venerdì 23 agosto 2019

L'uso degli psicofarmaci

La prescrizione e l'utilizzo assai frequente di psicofarmaci, particolarmente di ansiolitici e di recente  in modo sempre più esteso di antidepressivi, in situazioni di disagio e di sofferenza interiore, rende necessaria una riflessione sul significato e sulle implicazioni per chi ne fa impiego di una simile pratica. Assumere psicofarmaci sembra scelta innocente, priva, per chi ne fa uso, di responsabilità verso se stesso, sia perchè la responsabilità della scelta è demandata per intero al curante, cui sono spesso acriticamente riconosciute capacità di conoscere, per ruolo e per sapere acquisito, il significato dell'esperienza interiore e dei suoi modi di declinarsi e autorità di stabilire il che fare più utile e adatto, sia perchè l'idea della cura in ambito psicologico, che imita la medicina nell'applicazione del rimedio farmacologico a situazioni di malattia fisica, sembra scontatamente buona e congrua. Le vicende interiori e tutto ciò che concerne il modo di trattarle, di dare loro risposta non sono però piattamente equiparabili alle vicende di natura corporea su cui lavora abitualmente la medicina. Per la verità, aprendo una piccola parentesi, anche sul terreno medico è riconoscibile la diversità tra l'approccio curativo cui siamo più abituati, che vuole aggredire il problema, le sue cause e con mezzi chimici o fisici di varia natura correggere e sistemare e altri approcci,che riconoscono l'importanza e la complessità dei processi biologici in atto in ogni situazione di sofferenza fisica, la capacità dell'organismo di dare risposte utili e intelligenti, che con la cura andrebbero comprese, per essere sostenute, assecondate, favorite. Chiusa la parentesi, va detto che le vicende interiori presto bollate come segni di anomalo funzionamento quando assumono carattere aspro, doloroso, ostico, non conforme a ciò che è ritenuto normale, se sapute avvicinare, ascoltare e comprendere, rivelano di non essere disordinati e patologici processi e modi di funzionare. Tutto ciò che accade interiormente, tutti gli svolgimenti interiori, anche i più insoliti, difficili e sofferti, ben lungi dall'essere segni di alterazione e di malfunzionamento, sono spinte e trame vive di intima esperienza che vogliono, in modo preciso e mirato, sensato e intelligente, condurre a aprire gli occhi, a vedere. Non c'è modo più efficace di conoscere del fare intima esperienza di qualcosa che, se toccato con mano, se patito, può essere compreso. Tutti i vissuti, tutte le esperienze e gli svolgimenti interiori, anche i più ardui o estremi, che finiscono spesso nel catalogo delle anomalie e delle patologie, sono richiami fortemente incisivi, a volte potentissimi come ad esempio accade con gli attacchi di panico, che vogliono portare l'attenzione e lo sguardo, persi nel fare e nell'osservare ciò che accade nel rapporto con l'esterno, sull'interno, su se stessi, per mettere in primo piano e avvicinare questioni vitali e rilevanti. Anomalo e irregolare è solo ciò che non si sa intendere e che pregiudizialmente si considera tale. Purtroppo la presunta scienza sul terreno psicologico spesso non sa vedere il senso delle vicende interiori, ignora la funzione e la capacità propositiva della componente profonda che regola e da cui dipende  tutto il corso del sentire e degli svolgimenti interiori, ciecamente invece parte dal presupposto che esista una normalità di funzionamento e che tutto ciò che non la rispecchia entri nel capitolo della disfunzionalità e della patologia. L'uso dei farmaci discende da questi presupposti, gli psicofarmaci sono armi usate per sedare, ricomporre, stimolare, comunque per tentare di correggere nella direzione ritenuta sana la situazione interiore, cui, se stona e devia dai binari di ciò che è considerato regolare e positivo, non si riconosce nulla se non di essere nociva, sbagliata, malata. L'uso degli psicofarmaci conferma agli occhi di chi li assume, rafforza in lui la convinzione che ciò che vive dentro se stesso è un peso insopportabile di cui liberarsi, una minaccia da cui guardarsi, un che di ostile e dannoso da combattere, eliminare, mettere a tacere, emendare. Non è scelta di poco peso, equivale a squalificare e a dichiarare guerra a una parte di sè bollata come insana. La scelta di curarsi con psicofarmaci decreta che bisogna far fuori e diffidare di parte viva di se stessi, quella intima e profonda, di cui spesso si ignora la rilevanza e la stessa esistenza come componente fondamentale del proprio essere, di cui non si conosce il valore, di cui non si conosce il linguaggio, con cui non si ha familiarità, perchè tutto si è imparato nel tempo (sempre rivolto all'esterno, a capire e a interagire con l'esterno, con gli altri) meno che a comprendere la propria vita interiore, a avvicinare, a ascoltare il proprio sentire, a dialogare con la propria interiorità. Non si è cresciuti in capacità di rapporto con se stessi, riducendo o pretendendo di ridurre la propria interiorità a appendice funzionale, che avrebbe dovuto, che dovrebbe, per essere riconosciuta sana, solo continuare a assecondare le pretese di prestazione cosiddetta normale. Non si ha spesso nemmeno percezione che la propria interiorità nelle vicende interiori che promuove, pur dolorose e in apparenza incomprensibili e fuori dall'usuale, certamente gravose e tormentose, voglia utilmente dire e proporre, che non sia un arnese malfunzionante o bacato, ma che voglia lucidamente, sensatamente indurre a entrare nell'intimo vero della propria realtà e condizione, a vedere nodi e questioni decisive su cui impegnarsi a riflettere, a lavorare, pena il rischio di procedere ciechi e senza consapevolezza, senza capacità di incidere davvero sulla propria vita, di condurla fedelmente a se stessi. Usare i farmaci non è scelta innocente e di poco conto, anche se in apparenza buona, anche se pare non se ne porti la responsabilità. Se l'uso degli psicofarmaci diventa fonte di inquietudine e di tormento, a volte accade che per chi vi fa ricorso risulti problematico il loro impiego, un motivo per simili inquietudini c'è e è tutt'altro che irrilevante. Se si fanno sentire timori non è solo per paura degli effetti collaterali e per il rischio della dipendenza, ma anche perchè profondamente si avverte che quella dell'uso degli psicofarmaci è una scelta, che, pur vestita da benevola cura, segna una frattura nel rapporto con se stessi, che rende ancora più oscuro ciò che vive dentro se stessi. In questi casi non è raro che ci siano pressanti inviti a affidarsi all'autorità del curante che propone gli psicofarmaci come rimedio e soluzione  necessaria e favorevole. L'argomento che la sofferenza psicologica vada considerata malattia da curare, analogamente alle malattie del corpo, pare dare sollievo e protezione dall’idea di essere e di apparire deboli e incapaci di reagire, di non saper essere normali. Pare dare sollievo, ma getta tutto del proprio intimo sentire difficile e incompreso nel cesto dei rifiuti, di ciò che comunque è giudicato abnorme, da eliminare. Gli psicofarmaci in questa considerazione di sé come vittime di malattia si accreditano come utili e necessari. C’è un luogo comune che afferma che le espressioni di sofferenza interiore vanno moderate e contrastate, che l'ansietà è utile sedarla, che dall'abbattimento interiore bisogna risollevarsi con gli antidepressivi, che questo “beneficio” va ottenuto anche per facilitare la psicoterapia. Continua a essere ignorato che non c'è sentire e esperienza interiore, che così com'è non abbia senso e valore, che compito della psicoterapia è di rispettare ogni vissuto interiore, di aiutare l’individuo a avvicinare il suo sentire e tutto ciò che vive dentro se stesso nella sua integrità e senza preclusioni, per farlo parlare, per imparare a ascoltarlo per trarne frutto di consapevolezza, di conoscenza di sè, di intesa con se stesso. Scopo della psicoterapia che voglia essere  utile a ricomporre l'unità dell'individuo con se stesso, non è di costruire ipotesi e spiegazioni avulse dal sentire su presunte cause del malessere interiore, non è di mettere a punto tecniche di gestione e di superamento di paure o d'altro considerati anomali e disfunzionali, ma è di far trovare all'individuo capacità di incontro e di dialogo con se stesso, per fargli abbandonare la posizione di diffidenza, di insofferenza e di paura della sua esperienza interiore, di fuga da se stesso, dal proprio intimo, per fargli scoprire e constatare che di tutto ciò che vive dentro se stesso, a dispetto delle apparenze e dei pregiudizi negativi, può fidarsi. Se da un lato gli psicofarmaci sono l’espressione di una incomprensione grave dell’esperienza interiore e sono coerenti con il proposito di rimettere le cose nel verso solito, dall’altro è possibile dare al malessere e alla crisi interiore ben altra risposta, non ostile, che non pretende di correggere e di rimettere le cose in ordine, ma volta, con l'aiuto giusto, a sviluppare la capacità di entrare in relazione rispettosa e aperta con l'esperienza interiore, di ascoltarla, di comprenderla intimamente. Svolgere un lavoro su se stessi che non si ponga pregiudizialmente contro, ma che sappia intendere fedelmente e fare propria la proposta che la crisi interiore sta avanzando, fa scoprire all'individuo che tutto ciò che si svolge interiormente, pur se impegnativo, difficile e sofferto, non gli è e non vuole essergli dannoso, ma pungolo alla presa di visione del vero, guida affidabilissima per un cammino di conoscenza e di crescita personale. La vera difficoltà o se proprio vogliamo chiamarla disfunzione (disfunzione dell'individuo che non ha legame e unità con se stesso, con la propria interiorità) è provare sensazioni penose e impegnative, stati d'animo, complesse e difficile esperienze interiori e non intendere cosa stanno dicendo e rivelando, non avere occasione di scoprire che non sono un meccanismo rotto, ma che sono parte viva di se stessi che sta dando richiami e testimonianza di qualcosa che è indispensabile e utilissimo comprendere. Insomma un aiuto va trovato e offerto a se stessi, un aiuto per riuscire a comunicare col proprio intimo, per trovare intesa e unità con la propria interiorità e non per combattere come fosse nemica e nociva parte viva e intima di se stessi.

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