domenica 15 marzo 2015

Comunicare con se stessi

Comunicare con se stessi, con la propria interiorità, non è facile, soprattutto non è usuale. Capita infatti spesso di intendere, fraintendendoli, il dialogo interiore e la riflessione come un ragionare e un parlare sopra la propria interiorità e intima esperienza, costruendo sul suo conto, senza prestarle ascolto e senza vera riflessione, perciò senza possibilità di comprensione alcuna, spiegazioni tanto in apparenza logiche e coerenti quanto spiantate. Conoscere e capire se stessi richiede essere liberi da pregiudizi e da a priori, significa imparare a svolgere dialogo aperto e rispettoso con la propria interiorità, quindi a zittirsi per lasciarla dire, per ascoltarla, significa imparare la riflessione vera, che non è invenzione e costruzione ragionata di ipotesi e di spiegazioni, che non è deduzione di significati e di perchè, ma capacità di guardare negli occhi, come ponendosi davanti a uno specchio, il proprio intimo sentire, per vedere, per riconoscere cosa originalmente, autenticamente rivela. In presenza di malessere interiore, si parte viceversa in genere da un a priori indiscusso, dalla premessa, che pare evidente e certa, che se si sta soffrendo, se si sta vivendo un corso d'esperienza interiore disagevole, questo è l'espressione di un cattivo funzionamento, di una anomala condizione, a cui prima di tutto va cercato un rimedio per riportarlo al dritto, al normale o presunto tale e cui, volendo capire, bisogna scovare una causa. Andare verso il proprio passato in cerca di qualche fattore nocivo condizionante, limitante o perturbante, di qualche influenza negativa, di qualche responsabilità e manchevolezza altrui, è il percorso preferito. L'interiorità solleva oggi un problema attuale e rilevante di cui cominciare a prendere coscienza e su cui lavorare, di cui responsabilizzarsi, rompe uno stato di equilibrio e di quiete, pone acutamente col sentire questioni che riguardano il proprio modo di condursi, lo stato vero della propria autonomia e capacità di autogoverno, lo stato del rapporto con se stessi, con la propria esperienza interiore, spesso vago o inesistente, dove pensare e sentire divergono, non si incontrano (condizioni cui il profondo non dà tacito benestare e sostegno, ma che viceversa pungola prima di tutto a riconoscere e a disporsi a trasformare) e, in presenza di tutto questo, la risposta è quella di trattare subito vittimisticamente ciò che si sta vivendo interiormente come patologia e come conseguenza d'altro, di liquidarlo come guasto da correggere e come pena insopportabile e nociva di cui prima di tutto liberarsi. Senza esitazioni la proposta del profondo, l'esperienza interiore disagevole in cui si è presi e coinvolti, è letta e travisata come disturbo e anomalo funzionamento, con riferimento e a paragone di qualcosa che senza ombra di dubbio si decreta essere normale e sano, fisiologico e dovuto, tipo il poter stare tranquilli, spensierati, sicuri e fiduciosi, il saper gioire di ciò che si ha e che all'esterno si può trovare. Tutto, sia l'idea del "cattivo" stato, vissuto non come spunto e richiamo di verità, come esperienza intima che può dire e svelare, ma come danno e torto patiti, sia il suo rovescio, l'auspicato benessere e valido stato o normale, sostenuti e affermati in modo così sicuro, come ci fosse in queste affermazioni evidenza e scontatezza. E' sufficiente, pensando in termini di cattivo stato e di normalità, ricalcare gli atteggiamenti e il pensato comuni per convincersi di avere chiara idea e consapevolezza, oltre che certezza di ciò che si sta dicendo. Insomma accade che in presenza di un'interiorità, della propria interiorità, che prende a dire e a pungolare, a mettere alle strette, a chiedere ascolto e riflessione per essere compresa, le si mettano sopra o contro spiegazioni, giudizi squalificanti, frutto di preconcetti, di luoghi comuni. Un luogo comune, che s'aggiunge agli altri, che ha parvenza di essere meno rozzo e liquidatorio di quelli che affermano esserci nel malessere interiore solo disturbo e patologia da curare e da spazzare via coi farmaci o con altro, che viceversa sembrerebbe segnalare più apertura mentale e desiderio di capire, è quello che ritiene che l'inconscio sia il deposito di brutte esperienze del passato e di ricordi dolorosi, che, come si dice in gergo, rimossi, allontanati dalla percezione e dal riconoscimento più diretti, da lì non cesserebbero di procurare pena e tormento, di tanto in tanto venendo allo scoperto o molestando subdoli e invisibili. Si vorrebbe  spiegare così il malessere attuale. E' un altro luogo comune, che non ha nulla a che vedere con ciò che davvero è l'inconscio e con ciò che sa e che ha capacità di dire e di dare, con ciò che attraverso il malessere attuale intende proporre e sollevare, rendere riconoscibile. Intendiamoci, l'inconscio è parte profonda di se stessi, che non ignora il significato intimo e vero degli accadimenti e dei passaggi intervenuti nella propria vita, ponendo al centro dello sguardo se stessi e non altro, i propri modi, le soluzioni scelte, non di rado di fuga e compromesso, di oscuramento, per comodo e per imbarazzo, dei significati e delle implicazioni vere, di preferenza per scorciatoie o per soluzioni pronte, offerte e promosse da altri e da modelli imperanti, piuttosto che conquistate autonomamente e fondate su verifiche proprie, su trasparenza con se stessi e su pieno convincimento. Questo "rimosso"  l'inconscio certamente lo vuole restituire tutto, come base utile, preziosa e necessaria di nuova consapevolezza e crescita, fondate su di sè, su propria esperienza. Altra cosa è pensare a un rimosso che  ritragga se stessi come vittime e non come artefici, quale motivo perdurante di afflizione e di pena interiore. Insomma con spiegazioni come quelle su guasti e patimenti oscuri, che chiamano in causa altro e non se stessi, ci si convince di sapere, spesso solo supponendo e deducendo, senza vedere, senza lasciar dire al proprio sentire attuale, senza conoscere. La cosa triste è che c'è coralità in questi modi di concepire la vita interiore e il significato del malessere interiore, una coralità assordante, tanti libri, tante teorie correnti, tanti terapeuti compresi. Se in tanti ripetono la stessa cosa, teoremi spacciati per riscontri e verità scientifiche, finisce che ci si crede. Tanti preconcetti condivisi e ripetuti da molti o da moltissimi possono però non fare un grammo di verità, il criterio maggioritario non vale per stabilire cosa sia vero e fondato, la storia è ricca di esempi di chi, affermando visione diversa e nuova, fuori da luoghi comuni e da principi condivisi, ha spesso subito scomunica, ostracismo e condanna, pagando anche con la vita, anche se più tardi...Vale la pena considerare che l'interiorità dice, propone e attraverso il sentire dà tracce vive da seguire per capire, che il proprio stato è di individui spesso così lontani da se stessi, così avvezzi a stare nell'orbita del già pensato, nella dipendenza dall'altrui giudizio e considerazione, così poveri di pensiero proprio, di intesa con se stessi, di conoscenza conquistata con le proprie forze, che la parte profonda, in presenza di un simile stato, questo sì infelice, non sa e non vuole rimanere inerte, agita le acque, dà segnali anche vigorosi di discontinuità, di necessità imperiosa di fermare tutto per capire, per mettere al primo posto la presa di coscienza, il lavoro di crescita rispetto all'inseguimento della normalità e del funzionamento come tutti. Nulla dal punto di vista del proprio profondo è scontato, nulla deve solo stare assieme, perdurare intatto e continuare a funzionare, la propria interiorità apre, divide, spacca l'abitudine e l'inerzia per cercare il senso, per spingere a vedere e a costruire quel che non c'è, quel che ancora manca di sostanziale. Non c'entra tanto il passato che avrebbe recato danni o messo ostacoli, quanto il vuoto da colmare, vuoto di maturità e di scoperte proprie, di conoscenza di sè che non ci sono. Non basta indossare la maschera della normalità, il vestitino dell'avere ad esempio una qualche sistemazione, una buona o decente reputazione, un titolo, quattro letture, qualche viaggio da raccontare, qualche legame affettivo, così come hanno e fan tutti. Il nostro  inconscio non si lascia nè incantare, nè illudere, il nostro inconscio è il motore della vita, il custode delle nostre ragioni più profonde e vere e delle nostre potenzialità, della nostra voglia e aspirazione di essere individui pensanti e autonomi, consapevoli e svezzati dalla dipendenza  dal comune pensiero, dall'approvazione e dal giudizio altrui. Il nostro inconscio è fautore della scoperta della nostra vera strada, del compimento del nostro originale cammino, di pensiero prima di tutto e di libertà. Altro che inconscio serbatoio di brutti ricordi!!  Se, come accade in una valida esperienza analitica, si apre dialogo rispettoso e attento con l'interiorità, se si impara a comunicare con lei, ad ascoltarla, anzichè parlarle sopra e confezionare sul suo conto qualche spiegazione ragionata, si può scoprire quanto sia, così nel sentire che ispira e muove, anche il più sofferto, come nei sogni, propositiva, intelligente, appassionatamente creativa, non certo insidiosa e ostile, come l'idea del guasto e del disturbo sottintende. Insidioso è viceversa ogni tentativo di spiegazione, di elucubrazione razionale volto a convincersi che tutto nella propria realizzazione e crescita è sostanzialmente fatto, che esiste solo il fastidio interno di non stare bene, di non essere felici, come si pretende di aver diritto, senza onere di conquistare e di cambiare nulla. Quando si fa parlare l'inconscio come nei sogni e si impara ad ascoltarlo e a comprenderlo, si scopre quanto di nuovo invece ci sia da capire e da costruire, da trasformare di se stessi per passare dalla condizione di individui portati dall'esterno, da logica corrente e da preconcetti a individui autonomi, veri e pensanti. Nulla degli accadimenti interiori è privo di senso e di scopo, nulla nel proprio sentire, anche sofferto o in apparenza strano, è espressione di cattivo funzionamento o effetto meccanico e ripetitivo di una causa che sta prima o altrove, tutto invece spinge, pungola e suggerisce, dà nel presente base viva, intelligente e sensata di ricerca e  occasione di lavorare prima di tutto su di sè (non su manchevolezze altrui), di conoscersi senza veli.

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