accompagnati o non seguiti da impegno riflessivo, da ricerca di senso e di verità senza veli, hanno contribuito a rendere sterile e infruttuosa la propria esperienza, non resa occasione di presa di coscienza,  ma manipolata con spiegazioni e lavorio, più o meno tanto, del ragionamento, affinché non desse incomodo, l'incomodo della verità, rimasta in ombra. Ecco le ombre che non danno quiete e agio, che chiedono di essere finalmente rischiarate, che mettono in conto oggi al proprio presente un lavoro da fare finalmente per non essere ignari di se stessi e per non procedere oltre in uno stato di inconsapevolezza, di inautenticità per omogeneità e privilegio dell'accordo con gli altri e con l'esterno rispetto alla vicinanza e all'intesa col proprio intimo e profondo. Nulla del passato pesa di più del mancato lavoro su se stessi, della fuga dall'intimo, dal sentire che da sempre dice, nulla pesa di più della mancata unità dialogica con la propria interiorità, che da sempre non tace, che interroga, che coinvolge dando nel vivo le basi per incontrare il vero di se stessi, nulla pesa di più del costruire pensieri e idee che, confezionate a mezz'aria e nell'orbita delle attribuzioni di significato prese in prestito e preconcette, valgono solo a tappare le falle, a confermare quanto si ama e fa comodo credere di se stessi e a rinsaldare la continuità di un procedere senza verifiche attente e approfondite, sincere e senza trucchi. Pensare che il disagio che si fa sentire nel presente sia la conseguenza di qualche torto o pecca o infortunio patito e messo in conto a altro e a altri, genitori e simili, è una grossa ingenuità, è soprattutto una risposta di comodo e confermativa della volontà di proseguire senza aprire riflessione su di sè, è volontà di essere lasciati in pace, è richiesta impudica di essere risarciti piuttosto che ben più degna, onesta e matura ammissione di essere in debito con se stessi. Debito di ricerca di verità e di lavoro serio su se stessi per una crescita vera e non d'immagine e fasulla. La proposta del sentire in qualsiasi forma si presenti, anche se ardua o dolorosa, non è mai automatica e passiva conseguenza di questo o di quell’altro che agiscono o hanno agito da fuori, è sempre richiamo intelligente esercitato dalla propria interiorità, che  definisce dentro e attraverso  il sentire il terreno vivo su cui ritrovarsi, su cui interrogarsi, su cui lavorare momento dopo momento. Il sentire di oggi, anche nella sua forma sofferta e disagevole, non è un’anomalia che trae origine da qualche distorsione o guasto che si è prodotto nel passato, è viceversa spunto e richiamo che ha forza e capacità, se ascoltato e ben inteso, di promuovere nel presente una presa di coscienza decisiva, un punto di partenza per capire se stessi e il proprio stato. Le tesi che fanno del sentire, quando difficile e sofferto, un’alterazione, un guasto risultato e conseguenza di una causa passata, non riconoscono il carattere, la natura propositiva, carica di sottile e matura intelligenza, dell’esperienza interiore di cui il profondo è ispiratore e regolatore. Si continua a concentrare tutte le attese e le pretese di capacità e di affidabilità sulla parte conscia, considerando il resto una appendice meno evoluta, registro passivo di esperienze vissute, luogo di scarico di tensioni e di patimenti, motore di reazioni elementari che non sottostanno alle regole del discernimento, per presunta mancanza da parte della componente interiore e profonda dei requisiti di intelligenza e di affidabilità pregiudizialmente e assai generosamente riservati e riconosciuti alla parte conscia. L’esperienza analitica, quando ben fatta, consente di scoprire quanto valga davvero, per prova provata e non per pregiudizio, l’iniziativa e la proposta del profondo. L’inconscio dà prova, ben ascoltato e compreso nel suo dire negli stati d'animo, nel sentire che promuove e soprattutto nei sogni, autentici capolavori di intelligenza e guide di ricerca impareggiabili, di essere la salvezza dal rischio dell’inconsapevolezza, della traduzione in omologazione della propria vita. L’inconscio si rivela essere promotore e leva insostituibile del recupero a sé delle proprie vere ragioni d’esistenza, della capacità di pensiero originalmente proprio, che non fa il verso a nulla di appreso e studiato, ma che scaturisce da esercizio del proprio sguardo ben calato nell’esperienza, ben orientato dai propri vissuti. Nulla interiormente accade senza un perché di ricerca e uno scopo di crescita personale. Non ci sono ombre del passato che non siano punti di ricerca toccati nel proprio cammino d’esperienza e trascurati, sviati e non approfonditi, che comunque nell’oggi trovano occasione di essere recuperati in un movimento di ricerca di verità, che è la ragione di vita del profondo, che in questo movimento vuole contagiare e coinvolgere l’intero essere. La sofferenza interiore, lungi dall'essere una patologia o l'espressione di una distorsione e di un danno patito,  segnala acutamente una necessità inderogabile, insorge e persiste con uno scopo tutt'altro che nocivo, vuole e può essere il punto di incontro di ognuno con la profondità del proprio essere e da lì, in stretto legame con il proprio inconscio e con la sua guida, essenziale e irrinunciabile, l’inizio di un percorso di rinascita, che nella ricerca del vero ha il suo fulcro e il suo alimento, di una rinascita dal profondo di se stessi.

domenica 22 dicembre 2024

La forza dell'inconscio

Si pensa abitualmente che il malessere interiore sia il segno dell'indebolimento, della compromissione della capacità di procedere normalmente e felicemente, minata da qualche oscura causa, da un anomalo stato interiore e psicologico. Si pensa che sia nel proprio interesse andare alla ricerca del rimedio, nel verso del contenimento della minacciosa e ritenuta insana e nociva disposizione interiore e del ristabilimento di uno stato ritenuto normale, si considera questa scelta come indiscutibilmente positiva e favorevole. Se è riconosciuta forza lo è in chiave negativa a una parte di sè che per qualche alterazione rispetto alla norma malauguratamente agirebbe contro se stessi, una sorta di patologica tendenza che non vuole cedere, che minaccia di guastare l'esistenza. Ancora in termini di forza si fa appello alla contrapposizione della forza di volontà e di resistenza come arma necessaria per combattere e per non cedere a ciò che interiormente è considerato solo nefasto. E' una lettura questa che sembra scontata, che non trova certo smentita, anzi che trova robusto sostegno nella stragrande maggioranza delle proposte curative, nella logica di cui sono portatrici, siano esse nella variante delle cure psicofarmacologiche che delle psicoterapie. Anche dove si ritenesse necessario e valido non limitarsi a contrastare i segni del malessere ma, attraverso una psicoterapia, indagare per capire, la ricerca muove infatti spesso e volentieri, seguendo una idea preconcetta di ciò che va cercato, nella direzione di rinvenire nella propria storia le cause, preferibilmente remote, di insufficienti apporti o di condizionamenti negativi da parte di figure genitoriali o significative, di accidenti negativi e di traumi psichici patiti, che avrebbero compromesso il sano evolvere della propria crescita, che avrebbero lasciato segni persistenti di un turbato equilibrio. Accade così che, assecondando l'idea preconcetta, non sia difficile trovare da qualche parte nella propria rivisitazione e ricostruzione biografica, ciò che dia conferma e soddisfazione a una simile attesa. La tesi vittimistica di un danno patito e la lettura del malessere come espressione di un turbato equilibrio non salvaguardato e a sè non garantito hanno così modo di trovare una sorta di quadratura. Che questo significhi entrare davvero in ascolto e in sintonia con la proposta interiore, con ciò che l'intimo profondo attraverso il malessere e la crisi vuole far intendere e con ciò che vuole promuovere di ricerca e di cambiamento, questa è tutt'altra storia. Non è un caso che dopo le presunte scoperte del perchè e dell'origine del malessere, il rapporto col proprio sentire rimanga più improntato a tenerlo a bada che a saper comunicare con questa parte viva di se stessi, che, inascoltata, non cessa di premere. Nessuno pensa o ben pochi che la crisi e la sofferenza che interiormente hanno preso piede non siano il segno di un'anomalia nel proprio stato interiore da più o meno remota causa nociva da indagare e da cui finalmente rendersi liberi prendendone coscienza o che le espressioni di disagio interiore siano il segno di un cattivo adattamento, di una scorretta o disfunzionale modalità di intendere e di reagire, che, per far riprendere al meglio, senza intralci e aggravi, la corsa solita, richiederebbero una correzione e un riaggiustamento, come predicano gli psicoterapeuti del cognitivo comportamentale, che si vorrebbero portatori della psicoterapia più scientificamente fondata e comprovata, ma che attraverso il malessere, da ascoltare senza preconcetti, l'interiorità ponga questioni di sostanza, che implicano e chiedono una verifica più radicale e profonda del personale modo di procedere e di stare in rapporto a se stessi, con la parte più intima di se stessi. Questa, di una necessaria e inderogabile verifica e approfondita  è .la ragione e il richiamo forte del malessere interiore, come animato e reso acutamente vivo dal profondo, da quella parte di se stessi che non chiude gli occhi, che non cerca di assecondare la ricerca a testa bassa, inconsapevole delle sue ragioni e vincoli, dell'adattamento, del darci dentro nel procedere consueto come fosse ovvio. L'inconscio è la parte del proprio essere, della propria psiche, che attraverso i sogni e il sentire, regolando tutta quanta la vicenda interiore, dà segnali puntuali e intelligenti, a tratti anche dirompenti, di messa in esame e in discussione del proprio modo di impegnare la propria vita, spesso al seguito d'altro, che ne regola gli svolgimenti e gli scopi, incuranti, così lontani dal proprio intimo, di riconoscere e di coltivare le proprie autentiche potenzialità interiori. L'inconscio, non certo sconsideratamente, mette al primo posto la necessità della presa di consapevolezza del vero della propria condizione, passo necessario per riprendere libertà e capacità di formare e sviluppare, d'intesa col proprio profondo, la conoscenza, senza suggerimenti e guide esterne, di se stessi e dei significati veri della propria esperienza, la scoperta di ciò che vale e che vuole vivere di autenticamente proprio. L'inconscio spinge verso la conquista della propria autonomia vera e sostanziale, che non si riduca al saper fare da sè questo o quello, ma che sia capacità di prendere davvero in mano le guide e lo scopo della propria vita. Questa è la forza e non certo cieca, inaffidabile o distruttiva dell'inconscio, della parte del proprio essere tutt'altro che da considerare di peso marginale, tutt'altro che da ignorare e da escludere dalla propria vita. L'inconscio può trarre in salvo, può se ascoltato e compreso, se assecondato nelle sue proposte come portate avanti nei sogni e nel sentire che anima e dirige, alimentare, formare e dare una capacità di pensiero e una forza di animo e di passione, non piegate a dare buona prova, a mettersi in fila nel seguire ciò che è consueto e ben guidato da prassi e da mentalità comune e condivisa, ma finalizzate a costruire la propria autonoma visione e capacità di dirigersi nelle scelte della propria vita. Questa è forza vera, mutuata e sostenuta dal profondo, ben altro dalla forza di esibizione e di realizzazione della parte conscia a cui si è fondamentalmente affidati e dentro cui si sta arroccati, che ha sempre bisogno per declinarsi e per stare in piedi di guida e di convalida esterna, di conforto e di plauso presi da fuori.

venerdì 20 dicembre 2024

Paura di se stessi

A volte affiora appena, altre volte dilaga. E' la paura rivolta alla parte intima di se stessi, parte che resta per molti una sconosciuta, un mistero. L'intento abituale, che presto nel personale percorso di vita si afferma e  che via via si rafforza, è di disciplinare questa parte intima di sè, di renderla docile e conforme alle aspettative di ordinato procedere, subordinandola all'esigenza di ben figurare, di ottenere buone prestazioni, di essere, quando si abbia voglia di vacanza e di liberatorio sfogo, leva e mezzo di appagante ristoro o godimento. Tutto meno che intendere che il proprio sentire e tutto il corso della propria vita interiore non sono un docile cagnolino da ammaestrare e da usare come si vorrebbe, ma ben altro di valido e capace, oltre che, nelle sue espressioni e nell'intelligenza che lo guida, autonomo dalle attese e pretese della parte conscia, perchè finalizzato a rendere visibile la verità e non ad assecondare la ricerca della prestazione e a darle manforte. Ciò che non trova rispettoso riconoscimento è la propria interiorità, parte essenziale e non certo marginale del proprio essere, parte viva di se stessi e non congegno o accessorio al traino. La mancanza di rapporto, di vicinanza e di familiarità di scambio, di capacità di ascolto e di dialogo con la propria interiorità non sono però motivo di interesse e di preoccupazione, non sono nodo o questione rilevante. Quel che nel tempo è diventato rilevante, ciò che conta è non essere fuori dai giochi e indietro nella competizione per dare prova, è non essere da meno degli altri. Il paragone con gli altri predomina sull'interesse di avvicinarsi a sè, di conoscersi, di capirsi apertamente e lealmente, senza mettere subito in campo pretese o pregiudizi. Il distacco da sè, il mancato sviluppo del rapporto con la propria interiorità, relegata e considerata solo parte subalterna da tenere a bada e da piegare alla logica e al predominio della parte conscia razionale, che si considera l'unica valida funzione cui affidarsi e di cui fidarsi, ha conseguenze rilevanti. Ciò che non si trae da se stessi, che non si coltiva e non si  genera coinvolgendo la totalità del proprio essere, fatalmente lo si va  a prendere, già confezionato, da un'altra parte, fuori. E' conseguente dunque la consegna a altro, che fuori è organizzato e che si propone come agenzia apposita e autorità specifica per darne soddisfazione, del compito e della capacità di essere fonte di conoscenza, guida sicura e alimento a pronto uso e consumo per ogni possibile esigenza e sviluppo di sè. Ciò che da sè potrebbe e dal profondo vorrebbe generarsi come pensiero e consapevolezza, come scoperta di significati e di valore, come alimento della propria crescita come individui e non come allievi e scolaretti più o meno meritevoli e distinti, è bloccato, chiuso. L'ipotesi di far conto su di sè, sul rapporto con la propria interiorità, per generare da sè pensiero e ciò che è fondamento necessario e alimento della propria realizzazione umana, è considerata velleitaria, non credibile, impossibile. Diventa allora possibile soltanto istruirsi e prendere da fuori guide e contenuti, argomenti e senso di realtà, una realtà intesa in assoluto come "la realtà", l'unica riconoscibile come tale, fatta coincidere con ciò che è rappresentato e concepito comunemente, che ha forma concreta e collaudata. Ci si cala allora, come attori in scena, nella parte che la sceneggiatura del pensato, della pratica e del senso comune consegna come ruolo da rivestire, da interpretare e replicare, cercando, a volte con qualche guizzo personale con la parvenza dell'originalità, abbracciando qualche controtendenza, di farlo comunque nel solco del copione, facendo in definitiva proprie le modalità e le scelte di vita prese e apprese da lì, facendosi istruire a dovere e guidare dal manuale del pensato comune e prevalente, che dice come intendere le capacità e la realizzazione personale, i modi e i tempi, le cadenze e le scadenze. A una determinata età spetta di fare questo per formarsi, quello per gioire e divertirsi, a un'altra si deve compiere il passo importante, sinonimo scontato di crescita e di maturità e via di questo passo, dentro un cammino regolato, ritmato da fuori, reso indice di normalità. Più che individui, che hanno necessità di trovare dentro sè e, facendo conto sulla totalità del proprio essere, nel dialogo interiore la propria fonte, le risposte che contano, il senso e le ragioni della propria vita, si diventa parte di un aggregato e lì dentro si cerca di affermare e di salvaguardare il proprio merito e di ottenere riconoscimento e sostegno nella considerazione altrui, nell'autorità esterna che di volta in volta sovrintende. Tutto senza vedere, senza riconoscere nitidamente questa condizione di dipendenza e di un procedere nella sostanza eterodiretto, con preoccupazione di non rompere l'intesa col giudizio comune e con l'autorità esterna, badando a ricavarne comunque sempre conferma, supporto e guida, cercando lì appoggio e sponda, anche quando si voglia andargli contro e fare gli alternativi, gli antagonisti o i ribelli. L'illusoria persuasione che in questa pappa dipendente ci sia invece espressione di volontà e di capacità propria ben si regge sul lavorio della parte razionale, pronta a sfornare pensiero, che applicato a se stessi, persuade di ciò che fa comodo attribuirsi, lavorio che si rivela superlativo nel mistificare, nel far credere ciò che non è, nell'occultare ciò che è. Ebbene in questa condizione e dentro questo modo di procedere, celebrati come normali, mantenuti e tutelati ad ogni costo, malgrado a tratti si sia avvertito un senso vago di mancanza di unità con se stessi e di mancato fondamento saldo nelle proprie scelte e modi di stare al mondo, la realtà personale vera che ha nel tempo preso piede è di una sostanziale distanza o dissociazione dal proprio intimo. Al proprio intimo nel tempo si è voluto assegnare la funzione di gregario o comunque di tacito assenso e sostegno. Al proprio intimo, se non assecondava questa pretesa, si è stati pronti a guardare con sospetto o in cagnesco, così come si è stati pronti a attribuirgli patente di incapace quando non si rendeva funzionale ai propositi che si sarebbero  voluti realizzare, senza chiedersi mai il perchè di queste aspirazioni e propositi, spinti da cosa e a quale scopo. Se l'interiorità a un certo punto, per far sì che si faccia finalmente profonda verifica e chiarezza sul proprio stato, alza il tiro e fa la voce grossa, cosa non rara, ecco che dal sospetto e dalla diffidenza abituali, dal latente e onnipresente timore, che ha accompagnato tutto il cammino d'esperienza, che le cose intimamente non procedessero a dovere, che potessero tradire le aspettative e riservare brutte sorprese, ecco che, in presenza di crisi e di segnali forti di malessere interiore, agitati e messi in campo dalla propria parte profonda, la paura verso se stessi, verso l'intimo di se stessi, prende presto il predominio. A quel punto la prima reazione al malessere è spesso la fuga, il tentativo di allontanamento e di distrazione da quel sentire difficile e sofferto. Se con questo espediente, tra l'altro incoraggiato dal pensiero comune, non c'è modo di neutralizzare l'intimo, ecco il ricorso a mezzi più  diretti e forti per farlo recedere, per zittirlo, camuffati da cura. Se non sono gli psicofarmaci a intervenire, scendono in campo, anche in combinazione con l'uso dei farmaci, i tentativi di trovare spiegazioni, casomai col supporto di una psicoterapia. Al seguito dell'idea che in ciò che interiormente accade ci sia un'anomalia e un disturbo, che malauguratamente  affligge e con l'auspicio che in questo modo venga debellato, ci si dedica volentieri alla ricerca della presunta causa del malessere, causa cercata sempre altrove da sè in qualcosa che avrebbe arrecato danno, che come trauma patito avrebbe minato la sicurezza e l'intimo quieto vivere, che per responsabilità o colpa di qualcuno, genitori e non, non avrebbe dato il dovuto e necessario apporto per crescere serenamente e per stare bene, per non essere esposti al malessere che ha preso piede. L'intimo è visto come una piaga da sanare, come un meccanismo da raddrizzare e da regolare, ma, su queste basi, le solite consuete basi, con queste premesse, la paura è destinata a non sparire. D'ora in poi si imporrà la necessità di vigilare perchè l'intimo non torni a inquietare, a smuoversi, a preoccupare. Sulla difensiva e in regime di paura verso se stessi si penserà, dove il malessere persista o si ripresenti, di essere malati a rischio di cronicità, da tenere sotto vigilanza e cura, esseri sfortunati cui è negato il diritto di stare bene. La parte intima e profonda di se stessi, da cui ci si è abituati a tenersi lontani, che non è affatto un che di alieno e lontano, che è parte organica del proprio essere, da sempre presente nella propria esperienza, parte viva e attiva nel sentire, nei sogni, in tutto ciò che si svolge interiormente, preme, con più intensità dentro il malessere e la crisi, per far sì che si rivolga finalmente lo sguardo a se stessi e non all'agire, perchè ci si prenda davvero cura di sè, per capire lo stato del rapporto con se stessi  e per riconoscere la necessità di un radicale cambiamento. In uno stato di abituale lontananza dal proprio intimo le distorsioni nel considerare ciò che sta accadendo dentro se stessi come una patologia da sanare o come  l'esito malaugurato di cause e di responsabilità altrui e non come lo stimolo e il richiamo che la parte profonda di se stessi sta esercitando, finiranno però facilmente per avere il prevalere. La paura di se stessi rischierà così di diventare la norma dentro un modo dissociato dal proprio intimo di vivere e di viversi, mai riconosciuto come tale, rischierà, dopo la crisi o le crisi ripetute, non comprese nel loro significato e intento non di certo ostile o distruttivo, di prendere ancora più forza. La paura regnerà sovrana almeno fino a quando non si riconoscerà la necessità di un profondo cambiamento nel rapporto con se stessi, che metta  prima di tutto al centro del proprio interesse, non il ripristino della normalità solita, ma la ricerca del vero. 

domenica 1 dicembre 2024

A scuola dall'inconscio

E' convinzione comune che gli unici mezzi per consentire e per nutrire conoscenza e crescita personale siano quelli messi a disposizione dall'offerta culturale nelle sue svariate forme, che da se stessi nulla possa prodursi di accettabile e degno che non sia comunque nel solco di insegnamenti esterni. Si ignora la capacità che possiede il profondo di ognuno di promuovere, di guidare a formare e a sviluppare conoscenza e vera crescita personale assolutamente autonome e originali, oltre che di pregevolissima fattura. L'esperienza analitica, quando ben intesa come il luogo dell'incontro e del dialogo col proprio profondo, consente a chi la intraprenda di scoprire la capacità che ha l'inconscio di generare conoscenza e di condurlo a traguardi di consapevolezza e di crescita del tutto inattesi e inconcepibili prima dell’inizio del suo percorso di analisi. L'idea comune è che dall'inconscio possa solo venire la riproposizione di accadimenti personali, particolarmente di quelli dolorosi o traumatici, di verità omesse o rimosse, che comunque la struttura del discorso, il suo impianto logico e i codici di significato siano quelli che la parte conscia ha imparato già a apprendere e a utilizzare. Ci si aspetta che le scoperte possibili si iscrivano dentro un sapere già costituito, che gli siano corrispondenti. Si pensa ad esempio che le scuole di pensiero psicoanalitico, che i suoi maestri abbiano già chiarito e fissato verità che ogni singola esperienza analitica non farebbe che in qualche modo confermare. E' fatale che, se nel percorso analitico ci si avvale di schemi e di guide interpretative prese da sapere dato e da insegnamento di scuole, ciò che si andrà a scoprire non sarà che il risultato del rimbalzo nello sguardo di chi è coinvolto nella ricerca di simili schemi, sguardo irrigidito, oscurato dal già pensato e acquisito e incapace di cogliere altro, di dare fedele seguito alla proposta originale dell'inconscio. E' un rischio non da poco e tutt'altro che infrequente. L'inconscio è genesi di pensiero, il più attento e calzante la conoscenza, unica e senza precedenti, di se stessi, il più evoluto e penetrante. L’inconscio non è, come spesso si pensa, parte poco evoluta o primitiva della psiche, non è parte segnata da automatismi o da risposte di limitato respiro e orizzonte, da spinte volte a cercare soddisfacimento immediato con incuranza per la complessità delle questioni e la realizzabilità delle cose, dove invece, sempre secondo la persuasione dei più, la capacità di cogliere il senso più ampio e di riconoscere la realtà e la realizzabilità sarebbe prerogativa della parte conscia. Semmai è vero che la parte conscia è abituata a stare dentro e nei confini di una visione data e conforme al pensato comune e abituale, che pretende di definire come reale e realizzabile solo ciò che è interno a quel modo imperante di pensare. L'inconscio è volontà e capacità di disvelare il vero, di rendere riconoscibili, rompendo ogni illusione e spiegazione di comodo, i vincoli, i veri motivi e le implicazioni dei propri modi di procedere abituali. L'inconscio sa portare a vedere con i propri occhi e alla radice, valendosi come guida e traccia viva del sentire, che l’inconscio orienta e dirige, il perché e il significato autentico di ogni propria espressione e movimento dentro l’esperienza, affrancando il pensiero dal preconcetto, guidando lo sguardo a riconoscere il vero, correggendone la tendenza a divergere e a ignorare ciò che risulta scomodo, smuovendo la parte conscia dalla inerzia e dalla dipendenza dal pensiero scontato e preso in prestito. La capacità di visione dell'inconscio circa le questioni e i nodi della propria vita, circa ciò che va rimesso in discussione e circa ciò che originalmente proprio va invece coltivato e fatto crescere, è straordinariamente più affidabile, lungimirante e valida di qualsiasi idea e iniziativa che la parte conscia possa mettere in campo, di qualsiasi spiegazione o guida desumibile, che si possa prendere da insegnamento esterno. L'inconscio è maestro autorevole. L’esperienza del sentire, di emozioni, di spinte e di stati d’animo, che vivono e che si susseguono dentro ognuno, che, come dicevo, è orientata e plasmata dall’inconscio, è terreno vivo e base sicura di scoperta del vero, un terreno da cui il pensiero razionale è abituato a tenersi lontano e su cui ha pretesa, senza disciplinarsi all’ascolto, di agire, confezionando tesi e spiegazioni che finiscono per farlo rigirare su se stesso e sulle sue convinzioni di comodo, per fargli ripetere e ricombinare stereotipi di significato, presi da uso corrente. I sogni sono la migliore testimonianza delle capacità, dell’affidabilità e dell’autorevolezza dell’inconscio. I sogni sono capolavori di intelligenza, sono il riscatto della propria capacità di pensiero, non istruito e conforme a nulla di comunemente inteso o da altri concepito, sia pure da personaggio o da pensatore insigne. Il percorso analitico, parlo di quello che conosco, che propongo e di cui faccio fare esperienza da oltre quarant'anni, non poggia su nulla che non sia la guida di ricerca e l'alimento del pensiero che viene dal profondo. Non c'è episodicità, ma forte nesso e continuità tra i sogni, che, passo dopo passo, guidano il percorso di conoscenza di sè e di trasformazione e crescita personale. A scuola dal proprio inconscio è possibile sviluppare un pensiero dentro cui ci si ritrova e di cui si riconoscono le radici e il senso, in cui pensato e sentito, pensiero e interiormente vissuto, concordano pienamente, di cui si comprende via via ogni passaggio. Niente a che vedere con l'apprendimento scolastico convenzionale, con la conoscenza, comunque mutuata da letture e da studi, con le costruzioni del pensiero razionale, che se anche paiono lineari e formalmente coerenti, sono sempre debitrici di ipotesi, di chiavi interpretative, di presupposti altri, costruzioni spiantate e improprie messe sopra la propria esperienza. E’ una conoscenza, quella sostenuta e alimentata dall’inconscio, tutta di produzione propria e originale, tutta farina del proprio sacco, tutta compresa e verificata dal proprio sguardo, tutta fondata e fedele a ciò che la propria esperienza rivela, dalla a alla zeta. Nulla di ingenuo o di parziale, l'insegnamento dell'inconscio è di qualità eccellente. L'inconscio non concede salti, è meticoloso nel portare a verifiche, nel condurre a illuminare il campo della propria ricerca senza omissioni di comodo. Il modo di procedere e di pensare abituali, di avere cura di se stessi, spinge a trovare soluzioni, a cercare risposte e a avvalersi di spiegazioni, che permettano di non perdere terreno rispetto alla corsa comune, di chiudere presto il cerchio delle persuasioni, di mettere a propria disposizione formule risolutive e che mettano a tacere dubbi, che riconfermino ciò che non si vuole mettere in questione e sotto verifica. L'inconscio ha cura che nella ricerca di verità non ci siano omissioni, che ciò che si porta a maturazione non abbia lacune o false basi o equivoche, che comportino il rischio del ritorno al solito modo di procedere e di pensare, che, rimettendo in primo piano guide e riferimenti esterni, allontana da sè e dalla ricerca del vero, compromettendo il proprio processo di crescita salda e autentica. L'inconscio è maestro esigente e perciò affidabile come guida che non si lascia nè manipolare, nè persuadere a compromessi, questo a rigorosa tutela del proprio bene, del proprio interesse di realizzazione vera e non di facciata, di faccia da mostrare, di adeguatezza da dimostrare. L'inconscio è il miglior maestro possibile e meravigliosamente lo si può trovare dentro se stessi.

domenica 24 novembre 2024

Ingenuità e incanto

Com'è facile la presa, la capacità di persuasione e di coinvolgimento di quanto è pronto e ben organizzato, quando, ignari di sè, digiuni di scoperte proprie, si è pronti a farsi istruire e dire, stimolare e variamente soddisfare! Ogni potenziale espressione di se stessi trova aggancio e volano e l'ingenuità di non sapere, di non avere trovato dentro e attraverso di sè risposte originali e congeniali, di non averle cercate e coltivate, fa da slancio a abbracciare in un moto di irresistibile attrattiva ciò che sembra dare occasione di espressione e di realizzazione propria. Accade e non raramente, anzi è la normalità, perciò questo movimento a aderire trova nel "così fan tutti" ancora più forza di persuasione. Conoscere diventa istruirsi, acculturarsi, casomai viaggiare per darsi nuovi orizzonti, gioire diventa fruire di uso e consumo di piattaforme del divertimento, di quanto è offerto di godibile, di quanto è esaltato di feste organizzate, di appuntamenti da non perdere e di legami da afferrare e di cui non essere privi, la realizzazione personale e la conquista di traguardi significativi diventano la corsa alla carriera, alle promozioni e agli attestati vari e a quanto dà segno di merito e di raggiungimento di qualche traguardo o primato. Senza dimenticare che c'è poi, per alcuni a complemento, per altri a consolazione, la conquista mediata e per procura abbracciando una bandiera, tifando per un qualche eroe sportivo, sposando un credo, una ideologia con ben imbanditi valori e ideali, senza scordare che, per uscire dalla noia dell'appiattimento del gusto e dell'interesse, c'è la tv o la rete, c'è la vita dei famosi da spiare a compensazione di una vita, la propria, lasciata nelle secche dell'inconsapevolezza e dell'abbandono. Com'è bello e seducente il mondo, che offre tante risposte e soluzioni pronte e che diventa e si autoproclama come la realtà, la realtà in assoluto, riconosciuta e celebrata come imprescindibile luogo dove stare e tenere ben attivo l'interesse e l'attaccamento, come se null'altro possa esistere e essere riconosciuto come reale e degno di essere abitato, coltivato, amato e fatto vivere e crescere! C'è una parte di se stessi che non cade nell'irretimento, che sa vedere e distinguere il vero dal fasullo, il promettente dal tutt'altro che quello se visto attentamente, che sa riconoscere il risucchio dell'umano nel programmato e già plasmato. E' la parte intima e profonda del proprio essere, è l'inconscio, che non ha intenzione di rinunciare a rendere acutamente visibile il vero, che non intende desistere dal proporre e dal promuovere altro dall'andare dietro e dal farsi governare da soluzioni e da risposte pronte, che rilancia con insistenza  l'idea "folle" di cercare dentro sè risposte e punti chiave di orientamento, di portare a maturazione autonoma visione, di non concedere a altro di menare le danze. E' l'idea folle di diventare creatori di un proprio pensiero e scopritori di una idea di vita e di un progetto autonomi e forti di sostanza, di lucida consapevolezza e di  risorse proprie. Questa parte non desiste, dà segnali continui nel sentire e offre con i sogni, preziosissima risorsa, pensiero vero che guarda dentro e in profondità, non ammaestrato e non fotocopia del comune pensato. E' la parte intima e profonda, è l'inconscio che spinge verso la consapevolezza, che non asseconda ingenuità e incanto, leve e garanzie del perdersi nel realizzarsi dentro e secondo stampo. Non ha altra ragione e altro senso il malessere interiore, che il profondo anima e acutizza, non ha altro scopo, anche se stravolgerne la lettura e il significato e considerarlo disturbo o patologia da sanare è operazione assai frequente, normale. La terapia, che sia quella farmacologica o che sia una psicoterapia, spesso poco cambia, incapace e mal disposta a comprendere il significato di ciò che si svolge interiormente soprattutto nelle sue espressioni più ardue e dolorose, facendo leva su criteri di giudizio circa ciò che sarebbe motivato o immotivato, disfunzionale o valido e funzionale, sano o  patologico, concepisce solo il recupero, il riassesto. Ignora l'origine profonda, non concepisce e non riconosce lo scopo del malessere, ciò a cui tende. Non è raro, ne è una fatale conseguenza, che l'azione di rabbercio di terapie varie, che le scoperte, date per decisive e illuminanti, delle presunte cause della sofferenza  interiore, frutto in realtà di preconcetta idea che la sofferenza, che il malessere interiore sia la conseguenza di un guasto da danno psicologico patito, che la fiducia data alla bontà e all'efficacia del lavoro di riaggiustamento, lascino intatto il quadro di insieme, che confermino l'incomprensione di ciò che il profondo voleva e insiste nel dire e smuovere. La risposta, in presenza di nuovi e ripetuti segnali di malessere, che spesso non mancano di riproporsi, è in genere di serrare i ranghi, di provare a combattere le presunte ricadute di una presunta patologia che non recede, non comprendendo che il riproporsi del malessere interiore segnala con forza che c'è stata  mancata corrispondenza e incomprensione delle questioni e delle necessità rilanciate dal profondo del proprio essere, che non ignora, che sa vedere ciò che la parte conscia non sa e non vuole riconoscere. Il profondo non rinuncia infatti, pur dopo tentativi di risoluzione della crisi che ha promosso e alimentato, crisi mal intesa e travisata, non compresa nelle sue ragioni e non assecondata nei suoi scopi, a spingere con forza, smuovendo il sentire, tornando a agitare il quadro interiore. Il suo scopo, non certo malefico e irragionevole, è di far aprire gli occhi dell'individuo sulla verità del proprio stato e del proprio modo di procedere, è di smuovere il suo pensiero dalla inerzia delle certezze prese in prestito, è di porre in primo piano la necessità di trarre da sè, di costruire in unità con tutto il proprio essere (l'inconscio è pronto a dare il contributo che più conta) le fondamenta della personale realizzazione autentica e non artificiale e illusoria, modellata e tenuta su da altro.

mercoledì 20 novembre 2024

Il nemico dove sta?

In presenza di malessere interiore, di espressioni di disagio e di sofferenza che non danno tregua, che intralciano, che compromettono e sconvolgono il quieto vivere e il procedere abituale, la prima e spesso l'unica risposta che si mantiene nel tempo è di dare contro uno stato interiore vissuto come nemico e nocivo, come segno di una abnormità che va liquidata, spazzata via, perchè giudicata, senza se e senza ma, lesiva dei propri interessi. In gran parte la cosiddetta cura asseconda questo modo di giudicare l'esperienza interiore così sofferta e fonte di allarme e di preoccupazione. Sia che metta a disposizione psicofarmaci o che offra tecniche di gestione e controllo dell'ansia e di quant'altro vissuto come una mina da disinnescare, sia che con la psicoterapia cerchi di condurre alla ricerca e alla scoperta di presunte cause del malessere in atto, sia che voglia individuare e correggere presunte risposte disfunzionali, sostituendole con altre ritenute valide e proficue, il presupposto di questo ampio ventaglio di cure  è che si sia alle prese con un danno e con una alterazione dello stato psichico cui porre rimedio, da sanare. Tutto questo modo di trattare l'esperienza interiore sofferta pare scontato, la cosiddetta cura pare sapiente e ben fondata, opportuna, benevola, provvidenziale. Il senso comune, la scienza, quella che si autoproclama tale e che come tale è riconosciuta dai più, pronta a soddisfare la richiesta di rimedio e di soluzione, non fanno che confermare le posizioni di autodifesa, di respingimento, di scelta di contrastare, eliminare il presunto nemico interno, lo stato variamente designato come anomalo o patologico, per perseguire il ripristino del modo di condursi abituale malauguratamente minato e compromesso. Rimettere le cose a posto, correggere le storture e le male disposizioni, scovare in traumi pregressi o in cattivi condizionamenti, in mancati sostegni ricevuti, sanare, ridare benessere sgombro da mine interne, sono le dolci parole d'ordine cui prestare fede, cui affidare il compito di provvedere al proprio presunto bene e interesse. Il presupposto di tutto questo modo di giudicare e di intervenire sul malessere interiore è l'ignoranza del significato della vita interiore, di quanto si svolge sul terreno dell'intimo, del sentire, nelle vicende interiori. La visione dell'individuo, che l'individuo ha di se stesso, che il senso comune e la cosiddetta scienza condividono e supportano, fa da base e premessa a tutta questa pratica del trattamento del malessere considerato segno di alterazione da correggere, conseguenza di cause che avrebbero minato e compromesso un presunto sano equilibrio e di una cattiva gestione del proprio benessere. La visione comune dell'essere umano lo concepisce come a un'unica dimensione. E' una concezione in cui è considerata egemone la parte conscia e in cui il resto dell'individuo, fatto di emozioni, di vissuti, di spinte e di corsi interiori, è visto come parte in subordine da gestire con la volontà e da spiegare col ragionamento. Quando non ci si chiude in questa concezione e si sa aprire alla conoscenza dell'individuo fondata su verifica attenta e su analisi dell'esperienza, su  ascolto senza preconcetti dell'interiorità, si scopre ben altro circa la vera natura dell'essere umano, non appiattito in un'unica dimensione. Si scopre che nell'individuo, fatto di parte conscia e di parte intima e profonda, quest'ultima, se la si sa ascoltare, è  parte viva del proprio essere tutt'altro che inferiore e di peso marginale. Solitamente la si considera capace solo di risposte automatiche e, in quanto "irrazionale", la si giudica sostanzialmente inaffidabile sul piano del pensiero e della capacità propositiva. Si scopre, conoscendo l'essere umano senza filtri di preconcetti, non per principio, ma per verifica onesta e attenta, quanto le due parti, cosiddette l'una conscia e l'altra inconscia, siano diverse per intelligenza e per progettualità. Posso parlarne perchè da oltre quarant'anni mi dedico alla ricerca interiore, sono con l'altro aiutandolo nell'ascolto del suo profondo nei vissuti, nelle espressioni del suo sentire, che il suo inconscio anima e plasma e particolarmente nei sogni, che danno guide di riflessione, di pensiero uniche e straordinarie per lucida profondità e affidabilità. Contrariamente a ciò che si pensa dell'inconscio, che sia la parte primitiva e la meno evoluta rispetto alla capacità e a quanto di valido e di evoluto garantirebbe la parte conscia avvalendosi dello strumento di pensiero razionale, quando lo si sa avvicinare e comprendere in tutte le sue originali espressioni e qualità, l'inconscio si rivela essere la più progredita, affidabile e valida fonte di pensiero e la guida irrinunciabile per recuperare autonomia di sguardo e di progetto. Ebbene cosa può accadere quando la parte profonda dell'individuo cerca di coinvolgere l'individuo in un serio ripensamento e verifica circa il proprio stato e modo di procedere, di intendere e di perseguire i suoi scopi? All'individuo può sembrare valido e soddisfacente, può apparire scontato tutto del proprio modo di pensare la sua condizione, in realtà può ignorare il vero significato e le più importanti implicazioni in ciò che sta facendo di se stesso. La parte profonda del suo essere non chiude gli occhi, non è ignara, non per caso interviene, interferisce, pone freni, acuisce e rende tangibili i punti dolenti di un modo di essere e di procedere non consono a se stessi, lacunoso di scoperte originali e proprie, di crescita autonoma, un modo dipendente da altro, da modelli in auge, da esempio e da pensato comune e prevalente, che forma e istruisce e che detta la linea e i pensieri, un modo che certamente vale per essere adeguati e in linea con la cosiddetta normalità, in conformità con altro che dà sostegno e convalida, ma carente di tutto per fondare la propria autonomia e libertà di pensiero e di azione. Il primo passo è entrare in una attenta verifica di come ci si sta conducendo e i passi successivi da compiere sono trovare le proprie ragioni e risposte, i fondamenti del proprio modo di intendere la propria vita e i suoi scopi. La parte profonda se la vede con una parte conscia che esercita il comando delle operazioni indurita nel voler proseguire come al solito, persuasa che non ci sia nulla da capire e da trasformare, da mettere in discussione, da porre in cantiere come costruzione nuova e mancante, come  sviluppo di crescita vera. Il malessere non è nemico, il malessere è il continuo scuotimento esercitato da una parte profonda portatrice e foriera di ben altro che di una patologia. Imparare a ascoltarla, a intenderne il linguaggio e la proposta, condividere con questa parte viva di sè  una ricerca di verità su stessi e il proprio stato e modo di procedere, condividere il proposito di una crescita vera, di una conquista di autonomia che non ha nulla a che fare con quella da messa in scena ben voluta e convalidata da fuori, da mentalità e da senso comune e prevalente, è questo il lavoro necessario da fare, la risposta congrua al malessere interiore, che diversamente non cesserà di intervenire per tirare, per strattonare, per dare segnali di crisi da affrontare nel proprio vero interesse. Ci si può imbottire di farmaci, ci si può inventare tesi di più o meno remote cause che avrebbero intaccato l'equilibrio e il buono stato, ma tutta questa pratica che suppone un nemico, una minaccia interna, una patologia da sanare, una trappola da cui uscire, non farà che prolungare uno stato di incomprensione con se stessi, con la propria interiorità, col proprio intimo e profondo, tutt'altro che invalido e incapace, remissivo e disposto a farsi da parte, tutt'altro che docile, complice, gregario e assuefabile al modo di procedere solito,  che non cesserà di reclamare ascolto, di tenere viva la tensione finchè non gli si dia finalmente retta. In presenza di malessere interiore non c'è nemico interno, non c'è minaccia da cui tutelarsi, il vero nemico sono l'ignoranza del significato di ciò che vive di sè dentro se stessi, sono  il pregiudizio e la chiusura nell'idea che tutto debba andare per il verso solito considerato sano e giusto, così duri a morire.

domenica 10 novembre 2024

La ricerca di aiuto

In difficoltà nel rapporto con se stessi, con l’esperienza interiore di cui si è portatori, si è tentati spesso di applicare a ciò che si vive una lettura tutta coerente con i modelli e col sistema di valori e di giudizi dominanti. Ogni espressione di disagio diventa allora segno di ritardo, di insufficienza, di incapacità di stare nel dritto e nel "normale", diventa guasto, eccesso, vergogna, complicazione assurda rispetto all’idea di un  fluido, lineare, sicuro e fiducioso, oltre che efficace, procedere. Insomma si fa propria l’idea che esista indiscutibilmente una specie di fisiologia dell’essere, del modo di sentire e di condursi, considerato appunto sano, regolare, normale e con questo riferimento e metro si giudica il proprio sentire e ciò che interiormente si sperimenta. Non c'è alternativa, in situazioni di malessere interiore solo la normalizzazione sembra  concepibile come buon esito e dovuto, come risposta desiderabile e giusta. Ci si convince dunque di essere in uno stato di insufficienza e di difetto e l’aiuto che si può cercare si inserisce in questa concezione stretta, dev’essere aiuto che consenta di recuperare, di rimettersi in sella, di guadagnare finalmente normalità e fisiologico modo di funzionare, togliendo, vincendo quanto interiormente fa da freno, da ostacolo. Su questa strada si può essere tanto comprensivi e concessivi verso se stessi, quanto diffidenti e un po’ riottosi nel cercare aiuto, perché si teme di dover dipendere da quel chi o da quel qualcosa che andrebbe, in vece e in sostituzione di se stessi e dei propri sforzi, a consentire o a favorire la ripresa, la normalizzazione, il superamento di quello scarto tra deficit e normalità. In realtà nel proprio stato di difficoltà interiore c’è ben di più e ben altro che una caduta dalla normalità. C'è una incomprensione con se stessi, c’è la presenza della propria interiorità che preme e richiama, anche se ancora incompresa, a guardare ben dentro se stessi, a capire, senza veli, i propri modi e il proprio stato, a comprendere non tanto l’insufficienza o il ritardo rispetto alla normalità, ma lo stato debole e gregario dell’andare dietro alla normalità come riferimento, regola e supporto, lo stato di passività e di povertà di se stessi. La propria interiorità vuole rendere acutamente riconoscibile la condizione di non radicamento dentro se stessi, di non vicinanza e intesa col proprio intimo, il senso di fragilità, non per poca normalità coltivata e raggiunta, ma per mancanza di unità con se stessi, per conseguente mancanza di consistenza propria. E’ tutta un’altra storia costruire il rapporto con se stessi, ritrovare la vita in senso vero, cioè visione, idee e convincimenti, capacità di orientamento a partire da se stessi, imparare a capire ciò che si è davvero, ciò che vive dentro se stessi e non ciò che si muove fuori. Sintonizzarsi con l'esterno (la cosiddetta realtà), seguire i corsi d'esperienza già tracciati, le idee comuni e convenzionali, gli svolgimenti esterni è una cosa, sintonizzarsi col proprio sentire, con il proprio mondo interiore e esperienza interna, per cominciare a vedere tutto con i propri occhi, a capire da sè e in unità con se stessi è un’altra cosa, tutt’altra cosa. Questa di trarre da sè conoscenza e capacità di visione che non sia ingenua, che sia fondata, credibile, valida e affidabile è ipotesi remota, anzi del tutto ignota e neppure concepibile per la maggior parte delle persone. Ai più sembra necessario attingere e avvalersi d'altro per sostenere, formare la propria crescita, lo sviluppo dei propri mezzi per orientarsi, per capire, per realizzarsi, per conoscere ogni cosa, anche se stessi. Dunque che da dentro se stessi arrivi l'invito a entrare in sintonia con sè, a raccogliere dentro il proprio sentire, attingendo alla ricchezza e alla straordinaria capacità propositiva dei sogni, le guide e i percorsi per conoscersi, per trovare risposte e punti base e poi sviluppi di conoscenza essenziali per orientarsi da sè, per non farsi dire ciò che di sè e per sè è valido e possibile, ciò che è ad esempio normale sano e ciò che non lo è, tutto questo pare inconcepibile, tanta forza ha lo stare ormai al traino di idee e persuasioni prese da istruzione e apprendimento, da mentalità comune e da comuni usi e esempi, da fonti altre, da autorità presunte, rese ormai imprescindibili, indiscutibili. Malgrado questo e proprio per rendere questo modo passivo e acquiescente di intendere e di procedere dentro guide e limiti dati, consapevole, per mettere sotto il proprio sguardo ciò che illusoriamente pare pensiero proprio e che in realtà è eco e replica d'altro, la parte intima e profonda interviene e non cessa di interferire, anche con mano decisa. Necessario allora, nel proprio interesse, per non privarsi di un apporto prezioso che viene da dentro, per non opporre rifiuto e pregiudizio negativo sul conto di ciò che può essere valido e prezioso, capace di restituire libertà e autonomia vere, aprire un confronto con questa parte intima di sè, evitando di bollarla subito come espressione di guasto e di anomalia se non di patologia. Per formare unità e dialogo con se stessi, di cui si è spesso totalmente privi, per questo scopo e non per contrastare o per normalizzare il quadro interiore, serve sì un aiuto, che sappia condurre prima di tutto a non fuggire ma ad avvicinarsi a se stessi, alla propria esperienza interiore, al proprio sentire, ai propri sogni, per imparare ad ascoltarli, a comprenderli, a raccoglierne l'originalità e la ricchezza di proposta. E' questo un aiuto non per uniformarsi alla normalità, ma per congiungersi a se stessi, per arricchirsi di se stessi, per formare un nuovo modo di stare al mondo, il proprio autentico e originale, che poggi su proprie scoperte, conoscenze e verifiche, su proprio metro e non su quello comune della normalità, della fisiologia dell’essere. La sofferenza interiore non evidenzia e non testimonia difetto e insufficienza verso la normalità, ma rischio, presente nel proprio modo di essere e di procedere abituali, di distorsione e di mancanza di fedeltà e di unità con se stessi, rischio di fallimento dei propri scopi che, ancora ignorati, potrebbero rimanere sepolti. Cosa serve fare? Si può fare da soli? E' frequente che chi vive difficoltà interiore dica a se stesso e si senta dire che  dovrebbe fare da sè, non dipendere, sforzarsi di "reagire", non farsi dare o sostituire in ciò, volontà e impegno, che potrebbe ben chiedere a se stesso. Se si trattasse di applicarsi a seguire ancora il modello comune e a rientrare nella fisiologia dell’essere, il ragionamento non farebbe una piega. Il problema però è formare e coltivare quel che ancora non c’è. E' uno sviluppo del tutto nuovo quello di cercare e di trovare unità con se stessi, di formare capacità di ascoltare e di capire la propria interiorità, capacità di assecondarla nel proposito di esistere, di trovare il proprio pensiero e visione, il proprio progetto. Per essere normali basta farsi portare e sintonizzarsi col programma comune, condizione provata e riprovata, ben conosciuta nel tempo, basta sforzarsi di rimettersi in pista, mentre per esistere secondo se stessi e per conquistare autonomia vera nel governo della propria vita serve unirsi a se stessi, al proprio profondo, imparare a capirlo, per vedere, col suo supporto e guida, le cose da sé, per trovare la propria consistenza. C’è un aiuto che si può cercare e che non toglie, che non sostituisce quanto si può trarre da sè, ma che favorisce viceversa il proprio andare verso se stessi, l'attingere e il rinascere da se stessi.

domenica 3 novembre 2024

Il dispetto

E' convinzione molto diffusa che ciò che interiormente è in contrasto e non omogeneo con le aspettative di quieto vivere e che procura disagio, che implica sofferenza, che interpone nel cammino stati d'animo, sensazioni che paiono del tutto inopportune e strane, diverse da ciò che si considera, in saldo accordo col senso comune, come ovvio e normale, procuri solo danno e faccia dispetto alle esigenze di buono stato e di favorevole corso. Non si tratta di una opinione più o meno dubbia e da verificare, ma di una persuasione ferma, che diventa presto vessillo e arma di combattimento per contrastare, per debellare il nemico, il presunto nemico interno. La squalifica di ciò che interiormente non asseconda, che pare minacciare il bene proprio, è così ferma e senza discussione, che non resta che affilare le armi dell'intervento, che bonariamente si chiamano cura, terapia. Può trattarsi della cura con mezzi chimici, in modo suadente chiamati medicine, che non tollera, che vuole zittire il sentire non in riga, che vuole rimettere le cose a posto e nel corso di ciò che l'ingegneria del provvedimento considera normale e favorevole. C'è poi il trattamento più morbido e in apparenza accogliente, come in svariate psicoterapie, che, anzichè zittire e manipolare con la chimica,  paiono voler dare retta al disagio come spia di un guasto, di un che di anomalo, che avrebbe prodotto quello stato infelice e compromesso il regolare corso interiore, caricandolo di asperità. L'idea di ciò che interiormente dovrebbe esserci e che coincide con la stabilità, non perturbata da disagi e da segni di sofferenza, del procedere consueto, casomai con una sua corsa più fluida e una resa più efficiente, fa da principio guida e sottende la ricerca delle cause. Si indaga preferibilmente il passato, si cercano fattori di condizionamento, anomalie nell'educazione e nei rapporti con figure significative, si cercano traumi pregressi, esperienze fortemente dolorose e perturbanti, cui fare risalire l'origine di un presunto stato  di instabilità, di precarietà interiore, di tendenza a difendersi e a reagire malamente, per condizionata reattività, anomala e disfunzionale, giudicata cioè non utile e non sensata,  non funzionale a interessi di buon equilibrio e di buona resa. Tutto appare come bene in questo modo di prendersi cura di sè agli occhi di chi è favorevole a intervenire il modo riparatorio sulla presunta azione molesta e dannosa di una condizione interiore vista dal principio come a sè sfavorevole e deleteria, come un disturbo che minaccia e che fa dispetto ai propri interessi di benessere e di buono stato. Cominciamo però, interrompendo il corso fatale del ragionamento, che pare non fare una grinza, a aprire domande. Dove sta realmente il danno e cosa fa dispetto ai propri interessi di crescita e di realizzazione? Quali sono i propri veri interessi? Quanto è affidabile e fondata la posizione, che si autoproclama così certa e sicura, che sostiene l'idea del danno, della necessità, della bontà e del favore ai propri interessi del lavoro di ripristino di normalità, che sorregge l'impianto della cosiddetta cura nelle sue espressioni più diffuse? In una condizione di lontananza abituale dalla propria vita interiore, di attaccamento a ben altre guide e fonti di pensiero rispetto a una visione che scaturisca da sè e alimentata da un lavoro attento sulla propria esperienza, in una condizione di estraneità e di ignoranza di ciò che vive dentro se stessi, di incapacità di intendere ciò che dice e propone la propria interiorità attraverso il sentire, di cui ancora si ignora il linguaggio e di cui facilmente si fraintende l'intenzione, far scattare subito l'idea che la difficoltà che il proprio corso interiore genera equivalga a un disturbo e a un anomalo stato, che ciò che l'interiorità mette in campo sia anomalo, sbagliato, alterato, nocivo, malato è tutt'altro che una reazione da prendere automaticamente per buona, di cui farsi scudo come certezza. La vita interiore è tutt'altro che un corteo di segnali più o meno in accordo con la testa, con quella parte di sè che dirige e che fissa cosa è razionalmente valido e sensato, vero e giusto. La testa, che pure si illude di capire le personali esigenze e interessi, sa pensare prendendo da fuori le guide, tutta quanta la grammatica del vivere, i significati già pronti, che coniuga e combina, che declina senza avere altra capacità se non di stare nel programma già configurato e nella visione già delineata. Interiormente c'è ben altro che l'ossequio a questa testa pensante, capace in apparenza di concepire in proprio e validamente, in realtà muovendosi al seguito e facendo il verso a altro che istruisce il suo pensiero e che lo conduce. Interiormente c'è uno sguardo attento a vedere le implicazioni e il significato vero di ciò che la testa non sa e non vuole vedere e prima di tutto di se stessa e del suo modo di operare. Dunque capita che l'intimo sentire non sia concorde con le attese della testa, che cerchi non già di fare capricci e di sparare risposte anomale e deficienti, conseguenze di un presunto danno o trauma subito, di una irrazionalità che la rende parziale e cieca, ma che viceversa dia segnali intelligenti e ben mirati per aprire lo sguardo, per vedere cosa si sta facendo di se stessi, con quali esiti veri tutt'altro che scontatamente validi. Insomma c'è una parte intima e profonda che non segue docilmente l'andazzo abituale e che cerca di promuovere un risveglio di consapevolezza, di porre le basi di una verifica e di un ripensamento, attento e puntuale, onesto e preciso, che porti a scoprire il vero della propria condizione e modo di procedere, perchè da lì nasca qualcosa di proprio e autentico, di originale che non sia il movimento e l'iniziativa abituale della testa a rimorchio d'altro e di comuni preconcetti. E' in gioco la propria sorte e realizzazione, mica robetta. A fare dispetto a sè e ai propri interessi rischia di essere proprio la testa che sentenzia che è l'interiorità e il suo corso a fare dispetto.

venerdì 1 novembre 2024

Non è spento

Sempre a cercare luce fuori, occasioni e stimoli, come se altrimenti ci fosse un intimo spento, un vuoto interno da colmare. L'intimo di sè appare sempre mancante e oscuro, illuminabile solo da luce riflessa presa da fuori. Quest'idea di se stessi circa la parte che non sta in adesione, in aggancio e debitrice d'altro, è talmente radicata da poter segnare il corso intero d'esistenza, di una vita presa in affitto e appresa, tenuta su da rifornimenti continui di contributi e supporti esterni, da iniziativa incessante volta a non rimanere in stato di abbandono, a luce spenta. E' verità o pregiudizio quello che considera l'intimo di sè e la realtà dell'esserci senza sostegni e rifornimenti esterni come inconsistenti e vuoti? La persuasione che il bisogno d'altro caratterizzi fatalmente, quasi naturalmente, l'esistenza, ha fatto sì che il rapporto con se stessi sia stato presto, nel corso del cammino di vita, segnato da necessità di disinvestimento e di sostanziale fuga dalla presenza a sè e con se stessi, dal rapporto, dall'ascolto e dal dialogo col proprio intimo, caricati invece della necessità di approvvigionamento di risorse prese da fuori, necessità vissuta come bisogno naturale di dipendenza. Seppure spesso camuffata da legge umana, da legge di natura, c'è chi ha detto che siamo animali sociali, dunque capaci di crescere e di realizzarci solo in unità e in relazione a altri, è a tutto tondo una regola di dipendenza. Le dosi vanno di volta in volta procurate e assunte, diversamente c'è rischio di caduta in disgrazia, di pena e di tormento da astinenza, c'è l'incubo di un isolamento segnato da penuria e da vuoto, da gelo e da senso di mancanza, di esclusione, da timore di involuzione e persino di caduta nell'anomalo e malato. Impossibilitati, per pregiudizio recidivo e ben condiviso dai più, a generare e a trarre da sè risposta a necessità vitali di formazione di uno sguardo e di un pensiero, di scoperta di un calore non artefatto, di un senso di vicinanza da contatto vero e rigenerante con la vita, tutto in via sostitutiva è cercato fuori, senza nemmeno avvedersi che è in gioco il ricorso a sostituti, a succedanei, tutto cercato e preso da altro, da altri che soddisfi queste necessità fondamentali. Se questa non è dipendenza cos'altro è? Se l'intimo significato della propria vita non è visto con i propri occhi, compreso da sè e attraverso il proprio sguardo e la propria specifica dotazione umana, se l'essenziale della capacità di pensiero e di orientamento, di scoperta di ciò che vale e del suo perchè, non prende forma e non si genera dentro se stessi e su fondamento e guida del proprio sentire, l'incontro e il rapporto con gli altri cos'altro può diventare se non mutuo soccorso e sostegno nella forma d'esistenza presa a modello e copiata da fuori? E' una forma d'esistenza, senza forza e alimento di radice propria, dove ciò che conta, disciplinandosi a soddisfare le aspettative altrui, casomai mettendo in campo qualche tocco di estro o di originalità teatrale, è ben figurare per ottenere apporto di convalida e di stima da sguardo e da autorità esterna, privi come si è di autonoma comprensione e stima di ciò che merita e vale, di ciò che appassiona e che si ama convintamente, senza secondo fine. Privi della scoperta della propria identità vera, che solo nell'unità con tutto il proprio essere può essere scoperta e compresa, ci si infila nel ruolo, nella figura riconosciuta e riconoscibile dagli altri per darsi volto, il volto di un figurante. Che l'individuo sia, sulla scena sociale e dentro la cosiddetta realtà, figurante comparsa o primattore poco cambia, si tratta comunque di affidarsi a una identità presa e appresa e non di far conto su una identità e su una presenza viva e vera, che solo dal rapporto intimo con se stesso potrebbe generarsi e vivere, in ogni caso l'intimo finisce per essere circoscritto e solo sottomesso alle esigenza di scena. L'intimo, che non ha spazio di esistere davvero, è concepito e accettato solo come luogo di rilancio nella corsa abituale, di preparazione e trucco per nuove prove, come il camerino dell'attore che si prepara e si predispone all'uscita in palcoscenico, diversamente non è certo considerato e vissuto come incontro con parte viva e profonda di se stessi, come intimo in cui sostare, in cui ascoltarsi, in cui comunicare col profondo di sè, con la scoperta di una intimità tutt'altro che fredda e inospitale, dentro cui sentire contatto vivo, dentro cui il vero dell'esperienza vissuta può prendere volto, rompendo il muro dell'inconsapevolezza. L'intimo, l'intimo di sè e con la propria interiorità, non l'intimità con altri, che può esserne il sostituto e che spesso è l'unica forma riconosciuta di intimità, nella idea e nella pratica più comune non esiste se non come luogo di transito fugare, come luogo che altrimenti, se ci si dovesse trattenere oltre, è temuto come arido e vuoto, con cui e dentro cui pare prudente, necessario non stare, non indugiare, pena il rischio di sentirsi in stato di sofferenza da privazione, da abbandono, dentro una solitudine vista come maldetta sorte, infelicemente vuota, a meno di "ravvivarla" riempiendola di faccende, di iniziative che includano altro. C'è chi dice di saper stare da  solo, da solo sì, ma sempre affaccendato e in attaccamento a altro, che sia, per fare qualche esempio, un fare concreto, che sia leggere o ascoltare musica, poco cambia, sempre e comunque in difesa e a porre rimedio al  disagio e alla paura dello stare non fugace, senza supporti e stimolazioni esterne, a tu per tu e in contatto con la propria interiorità, in una intimità con se stesso temuta come vuota e spenta, senza calore e senza luce. L'intimo è spento solo per pregiudizio e per devianza, per quel movimento ripetuto, incessante a deviare da se stessi, come se non ci fosse origine di vita e di crescita se non in relazione, dipendente, con altro. Relazione con gli altri che non va di certo nè negata, nè sottovalutata, perchè l'incontro e il rapporto tra individui ricchi di autonomo pensiero, di identità vera e non da figurante e di capacità di ascolto può essere fecondo, fecondo se i due hanno relazione viva e feconda con se stessi, con la propria interiorità. L'intimo di sè non è nè vuoto, nè spento, a patto che non lo si rifugga. 

sabato 5 ottobre 2024

La serenità

Si fa in genere coincidere l'idea di serenità con quella di tranquillità, di assenza di tensioni, di inquietudini interiori. E' comprensibile che questo accada in un assetto di vita in cui l'esperienza interiore è tenuta in qualche modo in subordine e è considerata al servizio della parte conscia, fatta di ragione e volontà, che si è convinti debba sovrastarla, perché ritenuta in possesso della capacità e investita del compito di esercitare la guida. Non compresa nel suo significato e scopo, la parte intima del sentire e di tutto ciò che prende forma e che si svolge interiormente, diventa oggetto di attese e di pretese di muoversi in accordo e senza opporre ostacoli al raggiungimento delle mete e alla realizzazione dei propositi della parte conscia. Non le è riconosciuto nulla di più se non di portare qualche intuizione, ma sempre nell'ordine delle cose concepite e concepibili dalla parte conscia. Le si attribuisce il compito di vivacizzare gli andamenti, quando richiesto, quando ritenuto utile e attraente, quando si tratti di trarre godibilità e di fare bella mostra di vivacità, di sensibilità, di brio. Le è concesso di essere a volte non concorde con gli intendimenti della parte conscia razionale, attribuendo questo a scarsa lucidità, se non a assenza di intelligenza, a istintività, che non vede se non il proprio immediato soddisfacimento. Il termine e la dicitura di irrazionale dice di questa considerazione rivolta alle espressioni della vita interiore di parte in subordine, non evoluta quanto la razionalità. Dentro un modo di pensare se stessi come questo descritto, che è decisamente comune, la vita interiore non ha modo di svelare le sue qualità vere e capacità, la sua essenzialità per dare compimento a un modo davvero libero e autonomo di essere, di pensare e di procedere. Senza guida e alimento interiore la parte conscia si affida a un pensiero spiantato, svincolato dal dentro e vincolato e istruito da senso comune, da un sistema di significati già codificati, tenuto dentro il recinto di un pensiero condiviso e consolidato, pur con il possibile uso di qualche variante alternativa e non conforme a quello più comune. La vita interiore con tutti i suoi movimenti e mutamenti è terreno vivo per ritrovarsi, per fondare una conoscenza che non sia astratta e avulsa da quanto sperimentato, che non sia tanto ben congegnata quanto insensata. Dentro di noi c'è la continua, incessante spinta e proposta, mossa e guidata dalla nostra parte profonda, di avvicinamento al vero, di scoperta di ciò che ci porta a affrancarci dall'inconsapevolezza e dalla passività dell'andare dietro a richiami e a regola esterna circa ciò che va privilegiato, considerato e seguito per non porsi fuori dalla corsa, dalla logica e dalla intesa comune. Sono le emozioni, gli stati d'animo, le spinte che si declinano interiormente, sono i sogni in modo eccellente e con acume d'intelligenza impareggiabile, che sanno dare spunto, guida e occasione per capire, per capirsi, per sviluppare un pensiero originalmente proprio e autonomo, capace di fare da guida e leva per portare a realizzazione idee e progetti, propositi profondamente sentiti e ben compresi con tutto il proprio essere. Dunque non ha senso, né utilità, l'attesa e la pretesa che l'interiorità si plachi o taccia o trovi un punto di equilibrio immobile, un arresto, non ha senso né utilità, perché equivarrebbe a fermare la spinta vitale e la necessità di aprire gli occhi e di non cessare di sviluppare il pensiero. Si può essere sereni per l'unità e l'accordo trovati con tutto il proprio essere e si può essere contemporaneamente in stato mosso interiormente, perché ogni passo compiuto non è definitivo, perché ogni scoperta non è conclusiva, non è l'ultima finché c'è vita. Motore e anima della ricerca, guida che non recede nella scoperta di sè e del vero, nella conquista di autonomia e di consapevolezza che sono figlie l'una dell'altra, è il profondo, è l'inconscio, che, diversamente dalla parte conscia, che tende a chiudere il cerchio e a consolidare il già conquistato, tiene viva la tensione, la spinta a crescere. Lo fa muovendo i vissuti, il sentire, vera base e terreno di esperienza per capirsi, per capire ciò di cui è di vitale importanza prendere consapevolezza, non lo fa mai per caso o in modo anomalo o patologico, come purtroppo non poche volte, in presenza di momenti e passaggi interiori difficili e sofferti, si è inclini nell'idea comune e non solo, anche nella teoria e nella pratica di non pochi addetti alla cura, a giudicare. Non c'è regola possibile di normalità o simili circa ciò che il sentire può e vuole dire e circa il modo in cui lo dice. Ogni vissuto, ogni esperienza interiore è fatta in quel suo specifico modo proprio perché è l'unico e il migliore per condurre a vedere, per compiere quel passo nuovo e necessario di presa di coscienza. Se il vissuto è arduo e doloroso quello è il veicolo, il luogo giusto dove stare, dove calarsi per prendere contatto e visione, per sperimentare in modo sensibile ciò che vuole essere riconosciuto e compreso. La nostra interiorità non è stupida o inaffidabile, non è primitiva e poco evoluta o meno evoluta della parte conscia, che si vale di pensiero razionale sconnesso dal sentire. Quando si impara a ascoltare e riflessivamente a vedere quanto ogni esperienza interiore comunica e porta a vedere, si scopre di quanta intelligenza sia dotata la propria interiorità. Se si impara a farsi dire e portare a comprendere dai sogni si scopre a quali livelli di intelligenza e di ricchezza d'animo è capace di condurre il proprio profondo. Che tutto dentro di sé si plachi è pretesa sciocca e insensata, che nasce dal non comprendere il senso della vita, dal non sapere ancora di cosa si compone il proprio essere nella sua totalità. 

domenica 18 agosto 2024

Le conquiste per procura

Gli eroi sportivi, che siano numeri uno, che vincano medaglie di metallo vario, che comunque competano in gare imprese di qualunque genere, messe sullo schermo o in prima pagina e osannate, sanno facilmente sedurre, cioè portare a sè quella voglia di riuscita, di conquista che, non costruita e coltivata da sè, finisce per passare loro per delega e mandato, appassionatamente. L'impresa non ha volto proprio riconoscibile e distinto, non è frutto di sviluppo e di crescita originali e proprie, ma poco importa, è come se, tifando l'eroe di giornata nella sua impresa, ci fosse l'esaltazione e il gaudio della conquista propria. Ma c'è di più che la fascinazione per l'impresa dell'eroe di turno rivela. Il successo del campione, che riscuote il plauso generale, che ottiene il trionfo celebrato, dà compimento a ciò che più ammalia. Quando non si ha esperienza e conoscenza di cosa significhi generare qualcosa tratto integralmente da sè, da un lavoro su se stessi, che messo al mondo ha il volto originale e unico di una creatura profondamente propria, di cosa sia la passione nel vederlo vivere e nel farlo crescere, non si conosce la gioia vera, che non è legata a nulla di spettacolare da ostentare, con cui stupire e soddisfare il gradimento del pubblico, degli altri. Ciò che si genera è meraviglia per i propri occhi nel vedere nascere da sè e vivere ciò che non è stato concepito per avere per destinazione il palcoscenico, per scopo la classifica, il podio, la medaglia con la celebrazione pubblica che commuove, che dà ebbrezza, che è conquista tutta alimentata e sostenuta da fuori. Se si conosce la vera gioia della creazione, si scopre che questa gioia non ha bisogno di pompa e di grancassa, di fama, di pubblica celebrazione e encomio, che ha in sè la sua forza e la sua ricchezza, che non c'entrano nulla col successo. La sua forza e la sua ricchezza sono legate all'aver sostenuto sviluppi e percorsi d'esperienza originali, all'aver assecondato aspirazioni riconosciute dentro di sè, in intesa e in accordo con il proprio intimo e profondo, come significative e importanti, altre da quelle già fissate e predisposte come valide e degne, dentro cui incanalarsi per misurare le proprie capacità e dare prova di bravura e di prestanza per riceverne approvazione e plauso. Ebbene gli eroi da stadio e da primato olimpico e di ogni altra specie, danno volto all'aspirazione massima di chi ha scambiato il desiderio di realizzazione col successo, di chi conosce solo la gioia venduta  e da fuori alimentata, la gioia del pubblico riconoscimento, della fama, degli applausi, della riuscita nella corsa su corsie prestabilite dove dimostrare di non essere da meno di altri, dove cercare con ogni sforzo di primeggiare. Va solo aggiunto che qualcosa di analogo a ciò che è riservato ai campioni sportivi, della stessa pasta e matrice, accade che sia rivolto ai campioni che in ogni ambito e espressione, che sia quella cosiddetta artistica o culturale o di chi fa impresa che fa soldi o di chi fa carriera o arriva a rivestire una carica in una gerarchia pubblica o privata o nell'ambito politico, appaiano come gli eroi di quel successo, di quel modo di intendere la realizzazione personale che ha dalla sua il credito e l'ammirazione comune, la fama e le onorificenze. In ogni caso ci si beve tutto quando si è abituati a seguire in modo credulo e gregario, a farsi dire, a non portare a maturazione autonomia di pensiero e di scoperta originale di cosa sia la realizzazione scaturita e interamente formata e alimentata da sè.

sabato 17 agosto 2024

L'originale e l'artefatto

Questa della natura originale o della costruzione artificiale del proprio modo di essere e di realizzarsi è la questione centrale da tenere presente se si vogliono capire le ragioni del malessere interiore, il significato di tutta quanta l'esperienza interiore e lo scopo della iniziativa dell'inconscio che per intero la plasma e la dirige. Solitamente si pensa che i disagi interiori abbiano origine da condizionamenti esterni sfavorevoli, che siano il prodotto ad esempio di traumi pregressi, di distorsioni o di carenze nella cura e nell'educazione ricevuta, in ogni caso si pensa che ci sia un difetto di funzionamento che si auspica di correggere, di sanare, perchè il corso della propria vita prenda una piega regolare. Si è già dentro l'idea che tutto debba procedere nell'unica direzione e senso conosciuto. In realtà la questione è ben altra e se non la si intende si rischia solo di spingere a senso unico, di insistere ciecamente perchè tutto proceda senza vedere come e su quali basi. Totalmente vincolati alla pretesa del regolare e efficiente funzionamento, non ci si dà la capacità di capire cosa sta accadendo quando il proprio profondo prende forte iniziativa e apre crisi e impegna in un corso si sensazioni e di esperienze interiori difficili e che non danno tregua. La questione della natura e della qualità del proprio modo di condursi, del proprio modo di pensare se stessi, di intendere la propria realizzazione è fondamentale. E' proprio lì che l'inconscio ha portato lo sguardo, è lì che prende posizione e cerca di intervenire per coinvolgere l'insieme dell'individuo per aprire gli occhi, per cominciare a assumere una diversa prospettiva. Occupiamoci dunque di questo nodo fondamentale, imprescindibile per comprendere il significato del malessere interiore e di ciò che vuole perseguire l'iniziativa del profondo. L'impianto naturale o viceversa l'innesto artificiale di una vita ne rendono profondamente diversi gli svolgimenti, gli sviluppi e gli esiti. Tenersi uniti alla propria matrice vera, al proprio intimo e profondo e da lì sperimentare cos'è scoprire, conoscere, orientarsi, procedere per guida interna, coltivare, far maturare e nascere, decidere e realizzare in unità e in accordo con la propria capacità di vedere e di comprendere è una cosa, affidarsi a altro per formarsi, che significa fatalmente uniformarsi a questa nuova matrice, per formare capacità di pensiero, per crescere e per dare compimento non più al proprio frutto e progetto, ma a un disegno, a una realizzazione già e diversamente da sè concepita, è tutt'altra storia e destino. Imboccata la strada del farsi portare e formare, ben istruiti e educati a credere che quella soltanto sia la via per dare crescita e realizzazione a se stessi, il senso dell'artefatto va via via smorzandosi fino al compimento di quella mutazione per cui, pur assumendo e riproducendo nello sguardo e nei pensieri altro da sè, ci si convince che lì dentro ci si è, si vede, si intende e si dice la propria, si dà espressione alla propria volontà, si mettono in luce le proprie capacità, si vive di propria sensibilità. E' il capolavoro della alienazione, di un processo di estraniazione da sè, di rinuncia a fondare su di sè, sul rapporto con la propria interiorità, col proprio sentire e con tutta la propria risorsa interiore, la formazione del proprio pensiero, di delega e di trasferimento a altro della funzione e della capacità di darne le basi, gli indirizzi, di garantirne la validità. E' un processo che mette in gioco mica poco, la rinuncia alla creazione e allo sviluppo della propria autonomia, prima di tutto di pensiero, di scoperta autonoma di significati e di capacità di concepire percorsi, finalità e scelte, guidandosi da sè, che non ha nulla a che fare con l'illusoria autonomia del dibattere e del prendere posizione  su questo o quello con argomenti pro o contro, del mettere in atto questo o quello, in apparenza originali. E' il capolavoro dell'alienazione perchè è un processo del cui significato e delle cui implicazioni non si prende visione, di cui si eclissa la consapevolezza. Si eclissa nella parte conscia, ma non di certo nel proprio profondo, che, non per caso, consapevole del significato e della portata di ciò che accade, non cessa di dare segnali, di intervenire e di interferire. E' il matrix perfetto, che una volta avviato si auto alimenta, è il ritrovarsi non nel legame con la propria originale matrice, è il trovare (seconda) natura dentro un'altra matrice, dentro un altro stampo, fino a considerarla propria, fino a difenderla con le unghie e con i denti. Ci si ritrova così a difendere il valore di una vita dove si è riposto tutto, dove si vale per la buona prova offerta che trova apprezzamento, dove l'intelligenza prende la forma del sapere che ottiene abbraccio e lode, dove i sentimenti, i più graditi e voluti sono quelli che sanno di buono, che sono ben considerati, che nel catalogo sono i più virtuosi. L'accordo con altro che dà conferma e plauso sostituisce l'accordo con se stessi, con ciò che da dentro il proprio intimo e profondo sarebbe capace di dare indirizzo e alimento alla scoperta fatta con i propri occhi, alla comprensione dei significati non per suggerimento, ma per intima esperienza, verificata, toccata con mano, dove la passione, quella vera e secondo natura, non è di essere applauditi, ma di generare, di creare, di far vivere e realizzare qualcosa di autentico, di originale, fedele a sè, che origina da sè, dal legame con la propria matrice vera, con il proprio intimo e profondo. Fatta propria la seconda natura, quella assistita e tenuta in piedi da altro che la forma e sostiene, è fatale che si diffidi della propria, che non si dia credito alla possibilità che dal rapporto con se stessi, con la propria matrice autentica, con la propria interiorità, possa nascere ciò che conta e vale, che si sminuisca ciò che l'interiorità può dare, che lo si riduca, che le si voglia assegnare solo il ruolo di coda, di ombra, di seguito gregario. Cos'altro è riconosciuto al proprio sentire e a tutta la risorsa interiore se non di accodarsi e di accordarsi con le pretese della parte conscia ormai venduta, affiliata all'altra matrice, affittata al compito di sostenere e di riconoscersi soltanto nelle capacità realizzative impiantate nella matrice della mentalità, dei modi di concepire comuni e organizzati a cui ci si è rifatti per trovare tutto? Da se stessi, dal legame, dal rapporto con la propria interiorità ci si convince che non è pensabile che possa nascere e formarsi il fondamento e il necessario per essere individui pensanti in proprio, capaci di mettere la propria vita su guide e su impianto proprio, in modo valido e credibile. La seconda natura oscura e rende improbabile ogni alternativa, anzi è pronta a denigrarla, a screditarla dove si provasse a darle credito. La scelta di staccarsi dall'insieme per dare spazio e occasione all'incontro e al dialogo interiore, sempre ammesso che lo si sappia rispettare prima di tutto come ascolto dell'interiorità e non come monologo della parte conscia, se non hanno corso limitato nel verso del ricaricarsi e in tempi rapidi  per ripartire nei modi consueti, sono visti e giudicati come segnali preoccupanti e insani di isolamento, di distacco dal reale, di vizio capitale di egoismo, di egocentrismo e chi più ne ha più ne metta. In ogni caso è considerato velleitario staccare dalla fonte esterna, dalla matrice che alimenta la seconda natura, spacciata per vera natura. La tesi dominante è che dal rapporto con se stessi, se preso sul serio, se investito di attese, non si può che trarre illusioni e ingenue persuasioni, non certo qualcosa di credibile, non certo il fondamento di una crescita autentica, forte e valida, di ampio e valido respiro e affidabilità. Se però si dà credito a ciò che è bollato come l'impossibile, se lo si coltiva, come accade dentro una valida esperienza analitica, si scopre che dal rapporto col proprio profondo, che rimettendo assieme, ritrovando le radici del proprio essere, ritrovando la vera autentica matrice, è possibile generare ben altro che la solita lezioncina, i soliti collaudati incastri di ragionamento a cui si è affidato l'esercizio del proprio pensiero, che gira e rigira tornano sempre all'ovile della visione della vita solita e già orchestrata e impartita. Può compiersi così e non certo magicamente e in un attimo, perchè è un vero parto con i suoi tempi di gestazione, la mutazione inversa, quella che riporta l'essere a trovare le sue vere radici, la sua capacità vitale, il suo respiro, la sua consapevolezza e capacità di visione, le sue originali qualità e potenzialità. E' una vera profonda trasformazione quella che si compie, stavolta per il verso giusto, del rientro a casa, al proprio da cui si rinasce con le proprie forme e sostanza, abbandonando via via, non senza difficoltà e contrasti interni (la seconda natura, con i suoi apparenti agi di aver già le risposte e le soluzioni pronte e apparecchiate, con la sua presa e capacità di inglobare in sè orgoglio personale e senso di riuscita, non ci sta facilmente a farsi mettere in discussione e da parte), quella parvenza di essere, artificialmente formata su altro impianto e matrice, cui ci si era consegnati. E' proprio la parte viva e profonda di se stessi, è proprio l'inconscio a pilotare, a alimentare, principalmente con i sogni, questo processo di trasformazione nel verso del ritorno a se stessi, del nuovo radicamento e della rinascita da se stessi. Dando spazio e credito al dialogo interiore, alla capacità che ha di far ritrovare il contatto e lo scambio vivo con la propria matrice autentica, con la propria interiorità, ciò che si può vedere nascere e formarsi è davvero unico e sorprendente. La natura, quella vera, sa dare il meglio, che è l'originale, l'autentico di sè che ha capacità vera e autonoma di vivere, di crescere e di dare frutto. La seconda natura, a cui ci si è aggrappati e legati come se non fosse tale, può solo produrre l'artefatto, che senza sostegno esterno di plauso e di conferma non può esistere e stare su, che altro non può fare che riprodurre ciò da cui artificialmente è scaturita. 

sabato 10 agosto 2024

Basta un poco di zucchero e...

Basta il contentino della promessa di essere sollevati dal disagio interiore, che è voce della propria interiorità, mica una infezione da virus o un disordine da causa nociva o una patologia da insana predisposizione, per essere ben disposti a mandare giù uno o più farmaci, a sottoporsi a una cura psicologica che, analogamente al farmaco, cerchi di trattare e di "aggiustare" lo stato interiore, di indagare le presunte cause di un presunto guasto, con l'auspicio di liberarsi di una condizione interiore difficile e sofferta, vissuta come anomala e ostile, che comunque si vuole  mettere a tacere, mettendo in realtà a tacere parte intima di sè che non si vuole e non si sa ascoltare. Tutto brillerà di più?  In realtà  la promessa di liberarsi del malessere interiore, è destinata assai spesso a rivelarsi fragile e illusoria, perchè la parte di sè intima e profonda, che ha mosso la crisi, che ha alimentato il disagio con uno scopo tutt'altro che insano o ostile, non è affatto docile e disposta, se inascoltata, se non compresa e condivisa nelle sue proposte, a farsi da parte, a rinunciare a farsi ancora avanti, pur rischiando nella sua iniziativa di essere ancora fraintesa e diagnosticata come una ricaduta di malattia. Va comunque precisato che ciò che ho definito come il contentino della promessa di liberarsi del disagio interiore non è certo considerato tale, gode viceversa di ampio e incondizionato credito, è considerato come il meglio desiderabile, dunque non come una banale gratificazione, ma come il bene massimo da procurare a se stessi, come lo scopo prioritario da perseguire, su cui non possono esserci dubbi. Questo è il frutto di una abituale lontananza dal proprio intimo, di un modo di condursi in cui la relazione con gli altri e con ciò che è presente al di fuori di sè è stata e è il fulcro dell'esistenza, da salvaguardare, in cui la relazione con se stessi, con la propria interiorità, è ipotesi più che remota, neanche concepita e di fatto sconosciuta, di scarso se non di nullo interesse. Il rapporto con se stessi, se così vogliamo chiamarlo, è inteso nell'unica accezione di trovare dentro di sè la leva della capacità di riuscita, di trarre da sè l'espressione da portare fuori capace di ottenere la migliore considerazione degli altri. Più cresce e è abituale il vincolo e il riferimento alla cosiddetta realtà, a quell'assoluto, "la realtà", cui rimanere ben adesi, con cui pare sempre fondamentale e necessario non perdere i contatti, che di fatto è l'insieme di abitudini e di pratiche comuni, di eventi e di temi messi all'ordine del giorno e da seguire, a cui rimanere intenti, di modelli, di risposte e di soluzioni predisposte, di canali messi a disposizione dal sistema organizzato per fare, per conoscere, per gioire e per svagarsi, per impegnarsi in cause nobili più o meno, per riceverne, se si dimostra su quelle basi di essere validi e prestanti, senso di conquista e fondamento di autostima, più si consolida questo vincolo dipendente e più contemporaneamente diventa ai propri occhi  naturale, "normale" la propria condizione di gregari, che tengono il passo, che, illusi di dire la propria, di prendere iniziativa, assecondano e si accordano con altro che dirige, che regola e istruisce, facendo consumo di temi, di risorse, di opportunità, di guide e di pensieri messi a disposizione, gentilmente messi nel piatto da masticare bene e da mandare giù. L'effetto è di ignorare la possibilità, la necessità, la passione di essere individui veri e singolari e non esseri addomesticati e replicanti. L'effetto è di considerare assurda la pretesa, tutt'altro che assurda, ma profondamente umana, di alimentare da sè la conoscenza, di trarre da sè la scoperta autonoma di significati, lavorando su di sè, sulla propria esperienza, di non avere necessità vitale per conoscere di prendere istruzioni e supporti da fuori, ma di poter scoprire con i propri occhi, di poter generare conoscenza, in unità con la propria interiorità, raccogliendone i suggerimenti e le guide, di poter aprire percorsi e dare corso a  sviluppi di realtà che non siano quello spettacolo messo in scena e quella pappa comune messa di continuo a disposizione. Generare è ben più impegnativo che consumare, che fare il verso a altro, che ragionare in accordo con altro già definito, che limitare le proprie aspirazioni a dare buona prova e prestazione in ciò che è ben considerato per ricevere plauso e apprezzamento. Generare, che è possibilità aperta a ognuno e non certo un'esclusiva dei  cosiddetti "creativi" di professione, che non di rado, a parte l'etichetta e la fama, di creativo vero non hanno proprio nulla, è ben più appassionante che consumare, cambia il volto della propria vita e dona vera libertà. E' la libertà di seguire se stessi, che si fonda sulla capacità di veder le cose a modo proprio e di non farsi dettare e dire da qualche presunta o pretesa autorità cosa sia o non sia la cosa vera, l'idea giusta, il pensiero corretto, è la libertà di difendere e di far vivere ciò che da sè, in unità piena con se stessi,  fino in fondo si è compreso, in cui davvero si crede e che si ama, senza il bisogno e l'interesse di chiedere a altri di concordare, di applaudire. Per tutto questo è fondamentale e irrinunciabile  l'accordo e l'unità col proprio profondo, che è anima e guida validissima di questa ricerca di autonomia e libertà di pensiero, sia fornendo le guide della ricerca del vero attraverso il sentire, sia  fornendo lumi di conoscenza in modo sublime con i sogni, profondo che, non per caso, col malessere e la crisi muove e agita le acque interiormente, proprio per spingere a un percorso di cambiamento radicale, da passivi e inconsapevoli a soggetti creatori e consapevoli. Senza legame con la propria interiorità non c'è  possibilità di pensiero che non sia di adeguamento, di  docile accordo e fruizione d'altro, anche se questo non lo si sa e soprattutto non lo si vuole vedere. Dove niente sia scaturito da sè, niente di visione riflessiva che prima di tutto faccia vedere cosa si sta facendo di se stessi, mossi e vincolati a quali imperativi, regole e modalità, si è solo al traino d'altro, anche se illusi di dire la propria. Senza scambio e raccolta di spunti e di guide provenienti dal proprio profondo, capaci di rendere liberi e autonomi nel pensiero, non si può che rimanere vincolati a una forma di pensiero che segue e asseconda, che ripete e riproduce il pensato comune (non importa se facendo gli oppositori, sempre però trovando sponda in qualcosa di già concepito), che allontana dalla conoscenza di se stessi e dalla scoperta di significati altri da quelli presi da fuori, introiettati e ripetuti. Se dunque l'interiorità col malessere punge e pungola a prendere contatto con sè, a aprire gli occhi, a avviare un percorso di presa di coscienza, di recupero di unità piena con se stessi, di scoperta del significato della propria vita interiore, di recupero delle ragioni e delle potenzialità proprie e originali da sviluppare, ecco che la reazione è di scacciare il richiamo che pur difficile è portato dal disagio interiore, di rimettere prontamente in moto la fuga da sè per salvaguardare la capacità di stare in unità e al passo con gli altri. Ecco che basta quel pò di zucchero, di dolce e gradevole gusto della promessa di una possibile ripresa del vivere senza intralci interiori in attaccamento a altro, per mandare giù la pillola della cura che spacca il vincolo a sè, che il malessere interiore stava cercando di far recuperare, per rinsaldare e non compromettere la simbiosi con altro, come se quella, presa in prestito, pilotata e impartita da fuori, fosse vita propria e bene da non perdere.