Quando in ciò che si prova, che interiormente risulta spiacevole, doloroso, che ha forma, in apparenza, abnorme e strana, che ha tale presa su di sè da non concedere respiro, quando non si sentenzia che è in atto un che di assurdo e di patologico come solo un processo di malattia potrebbe provocare, quando gli si vuole concedere di avere qualche motivo di essere, si pensa che ci sia una causa determinante da trovare o in qualche carico di stress e di condizioni avverse attuali o più addietro nel tempo in qualche condizionamento sfavorevole, in qualche manchevolezza e influsso negativo dell'ambiente familiare, in qualche episodio doloroso e traumatico, cause che avrebbero provocato un danno, una compromissione del normale equilibrio e processo di crescita, che avrebbero avuto tale impatto interiore da innescare una reazione difensiva estrema, un ripiegamento di paura e difesa a tutto campo, che nel tempo darebbe segno di permanere nell'ansia o in altro. Sono tutte elaborazioni che la mente razionale mette in campo per cercare di far quadrare l'idea che in ciò che si sta provando, visto pregiudizialmente come un danno, perchè patire qualcosa di non piacevole non sembra poter essere altro che un danno, ci può essere una spiegazione ragionevole, plausibile e convincente. Di fronte a un danno scatta l'esigenza e l'urgenza di porvi rimedio, di riuscire a debellarlo. Che lo si faccia con gli psicofarmaci, che vanno bene a braccetto con l'idea di essere afflitti da malattia e di trovarsi in una condizione che fa male e danno, che lo si faccia con tecniche di controllo o di rabbercio, accettando e condividendo l'idea che certe sensazioni e modi di reagire sono errati, disfunzionali, sorretti da una incapacità di vedere e di reagire alle situazioni valido, razionale, utile e ben mirato, che si vada a cercare nel proprio presente e più spesso nel proprio passato qualche causa come detto prima, ciò che in tutti i casi è al primo posto, il denominatore comune, è smontare, è tenere a bada il presunto danno e cercare di venirne fuori. Risolvere è l'imperativo e pare che di meglio non si possa offrire a se stessi, anzi che questa sia l'esigenza e il proposito più giusto e sano, il più normale, il più provvido verso se stessi, verrebbe da dire il più moralmente giusto. Un bel costrutto questo, che però ha a suo sostegno, come suo più solido fondamento, una persuasione facile e preconcetta, confortata da preconcetti comuni e assai diffusi, cartina al tornasole della incapacità di entrare in rapporto col proprio sentire, di ascoltarlo, di riconoscerlo in ciò che dice, di avere sintonia e vicinanza col proprio modo interiore, di comprendere rispettosamente ciò che vive dentro se stessi, con cui di scambio e familiarità ben poco o nulla si è coltivato. Ben altra storia e prospettiva potrebbe aprirsi se a questa incapacità si rispondesse cercando di trovare, facendosi aiutare in questo, finalmente intesa, capacità di ascolto, di dialogo col proprio intimo e profondo, che di tutto ciò che accade interiormente è artefice e motore. Quando lo si fa, si va a scoprire che nel malessere trova voce non la patologia, ma qualcosa di ben più sano, fondato e promettente rispetto a ciò che si difende a denti stretti con i soliti costrutti del ragionamento, lì arroccati, ben cofortati da una ideologia del vivere, che vuole solo il suo mantenimento, che tratta tutto ciò che, non fuori, ma dentro se stessi, dissona come anomalia e danno.
domenica 1 marzo 2026
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