domenica 30 marzo 2025

La timidezza: difetto e limite da superare ?

La timidezza è vissuta spesso come un carico ingrato, come un intralcio, come una cattiva disposizione di natura, che ostacolerebbe, che metterebbe a rischio la possibilità di esprimersi al meglio e di cogliere pienamente le opportunità del vivere. Un fattore di svantaggio dunque in una lettura a senso unico, tant'è che l'auspicio più diffuso è di superarla, come se il superamento della timidezza segnasse un passaggio di crescita, una conquista. La timidezza è infatti spesso motivo di autosvalutazione, come se  equivalesse a un non pieno e adeguato sviluppo, maturazione. C'è la convinzione che sia un segno di minor forza, di acerba insicurezza e per questo è facilmente motivo di minore e compromessa autostima in chi porta dentro se stesso questa impronta del sentire. In realtà, dove non ci si lasci dettare legge e chiudere lo sguardo da una concezione, tutta a rimorchio dei luoghi comuni, dei gusti e delle stime di valore più diffuse e prevalenti, che se fanno statistica non fanno per questo scienza e verità, che premia come qualità ideali estroversione, sicurezza e disinvoltura, facilità di contatto e scioltezza di parola, simpatia e solarità e altra pappa simile (pronta da mandare giù, senza necessità di capire), concezione che implicitamente e che anche manifestamente svaluta e boccia come inadeguate tutte le espressioni diverse, come la timidezza,  che non vanno in quella direzione ritenuta ideale, si può riconoscere nel proprio sentire con impronta di timidezza ben altro da ciò che dettano i pregiudizi comuni e personali. La timidezza ha l'intento e la capacità di segnalare, il segnale arriva da dentro se stessi forte e chiaro, che c'è soggezione al giudizio e alla valutazione dell'autorità esterna, allo sguardo altrui, che c'è dipendenza, l'inclinazione cioè a farsi dire ciò che vale e che va manifestato di sè, a assecondarlo per portare a sè conferma e sostegno di approvazione, a rincorrere come validi i modelli esterni, a temere di incorrere nella cattiva resa e figura. La timidezza vuole dunque dare indicazione calda e cocente, stimolo forte e insistito a tenere conto di questa presa e vincolo dipendente, di questa consegna di se stessi così forte all'autorità esterna, per prenderne visione, per lavorarci sopra. Il vissuto di timidezza dà segnali mirati, sapientemente mette all'ordine del giorno, indirizza la ricerca su qualcosa di centrale, su un nodo decisivo. Nello stesso tempo il vissuto di timidezza rende l'esperienza del timore reverenziale, del piegarsi  a quell'autorità del giudizio e dello sguardo altrui, sofferta, dolorosa, sempre incalzante in presenza di altri. Lo sottolinea mostrando quanto è forte la necessità di proteggersi, di darsi riparo. Vale la pena di aprire qui una riflessione sul rapporto col sentire, riflessione che più volte è rilanciata nei miei scritti. Nella attenta riscoperta di ciò che la timidezza sa dire e suggerire come base e terreno vivo di scoperta, di presa di coscienza, emerge il valore del rapporto col proprio sentire in tutte le sue espressioni naturali, spontanee, anche le meno gradite. Il sentire è risorsa essenziale da non trascurare e da valorizzare, sentire che invece, anzichè essere attentamente e fedelmente ascoltato, abitualmente, soprattutto se ha parvenza di non essere conforme a ciò che è più atteso e gradito, è tirato per i capelli, giudicato sbrigativamente, tenuto sotto custodia e controllo, reso oggetto di commento, di manipolazioni e di pretese. Il nostro sentire è la nostra interiorità che intelligentemente ci interroga, ci dice, non comprendere questo significa ridurre in modo netto, compromettere le nostre possibilità di presa di visione e di pensiero, rimanendo in balia della iniziativa del pensiero razionale, che, da solo e dissociato dal sentire, offre solo illusorie spiegazioni valide e chiarimenti, in realtà già incanalati nel pensato consueto, nel preso in prestito da fuori, da idee comuni e prevalenti, quelle che appunto, come dicevo prima, fanno rapida giustizia sommaria della timidezza, che, trattata come ostacolo e insufficienza, è radicalmente travisata e bistrattata, quando in verità ha ben altro valore e capacità di dire. Ma torniamo a guardare con attenzione e senza preconcetti dentro l'esperienza del sentire timido, per farci mostrare cosa rivela. E' un sentire, quello della timidezza, cui si accompagna spesso senso di inadeguatezza, di infelice realizzazione, che rischia di essere predominante, anche se a ben vedere non è  univoco ciò che dice l'esperienza viva della timidezza. Se infatti l'aspirazione a non essere come naturalmente e spontaneamente si è e si sente nel proprio della timidezza, pare di indiscutibile validità, vedendo in altri, a differenza e paragone con se stessi, i campioni da imitare, invidiati quando appaiono liberi da freni e da ritrosie, quando sciolti e disinvolti, con l'apparenza di chi sa vivere e prendersi il meglio delle occasioni di ben figurare, emergere e afferrare gioie e soddisfazioni, nello stesso tempo assieme a una simile aspirazione c'è la sensazione, adottando quel metro e premendo su di sè per ottenere quelle stesse espressioni e prestazioni, di imporre a se stessi un che di forzato e coercitivo, che obbliga a andare contro il corso e la corrente naturale, a assumere altro, a dover indossare altri panni, a camuffarsi, a nascondere l'originale, a averne vergogna oltre che ripudio. La timidezza, assieme a soggezione e a timore dell'altrui giudizio, preso a regola e a arbitro della propria vita, è forza di legame con se stessi, anche se in contemporanea a marcata spinta a dissociarsi, a prendere le distanze da sè, a assumere altro come nuova e diversa uniforme da indossare, addirittura come diverso stampo del proprio essere, cui aderire e dentro cui riplasmarsi fino nell'intimo. La spinta a inseguire e a farsi dettare come essere e nello stesso tempo la sensazione di forzare, di plagiare se stessi, la percezione che c'è un vincolo di natura che, per quanto lo si voglia superare, non mostra certo di cedere e svanire facilmente, è la consegna della timidezza. Insomma nella timidezza c'è il segnale della soggezione dipendente, della spinta a dare prova e a superarsi per assecondare le pretese dell'autorità esterna per averne in cambio convalida e per far proprie le sue promesse e contemporaneamente c'è la percezione acuta del suo essere una pretesa in contrasto e in strappo da sè. Anche se oscurate e stravolte le ragioni del vincolo a se stessi, perchè la chiave di lettura è quella che, in adesione al pensato più comune, vede deficit e mancanza di espressioni ritenute valide e garanti del proprio buon rendimento, del proprio saper vivere e del possesso di capacità e qualità adeguate, in realtà, a starci attenti nelle mosse del sentire timido c'è tutt'altro che insipienza, inettitudine e incapacità. Se la timidezza ad esempio non consente pronta espressione di parola, tanto cercata pur di riuscire a dire, per paura di apparire altrimenti vuoti, è perchè la parola, se vuole essere portatrice di senso, deve fondarsi su qualcosa che intimamente avvicinato e compreso (questo ha i suoi tempi e i suoi perchè, non può avvenire a comando), consente di dire, può dare motivo e persuasione di dire qualcosa che ha un senso e che ha senso comunicare, per non parlare a vanvera o inventare discorsi modellando il dire in accordo, per i contenuti e per la forma, con ciò che l'interlocutore può apprezzare. La timidezza non consente espansività e quant'altro è considerato espressione di buona disposizione d'animo, di cordialità, di sentimenti o presunti tali ben impostati e modellati su tutto ciò che è considerato valido, gradito e ottimale, perchè i sentimenti non si inventano, non si recitano, non si vendono e non si mercanteggiano, devono pur avere una radice vera, un fondamento e essere legati a qualcosa che è maturato dentro e in concordanza piena con se stessi, che ha ragion d'essere valida e sincera. La timidezza fa valere le ragioni dell'autentico, di ciò che ha fondamento vero, che non è un artefatto. Ho scritto di recente sull'argomento dell'originale e dell'artefatto. La timidezza è terreno di incontro, di scontro tra le ragioni dell'autentico, di ciò che originalmente, traendo linfa e origine dentro sè, vuole formarsi e vivere e le ragioni dell'artefatto. Una cosa è spendersi per dare buona prova, per simulare ciò che piace, una cosa è apparecchiare, mettere in tavola, riprodurre ciò che è concepito come buono e di valore e degno di buona considerazione, altra cosa è cercare dentro sè le ragioni, le basi, le radici di espressioni umane non messe su artificialmente, ma cariche di vero, di autentico, di consapevole. Tutt'altro che un'espressione deficitaria, c'è un principio di salute e di saggezza nel corpo vivo della timidezza, anche se mescolata e in tensione con la pretesa di dare buona prova, che cerca di spargere diffidenza e discredito su ciò che nella timidezza segna un vincolo tutt'altro che insano e sgangherato con le ragioni dell'autentico e del rispetto per ciò che è intimo, che intimamente si fa valere. Se si impara a rispettare per ciò che racchiude e a valorizzare la timidezza, che non è certo lì per caso, che non si fa valere per caso, si può trovare dentro questa esperienza interiore così complessa e ricca, che rischia di essere liquidata solo come un difetto e una palla al piede, tanto su cui lavorare per conoscersi e per conoscere, per comprendere questioni di natura rilevante inerenti il modo di intendere la propria crescita e la realizzazione della propria vita. Una cosa è spingere se stessi verso la prestazione e la corsa regolata da altro da sè senza discernimento, per averne premio e convalida, altra cosa è riservare a sè il compito e la facoltà di comprendere e di assecondare lo sviluppo di ciò che vale, che richiede anche frenarsi, la timidezza come abbiamo visto frena, trattiene non per caso, ma con lo scopo intelligente di ascoltarsi di darsi occasione di scoperta, per cercare e trovare con base e fondamento di accordo con se stessi chiarimenti e risposte necessarie per procedere con autonoma capacità di vedere, di comprendere e di guidarsi. Una cosa è farsi portare e farsi dire (scorciatoia, soluzione facile e immediata da afferrare e  consumare), una cosa è affidarsi e ossequiare l'autorità esterna dei giudizi e delle regole condivise, per indirizzare non solo le scelte, il destino, le mete da raggiungere, ma persino per farsi regolare e dettare le espressioni di sè più intime inerenti sentire e sentimenti, per ricevere da questa autorità apprezzamento e conferma, altra cosa, ben altra cosa, è mettere al centro come condizione imprescindibile  il vincolo a se stessi come natura da rispettare, come fondamento vivo e essenziale per trovare da sè autonomamente, per cercare dentro di sè le proprie risposte e ragioni d'esistenza comunque non prescindendo, non rinnegando, ma viceversa valorizzando il proprio sentire nelle sue declinazioni vere, sentire che, come la timidezza, con intelligenza dice, saggiamente coinvolge, indirizza lo sguardo e conduce a capire. Consegnarsi ad altro per farsi dettare e riconoscere presunta maturità e capacità di vivere e di crescere o tenere stretta a sè la facoltà e la capacità di capire e di capirsi, di comprendere da sè, di riconoscere con i propri occhi, fedelmente a se stessi, in unità col proprio intimo vero, cosa ha  senso e valore, cosa, in consonanza con se stessi e coerentemente con le proprie originali risorse e qualità, vuole vivere, tradursi e realizzarsi, questa è la posta in gioco. La timidezza è ben altro che un difetto di funzionamento. 

mercoledì 26 marzo 2025

L'ansia, il cammino stretto

Perché insiste e cosa vuole quest'ansia? Dà un impietoso senso di costrizione, di respiro stretto, di mancata distensione, forse...forse perché non c’è motivo di rilassarsi, forse perché lì in questa stretta di allarme e di apprensione, c’è la necessità di vedere, più che di passare oltre, di rallentare e di fermarsi per capire, più che di evadere e di andare via sciolti. Non dà libertà questa pressione che non molla, toglie libertà? La prima impressione è questa e in nulla sembra favorevole, anzi pare una maledizione, una storpiatura, un modo infelicissimo e sbagliato di stare al mondo. Sarà per un deficit, sarà la conseguenza di qualche fattore sfavorevole, di un trauma patito, di un infelice condizionamento esterno attuale o di origine remota, che interiormente ha sconvolto e distorto il più normale e fisiologico sviluppo di crescita personale, tutto questo si va a pensare meno che questa ansia oggi voglia dire, che lo sappia intelligentemente fare.  Andiamo al punto. Vaneggia e blatera il sentire con quest'ansia cocciuta, tanto da poter essere considerato assurdo, senza valido motivo nel suo suonare senza tregua la sirena d’allarme, nel suo fare il guastafeste? Va riconosciuto che non è affatto facile convivere con una realtà interna così spigolosa, che non dà respiro. Ma c’è da chiedersi è davvero una molestia? Standoci attenti, qualcosa dentro, nel profondo potrebbe aver buon motivo di disturbare il quieto vivere, di procurare questa fitta pena? Forse quest’inquietudine dolorosa non intossica, ma vuole dire, non intende privare, ma vuole dare, non impedisce il cammino, ma lo segna stretto, per (co)stringere a capire. Fare opposizione, combattere ciò che, visto subito come ostacolo e disturbo, sembra solo menomare e togliere è risposta comune, comunissima e pure assai convinta, resa tale anche dal supporto di mentalità comune che invoca come ideale la condizione di liberazione da pesi interiori, resa ancora più saldamente convinta dalla presenza non irrilevante di apparati di cura, di schiere di curanti  pronti a dare aiuto nel verso del dispensare rimedi di ansiolitici e di tecniche di superamento dell’ansia. Si parte poi male, da una posizione tutt’altro che favorevole nel confronto con la parte intima di se stessi, con cui ora risulta così difficile convivere. Ci si è abituati infatti a avere visione di se stessi come di un’entità sostanzialmente chiusa nei confini della cosiddetta parte conscia, il resto di intimo, di sentire e di ciò che si svolge interiormente lo si pensa come un corollario, di cui a volte è problematico il controllo, ma appunto si tratta di controllarlo, di tenerlo a bada, di spiegarlo con qualche rapido ragionamento, niente di più. Dunque non ha certo centralità l’interiorità, pensata come una appendice del proprio essere, come una realtà minore che viene e deve stare a rimorchio e che va in qualche modo gestita, cui soprattutto non va dato peso quando non sta alle aspettative, quando nel sentire dissona, perché tanto è una componente “irrazionale”. Si è impegnati a seguire ben altra onda e richiamo da quello intimo, cui si chiede di stare al passo e nei ranghi e di non dare problemi. Ma l’interiorità di cui si è portatori e che è parte viva e essenziale del proprio essere, anche se come tale non è riconosciuta e ammessa, non è ciò che si presume e si pretende, un’appendice, una coda, un seguito gregario, che più di tanto non può e non sa produrre e portare. La parte intima e profonda, lo si constata con mano quando le si dà spazio e ascolto degno come nel corso dell’analisi,  sa però vedere bene e senza preconcetto, è la parte di se stessi che continuamente segnala nel sentire, nel seguito di emozioni, stati d’animo, vissuti e elabora in modo ancora più approfondito nei sogni, il vero di ciò che si sta vivendo, è la parte che non tenta fughe, che non se la racconta a piacimento come spesso e volentieri fa la parte conscia, è la parte che viceversa sa e vuole raccontarla nel verso del vero. L’interiorità sa essere sincera e soprattutto affidabile, senza compiere sul conto del senso di ciò che si fa e si vive distorsioni o manipolazioni di comodo, dunque sa essere acuta e veritiera, sa vedere della propria condizione e sorte oltre il proprio naso, in modo attento, nitido, esteso e lungimirante. Sapendo vedere, perché sveglia, perché non invischiata nella inerzia del procedere abituale e del pensiero annesso, interessato solo al quieto vivere o a favorire il procedere secondo programma della parte conscia, si prodiga a dare richiami, a mettere in campo ciò che sa, a provocare, quando è tempo e la situazione lo merita e lo richiede, una stretta, a esercitare un forte richiamo, a dare con l’ansia che insiste e che non dà tregua, a volte con lo scossone tremendo dell’attacco di panico, un sonoro segnale di allerta. Se non avvisasse per tempo, senza fare tanti complimenti, le cose potrebbero mettersi male e in perdita o con rischio di perdita grave. In superficie, nella parte conscia, ci si pretende accorti e "svegli" e invece spesso si è ottusi nel rigirare e confermare sempre le stesse idee e posizioni, più o meno volutamente svagati circa ciò che si sta facendo realmente di se stessi, circa il proprio procedere e la sua consonanza o meno con se stessi. Si è, in superficie e col ragionamento, comunque in ritardo rispetto al proprio profondo, che non cessa di tenere tutto dell'esperienza passo dopo passo ben unito e sotto sguardo attento, senza distrazioni, senza concessioni alla pia illusione e all’autoinganno, al rinvio, al lasciar andare senza cura. Ansia, respiro stretto, perché ogni goccia di respiro diventi consapevolezza e non evasione e ripetizione, ascolto e confronto schietto e non elusione e vana consolazione. Vedere, aprire gli occhi sul vero costa, ma salva. Se si tratta di cominciare a veder chiaro, a rimettere assieme l‘insieme, senza semplificazioni, omissioni e sviste, se si tratta di mettersi in mano consapevolezza utile e fidata, motore di libertà e di forza di vivere e non di sopravvivere, ben venga il guastafeste, l’inconscio che non “dorme“, che, pungolando e incalzando, non fa "dormire"! E’ un paradosso, ma nemmeno durante il sonno l’inconscio tace, anzi profitta della resa della testa ragionante e del silenzio della circostante fiera di cose e di eventi esterni, per pensare, a voce alta, per condividere nei sogni con tutto l’essere i suoi pensieri.

domenica 23 marzo 2025

I campioni della giusta causa

E' modalità che seduce, che appassiona, che infervora, soprattutto che conviene, quella che carica e scaglia la critica tutta all'esterno, perchè il negativo sia solo roba altrui, perchè a sè spetti solo di splendere di virtù morale e di pensiero illuminato, casomai col desiderio di impartire lezione, di educare, di fissare per tutto e per tutti cosa sia valido, corretto, evoluto. E' una gara sui principi più giusti portata avanti da chi di sè non vuole vedere se non la purezza più immacolata, di chi gongola di presunta superiorità di pensiero e di morale, di chi mai si è preoccupato e occupato di conoscersi nel vero, di fare chiarezza, al di là di quel che vuole farsi credere, su cosa sente davvero, su cosa lo muove nelle sue affermazioni e prese di posizione, su ciò a cui mira e che vuole procurare a se stesso. E' la corsa infaticabile a eccellere di chi, sempre all'erta, non perde occasione di segnalarsi come bravo, di tessere belle trame di ragionamento, badando bene a tenere lo sguardo lontano da sè, per ottenere il mirabile risultato di farsi coscienza critica di ogni negativo, di chi ha fatto e fa uso di ogni pretesto, preso da vicende e da esperienze altrui, per darsi la patente e la tempra di persona giusta, che più giusta non si può, che denuncia, che afferma le idee più valide, le più corrette. Sempre pronti a dare prova di possedere i più retti principi e i più degni valori, fanno una gran tenerezza questi campioni del pensiero più progredito e giusto. Bravi scolaretti da dieci e lode, non perdono occasione per alzare la manina per dire che sanno, per segnalare alla maestra, all'autorità del pubblico giudizio, da cui sono così docilmente dipendenti, che conoscono la risposta giusta, il comportamento giusto. Hanno infatti antennine ben sviluppate, con cui sanno captare qual'è il comandamento di giornata, il decalogo dei valori del momento e lì si sintonizzano e prontamente, acquiescenti e disciplinati, allineano il loro pensiero per farsene convinti e accesi paladini, per dare, impeccabili sempre, buona e eccellente prova di merito. Peccato che, assieme a tutto questo buon odore di purezza e di virtù, portino dentro di sè il fiele del bisogno, per garantirsi posizione elevata, di denigrare, di sminuire, di stigmatizzare chi deve svolgere, a loro onore e beneficio, la parte del retrivo, dell'infimo, dell'ignorante. Li si vede ovunque i campioni della giusta causa dall'impeccabile fiero orgoglio, li si vede in modo esemplare in politica, li si vede, da pulpiti e su palcoscenici vari, in tv, sui giornali, in rete, li si vede quotidianamente attorno a sè, ma, quel che più conta, non è da trascurare la possibilità di vederli mettendosi allo specchio, impresa, che, se da un lato può risultare ingrata, dall'altro offre le migliori possibilità di analisi attenta e di fedele scoperta del vero.

sabato 15 marzo 2025

L'analisi: chi conduce chi?

Premetto che si impiega il termine analisi per definire una varietà disparata di approcci e di esperienze in ambito psicoterapeutico assai diverse tra loro, anche agli antipodi. Nel mio scritto parlo dell’analisi e del percorso analitico, come da tanti anni da analista propongo e pratico, che mette al centro il rapporto col profondo, che riconosce a questa parte del proprio essere un ruolo essenziale e decisivo nella conoscenza di se stessi e nel promuovere la propria autentica realizzazione. E’ motivo di sorpresa per chi inizia questo tipo di percorso analitico ritrovarsi non già nella posizione di chi col ragionamento cerca di condurre il discorso, di dirigere l’attenzione verso ciò che considera importante e centrale per capire se stesso, ma nella posizione di chi è guidato nel percorso di conoscenza da una parte di se stesso, parte intima e profonda, fino ad allora trattata e pensata più come oggetto di indagine che come soggetto di discorso. Compiere questa inversione è fondamentale e apre uno scenario totalmente nuovo. Chi arriva in analisi è convinto di poter definire già il campo della ricerca, i punti cruciali, le questioni che lo riguardano. L’aspettativa è di indagare più attentamente e in profondità, preferibilmente nel passato remoto, per arrivare a mettere in luce i fattori condizionanti e le presunte cause, fatte risalire a responsabilità di altri preferibilmente, del proprio malessere. L’idea, se presente, circa l’inconscio è che questa parte profonda di sè, vista fino a quel momento come oscura e  inaccessibile, possa attraverso l'analisi rendere finalmente riconoscibili episodi critici e verità della propria biografia nascoste, rimosse e tenute dentro questa sorta di contenitore, di strato profondo della psiche, perché troppo dolorose o inammissibili alla coscienza, che dove finalmente emerse e riportate alla consapevolezza segnerebbero una svolta, la liberazione da blocchi e da trappole interiori limitanti e distorcenti il proprio sviluppo e benessere. Sottesa all'impiego di questa teorizzazione, al favore per questa rappresentazione dell'inconscio, la posizione vittimistica, la tesi, del tutto conservativa e deresponsabilizzante verso se stessi che dice: se non ci fossero state condizioni avverse e sfavorevoli, se non avessi subito questo o quell'altro per traumi o accidenti, per negligenze o per negativa opera e influenza d'altri e d'altro, non mi sarebbe toccato di patire sino a oggi disagi, di rimanere invischiato nel malessere e tutto di me e del mio procedere (che non è in discussione) sarebbe filato liscio e con garanzie per il mio benessere e la mia libertà di espressione. L’inconscio, chiamato dentro una simile tesi a dare sostegno coerente a questa posizione vittimistica verso se stessi, in realtà è di ben altro avviso e di ben altro è portatore e capace. Nel percorso analitico di cui parlo lo si può nitidamente vedere, toccare con mano e apprezzare. L’inconscio è prima di tutto laboratorio e genesi di pensiero, non spiantato e aggregato al pensato comune, ma riflessivo e capace di vedere nell’esperienza i significati veri, il senso. L’inconscio è la risorsa interiore di cui si dispone e del cui valore e potenziale si è in genere ignari, in grado di indirizzare in modo del tutto nuovo e inatteso la conoscenza di se stessi, portandola fuori dal circuito chiuso dei soliti convincimenti e ragionamenti, per condurla sul terreno fecondo della scoperta del vero. Se gli si dà spazio e parola l’inconscio sa dire e orientare la ricerca con sapienza incomparabile. Lo fa magistralmente con i sogni. Esercita inoltre la sua funzione guida regolando tutto il corso del sentire, della vicenda interiore. Nulla di ciò che viviamo interiormente è casuale, è accidentale, dettato e condizionato, in una meccanica relazione di causa e effetto, da eventi e da stimoli esterni e basta. In ciò che proviamo, in ciò che prende forma nel sentire c’è sempre uno scopo, c'è la capacità propositiva di segnalare, di dire.  Se si porta attento sguardo sul sentire, si può vedere ciò che il vissuto, lo stato d’animo, l’emozione scrive e descrive, delinea, sa portare a riconoscere, toccandolo con mano, sensibilmente. Fare intima esperienza, sentire è il modo più efficace di conoscere, se una cosa la si vive la si può comprendere. A far la differenza quando, con l'intento di capirsi, ci si mette in rapporto col proprio sentire, è la capacità di osservazione, che richiede tenere a freno la tendenza a agire, a mettere in campo subito il commento e la spiegazione, per arrivare viceversa e gradualmente, proprio affidandosi alla guida del sentire, alla scoperta, alla comprensione. L’inconscio modula il sentire, lo plasma, lo indirizza offrendo così basi e terreno vivo e efficace di scoperta di verità, compensando le insufficienze, spesso le distorsioni del pensiero e dello sguardo cosciente, non raramente parziale e astratto, incline alla ripetizione e al preconcetto, catturato dalla superficie degli accadimenti, in difficoltà nella messa a fuoco dei significati più intimi e profondi dell'esperienza. L'inconscio, animando il quadro interiore, spingendo avanti le emozioni, plasmando gli stati d’animo, modulando il sentire, vuole rendere visibili le implicazioni più vere dell'esperienza. L’inconscio, se ascoltato in queste espressioni vive della propria vita interiore, sa aprire nuove trame e sviluppi di conoscenza, corregge i fraintendimenti, spesso di comodo, funzionali a dare a se stessi rassicurazione e conferma nelle proprie convinzioni e tesi, messi in campo dalla parte razionale, che pure si illude di essere molto affidabile, in contrapposizione con la presunta cecità e irrazionalità delle emozioni, nel chiarire le cose, nel garantire obiettività. L'inconscio non solo interviene nel sentire, nella regolazione di tutto il succedersi degli eventi interiori, delle emozioni, degli stati d'animo, delle pulsioni, per dare base e terreno sicuro di ricerca e di scoperta del vero, ma offre per la conoscenza di se stessi un contributo eccellente nei sogni, dove esalta la sua funzione guida. Lì mostra capacità mirabile di condurre a vedere dentro se stessi, lì trova espressione tutta la sua autonomia, maturità e profondità di sguardo e di pensiero. L’inconscio non è appiattito sulle cose, sulla visione preconcetta, è autonomo da vincoli, dalle aspettative della parte razionale, non è intrappolato dentro i circuiti di pensiero soliti e automatici. L’inconscio ha saputo e sa compiere lo stacco riflessivo, vedere ciò che è coinvolto nella nostra esperienza e nel nostro procedere, i modi, i perché, ciò che ci spinge, anche in ciò che tentiamo di eclissare o camuffare. L’inconscio non è interessato a risolvere, a far procedere le cose senza intoppi, a far venir a capo in fretta di eventuali difficoltà, pur di procurarsi beneficio immediato, l'inconscio vuole la visione nitida di quel che c’è in gioco, di quel che in ogni frangente e passaggio dell’esperienza, anche e soprattutto se difficile, si rende riconoscibile di noi stessi. L’inconscio vuole che non ci nascondiamo a noi stessi. C’è nell’inconscio una tempra e una forza di iniziativa che possono davvero sorprendere chi non lo conosce, chi non si conosce in questa parte profonda di se stesso. Posso dire che l’inconscio, che da tanti anni ascolto in svariate vicende interiori e percorsi analitici, mostra una sorta di proprietà e di tratto che ricorre, pur nella diversità dei cammini, sempre unici da individuo a individuo. L’inconscio non accetta la fatalità del condurre la propria vita nel modo sostanzialmente passivo dell’andar dietro, del modellarsi secondo altro, anche se ignorato ai propri occhi e  travestito da protagonismo, dell’insistere nella simbiosi con l’esterno come unica idea di vita. Si parla infatti spesso di realtà, di senso di realtà, riconoscendo come tale solo ciò che è esterno, concreto, già concepito, in qualche modo già sistemato, ordinato, fruibile, percorribile e dato. Reale è però qualsiasi movimento di presa di coscienza, di nuova conoscenza che partorisca qualcosa di nuovo, che faccia vivere qualcosa di inatteso. Siamo realtà noi stessi, se non ci mortifichiamo nella ripetizione d’altro, siamo realtà in ciò che possiamo generare nella presa di coscienza, far vivere dentro di noi e che da lì possiamo progettare, sviluppare. L’inconscio, che è la nostra stessa matrice, custode di ciò che siamo e che abbiamo potenzialità di comprendere, di tradurre, di percorrere, di far vivere, di mettere al mondo, non compie la rinuncia, non accetta un’esistenza che non tenga conto di questa capacità di pensiero originale e di questa tensione creativa propria, un'esistenza che si riduca a fare il verso ad altro già detto, concepito e organizzato, a venerarlo come la Realtà cui aderire e su cui plasmarsi. Tanto malessere interiore che in varie forme scuote, disturba il quieto vivere di non pochi, nasce da questa tensione profonda a non rinunciare mai a guardare dentro se stessi, a non dare nulla per scontato, a non rinunciare a riconoscersi come soggetti, come artefici della propria vita. L’inconscio non dà comunque ricette pronte e ingenue di cambiamento. L’inconscio non induce a compiere salti, non asseconda affatto la tendenza ad aggirare la difficoltà, l'interrogativo, a semplificare o a omettere. Il processo conoscitivo deve essere completo, maturo, responsabile, davvero capace di aprire gli occhi, di non ignorare, di trovare risposte valide e complete, per non fare illusori passi avanti o semplici fughe. L’inconscio non promuove cambiamenti fragili e contradditori, ambigui o insostenibili, nulli nella sostanza. L’inconscio è maestro e, sogno dopo sogno, svolge un’analisi completa, guida in un percorso conoscitivo originalissimo e nello stesso tempo di straordinaria lucidità, veridicità e profondità. Nulla, come l’inconscio nei sogni, sa essere altrettanto libero da ripetitività e da preconcetto, nulla sa coniugare in pari modo acume di sguardo, libertà e forza. L’inconscio esalta la vita, perchè esalta il pensiero, che sa cercare e riconoscere l'intimo significato vero, senza posa. L’inconscio è infaticabile e non cessa mai di dare spinta alla conoscenza, alla conoscenza che fa ritrovare il senso, che avvicina a se stessi, che rende capaci di incontro col respiro e con la complessità ricca della vita. Non ho mai incontrato tanta indomabile voglia di aprire e di conoscere come nell’inconscio. L’inconscio non fa sconti, non culla illusioni e autoinganni, la verità è sempre al centro delle sue cure, la verifica attenta passo dopo passo, combinata a eccezionale lungimiranza. Chi si affida al proprio inconscio ha la più affidabile delle guide e il miglior maestro per conoscersi, per conoscere, per arricchirsi. Una fonte interna, una risorsa propria straordinaria. Ignorarlo, vuoi per ignoranza del suo potenziale, vuoi per diffidenza, senza avere l’occasione di conoscerlo come può accadere in una buona esperienza analitica, è davvero una occasione persa, l’occasione di arricchirsi di sé. Nel percorso analitico, che ho delineato e di cui ho esperienza, tutto, proprio tutto si scopre e si genera a partire dalla proposta e dall’iniziativa della parte profonda di se stessi. Non si dà parola a altro, non ci si rifà a altro come guida e come fonte di conoscenza, in un'analisi ben fatta non si dà a niente e a nessuno, a nessuna figura di presunta autorità o scuola di pensiero, delega di fornire spiegazioni e lumi, in ogni caso impropri e fuorvianti, oltre che non necessari. L'inconscio, la parte profonda di ognuno sa dare infatti magistralmente, nella forma più appropriata e approfondita, la più rispondente alle necessità di ognuno, ciò che è necessario per lo sviluppo della conoscenza, per il processo di trasformazione e di crescita di cui si ha potenzialità, nella forma più originale e consona a se stessi. Qual'è il compito dell'analista? L’analista svolge bene la sua funzione quando, consapevole di cosa può offrire all'altro aprendolo al rapporto col suo profondo, lo sa accompagnare nella ricerca, incoraggiando e favorendo in lui il formarsi e la crescita della capacità di ascolto e di dialogo con la sua interiorità, mettendo al centro sempre la proposta che viene dall’inconscio, cui prima di tutto spetta parola e guida. E’ una funzione delicata quella svolta dall’analista, vista l’importanza della posta in gioco, che è far sì che l’altro si congiunga alla sua interiorità e ne rispetti la proposta, ne comprenda e ne traduca fedelmente gli intenti, senza favorire invece costruzioni di pensiero e travisamenti utili solo a riportare tutto nel giro abituale dei convincimenti soliti e opachi al vero, nella presa della pratica dipendente, della adesione e rincorsa cioè di ciò che è dato comunemente per scontato, nell’imbuto del dare prova in cambio del sostegno esterno e del premio di considerazione e approvazione degli altri. Il lavoro dell’analista, se ben svolto nel rispetto e a garanzia dell’altro, non si avvale del ricorso a spiegazioni e a interpretazioni già pronte, poco importa se tratte da insigni maestri e da riverite scuole, che, facili da usare, risulterebbero comunque, come dicevo, improprie e fuorvianti, malamente sostitutive di ciò che, originale e unico, oltre che di ottima fattura, nel dialogo col suo profondo l’altro può trarre da sè. Per l'analista c’è un lavoro artigianale da fare, che certamente richiede non poco impegno di tempo e di energie e che nello stesso tempo ripaga di scoperte uniche e feconde, un lavoro consono a una ricerca che rispetti e rispecchi l’originale della proposta interiore di ognuno, che sappia accompagnare l’altro a stabilire un rapporto sempre più aperto e intimo, un ascolto e un dialogo sempre più sintono con la sua parte profonda. L’inconscio traccia e dirige con mano ferma e capace il percorso di scoperta e di trasformazione, che conduce l’individuo a diventare se stesso, non una immagine da mostrare, non una copia d’altro. L’analista ha il compito, passo dopo passo, di dare all’altro spunti di ricerca consoni a ciò che il suo profondo intende proporgli sia nei sogni che nei vissuti, coinvolgendolo nella ricerca, facendo sì che via via se ne renda sempre più partecipe attivo e capace. Coltivare con cura con la guida del proprio inconscio e portare a maturazione, lungo un percorso unico, la scoperta della verità di se stesso, diverrà per l’individuo il fondamento della sua personale autonomia, della capacità e della passione di generare e di far vivere, senza il bisogno dipendente di conferme, di apprezzamenti e di sostegni esterni, il proprio, originale e autentico.

sabato 1 marzo 2025

Le ragioni del malessere

(Rimetto in primo piano questo mio scritto di alcuni anni fa)                                             Perché succede, cosa vuole questo malessere interiore, questo tormento? Spesso chi lo vive lo tratta con preoccupazione crescente e con insofferenza. Teme sia, oltre che un ostacolo, una minacciosa presenza. Lo vive come un accidente sfavorevole, una sorta di corpo estraneo, che lavorerebbe contro i propri interessi, pur così interno, intimo, addentro il proprio essere. E' convinzione assai diffusa che il malessere sia provocato o indotto da circostanze e da condizionamenti sfavorevoli, che sia la manifestazione o la conseguenza di un meccanismo, fisico o psicologico, logoro o guasto. Dirò subito che il malessere interiore, nelle sue diverse possibili espressioni, tutte significative e da comprendere attentamente, è viceversa la manifestazione di una forte, risoluta presa di posizione interna della parte intima e profonda, che non vuol tacere, che vuole che la verità e l'attenzione a se stesso diventino per l'individuo questioni centrali e esigenze prioritarie. Pensa che sia un’anomalia, vuoi la manifestazione di un meccanismo guasto, vuoi la conseguenza di un distorto modo di vedere la realtà e di reagire, vuoi ancora una pena intima indotta da qualcosa, esterno a sè, nocivo, risalente al passato o attuale, chi, pur con diverse spiegazioni circa il presunto "guasto", concepisce la superficie come fosse il tutto. Pensa al guasto e alla necessità della riparazione per la ripresa del normale, chi pensa la modalità solita e presente di esistere e di procedere come l’unica possibile, chi non comprende il malessere interiore come intervento e espressione, non cieca, del profondo. Liquida sbrigativamente il malessere interiore come disturbo e basta, chi pensa che emozioni, vissuti, sentire e vita interiore, che tutto ciò che non è ragionamento e volontà, sia solo un accessorio irrilevante e subalterno, un po’ colorito, ma poco o nulla affidabile quanto a intelligenza e a capacità di dare orientamento. Nel nostro essere il profondo, l'inconscio c’è e non è certo presenza di poco peso e valore. Tutto ciò che accade nel nostro sentire e nel corso della nostra esperienza interiore è governato, in modo mirato e intelligente, dal nostro inconscio, è sua voce, non è affatto casuale, non è semplice risposta automatica, riflessa a situazioni e a stimoli esterni. Che accada di sentire inquietudine, timore e apprensione insistenti e pervasivi, persistente pena, senso di fragilità, di vuoto, di infelicità e quant’altro definito come ansia, depressione o altrimenti, non è frutto del caso, non è  traduzione meccanica di logorio subito, nè sgangherato modo di reagire, non è insana o abnorme risposta, è viceversa lucida e consapevole, ferma e irremovibile espressione di capacità e di volontà interiore e profonda, di una parte non irrilevante di se stessi, di intervenire perché si guardi dentro di sè, nell‘intimo vero, cosa sta accadendo della propria vita, perché non ci siano stasi e assenza di consapevolezza, lontananza da se stessi e passivo adattamento. Basta, con l'aiuto giusto, di chi sappia guidare ad avvicinarsi a se stessi e al proprio mondo interiore, risolversi a cercare rapporto, ascolto e dialogo con se stessi e col proprio profondo, basta risolversi a dargli voce, a riconoscergli voce, senza squalificarlo in partenza come dannoso, negativo o malato, perché il malessere, perchè l'intimo sentire faccia ben intendere e vedere cosa sa, cosa riesce efficacemente e puntualmente a evidenziare, a far conoscere di se stessi, a smuovere. Basta disporsi, come si è aiutati e incoraggiati a fare dentro una buona esperienza analitica, all’ascolto, aperto e disponibile, senza pregiudizi, alla ricerca del senso piuttosto che del rimedio che spazzi via, con impazienza e ciecamente, tutta l’esperienza interiore disagevole,  per rendersi conto (sempre meglio via via che dialogo e ricerca procedono), che non c’è guasto e meccanismo rotto, che non c’è caos o irrazionalità dentro se stessi, che il malessere non è maledetta sorte o accidente, patologia o altro, ma specchio per vedersi e per capire. E' potente richiamo, invito fermo a lavorare su di sé, a prendere coscienza di come si è e di come si procede, di ciò che manca, che va finalmente costruito, che mai finora è stato cercato e costruito. Non ci sono cause e responsabilità da cercare altrove da se stessi, in altro e in altri, come odiosi impedimenti al proprio star bene, non c'è stupida incapacità di vivere normalmente e felicemente, c'è semmai prima di tutto consapevolezza da trovare, senza sconti e senza equivoci, del proprio stato attuale, verità anche scomode da riconoscere e da non rimpallare. L'inconscio, sia con le tracce vive del sentire sia coi sogni, non tace nulla e cerca l'intimo vero, il senso, non usa nè pregiudizio nè camuffamento. L'inconscio, che richiama in modo così forte l'individuo alla partecipazione al dentro prima che al fuori, esercita una spinta formidabile, che, se saputa comprendere e condividere, offre visione lucida e appassionata, consapevolezza profonda di sè e del proprio da mettere al centro e a fondamento della propria vita. L'inconscio col malessere interiore smuove e turba il quieto vivere per uno scopo riconosciuto nel profondo del proprio essere come irrinunciabile: far vivere se stessi, il proprio potenziale vero. Per realizzare questo scopo, non già in tasca e traducibile in un attimo, come spesso si pretende, è necessaria una graduale e profonda trasformazione. Ci sono fondamenta nuove da gettare, nuovo rapporto da creare pazientemente con se stessi, nuove scoperte, originali e utili, anzi essenziali, da fare dentro sè e col proprio sguardo, ci sono vicinanza al proprio sentire, comprensione intima e unità d’essere con se stessi, mai possedute e mai cercate, da trovare e rafforzare finalmente. Era sufficiente infatti in precedenza, prima della stretta più decisa del malessere, andare per la strada segnata, fare come si usa in genere e in genere si dice, bastava quel riferimento comune, bastava un po’ di ordine mentale regolato dal ragionamento, che chiarisce e oscura contemporaneamente ciò che fa comodo oscurare o che non si comprende, bastava tutto questo per sentirsi a posto e "normali". Capitava in realtà, non raramente, che il proprio sentire complicasse l'esperienza, che inserisse elementi dissonanti, veri richiami per vedere le cose più nitidamente, per non trascurare implicazioni, non certo dettagli insignificanti, ma tutto questo lo si trattava come un inutile rumore di fondo, come fastidiose interferenze di una parte emotiva "irrazionale". Era sufficiente darsi un pò di quieto vivere, di adattamento, bastava variare qualche luogo, abitudine o altro per convincersi che la questione decisiva per il proprio "star bene" fosse solo la scelta delle circostanze e delle persone giuste, delle opzioni esterne che avrebbero cambiato tutto per sè, deciso le proprie fortune in bene o in male. Bastava un pò di allineamento al modello comune, un pò di parvenza di buon funzionamento, di possesso delle cose o delle espressioni ritenute in genere irrinunciabili o da molti apprezzate, non importa se portandosi interiormente mille segnali diversi e incompresi, non importa se senza mai sentirsi davvero su terreno saldo di consapevolezza, su sostegno di desiderio profondo, di corrispondenza con se stessi.  Procedere in quel modo bastava alla parte di sé cosiddetta conscia, ma non bastava di certo alla parte profonda, meno illusa dalle apparenze, meno preoccupata di stare in linea e al passo con la normalità, meno timorosa di perdere quel treno, più preoccupata di non perdere se stessi. Quel che sto dicendo lo dico dopo lunga ricerca e dialogo col profondo, dopo aver fatto cammino di ascolto e di ricerca con chi accompagno da oltre trent’anni nella ricerca di comprensione della radice del perché, del senso e dello scopo del proprio malessere interiore. Quando davvero gli si dà retta, come si fa in una buona esperienza analitica, il profondo prende a dire subito il perché e il senso del malessere. Bisogna ascoltarlo sia dentro il sentire, che il profondo muove e orienta, sia nei sogni. Da subito nei sogni l’inconscio comincia a far vedere dov’è la ragione del malessere e della crisi, da subito conduce a vedersi allo specchio nel proprio modo d’essere e di procedere, da subito comincia a evidenziare i nodi mai avvicinati, i vuoti, le illusorie verità che non reggono, da subito, con grandi forza e fiducia, apre il cantiere della costruzione del proprio originale modo di essere, di esistere, di pensare e di progettare. E’ un cantiere dove serve fare un lavoro serio e paziente, perché la normalità è maschera o vestito già confezionato che basta indossare, mentre essere individui pensanti di pensiero e di visione propria e coerente con se stessi richiede molto, molto di più e comprensibilmente. Si pensa la psicoterapia e la si pratica spesso come officina di riparazione per tornare normali, per trovare da qualche parte qualche ipotetica causa attuale o preferibilmente remota, che avrebbe ingrippato il meccanismo. Non c’è, per ciò che, pur difficile e sofferto, vive oggi interiormente, da cercare causa o fattore avverso di cui si sia o si sia stati vittime, c’è semmai da comprendere ciò che l’intimo sentire oggi dice e fa vedere di se stessi.  C'è da intendere ciò che la propria interiorità spinge, attraverso sentire e sogni, a formare di consapevolezza, di pensiero proprio e di progetto, che finora sono mancati e che sono prezioso e indispensabile bagaglio, per non perdere davvero scopo e valore della propria vita. So che questa mia lettura del significato della crisi e del malessere interiore, non filosofica o inventata, ma frutto di esperienza e di confronto con l’intima esperienza e sofferenza, di dialogo e di lavoro quotidiano col profondo, non coincide con l‘immediata attesa di molti che vivono disagio interiore, che chiedono, come proprio bene,  prima di tutto l'annullamento del malessere e la normalizzazione, come so che non è omogenea a modi assai frequenti di intendere la cura, il prendersi cura di chi vive simili esperienze interiori. L’atteggiamento curativo, che, in apparenza benevolo e favorevole, cerca il rimedio, che col farmaco vuole sedare o mitigare, che con prescrizioni e suggerimenti vuole riplasmare i comportamenti e le reazioni, abbattere "l'ostacolo" interiore o che va a caccia di ipotetiche cause per costruire una sorta di spiegazione logica del perché del malessere, per tornare a chiudere il cerchio, lasciando tutto, del procedere e del rapporto con se stessi, come prima, rischia, malgrado le buone intenzioni, di diventare una barriera, se non una vera pietra tombale messa sopra una parte di sé intima e profonda, tutt’altro che malintenzionata, certamente non compresa nella sua intenzione e non valorizzata nella sua capacità propositiva. Rischia di perpetuare paura e incomprensione di se stessi, di ciò che vive dentro se stessi, di bloccare sul nascere o di non favorire, come la spinta interiore richiede, un necessario, utilissimo processo di cambiamento, di rinnovamento. Prendersi davvero cura di sè significa aprire a se stessi e scoprire che ciò che di sè si temeva può diventare la fonte, il fondamento della propria salvezza, del proprio vero benessere.