martedì 7 aprile 2026

La leggerezza

Quante volte capita di sentire esaltato il valore della leggerezza con riferimento a una condizione interiore che, libera da appesantimenti, permetta di transitare e stare nell'esperienza con animo leggero e sereno! Qualche valido motivo può averlo il desiderio di leggerezza quando si è in presenza di modi di trattare l'esperienza, che, facendo leva sul pensiero razionale, non fanno che mettere assieme combinazioni e incastri di idee, tanto complicate quanto sterili, in nulla fondate sul vivo e lontanissime da una relazione stretta col sentire. In altri casi un modo lagnoso e vittimistico di trattare le proprie vicissitudini fa sì che tutto all'esterno diventi bersaglio e oggetto di critica e di commento acre, cacciando il negativo sempre fuori, caricando ogni responsabilità su altro e su altri. Il fardello per un interlocutore, che sia chiamato a ascoltare simili lagne e elaborazioni, è allora davvero pesante e diventa di assai dubbio interesse ascoltare un pensiero così compattato e chiuso a ogni presa di coscienza che coinvolga chi si considera solo vittima. Lo stesso soggetto e artefice di un simile modo di trattare la propria esperienza all'insegna della recriminazione continua, può avvertire lo stato asfittico e il clima pesante in cui si costringe a respirare. Togliere e liberarsi del peso del ragionare spiantato, che complica sterilmente il pensiero e la visione, del recriminare, che rigira all'esterno ogni critica e pretesa e che inibisce e cristallizza ogni possibile nuova scoperta e processo di crescita personale, è certamente auspicabile. Per fare posto a che? A assenza di pensieri e di lavoro di ricerca? Se tutto muove con spontaneità da dentro, dall'intimo di se stessi, se la consegna è interiore, scaricarla per ottenere, in nome della leggerezza, animo sgombro, significa compiere una forzatura, evadere da se stessi. Una cosa è alleggerirsi degli inutili arzigogoli del ragionamento, dei crucci lagnosi, altra cosa è rendersi leggeri e svincolati da consegne interiori che chiedono di avvicinare ciò che è necessario per non rimanere ignari e sospesi per aria, senza le risposte che è importante trovare, privi, digiuni della consapevolezza necessaria, alleggeriti del bagaglio utile e delle guide valide per procedere a modo proprio, per dire la propria. Se c'è impegno e lavoro da assumere e da svolgere per ascoltarsi e per capirsi, per trovare sintonia con la propria interiorità, per ascoltare e per fare proprio ciò che il proprio sentire sta proponendo, ben vengano questi “pesi”, possono fornire gli strumenti necessari per non ritrovarsi, sì alleggeriti di preoccupazioni e di pensieri, ma anche in balia di un procedere senza guida e senza rotta, anonimo e inconcludente. La leggerezza, che, promettendo per sè lo stato ideale, esige di essere sgombri da carichi di ricerca e liberi dal vincolo a trovare accordo con se stessi e risposte sintone col proprio sentire, non può che consegnare se stessi alla passiva adesione a modelli già pronti, al procedere accodati e accordati con ciò che è prevalente e ben assestato nel pensato e nell'esempio comune. Ciò che non si crea, che non si genera da sè non può che essere fatalmente e malamente compensato e sostituito da pensiero, da idee, da attribuzioni di significato e di valore presi in prestito, assorbiti dall'ambiente, rimasticati soltanto, anche se con l'illusione di essere pensati in proprio. La leggerezza che, togliendo giustamente ogni inutile zavorra, non sia ricerca di accordo e di fecondo scambio con se stessi, con la propria interiorità, col proprio sentire, che viceversa rivendichi solo uno stato di spensieratezza e di svincolo da richiami interiori, rischia di produrre solo un vuoto di crescita e di autonomia. Sembra saggio e incontra facile consenso il richiamo alla leggerezza, ma, in non pochi casi, coincide con la pretesa di farsi arbitri e censori del proprio (a volte persino dell'altrui) stato interiore, con la volontà, pur rappresentata come benevola e gentile, di ridisegnare a piacimento il corso del sentire, dandogli intanto il benservito quando, nel suo corso naturale, consegna il compito di fermarsi per aprire lo sguardo, per veder chiaro in ciò che si sta facendo e trascurando di conoscere di se stessi. Il carico interiore di stati d'animo non lieti, la complicazione di inquietudine e di disagio, non è mai un di più da cestinare, semmai è la compensazione, cui provvede la propria interiorità, di quel di meno che il procedere abituale ha di consapevolezza e di contatto col vivo e col vero della propria esperienza e di se stessi.