domenica 8 novembre 2026

Ciò che non si vuole riconoscere

Quando ci si confronta con la crisi e col malessere interiore ci si persuade facilmente che sia in atto solo un guasto, una minaccia, un che di ostile che mina la saldezza di un modo di procedere che si considera indiscutibilmente valido e da ristabilire al più presto. Ciò che non si vuole riconoscere è la necessità di una verifica onesta e sincera, limpida e approfondita del proprio stato e modo di procedere, la verifica di quanto ci sia di sè e di originalmente proprio, di quanto ci sia di concorde col proprio intimo sentire in ciò che ad ogni costo si vorrebbe difendere e riaffermare in contrasto con la crisi, col malessere interiore che si sta vivendo. Ciò a cui si è spesso indisponibili, contro cui c'è il pregiudizio che tutto del proprio modo abituale debba essere nel proprio interesse salvaguardato e tornare a girare nel verso solito, è portare lo sguardo su di sé, senza deviarlo all’esterno, esercitando l’attenzione, alla ricerca del vero, su ciò che nell’esperienza risale a sè, che è il fattore fondamentale e decisivo nel determinare il proprio modo di essere e di procedere. Può essere una verità scomoda quella da riconoscere, che rimette in discussione le proprie convinzioni, una verità di cui però si può vedere il reale fondamento, una verità di cui il malessere sa essere voce, scomoda ma efficace. Può rendersi riconoscibile nel proprio modo di procedere, al di là delle illusorie persuasioni, l'assenza di vera consapevolezza di ciò che lo muove, la mancanza di attenzione a cogliere il senso vero di tutto ciò che si mette in atto nella propria esperienza, il mancato sviluppo della capacità di intendere il significato autentico del sentire che lo accompagna, il mancato possesso di un pensiero che non ricalchi ciò che generalmente si pensa, sui binari e nelle guide dei comuni modi di intendere. Non si vuole riconoscere che senza dotarsi di questa capacità di sguardo riflessivo e di ascolto del proprio sentire, senza questo bagaglio di conoscenza di se stessi, senza questo patrimonio che rende un individuo tale col suo specifico e originale, con la sua forza di generare risposte tratte da sè, col suo coltivato e sviluppato di identità e di pensiero, di orientamenti e di capacità di dare loro seguito, non si è che parvenze di individui. Senza la conquista di pensiero proprio consono a se stessi, alla propria realtà, senza formazione e sviluppo di pensiero fondato sul vero, pur illusi di non essere tali e di avere del proprio da dire e da realizzare, non si è nel proprio pensare e agire che copie d'altro, attori o comparse dentro una scena, secondo un copione già scritto, che nulla ha a che fare con ciò che sarebbe possibile far vivere se quel vuoto di sè e di consapevolezza fosse colmato. C'è una parte di sè, intima e profonda, che non ignora il problema e il vero della propria condizione, che nell’esperienza di continuo nelle emozioni che coinvolgono, negli stati d’animo che si fanno strada, nelle spinte, a volte nei freni, che agiscono interiormente, dà stimoli mirati a aprire gli occhi, a guardare dentro se stessi. Questa parte profonda di se stessi può riconoscere la necessità di intervenire con forza, di battere con decisione, dando stimoli e imponendo col malessere un clima interiore non facile e disagevole, ma sempre nelle sue forme significativo, con lo scopo di rendere tangibile e riconoscibile quello stato di lontananza da sè, dalla propria interiorità, quel vuoto di ricerca e di maturazione personale, non di apparenza, ma di sostanza e autenticamente propria, di spingere a colmarlo con un serio lavoro su se stessi. Accade però che questa iniziativa profonda, tutt'altro che sciagurata o assurda, ben altro che malata e nociva, che col malessere e con la crisi vuole porre le basi della ricerca del cambiamento nel segno della scoperta e del recupero del proprio autentico, di un vero processo di crescita personale, sia letta come disturbo e patologia, confermando così soltanto l'incapacità di intendere le esigenze personali più autentiche e profonde, di conoscere cosa risiede nell’intimo del proprio essere, di intendere il significato della propria vita interiore, ribadendo l'ottusità e l'incapacità di vedere lo stato attuale vero delle cose. Lo stato vero è di essere più che incompiuti, più che insufficienti e non certo nella capacità di far mostra di normalità, di stare in corsa e di dare prova di efficienza secondo i criteri prevalenti, ma nel possesso di sostanza propria, di pensiero capace prima di tutto di vedere la verità della propria condizione e non di raccontarsela a piacimento, trovando riparo e conferma nel pensato solito e comune, oltre che di concepire e di aprire nuove strade fedelmente corrispondenti a se stessi. La posta in gioco è notevole, ma rischia di non essere compresa e ben soppesata. Ristabilire l'ordine solito, battersi per il raggiungimento di questo scopo, imputando alla crisi interiore di essere solo un intralcio dannoso e un segno di malattia, travisandola e riducendola a scoria da eliminare, è la risposta più ottusa e sfavorevole a se stessi che ci si possa dare. L'autoinganno è di far credere a se stessi che sia stupido, insano e nemico ciò che invece interiormente è la proposta più affidabile, la voce della parte del proprio essere più accorta, intelligente e sincera, la più saggia e provvida.