sabato 24 gennaio 2026

La vera solitudine

Si pensa in genere alla solitudine come a uno stato di allontanamento  e di mancanza di contatti e di rapporto con gli altri. La si considera assai di frequente come uno stato infelice, oggetto, quando coinvolti, di auto e di altrui commiserazione, come una condizione di abbandono, che depriva, che sottrae un che di vitale, collocato fuori, negli svolgimenti esterni, negli altri, considerati essenziali per dare sostegno e contenuto alla propria esistenza, per procurare a se stessi occasione di entrare nel corso (ritenuto) reale della vita, per non rimanerne esclusi, per avere opportunità di arricchimento della propria esperienza, di crescita o più semplicemente per trarne qualche sollievo e rassicurazione, per evadere da quel senso di vuoto e di mancanza. C'è chi guarda allo stare da solo con minore pena e angoscia, come a un che di necessario a tratti e di utile. Accade non di rado che in quei momenti di solitudine ben accetti, più che un vero ascolto, incontro e dialogo con se stessi, con la propria interiorità, prenda il sopravvento l'iniziativa di riempire quegli spazi con altro, che sia una lettura, l'ascolto di musica, la visione di qualche programma in tv o in connessione a internet, oppure l'impegno in qualcosa di pratico o di convenzionalmente considerato "creativo", poco importa, purchè sia in grado di dare riempimento. Se c'è interesse per il prendersi cura di sè, per il rapporto con se stessi, non è raro, soprattutto in presenza di qualcosa di interiormente difficile, che si cerchi di adottare qualche forma di rilassamento o che si ricorra, giusto per fare qualche esempio, a tecniche tipo meditazione, che in ogni caso implicano applicare un procedimento appreso, che non sono apertura schietta e incondizionata alla propria interiorità in ciò che dice e propone, che viceversa chiedono distacco da ciò che di più intimo e vero si propone come inquieto e teso. Da soli può anche accadere che si dia il via a una sorta di riflessione sulla propria esperienza e condizione, sulle questioni in primo piano, che in realtà si traduce in una rielaborazione ragionata che vede l'intimo di sè, il proprio sentire, la propria esperienza intima viva più come oggetto di spiegazioni e di commento, che come parte viva propositiva, cui sia data parola, con cui porsi in ascolto e in dialogo. Prende forma in sostanza un monologo, dove la parte dei soliti noti del ragionamento e dell'iniziativa conscia ha il sopravvento e l'interiorità diventa solo oggetto di intervento e non soggetto dialogante. Accade così che si permanga nel rapporto con se stessi nella condizione di distacco, di lontananza, di solitudine vera, di mancanza di relazione viva, di privazione e addirittura di ignoranza di tutto ciò che la parte intima di sè può dare e di cosa può significare e generare l'incontro, la vicinanza e lo scambio vivo e fecondo con la propria interiorità. Questa è la vera solitudine, che è privazione di un legame davvero vitale e di uno scambio decisivo, importante, quello con la propria interiorità e che spinge a cercare in altro indiscriminatamente, bisognosamente, ogni apporto e supporto vitale. Questa condizione di solitudine nel rapporto mancato con la propria interiorità ha conseguenze rilevanti, anche se abitualmente ignorate, non considerate, incomprese, sul proprio modo di pensarsi, di percepire se stessi. Permane l'idea e l'immagine distorta del proprio essere, che, limitato a stare, nella sostanza, nei confini di una parte, quella conscia di volontà e ragione,  vede il resto di sè intimo fatto di presenza viva di sentire, di stati d'animo, di svolgimenti interiori, come appendice subalterna, che a tratti può risultare scomoda, difficile da comprendere e soprattutto da "gestire", ma che non entra a far parte, che non diventa parte fondamentale del proprio essere. Non lo diventa a proprio discapito, lasciando intatto uno stato del proprio essere, monco di un apporto intimo sostanziale, che spinge e obbliga alla dipendenza, alla necessità d'altro, cercato fuori di sè, per integrare e portare a sè fonte vitale, sostitutiva di quella intima, originale e propria. Una simile condizione, anche se considerata normale, non è di poco peso nel decidere la propria sorte, nel segnare i limiti della propria realizzazione umana personale. Senza il contributo della parte intima e profonda del proprio essere, continuando a ignorarne il vero volto, ci si priva della possibilità di aprire gli occhi, di avere visione vera e fondata di se stessi, comprensione dei nodi veri della propria vita, perchè senza lo scambio col proprio intimo e profondo, senza il suo apporto  non c'è nulla di davvero visto da vicino di sè, di vero, nulla di scoperto come autentico, di riconosciuto come originale e proprio. Senza unità di tutto il proprio essere, non c'è possibilità di comprensione autonoma dei significati della propria vita, riconoscibili dentro e attraverso la propria esperienza, non c'è formazione e conquista di punti cardine e di orientamento propri, non c'è scoperta della grande affidabilità della propria guida interna, esercitata dal proprio profondo, non c'è scoperta di quanto sia rigenerante e arricchente attingere al proprio intimo. Accade di conseguenza che tutto, risorse per arricchire la propria vita o semplicemente per non vederla languire, modi di pensare e di intendere i significati dell'esperienza e ciò che vale, sia cercato fuori e in simbiosi con l'esterno sia tratto da modelli e da aspirazioni comuni, che il rapporto con gli altri e con l'esterno appaiano come fonte vitale essenziale. Questa condizione, tutt'altro che ovvia e naturale, è semmai espressione della adesione a una sorta di regola comune esistenziale, di normalità, supportata e suffragata culturalmente da idee o principi come quelli dell'essere umano come animale sociale, come necessitante, per dare volto e realizzazione piena alla propria vita, di integrarsi, di unirsi e raccordarsi agli altri, per dare significato e scopo alla propria vita, per non rimanere ai margini, per non chiudersi in una condizione considerata insana di isolamento oppure per non trincerarsi in una posizione giudicata poco degna di indifferenza e egoistica, in realtà per stare su, per colmare di unità d'insieme quella mancanza di sè, che, se cercata e coltivata, creerebbe ben altra base e darebbe ben altra linfa e contenuto, ben altro indirizzo e scopo all'incontro e al rapporto con l'altro, con gli altri. Quando infatti si esce dalla solitudine interna, che è la vera solitudine, che è mancanza di rapporto vivo e dialogico con la propria interiorità, è conseguente che il rapporto con gli altri assuma un ben altro e ben diverso volto da quello spesso prevalente, segnato da istanze di attaccamento dipendente, da necessità di legare a sè l'attenzione e la considerazione altrui, di piacere, di compiacere, di cercare e di dare consenso. Disponendo di un proprio centro, di una base si ascolto e di dialogo con la propria interiorità, l'incontro e lo scambio con l'altro può essere vissuto con senso di libertà, che consente, se se ne avverte la possibilità e la spinta interiore, di coinvolgersi nella ricerca di un incontro umano non superficiale, fondato su capacità di ascolto e di dialogo attento e sincero, con possibilità di scambio fecondo e di arricchimento vero.

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