domenica 12 gennaio 2025

La normalità

E' normalità, segue cioè un corso, tutt’altro che insolito e infrequente, considerato e  celebrato come valido e normale, fondare la fiducia in se stessi sul dare prova secondo un codice prestabilito e condiviso, è normalità riconoscersi valore nel riscuotere apprezzamento, soddisfacendo aspettative e pretese, ricevendone in cambio convalida, è normalità stare dentro la visione condivisa, nei suoi confini, nelle sue argomentazioni, riducendo la propria libertà di espressione, di pensiero e di critica nel dire la propria dentro e su argomenti e temi predefiniti. Gli elementi costitutivi più importanti della propria personalità, della conoscenza di sè, della scoperta della propria identità e della formazione e dell'esercizio del proprio pensiero, si formano su queste basi, in appoggio a altro che suggerisce e detta e che in cambio della buona resa certifica, apprezza e garantisce. Altro provvede a dare le guide.  Assumerlo come guida e come autorità garante facilita, dà immediate soluzioni e soddisfazioni alle necessità di  conoscenza, di scoperta di significati  e di scelte di  indirizzo della propria vita, ma, anche se su questo cala “normalmente” il velo dell’inconsapevolezza,  devia da sé, esautora se stessi dalla prerogativa di vedere e di accertare da sè cosa sia valido e perché, altera profondamente il processo di crescita personale. Il normale corso, su supporto e guida presi da fuori, produce un processo di formazione e di crescita personale apparente, nella sostanza infedele e fasullo, che di fatto si sostituisce al lavoro di ricerca e di scoperta proprio e originale, il solo che può escludere artefatti, che può garantire genuinità e corrispondenza, concordanza con le proprie vere qualità e appartenenze, con le proprie originali potenzialità. Il lavoro di ricerca e di conoscenza di se stessi fatto, coltivato e generato da sè non è di immediata traduzione come lo è disciplinarsi e dare prova, che richiedono solo capacità di adattamento, di imitazione e di assecondamento di un che di già definito. Ammaestrarsi certamente limita e mortifica le reali possibilità e necessità di crescita personale, oltre a rendere bisognosi di attingere sempre da fuori risorse e occasioni, dentro un legame di dipendenza che si autoalimenta. Il danno sostanziale è di diventare riproduzione di altro anzichè capaci di autonoma visione e di autogoverno nel comprendere e decidere le finalità congeniali della propria vita e nel saperle perseguire. Creature d'altro non si può che tornare a ogni passo a cercare in altro le guide, i sostegni, le conferme, espropriati della capacità di concepire da sè e di avere nell'intesa con se stessi in cardine e la bussola della propria esistenza. Il tutto costruito ad arte e considerato non un che di alieno, ma trattato e difeso come se fosse vero, come se fosse patrimonio e opera propria, non un artefatto, non un sostituto di ciò che di originale e vero ancora attende di essere coltivato e compreso. Se l’inconscio ha la capacità di vedere e di distinguere tra il simil vero e l’autentico, se ha capacità di riconoscere il danno che ne deriva, la rinuncia a sé e a generare e a far vivere qualcosa di proprio, è comprensibile che intervenga e non certo per compromettere il proprio bene, ma per trarlo in salvo. Il malessere interiore è il primo necessario passo per scuotere l’edificio fasullo e l’inerzia nel tenerlo in piedi, per aprire una crisi che vuole diventare occasione di presa di coscienza e punto di partenza per invertire la rotta e aprire una stagione di rinascita vera in cui da sé e nel rapporto con se stessi possa formarsi l’originale e non l’artefatto, perché torni e si collochi saldamente nelle proprie mani  la guida della propria vita. 

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