E' un principio regolatore, autentica sponda, bussola e salvagente per chi non dispone, perchè non se l'è costruita, di autonoma capacità di orientamento e di giudizio. La normalità tutela gli sprovveduti, che però tali non si riconoscono, che anzi si credono padroni del giudizio. Che rimbalzi nella testa di chiunque per capire dove sta la espressione di sè accettabile e giusta, che ugualmente faccia da guida e trovi perciò fatale riconferma nella produzione di idee di non pochi dei cosiddetti esperti e curanti della psiche, possiamo comprendere che la cosiddetta normalità con tutti i suoi metri, parametri e perimetri è mastice dell'intelligenza comune e diffusa. Orienta e rassicura, rimette in riga, consente di procedere più tranquilli. Se sento questa cosa, se reagisco in questo modo sono nella normalità o no? Il terreno del sentire è il più arduo, perchè lì possono accadere gli imprevisti, proprio in virtù del fatto che il sentire, che tutto ciò che si muove interiormente, si declina liberamente, non si disciplina e non si fa istruire dal metro e dai consigli della normalità. Il nostro sentire scaturisce e traduce una intelligenza profonda insita nel nostro essere e che tutto pensa e fa, meno che scodinzolare al seguito delle idee di normalità. I giudizi e le idee applicate di normalità esauriscono presto l'indagine. Se una cosa, se un comportamento, se un'azione o una reazione è formalmente dentro i paletti della normalità, se la rispetta e riproduce, non serve altro, non è necessario capire, vedere oltre. La verifica che l'esperienza, che la scelta, che la risposta data è inquadrabile nella normalità, chiude il discorso. L'intelligenza profonda dell'inconscio, che vive dentro di noi, viceversa interroga cosa c'è realmente nell'esperienza che ci vede coinvolti, di cui siamo attori, cosa rivela di noi stessi, cerca e riconosce il vero e perciò dà attraverso il sentire le guide, le tracce, i richiami per entrare nel merito del vero, senza farsi bastare l'idea di normalità. Accade però che di fronte alle espressioni del sentire, che colgono di sorpresa, che incalzano e non recedono, che spingono per quel supplemento di indagine volto a cercare il significato vero, ciò che rivela di se stessi, racchiuso nell'esperienza, volto a far emergere i nodi, le questioni importante riguardanti il modo di condurre la propria vita, non sia affatto compreso, che la spiegazione delle cose, di cui l'idea di normalità fa da garante, sia considerata valida e sufficiente. L'idea di normalità interviene a fare da arbitro e giudice, che, per rimettere le cose a posto, per dare una bella riordinata, sentenzia che quel sentire inatteso e che non dà tregua, che non mette in pace con se stessi, che incalza, che a volte a muso duro provoca e insiste, ha superato i limiti della tollerabilità, del sano e del ragionevole, dell'accettabile e del funzionale a tenere in piedi e far ben girare il consueto modo di fare e di procedere. Ecco allora il braccio esecutivo dell'idea di normalità, di cui ognuno nel rapporto con se stesso è artefice e responsabile, che come netturbino spazza via come rifiuto, come scarto e immondizia ciò che dentro di sè non sta e non si muove nelle regole, dentro il recinto della normalità. Persuasi che in questo modo, avvalendosi della mano santa della idee e dei criteri della normalità, si tuteli e si persegua il proprio bene, in realtà ci si amputa della capacità, che va nutrita e che richiederebbe un lavoro di concerto col proprio sentire, di aprire gli occhi, di generare pensiero proprio, di formare e di sviluppare intelligenza propria e non pensiero che fa il verso, ammaestrato dai preconcetti comuni che stanno alla base delle idee di normalità. Il proprio bene starebbe nel vedere con i propri occhi, nell'imparare a corrispondere ai richiami e ai suggerimenti del proprio sentire, nell'imparare a entrare in accordo, in sintonia e in sinergia col proprio profondo, per conquistare autonoma capacità di vedere, di pensare, di comprendere, per mettere nelle proprie mani una bussola valida, per dotarsi di autonoma capacità di governarsi, di disporre del proprio destino, per non correre dietro e farsi portare da altro, per non essere solo una voce nel coro, illudendosi di dire la propria.
mercoledì 28 gennaio 2026
sabato 24 gennaio 2026
La vera solitudine
Si pensa in genere alla solitudine come a uno stato di allontanamento e di mancanza di contatti e di rapporto con gli altri. La si considera assai di frequente come uno stato infelice, oggetto, quando coinvolti, di auto e di altrui commiserazione, come una condizione di abbandono, che depriva, che sottrae un che di vitale, collocato fuori, negli svolgimenti esterni, negli altri, considerati essenziali per dare sostegno e contenuto alla propria esistenza, per procurare a se stessi occasione di entrare nel corso (ritenuto) reale della vita, per non rimanerne esclusi, per avere opportunità di arricchimento della propria esperienza, di crescita o più semplicemente per trarne qualche sollievo e rassicurazione, per evadere da quel senso di vuoto e di mancanza. C'è chi guarda allo stare da solo con minore pena e angoscia, come a un che di necessario a tratti e di utile. Accade non di rado che in quei momenti di solitudine ben accetti, più che un vero ascolto, incontro e dialogo con se stessi, con la propria interiorità, prenda il sopravvento l'iniziativa di riempire quegli spazi con altro, che sia una lettura, l'ascolto di musica, la visione di qualche programma in tv o in connessione a internet, oppure l'impegno in qualcosa di pratico o di convenzionalmente considerato "creativo", poco importa, purchè sia in grado di dare riempimento. Se c'è interesse per il prendersi cura di sè, per il rapporto con se stessi, non è raro, soprattutto in presenza di qualcosa di interiormente difficile, che si cerchi di adottare qualche forma di rilassamento o che si ricorra, giusto per fare qualche esempio, a tecniche tipo meditazione, che in ogni caso implicano applicare un procedimento appreso, che non sono apertura schietta e incondizionata alla propria interiorità in ciò che dice e propone, che viceversa chiedono distacco da ciò che di più intimo e vero si propone come inquieto e teso. Da soli può anche accadere che si dia il via a una sorta di riflessione sulla propria esperienza e condizione, sulle questioni in primo piano, che in realtà si traduce in una rielaborazione ragionata che vede l'intimo di sè, il proprio sentire, la propria esperienza intima viva più come oggetto di spiegazioni e di commento, che come parte viva propositiva, cui sia data parola, con cui porsi in ascolto e in dialogo. Prende forma in sostanza un monologo, dove la parte dei soliti noti del ragionamento e dell'iniziativa conscia ha il sopravvento e l'interiorità diventa solo oggetto di intervento e non soggetto dialogante. Accade così che si permanga nel rapporto con se stessi nella condizione di distacco, di lontananza, di solitudine vera, di mancanza di relazione viva, di privazione e addirittura di ignoranza di tutto ciò che la parte intima di sè può dare e di cosa può significare e generare l'incontro, la vicinanza e lo scambio vivo e fecondo con la propria interiorità. Questa è la vera solitudine, che è privazione di un legame davvero vitale e di uno scambio decisivo, importante, quello con la propria interiorità e che spinge a cercare in altro indiscriminatamente, bisognosamente, ogni apporto e supporto vitale. Questa condizione di solitudine nel rapporto mancato con la propria interiorità ha conseguenze rilevanti, anche se abitualmente ignorate, non considerate, incomprese, sul proprio modo di pensarsi, di percepire se stessi. Permane l'idea e l'immagine distorta del proprio essere, che, limitato a stare, nella sostanza, nei confini di una parte, quella conscia di volontà e ragione, vede il resto di sè intimo fatto di presenza viva di sentire, di stati d'animo, di svolgimenti interiori, come appendice subalterna, che a tratti può risultare scomoda, difficile da comprendere e soprattutto da "gestire", ma che non entra a far parte, che non diventa parte fondamentale del proprio essere. Non lo diventa a proprio discapito, lasciando intatto uno stato del proprio essere, monco di un apporto intimo sostanziale, che spinge e obbliga alla dipendenza, alla necessità d'altro, cercato fuori di sè, per integrare e portare a sè fonte vitale, sostitutiva di quella intima, originale e propria. Una simile condizione, anche se considerata normale, non è di poco peso nel decidere la propria sorte, nel segnare i limiti della propria realizzazione umana personale. Senza il contributo della parte intima e profonda del proprio essere, continuando a ignorarne il vero volto, ci si priva della possibilità di aprire gli occhi, di avere visione vera e fondata di se stessi, comprensione dei nodi veri della propria vita, perchè senza lo scambio col proprio intimo e profondo, senza il suo apporto non c'è nulla di davvero visto da vicino di sè, di vero, nulla di scoperto come autentico, di riconosciuto come originale e proprio. Senza unità di tutto il proprio essere, non c'è possibilità di comprensione autonoma dei significati della propria vita, riconoscibili dentro e attraverso la propria esperienza, non c'è formazione e conquista di punti cardine e di orientamento propri, non c'è scoperta della grande affidabilità della propria guida interna, esercitata dal proprio profondo, non c'è scoperta di quanto sia rigenerante e arricchente attingere al proprio intimo. Accade di conseguenza che tutto, risorse per arricchire la propria vita o semplicemente per non vederla languire, modi di pensare e di intendere i significati dell'esperienza e ciò che vale, sia cercato fuori e in simbiosi con l'esterno sia tratto da modelli e da aspirazioni comuni, che il rapporto con gli altri e con l'esterno appaiano come fonte vitale essenziale. Questa condizione, tutt'altro che ovvia e naturale, è semmai espressione della adesione a una sorta di regola comune esistenziale, di normalità, supportata e suffragata culturalmente da idee o principi come quelli dell'essere umano come animale sociale, come necessitante, per dare volto e realizzazione piena alla propria vita, di integrarsi, di unirsi e raccordarsi agli altri, per dare significato e scopo alla propria vita, per non rimanere ai margini, per non chiudersi in una condizione considerata insana di isolamento oppure per non trincerarsi in una posizione giudicata poco degna di indifferenza e egoistica, in realtà per stare su, per colmare di unità d'insieme quella mancanza di sè, che, se cercata e coltivata, creerebbe ben altra base e darebbe ben altra linfa e contenuto, ben altro indirizzo e scopo all'incontro e al rapporto con l'altro, con gli altri. Quando infatti si esce dalla solitudine interna, che è la vera solitudine, che è mancanza di rapporto vivo e dialogico con la propria interiorità, è conseguente che il rapporto con gli altri assuma un ben altro e ben diverso volto da quello spesso prevalente, segnato da istanze di attaccamento dipendente, da necessità di legare a sè l'attenzione e la considerazione altrui, di piacere, di compiacere, di cercare e di dare consenso. Disponendo di un proprio centro, di una base si ascolto e di dialogo con la propria interiorità, l'incontro e lo scambio con l'altro può essere vissuto con senso di libertà, che consente, se se ne avverte la possibilità e la spinta interiore, di coinvolgersi nella ricerca di un incontro umano non superficiale, fondato su capacità di ascolto e di dialogo attento e sincero, con possibilità di scambio fecondo e di arricchimento vero.
mercoledì 14 gennaio 2026
Psicoterapia a che scopo?
La conquista fondamentale, che la psicoterapia dovrebbe
consentire, per essere davvero utile e capace di portare al cambiamento di
qualità nella propria vita, è imparare a stare fiduciosamente ben connessi col
proprio intimo sentire e con il succedersi di tutto ciò che si vive
interiormente, anche quando difficile e disagevole, imparando a reggerne la
tensione, a non fuggire, di pari passo con l'acquisizione e con lo sviluppo
della capacità riflessiva, che permetta di vedere, come guardandosi allo
specchio, cosa dentro il proprio sentire, dentro la propria esperienza
interiore prende forma, di riconoscerne l'autentico significato, di
raccoglierne l'originale proposta. E' questa possibilità di unità fiduciosa con
se stessi, senza necessità di barriere, di tattiche di controllo, senza fughe
da ciò che intimo è stato in precedenza vissuto come insidia e come fastidio,
come minaccia ostile o come lato oscuro da tenere a bada, come disturbo da sanare,
con la scoperta invece che tutto dentro di sé, anche nelle sue espressioni in
apparenza, solo in apparenza, anomale, dice e comunica e non certo per fare
danno, che la psicoterapia dovrebbe permettere di vivere, di toccare con mano e
di portare a maturazione. Essenziale per raggiungere questo fondamentale scopo,
di superamento della lontananza dal proprio intimo e della conquista della
unità con tutto il proprio essere, è imparare a ascoltare il proprio sentire, a
comprenderne il linguaggio e a riconoscerne l'autentica proposta, per far sì
che l'unità con se stessi, con la parte intima di sè sia davvero possibile,
fiduciosa e piena. La tendenza abituale, particolarmente in presenza di un
sentire difficile e spiacevole, è di giudicarlo un che di negativo, di molesto
e preoccupante da contenere e di cui liberarsi o al più di volergli trovare un
motivo in questa o in quella causa cercata fuori, che lo provocherebbe, senza
di fatto ascoltare quelle sensazioni, senza lasciarle dire. Essenziale e
favorevole a sè non è sopprimere, ma acquisire capacità di sguardo riflessivo,
che permetta di vedere cosa quel sentire, che viene dal proprio intimo, sta
evidenziando, sta portando a riconoscere. La capacità riflessiva di cui parlo,
che è conquista fondamentale, non c'entra nulla con la riflessione comunemente
intesa e praticata, che si traduce in un parlare sopra, in un rimuginare
razionale sul conto dell'esperienza che si sta interiormente vivendo,
sovrapponendole spiegazioni, interpretazioni e deduzioni, sviluppando idee che
coi vissuti interiori, col sentire, reso oggetto di speculazione razionale, non
hanno relazione, che non gli concedono rispetto e riconoscimento di parte degna
e propositiva. Nel sentire c’è la parte di sé, preziosa e intelligente, non
certo sgangherata e inconsulta, che può dare a ognuno il contatto vivo con se
stesso, la terra sotto i piedi per ritrovarsi e per comprendere il proprio
stato vero, le questioni, i nodi che riguardano se stesso, il proprio modo di
procedere. Nel sentire, non cè la banale e meccanica reazione e l’impronta interna
lasciata dall'agire di una causa esterna, di questo stimolo o di quello, c'è la
capacità di recuperare e di dare il radicamento nel vero di se stessi, la guida
viva per non estraniarsi, per non allontanarsi mai da sè e dal cuore della
propria esperienza e della propria ricerca. Parlo di ricerca perché il senso
vero del nostro vivere non è adattarci o infilarci in qualche dove che ci
definisca e che ci dia un illusorio senso di esistere e di realizzarci, ma è
vedere con i nostri occhi, prendere consapevolezza e visione trasparente e vera
di noi stessi, trovare dentro di noi le risposte e riconoscere quale vuole e
può essere il senso, lo scopo della nostra vita, secondo noi stessi,
coerentemente con noi stessi. La piega prevalente dell’esistenza è spesso di
farsi dare dall'esterno le risposte, di seguire e inseguire tracce e guide
esterne, di identificarsi con altro fuori e attorno a sè, che se da un lato già
sembra dire, consentire, dare risposte e soluzioni possibili, dall'altro
finisce per delimitare le espressioni, le scelte, i modi della propria vita. Il
nostro profondo, depositario delle nostre più originali ragioni, potenzialità e
capacità di pensiero, non ci sta a un simile passivo adeguamento, che rischia
di falsare e di far fallire la nostra vita, di toglierle il bene supremo,
quello della consapevolezza, della capacità di vedere con i nostri occhi e di
generare il nostro pensiero, della libertà di metterci su un cammino nostro,
sentito, consapevole, fattivo e creativo, non affidato al conformismo o
all’approvazione/conferma altrui. La parte profonda non sta quieta e preme per
sollecitare ricerca, presa di coscienza di come ci si sta muovendo, spesso e da
gran tempo in modo gregario (anche se con l'illusione di essere artefici delle
proprie idee e delle proprie scelte), di cosa si sta facendo di se stessi, di
cosa viceversa è possibile mettendo al centro e senza risparmio il proprio
sguardo, onesto, trasparente, acuto e pronto a riconoscere anche ciò che di se
stessi dispiace ammettere, ma che per crescere e far crescere il nuovo e il
proprio è indispensabile conoscere e riconoscere. Il malessere e la crisi
interiore nelle sue diverse espressioni, tutte significative e mai casuali,
nasce e si propone con forza per iniziativa del profondo. Non è un guasto o una
patologia da combattere frontalmente e da mettere a tacere, neppure da spiegare
e da tentare di risolvere andando a cercare in qualche accidente, trauma o
condizionamento esterno la causa presente o remota che avrebbe provocato il
presunto guasto o danno interiore, è
viceversa richiamo e sollecitazione profonda a occuparsi di se stessi, a
prendere visione del proprio reale stato, a mobilitarsi per generare tutto ciò
che manca di scoperte di significato, di conoscenza di se stessi,
indispensabili per prendere davvero in mano la propria vita, per rispettarne le
ragioni e per farne vivere le possibilità autentiche. Nel lavoro di
psicoterapia (mi sto riferendo a una psicoterapia di impostazione analitica e
che concepisca la totalità dell'essere, l'importanza della componente profonda,
dell'inconscio) è fondamentale dunque dare spazio alla parte intima e profonda,
che è motore della crisi e che sa cosa sta smuovendo e perché. E’ la parte di
noi stessi, quella profonda, che non si perde o disperde, che non accantona
nulla, che non oscura per comodo, che non rinvia la verifica, che vuole il
vero, senza limiti e sconti, perché il vero è la base della libertà e della
trasformazione, del poter scegliere sapendo. La ricerca nel corso della vita
non è mai finita, ma è importante che sia ben e saldamente impostata, che si
sia imparato a dialogare con se stessi, ad avere unità con se stessi, a dare
ascolto a tutto ciò che si sente, a procedere uniti con se stessi. I nodi
decisivi vanno avvicinati, sotto la guida della parte profonda che lo sa fare
di dirigere la ricerca, prima di tutto attraverso i sogni, oltre che con tutto
ciò che nell'esperienza del sentire, che l'inconscio plasma e dirige, vuole
rendere tangibile, riconoscibile. Acquisita saldamente la capacità di aprire
senza barriere e di comunicare con la propria interiorità, essenziale per dare
forma nuova e consapevole e unitaria al proprio procedere con se stessi,
compiuti i passaggi di crescita, sciolti i nodi fondamentali sotto la guida del
proprio profondo, si potrà continuare da soli il proprio cammino e, al passo
col proprio sentire, proseguire le proprie scoperte, che non cesseranno di
arricchire la propria vita. Questo l’orizzonte dentro cui va concepita la
psicoterapia perché davvero sia utile e consegni le chiavi nuove per percorrere
il cammino della propria vita non in un rapporto di fragile unità con se stessi
o addirittura di disunione, di persistente timore e di propensione a
sorvegliare e a controllare gli accadimenti interiori (quante volte capita di
sentir dire: ho imparato con la psicoterapia a "gestire" le mie
ansie), ma di fiducia e di scambio totale, senza chiusure, con la propria
intima esperienza, di sintonia col proprio profondo. Quando, travisando il
significato della crisi, si investe su terapie che vogliono cercare la causa
remota di ciò che nel malessere e nella crisi interiormente aperta è giudicato
in partenza come un disturbo e l'espressione di un danno psicologico prodotto
da cause, da distorti e mancati apporti, da condizionamenti di figure
significative, da traumi e accidenti negativi si consolida dal principio il
distacco dall'intima esperienza interiore, che pur difficile e sofferta, è
comunque voce del proprio intimo e profondo, voce e proposta non raccolta.
Quando, sempre travisando il significato della crisi si dà adesione a terapie,
vuoi farmacologiche, vuoi psicoterapie, che pretendono o che si illudono di
mettere sotto controllo o a tacere l'intimo malessere, da subito giudicato
anomalo, senza valida ragione e senso, a sè sfavorevole e disfunzionale, perciò
da correggere, anzichè aiutare a sviluppare la capacità di ascoltarne voce e
autentica proposta, ci si ritrova a rinsaldare ancora la separazione da se
stessi, la condizione di contrapposizione, di mancata unità e dialogo con tutto
il proprio essere. Quando, facendo solo opera di contenimento o di
riaggiustamento, i nodi decisivi della propria vita non sono, con la guida del
profondo, riconosciuti e sciolti, quando i cambiamenti nel modo di stare in
rapporto con se stessi non sono felicemente conquistati, quando non si supera
la scissione tra ciò che si pensa e si argomenta e ciò che si sente, quando non
si raggiunge la unità dialogica con la propria interiorità, il profondo tornerà
nel tempo a agitare le acque con rinnovata forza, non cesserà con insistenza di
reclamare ascolto, imperiosamente premendo ancora perchè sia fatto il lavoro
che serve, perchè finalmente sia fatto bene e fino in fondo.
sabato 10 gennaio 2026
Il controllo
Il controllo è la forma più frequente di rapporto con tutto ciò di cui si fa esperienza interiormente. Da un lato c'è la consegna alla parte conscia del compito di dirigere le operazioni di pensiero e decisionali, di dare indirizzo alle scelte, di esercitare spinta e di garantire tenuta volitiva nelle decisioni prese, dall'altro le espressioni della vita interiore, dalle emozioni, agli stati d'animo, dalle pulsioni a tutto ciò che, esercitando su di sè presa e coinvolgimento, interviene nell'esperienza, è considerato materia da regolare e da tenere sotto controllo. I significati dei vissuti, di quanto si rende vivo e si propone intimamente, sono spesso prontamente dedotti col ragionamento e fatti rientrare nell'orizzonte del pensiero abituale, sono dati in qualche modo per già acquisiti, soprattutto vagliati sul grado di coerenza con ciò che si è abituati a ritenere valido, normale e accettabile. L'interferenza, il mancato accordo e sostegno alle attese della parte conscia dato da stati d'animo e da moti interiori, che non garantiscono la stabilità dei propositi e la continuità del percorso che si sta e che si vuole seguire, induce a mettere in opera subito la forza di interdizione del ragionamento e la pronta mobilitazione di ogni energia possibile a difesa di quelli che sono considerati i propri legittimi e validi interessi. La preoccupazione circa l'incoerenza o le minacce di intralciare gli intenti e i convincimenti razionali esercitate da ciò che si sente o che, in adesioni a spinte interne, ha prodotto conseguenze sul comportamento, che paiono per nulla favorevoli e promettenti, alimenta la necessità di tenere a bada, di riportare sotto controllo simili spinte e moti interiori. Se intervengono ad esempio impaccio, timore, insicurezza e ansietà o l'umore, anziché sereno e fiducioso, flette e si oscura, questi svolgimenti interiori, imprevisti e indesiderati, diventano presto bersaglio di una critica propria e di una certa insofferenza che pretendono altro. Talora c'è il tentativo di spiegare, di trovare una causa, ferma restando la pretesa che tutto debba svolgersi diversamente rispetto agli esiti giudicati infausti, che quegli eventi interni stanno minacciando di provocare. Dunque anche l'approccio che pare più aperto, volto a capire, parte sempre dal presupposto e dalla pretesa che tutto interiormente debba svolgersi nel modo voluto e programmato, un modo mai messo in discussione e fatto oggetto di attenta verifica. Si permane di fatto indisponibili a ascoltare e a recepire ciò che il sentire, che si è messo in mezzo o di traverso nell'esperienza, vuole e sa dire. Questi interventi del sentire, tutt'altro che sciagurati o espressione di un che di insano e di difettoso, sono viceversa un valido e tempestivo contributo offerto dalla parte intima del proprio essere per aprire una attenta presa di visione riflessiva su ciò che si sta facendo e perseguendo, sono uno stimolo, sono una mossa decisa dal profondo, per dare primato all'esigenza di capire ciò che si svolge nell'esperienza, di capirsi. Sulla spinta e sull'attesa della parte conscia, che la vive come conveniente e necessaria, di trovar da dire nella relazione con altri, può, per fare un esempio, frapporsi impaccio e mancata fluida parola, circostanza che pare negativa e lesiva dei propri interessi. Interiormente però prevale l'istanza di capire cosa e perchè dire, vincolati a quale esigenza e per produrre che cosa. Sull'ottenere buona prova prevale nelle intenzioni del profondo, che anima tutte le spinte e gli interventi del sentire, l'istanza di capire a che scopo si vogliono ottenere i risultati voluti, per rispondere a quale bisogno o aspirazione, dentro quali vincoli, che possono essere di dipendenza, di soggezione e di attesa di essere premiati e ben considerati dal giudizio altrui per esempio. La parte profonda non è cieca, l'inconscio vuole alimentare la presa di coscienza e non la riuscita ad ogni costo. La presa di coscienza vale, è essenziale per costruire il fondamento di una visione che permetta capacità di orientarsi, di trovare in accordo con se stessi la comprensione del vero, di collocare nelle proprie mani la capacità di scegliere e di dirigersi, di autogoverno maturo e saldo. Pare sfavorevole la mancata riuscita dei propositi abituali, la mancata prestazione, ma ciò che più vale, che il profondo fa valere con i suoi interventi nel sentire, è l'esigenza di non procedere ciecamente a testa bassa, di capire, di porre le basi per riconsegnare a se stessi il compito e la facoltà di comprendere, di vedere con i propri occhi cosa è importante e valido e perchè, per avere di conseguenza libertà di perseguire gli scopi da sè riconosciuti e compresi come significativi e appassionanti e non quelli a rimorchio di stime di valore e di giudizi comuni. Fare di se stessi, come spesso accade, uno strumento per ben figurare e per servire le attese o presunte attese altrui di buona prova, per riceverne plauso, conferma e apprezzamento è una cosa, è una scelta dipendente e succube, riservare a se stessi invece la facoltà, in accordo e unità con se stessi, di scoprire e di comprendere significati, aspirazioni originali e ciò che davvero vale, fondandosi su intima esperienza, anzichè desumere significati e traguardi da raggiungere facendoseli dire da altro e riprodurli da bravi scolaretti, è tutt'altra storia. L'interiorità non ha e non asseconda spirito gregario, ma lavora per coinvolgere nella ricerca e nella scoperta del vero, per perseguire conquiste di libertà e di crescita personale vera e non di facciata. Se delude le aspettative è per capacità e per forza d'animo, che possiede, di promuovere consapevolezza, fonte di crescita e leva di conquista di autonomia. Grande è la miopia e il fraintendimento di ritenere che interiormente tutto debba filare per il verso che si vorrebbe, quando è proprio la parte di sè interiore, se rispettata e saputa ascoltare, che può offrire il meglio, l'alimento alla propria realizzazione autentica, non confusa con la buona resa dentro i criteri prevalenti di riuscita e le guide comuni per ottenerla e per darne prova. Da tenere sotto controllo non è la propria interiorità, affinchè non disturbi e si adegui, ma il proprio procedere e pensare, da vigilare e da verificare con attenzione, perchè non è affatto detto che sappia garantire la miglior realizzazione di se stessi.