Il modo di raccontarsi, sia che lo si faccia in modo appartato con se stessi, sia che lo si faccia in presenza di altri, è spesso decentrato, finendo così e non per caso per racchiudere non poche forzature e omissioni, per vedere l'impiego di più o meno sottili accomodamenti, il ricorso a manipolazioni, a abbellimenti e trucchi, fino alla creazione di veri e propri artefatti. E' decentrato il racconto di sè che non converge sul nucleo del vero, che non fa perno sui vissuti, sul corso vivo del sentire che dentro l'esperienza è la testimonianza, la voce che non mente, il terreno vivo dove è ben documentato il vero. Il racconto decentrato, svincolato dall'intimo che rivela, dal cuore vivo dell'esperienza, viaggia libero, permette di dire in lungo e in largo a piacimento, di forgiare ciò che con parvenza di essere vero, di fatto è solo verosimile. Che questo racconto simil vero sia tessuto in modo grossolano o fine e ben curato poco cambia, sta di fatto che la convenienza del rimodellamento, vuoi per stupire e attrarre plauso, vuoi per stare al riparo da giudizi negativi, vuoi ancora per darsi conferma in ciò che si gradisce pensare di se stessi, il prezzo del sacrificio del vero è ben e volentieri pagato. Va anche considerato che è tale l'abitudine a tenere lo sguardo in superficie e docilmente al seguito del pensato abituale, che tanto è debitore del pensato comune e prevalente, che scarseggia nel raccontarsi tanto la materia prima del racconto veritiero quanto la sensibilità, il metodo e l'attitudine alla ricerca del vero, al suo rispetto. Di quanto si perda di se stessi e della propria storia, di ciò che racchiude, che avrebbe potuto e che potrebbe dare nutrimento alla conoscenza di stessi e alla propria crescita autentica, non è bilancio e valutazione che prema fare o considerare. Persi dietro alle regole del buon figurare, vincolati al bisogno di difendere la parvenza di sè cui si è affezionati, cui è data delega di rappresentare il valore personale, su cui si stringe e si riscalda l'amor proprio, non si ha cura di mettere in discussione e di vagliare il peso e le conseguenze delle forzature del racconto che si conduce, forzature che pure non sfuggono al proprio sguardo. Ragioni di interesse maggiore rendono tutto lecito e ben accetto, l'importante è portare a casa la buona riuscita, la bella figura, la gratificazione del consenso. Le pieghe del racconto possono essere quelle gloriose, sempre a mostrare idoneità e merito di essere all'altezza, capacità di riuscita, oppure quelle del sempre ben accetto vittimismo, dove tutto il negativo, il mancato o il mal riuscito è messo in conto ad altro, dove ciò che conta è essere sempre solo in credito, mai in debito, verso se stessi prima di tutto, di responsabilità da cercare, da evidenziare con cura e onestamente, senza sconti. Maturi si vuole dimostrare di esserlo, ma sempre per merito, per impeccabilità e innocenza, maturità da applausi, maturità del bell'apparire. Così gira, così si ama far girare il racconto di se stessi.
domenica 16 giugno 2024
domenica 9 giugno 2024
Il passato
E' convinzione molto diffusa che, per capire esperienze e situazioni interiori difficili di oggi, si debba risalire al passato. Se l'intento, rivolgendo lo sguardo al passato, è di individuare le cause che spieghino il malessere attuale, l'auspicio è, una volta trovate le cause, di potersi liberare di una condizione interiore giudicata senza alcun dubbio anomala e capace solo di procurare danno e impedimento a un sano modo di vivere e di procedere. E' un modo comune e ricorrente di rapportarsi alla crisi e al malessere interiore, che non appartiene solo a chi ne è coinvolto, ma che trova conferma e diventa asse portante di molte esperienze di psicoterapia. Di fatto la ricerca che, distraendosi rapidamente dall'ascolto del sentire vivo di oggi, si rivolge al passato per cercare le presunte cause del malessere attuale, segna una fuga dall'incontro col presente della propria vicenda interiore, segno dell'incapacità di entrare in rapporto con la propria interiorità, che, dentro e attraverso il sentire disagevole e sofferto, dice, comunica e avanza oggi proposte. Sono proposte utili e importanti, che, girando lo sguardo altrove sul passato, persuasi che il malessere sia solo una situazione anomala e nociva di cui liberarsi, non sono raccolte e comprese. C'è una domanda che però va posta. Esiste un nesso, un legame significativo tra la vicenda interiore dell'oggi e quanto è stato vissuto e si è reso acuto in momenti e in passaggi precedenti della propria storia interiore? Certamente gli svolgimenti interiori del presente sono in continuità e in relazione significativa con il cammino fino a oggi compiuto. Il passato, il proprio passato, cui in genere si vuole attribuire un peso determinante per capire se stessi e le problematiche attuali, se lo si vuole davvero comprendere e valorizzare, va però recuperato e riscoperto correttamente, non come una selezione ad arte di fatti, di episodi traumatici, di incidenti e di condizionamenti subiti, dove la parte decisiva e determinante è consegnata alla famiglia, all'ambiente, all'educazione e simili, ma come un cammino in cui, anche nei passaggi più ardui, non si è mai stati semplici oggetti passivi. Viceversa, nel succedersi delle vicende personali, il cammino d'esperienza ha visto al centro momenti e passaggi interiori anche complessi di cui si è stati intimamente parte attiva e protagonisti, che, già a volte nella elaborazione immediata e poi soprattutto nel ricordo, sono stati spesso appiattiti, offuscati o del tutto ignorati. Si tende infatti nelle ricostruzioni, nelle rivisitazioni del passato a mettere in primo piano il peso dei fattori esterni, trascurando invece la riscoperta del filo interno di vissuti, di spinte, di risposte intime, che dell'esperienza sono state invece il nucleo centrale, l'anima, la parte essenziale. La vera storia personale non è primariamente fatta o riducibile a quel che altro o altri hanno fatto nei propri confronti e condizionato, ipotizzando tra l'azione del fuori e le risposte del proprio dentro una semplice relazione automatica e meccanica di causa e effetto, ma è da ritrovarsi in quel che, passo dopo passo, è successo interiormente, dove tutto si è svolto in modo ben più autonomo e complesso. In quegli svolgimenti interiori infatti il proprio profondo si è reso presente, ha ripetutamente preso iniziativa e attraverso il sentire ha dato segnali, indicazioni per evidenziare, per rendere riconoscibile nell'esperienza in corso prima di tutto la parte svolta e spettante a se stessi, ciò che si è espresso, che si è fatto. Nei diversi momenti l'inconscio ha, attraverso i vissuti che ha generato, incoraggiato e sostenuto l'impegno e la capacità di lettura autonoma dell'esperienza, la scoperta o l'intuizione di significati importanti, ha stimolato l'insorgere di interrogativi, ha reso acutamente riconoscibili nel vissuto i contrasti, il proprio modo di trattarli e di dare risposta, non ha mai messo in secondo piano la propria personale responsabilità. Non c'è un passato in cui si sia stati semplicemente materia plasmata e, in un modo o nell'altro, la conseguenza e la risultante, le "vittime" di quanto fatto da altri e determinato da circostanze e da fattori esterni, c'è un passato dove, pur non indifferenti alle influenze esterne, pur interiorizzando modi di vedere e di reagire presenti nell'educazione, il filo interno delle vicende e dei passaggi interiori, carichi di significato e di implicazioni importanti, con al centro se stessi, con se stessi in posizione non inerte nel modo di cogliere i significati, è sempre stato interiormente in primo piano. Ciò che l'esperienza interiore nel passato come nel presente è stata e è capace di dire è ben diverso da ciò che spesso si tende a raccontarsi e a spiegare, è ben altro rispetto a certe letture dell'esperienza, niente affatto rare, che cercano cause e spiegazioni chiamando in causa principalmente altri e l'esterno. Il corso dei vissuti, degli accadimenti interiori, ciò che si è mosso e che si muove sulla scena intima è regolato e mosso dal nostro profondo, che in ogni momento vuole mettere in primo piano in ciò che ci accade ciò che ci spetta, che ci coinvolge, spingendoci a cogliere significati anche di notevole profondità, per non lasciarci inconsapevoli e sprovveduti. Nella complessità del sentire, che fin da piccoli accompagna la propria esperienza, riconosciuto e rispettato nella sua integrità e completezza, come possono essere rintracciati i segni di spinte, di risposte interiori originali, di intuizioni capaci di portare il proprio sguardo al di là o in disaccordo con le idee e con la logica dell'ambiente circostante, così non sono taciute la tendenza a scansare e a scaricare interrogativi e difficoltà, a porsi al riparo da tensioni conflittuali, a muoversi nell'adattamento e nell'adesione a ciò che è prevalente e comune, la tendenza a cercare scorciatoie e soluzioni a portata di mano e conformi all'esempio dei più, evitando incognite e carichi personali più gravosi e incerti, seppure per scopi più sentiti e autentici. La parte profonda del nostro essere ha sempre fin dal principio del nostro cammino di vita reso tangibile la sua presenza, non ha mai mancato di dare stimoli e spunti per capire, per approfondire, per metterci allo specchio, per conoscerci nel vero, per capire per tempo questioni centrali, per non esserne ignari, non ha mai trascurato di stimolare la nostra potenzialità di prendere consapevolezza, di crescere in autonomia di pensiero e in fedeltà a noi stessi. L'infanzia non è un tempo di soli giochi, di assenza di responsabilità e spensieratezza, non di rado si affaccia la percezione di questioni importanti, si fanno strada inquietudini non insignificanti. I sogni stessi sono esperienza che fin dai primi passi della propria vita accompagna il cammino personale. L'inconscio interviene e è promotore non dell'adattamento, della presa dipendente da altro che guidi e orienti, che dia risposte e indichi traguardi, che definisca ciò che vale e in cosa si è riconosciuti come di valore, l'inconscio viceversa dà continui spunti e richiami per aprire gli occhi, per trovare da sè risposte, per crescere in autonomia di sguardo e di ricerca. Mi è capitato in alcune occasioni con individui adulti, durante il percorso analitico, di riavvicinare sogni da loro fatti in età infantile, anche molto indietro nel tempo. Motivo di una simile ricerca il rimando presente in sogni fatti oggi a quei sogni remoti. Ebbene quei sogni dell'infanzia già delineavano temi e nodi diventati nel presente cruciali e oggetto di riflessione più avanzata e di ricerca. L'inconscio è presente da sempre nella vita di ognuno e fin dai primi passi fa sentire la sua voce sia nei sogni, sia contrappuntando l'esperienza in ogni momento con vissuti, con stati d'animo, con emozioni, con l'articolarsi di momenti interiori utili per capire i punti decisivi e veri, per alimentare il confronto e il dialogo con se stessi, per cominciare a attrezzarsi di consapevolezza utile e necessaria per cercare la propria strada, per non subire la regola comune e per non appiattirsi sulle concezioni prevalenti. Se è accaduto che in parte questi momenti interiori, perché incisivi e forti, siano stati sentiti cruciali, riconoscendo se stessi soggetti e parte in gioco saliente e decisiva nell'esperienza, non meno delle azioni dell'ambiente, è però successo anche che via via ci si allontanasse dalla vicenda intima per stare sempre più nelle secche del ragionare e del fare, dando primato e prevalente attenzione a circostanze e a condizioni esterne, all'agire piuttosto che al sentire, con gli occhi tutti puntati fuori, fino a abituarsi a considerare decisivo ogni fattore esterno, fino a definire realtà solo quell'insieme e quello scenario esterni. Ho svolto questa riflessione per far capire che, se il passato personale ha valore, lo ha se riconosciuto nella sua vera natura di cammino interiore, unico e originale e non, come nelle ricostruzioni parziali e sostanzialmente infedeli, come racconto fatto soprattutto o soltanto di condizionamenti, di influenze esterne, di reazioni quasi automatiche e condizionate dall'agire di qualcosa di esterno e altrui, di semplice interiorizzazione di modi e di atteggiamenti assorbiti da figure influenti, cancellando o minimizzando tutto l'intimo della propria esperienza. Compiere questa semplificazione e riduzione del proprio a conseguenza dell'agire altrui e di altrui responsabilità è un'operazione di comodo, che libera se stessi da ogni carico e responsabilità nell'accertare e trovare il vero, nel riconoscersi soggetti del proprio destino, delle proprie scelte. Tanto è comoda questa modalità di trattare la propria esperienza, che enfatizzando il peso e l'incidenza di fattori esterni, oscura e non riconosce il primato di ciò che spetta a sé e che è rintracciabile nella propria esperienza interiore, quanto è deleteria per il proprio interesse di recuperare la propria visione delle cose e tutto il proprio potenziale di scoperte e di crescita. Se ci si priva del rapporto col proprio materiale vivo di esperienza, da cui può nascere conoscenza, autonomia e forza di pensiero, capacità di cambiamento, ne consegue che più facilmente e tenacemente ci si lega a altro e a altri e se ne dipende, ci si rifà a idee e modelli comuni e ci si fa portare, anche quando si insista nel contestarli, nel ribellarsi e contrapporsi. La modalità di ridurre tutto a responsabilità, a colpe o a potere di condizionamento di altro e di altri, applicata con più agio al passato, dove le "ricostruzioni" che appiattiscono il proprio e lo riducono a conseguenza d'altro, sono più facili, agevolate dalla distanza temporale che separa dagli accadimenti, è comunque ricorrente anche nel rapporto con l'esperienza attuale. Urge dunque imparare a leggere la propria esperienza, dando riconoscimento e aprendo riflessione su ciò che interiormente si prova, perché è lì che c'è il vero e tutto il potenziale che porta a capirsi, senza semplificazioni e omissioni, a trovare sintonia con se stessi e possibilità di ritrovarsi, di sviluppare il proprio originale pensiero, di crescere in autonomia e in fedeltà a se stessi. Se si lavora sul presente è più efficace questa ricerca, perché tutto dell'esperienza vissuta, del sentire, in tutte le sue espressioni e movimenti, capaci di aprire alla comprensione del vero, è vicino, è vivo e attuale. In ogni caso anche dove ci si aprisse al confronto con momenti e esperienze del proprio passato, è importante rispettare la stessa esigenza di mettere in primo piano e fedelmente ciò che interiormente si è vissuto, per non manipolare la propria storia, per non appiattirla, rendendola sì utile allo scarico di ogni personale responsabilità, alla costruzione di teoremi liberatori attorno al perché dei propri problemi e difficoltà, ma nello stesso tempo svuotandola e privandosi di ciò che potrebbe arricchire, nutrire la conoscenza di se stessi. Il presente, ciò che oggi la propria interiorità sta proponendo e promuovendo è il cuore della ricerca a cui rivolgersi prima di tutto, ma c'è un che di unitario, un filo che unisce il presente e ciò che sta nascendo col passato, col proprio passato. Il cammino, passato e presente, se visto e compreso dall'interno e col contributo fondamentale del profondo, è il proprio cammino, lo è e lo è sempre stato fin dai primi passi.
mercoledì 5 giugno 2024
Cos'è disfunzionale?
Il termine “disfunzionale” è molto usato,
particolarmente nell'ambito della psicoterapia cognitivo comportamentale. Sposa
e asseconda perfettamente l'idea comune che ritiene che quando in ciò che si
prova, nelle proprie risposte interiori e nei modi di vivere le diverse
situazioni, c'è qualcosa che non asseconda le attese e che si scosta da
ciò che è solitamente giudicato normale e valido, ci sia un difetto, un
funzionamento e una reazione anomali e controproducenti, non utili, anzi
dannosi per i propri interessi. Tutto concorda e converge nell'idea della bontà
di un intervento curativo volto a ottenere un modo (ritenuto) favorevole e
sensato di reagire e di procedere. Muovendo dalla persuasione che ci sia una
anomalia nel sentire, ci si dispone a contrastarla, provando a contenerla con
farmaci o con tecniche di rilassamento, proponendosi di correggerla, come nella
psicoterapia cognitivo comportamentale, con interventi su (supposti) modi
errati, disfunzionali di leggere e di pensare le diverse situazioni, che
condizionerebbero la risposta emotiva, la reazione giudicata incongrua e
limitante, nociva per i propri interessi. La correzione si propone pertanto di
ottenere che i modi e le risposte date alle diverse situazioni siano finalmente
corretti e validi, favorenti i propri interessi. Tutto sembra non fare una
grinza. C'è però, a starci attenti, il rischio di rimanere imprigionati in un
modo cieco di intendere le cose. In presenza di ciò che accade interiormente si
tende a piegare all'arbitrio della ragione ciò che una parte di se stessi,
intima e profonda, sta mettendo in campo nel sentire, bollato subito, se non
piacevole e discordante con le aspettative, come anomalo e sbagliato, privo di
senso e dannoso. Se ci si leva dalla posizione intransigente e rigida di chi
vuole imporre la verità e la regola a ciò che non conosce, in questo caso a una
parte di sè poco o nulla conosciuta, può aprirsi una riflessione e
riconsiderazione davvero utile e “funzionale” a non rimanere intrappolati nel
pregiudizio e in schemi rigidi. Tutto allora può mostrarsi sotto una luce ben
diversa. Tenendo conto dello stato del rapporto con se stessi, spesso di
lontananza e di non conoscenza del proprio intimo e profondo, disfunzionale, se
proprio si vuole usare questo termine, è il proprio non riuscire, in presenza
di un malessere interiore e di risposte interiori a prima vista strane e poco
piacevoli (siano esse ansia, fobie o altro), a comunicare con se stessi, con
ciò che si sente. Disfunzionale, cioè limitante e non idoneo a sostenere i
propri veri interessi, è non saper fare proprio ciò che il proprio sentire
vuole dire e far intendere, è non comprendere cosa la parte intima, profonda di
se stessi vuole condurre a capire di sè, della propria condizione vera.
Disfunzionale è insistere nel ripetersi le solite cose, nel volere che tutto
giri e proceda a senso unico di marcia, nel concepire come difetto di
funzionamento da correggere, per rilanciare il consueto, ciò che invece ha
tutt’altro senso, importanza e valore e che origina da tutt’altro sguardo, non
estraneo e alieno, ma profondamente proprio, insito nel profondo del proprio
essere. Se l'esperienza interiore disagevole che si vive di fatto è stata così
insistente e continua a incidere con forza, se ha intralciato e
intralcia l’iniziativa verso l'esterno, se non consente di aderire
ai richiami della cosiddetta normalità, del cosiddetto normale funzionamento,
con tutte le sue regole, tipo la necessità di provarsi che si è capaci come
tutti (sarà poi vero proprio tutti?) di stare sereni e di godersi la vita, è
per condurre quasi a forza a convergere su di sè, a portare tutta la propria
attenzione su se stessi, perché ci sono in gioco necessità fondamentali di cui
prendere consapevolezza e cui provvedere. Alla parte profonda non importa
nulla di garantire e di perseguire la normalità, che si faccia come tutti, che
si mantenga o si raggiunga quell'efficienza lì, al profondo interessa che si
metta assieme ciò che manca e che sinora non si è cercato e costruito: intesa e
unità con se stessi, un bagaglio di conoscenze di sè e di guide valide perché
non ci si perda, perché, pur illusi di essere artefici delle proprie scelte,
non ci si faccia guidare e persuadere da altro, perché invece, compreso cosa
profondamente appartiene, si sappia far vivere con fiducia, con
determinazione e con passione ciò che si è, che è autenticamente proprio. La
lettura in termini disfunzionali di ciò che si sente e di ciò che
interiormente accade, anche se sembra sostenuto da buon senso, anche se sembra una
lettura quasi ovvia, non coglie in realtà, non riconosce il significato vero di
ciò che la propria interiorità sta procurando: un forte richiamo, un
invito pressante a occuparsi di se stessi, a riconoscere l’inconsistenza delle
attuali basi di riferimento e di appoggio, la disunione con se stessi, la
spinta a costruire ciò che manca, a comporre l'unità con se stessi di cui non
si dispone. Il proprio sentire oggi è come un che di estraneo. La necessità
vera non è di proseguire indisturbati, di uscire, fare, procedere come sempre,
senza più impedimenti e paura che attanagli, la vera urgenza e priorità, che la
parte profonda del proprio essere non ignora, è di costruire un nuovo rapporto
con se stessi, di coltivare , in stretto rapporto e dialogo col profondo
(rapporto e dialogo che qualcuno dovrebbe aiutare a cercare e a sviluppare,
questa la terapia) ciò che serve per avere una identità davvero propria e
un bagaglio di scoperte, di conoscenze, una nuova condizione di
unità e di sintonia con se stessi, di cui si è privi. Ci si dà come regola
quella di ristabilire o di raggiungere la normalità, di riuscire a andare, a
fare questo o quello come fan tutti, intendendo questa come la giusta e ovvia
regola funzionale per se stessi, perciò ci si definisce e ci si lascia definire
come disfunzionali, convinti che sia questo il bene da inseguire, convinti che
sia verità evidente che saper vivere significhi ottenere le prestazioni
che oggi sono non casualmente intralciate da una parte di se stessi.
Questa parte di sè profonda ha giustamente e saggiamente in mente altro per se
stessi come urgenza e come bene da cercare e da costruire per affrontare,
poggiando saldamente su di sè, con piena aderenza e sintonia col proprio
intimo, con capacità di scoprire e sapere cosa si vuole e come lo si
vuole, il proprio futuro. I segnali che la parte profonda dà nel sentire sono
tutt’altro che segni di malfunzionamento, che risposte alterate che nuocciono e
fanno solo danno. Se la costruzione della propria personalità e dell’impianto
della propria vita è malfatta, più a copia d’altro, che di matrice propria, se
è posticcia e inautentica, perciò incapace di garantire la propria vera e
originale realizzazione, l’ansia, il senso di fragilità, di instabilità e di
pericolo cui in simili condizioni si è esposti ha sì o no un senso e una
capacità di dire? Disfunzionale non è il proprio sentire nelle sue espressioni
solo in apparenza sgangherate e anomale, ma è stare al di qua della presa di
coscienza del vero di se stessi e della propria condizione, della necessità di
profondo cambiamento, che quel sentire sta spingendo a riconoscere,
disfunzionale e niente affatto favorevole ai propri interessi è dare per
affidabile la marcia solita, insistendo sulla tenuta e sul rilancio di un
modello astratto di efficienza e di capacità di riuscita, non dando retta ai
richiami intimi e profondi, tutt’altro che stupidi e insensati, tutt'altro che
nocivi e sfavorevoli ai propri interessi, che con insistenza si fanno valere
dentro di sè. Purtroppo le questioni interiori, ciò che c’è veramente in gioco
in una crisi e in uno stato di sofferenza interiore sono spesso incompresi e
fraintesi.