mercoledì 25 febbraio 2015

Rimedio e conservazione o cambiamento e crescita

Capita non di rado che s’incontrino con favore reciproco la richiesta di contrastare e di superare in fretta situazioni di sofferenza interiore di chi ne è portatore e l’offerta di chi, tecnico, esperto o in varia forma curante, si proponga di sanare, di dare risposte rassicuranti e immediatamente risolutive. I due, "paziente" e curante, convergono, senza esitazione, nella lettura del malessere interiore come disturbo, come anomalia da correggere, come non ci fosse da ascoltare e da capire con attenzione e scrupolo quella complessa esperienza interiore, come se il segnale intimo di sofferenza fosse solo la traduzione in sintomi tipici di un guasto, di una malattia. La sovrapposizione di un'etichetta diagnostica conclude rapidamente il discorso, come se l'etichetta chiarisse qualcosa, limitandosi invece a rendere la singolare esperienza di ognuno sbrigativamente uguale ad altre e omogenea, ripetitiva di uno schema. Esperienza interiore dunque catalogata e rapidamente messa da parte incompresa, al più qualche domanda del curante per indagare su un eventuale periodo stressante e sulla presenza di eventuali fattori e circostanze avversi come spiegazione del presunto logorio interiore, del danno. Sguardi complici tra cosiddetto paziente e curante, nel cercare pronta spiegazione e soprattutto pronto rimedio, nel confermare la sostanziale validità e ovvietà dell’insieme e dei fondamenti  del modo di essere e di procedere abituali, nel cercare il rapido superamento del malessere, visto come ostacolo e fonte di danno, come disfunzione e corpo estraneo, da sanare, eliminare o correggere, casomai con l'invito a introdurre qualche diversivo o ritocco nelle proprie abitudini, combinato, perchè no, agli immancabili psicofarmaci. Questo modo di pensare e di trattare la crisi e il malessere interiore, tutt'altro che raro, ignora che ciò che accade interiormente non è affatto un accadere qualsiasi, ma è prodotto di intelligenza profonda, non è puro effetto di cause condizionanti o stressanti, ma è espressione di iniziativa profonda, di intenzione dell'inconscio di rendere riconoscibile qualcosa di se stessi di fondamentale e di importante, di innescare un processo di avvicinamento a sé e di presa di coscienza attenta, da qui di una trasformazione e non di poco conto, assolutamente necessaria e propizia. Se saputo intendere e comprendere il malessere interiore non è affatto anomalo modo di reagire o di porsi, non è patologia, ma è spina nel fianco e richiamo, sollecitazione che viene dal profondo per portare finalmente lo sguardo su di sè, è indicazione e traccia precisa per capirsi e per capire, a condizione che si sappia reggere la tensione dell'esperienza interiore dolorosa e che si impari a  riflettere (a vedere dentro il prorio sentire), desistendo dal fuggire e dal sentenziare. L'esperienza interiore così difficile e dolorosa vuole mettere terreno sotto i piedi per ritrovarsi non nell'illusione ma nella consapevolezza, vuole spingere per avviare qualcosa di assolutamente favorevole a se stessi. La rassicurazione, il rimedio pronto banalizzano, allontanano chi vive una impegnativa, sofferta e complessa esperienza interiore dal compito e dall'opportunità di ascoltarsi e di capirsi, creano spesso o rafforzano la diffidenza verso ciò che accade interiormente, emarginato e squalificato come accidente sgradevole e negativo, da mettere a tacere e controllare, alimentano la pretesa di subordinarlo a regole decise dall’alto del proprio controllo razionale, che vorrebbe stabilire, farsi arbitro indiscusso di  ciò che sarebbe sano, auspicabile e conveniente per se stessi. La parte razionale dell'individuo (anche del curante) però è spesso vittima di visione convenzionale, inchiodata a criteri che non concepiscono se non il già concepito, dunque più che essere una guida affidabile, si rivela essere una gabbia che chiude e esclude, che autoesclude da ogni movimento vitale di pensiero riflessivo e critico, onesto e leale, permeabile e aperto al proprio sentire, che già nel malessere dice, che non risparmia di far vedere ciò cui non basta un ritocco e un incoraggiamento, ma una  impegnativa conquista di consapevolezza, una crescita nuova, mai raggiunta sin lì. Banalizzare e non vedere nell’intimo disagio la richiesta che viene dal proprio profondo di un cambiamento vero, non d’ambiente e di situazioni, ma di se stessi, prima di tutto del proprio modo di vedere, di pensare e di pensarsi, che da astratto, da conforme e vincolato al comunemente pensato e concepito, diventi aderente a sè e fondato su sentire, su intima esperienza, su riflessione che vi attinga, è farsi danno. Cambiare non è facile,  costa, richiede all’inizio vedere come si è, non tacersi ciò che può essere imbarazzante, scomodo e doloroso riconoscersi, richiede trasformare la propria iniziale angustia di visione e di mezzi, spesso tesi più a convincere e a conformarsi ai giudizi e alle attese degli altri, a star dietro all'andazzo di modelli e di aspirazioni generali, che a fondarsi su propria ricerca e scoperta di significato e di valore, su proprie profonde originali aspirazioni, mai avvicinate e comprese. Attingendo a nuova capacità che il profondo sa offrire e favorire, attraverso i suggerimenti e i percorsi di ricerca e di presa di coscienza aperti dal sentire e particolarmente attraverso l'impulso al pensiero riflessivo dato dai sogni, sarebbe certo possibile, come accade in una buona esperienza analitica, generare il nuovo, fedele a se stessi, che finalmente sostituisca l‘insieme fragile e qualunque su cui si faceva leva e che, col proposito di "curare", di liquidare il malessere come anomalia, si voleva far persistere, prolungare. Se si assume questo compito, se si corrisponde alla richiesta che il malessere interiore pone con forza, si può fare lavoro utile, davvero favorevole a se stessi, si può, pur gradualmente, recuperare piena intesa e accordo con la propria interiorità, che non chiede certo rassicurazioni banali e pronti inutili rimedi. Non è facile capire il linguaggio interiore, ma se si è aiutati a farlo, ci si può guadagnare in consapevolezza, in crescita vera e in nuova progettualità. Diversamente ci si ferma al palo, con messa in conto della non solidarietà del proprio intimo e profondo, che dei rimedi, delle risposte fasulle e disattente non sa che farsene, espedienti che prima o poi tornerà a far saltare con intransigenza e con vigore, per battere ancora cassa, per chiedere, con la forza del malessere, risposte serie, appropriate e intelligenti. 

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