domenica 25 novembre 2018
Fa male tenersi tutto dentro?
giovedì 1 novembre 2018
La trappola della idea di malattia
La patente di malato con la sua bella etichetta
diagnostica, spesso invocata da chi vive una condizione di sofferenza
interiore, per confermarsi vittima di ciò che sta provando, per porlo in stato
di quarantena e di controllo come fosse un morbo di cui liberarsi, una minaccia
da cui difendersi e da rendere bersaglio di presunte cure che la combattano e
che la facciano fuori, è in realtà la via maestra per portare a compimento la
propria dissociazione, per destinarsi a rigida chiusura verso la propria interiorità.
La vita interiore non risponde alle attese e alle pretese di regolare
funzionamento così come concepito dal senso comune, così come auspicato dalla
parte razionale dell'individuo, che, se chiusa al dialogo con la componente
intima e profonda, non fa altro che rigirarsi nel pensato comune, unica fonte,
unica ispiratrice dei propri pensieri. La vita interiore è lo specchio e la
traduzione in essere dell'intelligenza profonda. Dentro di noi c'è una parte
tutt'altro che sprovveduta che tiene conto nell'esperienza non delle apparenze
ma della sostanza, non della superficie ma del dentro, che coglie e riconosce
ciò che muove ogni gesto e ogni azione, che anima ogni risposta, che non
trascura di riconoscere il vero dell'esperienza, che non è incline a coprire,
ma a svelare, che non ha come suo intento cavarsela e risolvere, ma capire, non
ottenere risultati, ma riconoscerne la qualità vera, la conformità a se stessi.
Che lo si voglia o no, che lo si sappia o no, c'è una parte intima e profonda
del proprio essere che non è gregaria del rimanente, che ha forte tempra e
autonomia, che insiste nel dare segnali utili e essenziali per calarsi nel
vero, per non stare nell'illusorio, per non barricarsi nella consapevolezza
truccata e di comodo, nell'idea di se stessi che ha più sostegno nello sguardo
comune che nel proprio. E' la parte di se stessi che ha più vicinanza con le
proprie intime ragioni d'esistenza, con il proprio potenziale da coltivare e
sviluppare, che vuole crescita e formazione di pensiero vero e fondato,
autonomo e di sostanza e non spiantato anche se ben congegnato come quello
usuale e ragionato. Quella profonda è la parte di se stessi che non si lascia
incantare dalle inventive e dai prodotti a volte tanto ingegnosi quanto sterili
del ragionamento, che non si fa tirare e portare da suggeritori esterni più o
meno manifesti, che sa vedere la pochezza di essere individuo realizzato
secondo canoni comuni, ma gregario e passivo nell'aver fatto propria un'idea di
vita e di riuscita già concepita e altra da se stesso. La componente profonda
del proprio essere non è della partita e della corsa a fare ciò che secondo
altri e secondo idea prevalente è il meglio o è il possibile della vita. La
parte profonda scuote e agita le acque interiormente per sollevare il problema
del proprio muoversi senza aver mai cercato radice dentro se stessi, del
proprio blaterare e dell'affannarsi a inseguire, a riprodurre, a stare dentro
un'idea di vita che non ha nulla di vicino, di scaturito da se stessi. Tutta la
inquietudine e il malessere interiore, con le sue diverse espressioni che in
molti, che si sono definiti portatori di pensiero scientifico, hanno preferito
catalogare e etichettare per sottoporle a trattamenti che le contrastassero e
che le raddrizzassero, ma che, se sapute intendere, segnalano puntualmente la
fisionomia del proprio modo di condursi, la problematica dell'essere lontani da
contatto, da capacità di rapporto e di dialogo con se stessi, è e vuole essere
invito fermo a fermarsi per capire, per capirsi, riconoscendo questa come la
priorità. La priorità non è spingersi avanti come se tutto di se stessi fosse
implicitamente valido e scontato, non è avere a cuore i risultati soliti e
contingenti, ma è finalmente prendere visione di come si sta interpretando e
svolgendo la propria vita, su quali basi e guidati da cosa. La priorità,
secondo la parte profonda di se stessi,
è rendersi conto che, amputati di un rapporto aperto e fecondo col
proprio intimo, non si è niente e nessuno, si è solo ciò che sta dentro una
parte e un'idea già confezionata, che senza il supporto dello sguardo e del
consenso comune non starebbe in piedi. Al profondo di se stessi preme che non
si arrivi al capolinea della vita senza aver capito nulla, senza aver provato a
sostituire l'illusione con la sostanza, la maschera dell'esistenza con
un'esistenza con il proprio volto, la vita in conformità a altro con la vita
propria, il pensiero rimasticato e nel coro col proprio finalmente cercato,
coltivato e messo al mondo.
venerdì 21 settembre 2018
La lingua batte dove il dente duole. La gelosia
giovedì 13 settembre 2018
La scelta
venerdì 24 agosto 2018
Riprendere in mano la propria vita
Docile non è...
La propria interiorità non sta affatto nei
confini della cosiddetta normalità, dentro quel campo delimitato, dove tutto
dovrebbe svolgersi secondo previsione e programma, senza scosse e senza
sorprese sgradite, non dando disturbo, non recando fastidio. Docile a simili
aspettative e pretese non è il proprio profondo, perché ama la vita, perché non
accetta i pastrocchi e le illusioni che l'altra parte, quella conscia, che, si
crede superiore in affidabilità e capacità di giudizio, confeziona. La parte
conscia, in presenza di crisi e di malessere interiore, che vorrebbero riaprire
i giochi, condurre a un serio riesame della propria vita, del proprio modo di
condurla, reagisce e si allarma, spesso, senza tanti indugi, strepita e sentenzia,
giudica e dispone, senza capire e intendere se non i propri pregiudizi, non si
fa scrupolo di aggredire la parte intima, di mortificarla, dandole della
balorda, della sciagurata, dell'incapace e della malata. La conferma autorevole
non tarda a venire. Etichette diagnostiche, che fanno di ogni erba un fascio,
per definire, meglio sarebbe dire per marchiare (e da lì avviare a trattamento
normalizzante farmacologico e non), con pretesa aria di sapere indiscusso e di
scientificità, esperienze interiori, tanto impegnative e disagevoli quanto
uniche e cariche di senso, con cui non si ha né volontà, né capacità di entrare
in rapporto, cui ancor meno si è disposti a riconoscere intelligenza e capacità
propositiva, sono il suggello di un atto ostile, anche se non riconosciuto come
tale. Un atto ostile contro parte di sè e a proprio danno, pur con l'aria di
procurarsi benevola cura, di darsi aiuto. L'interiorità non si piega, non si fa
addomesticare, insiste, ogni suo rinvenire forte e risoluto incontra risposta dura
e ancora ostile, la squalifica prosegue e la parte conscia parla di ricaduta di
malattia. Beata ingenuità di una parte di sé, tanto arrogante e spiccia nei
giudizi, quanto ignorante! Ho dedicato la mia vita a rivalutare e a
valorizzare, a difendere e a rendere giustizia e dignità alla parte
bistrattata, la più saggia in realtà, la più capace, insostituibile nel ridare
a ognuno dignità, forza e spessore di individuo pensante e consapevole e non di
pecora vagante senza meta propria e senza progetto, in forte e stretta sintonia
col gregge piuttosto che con se stesso. L'interiorità è valida, irremovibile
nel suo intento di testimone del vero, di promotrice di crescita, di
realizzazione umana autentica e non d'immagine e fasulla, l'inconscio è una
risorsa straordinaria e ai più sconosciuta nella sua vera natura e potenzialità
di fonte di vita e di pensiero. Ho cercato e cerco di aiutare l'altro a non
ripudiare parte di sé preziosa e affatto nociva, a non spararle contro per
liquidarla senza entrarci in rapporto e senza conoscerla, continuerò a aiutare
l'altro a non fuggire sciaguratamente da se stesso.
martedì 21 agosto 2018
La propria strada
Quanto c'è nel malessere interiore che abbia a che fare
con la conquista della capacità di aprire e di seguire fedelmente la propria
strada? Tantissimo. Capita che, sia nel modo di leggere il significato della
propria esperienza, che di intendere le ragioni e gli scopi della propria vita,
ci si faccia portare e dirigere, spesso inconsapevolmente, da idee preconcette
e da modelli comuni, che si incardini il proprio pensiero su schemi soliti e lo
si muova dentro percorsi già segnati. Nulla però nella comprensione del senso
di ciò che si sperimenta, così come nella scoperta dei percorsi da seguire e
delle mete della propria vita, può essere dato per scontato e consegnato a
visione e a regole generali e prefissate. Per fare salva la scoperta delle
proprie vere potenzialità e ragioni d'esistenza, la comprensione e il
perseguimento dei propri originali scopi è importante non andare a rimorchio di
nulla, è essenziale conoscersi profondamente e trovare risposte dentro se
stessi e consone a se stessi. Non si è soli, dentro di sè, nel proprio intimo e
profondo il più valido e affidabile interlocutore, il miglior aiuto per
capirsi, per capire. La vicenda interna, tutto ciò che accade e che si muove
nell'esperienza interiore, è lo stimolo e la guida valida e sicura che può far
recuperare a ognuno la capacità di entrare in sintonia con se stesso, di
capirsi, di orientarsi. Può essere comodo e capita assai di frequente che farsi
portare da idee e da esempi comuni, da modelli prevalenti sostituisca il carico
della propria ricerca. Nel rapporto con la propria esperienza, se si vuole
sviluppare pensiero autonomo, è fondamentale imparare a fare saldo riferimento
al proprio sentire, che dell'esperienza sa rivelare le implicazioni e il volto
più integro e vero. E' importante e decisivo trarre da lì risposte sincere e
fondate, evitando di affidarsi a risposte confezionate col solo ragionamento,
che, spesso tese a tutelare la propria immagine e la continuità dello stato
presente, a darsi conferme e a porsi al riparo da rischi di instabilità e di
perdita di consenso, aumentano la distanza da se stessi e dal vero. Darsi
risposte non coerenti con se stessi, che non rispecchiano e che non sono in
sintonia col proprio sentire, che offrono agio e rassicurazione, a volte o
spesso omettendo chiarimenti stringenti e parti scomode e passando oltre,
equivale a chiudere al confronto con se stessi, a privarsi della possibilità di
capire, di conoscersi, di sviluppare conoscenza. Farsi persuadere e dirigere da
altro nelle proprie scelte significa divergere da se stessi, non comprendere
nell'intimo di sé le ragioni e il volto di ciò che ha valore per se stessi, che
si ama e che si desidera far vivere, non trovare la forza e la passione di
seguire la propria strada, optando viceversa per ciò che per senso comune pare
più valido e conveniente. Se la modalità passiva di farsi condurre e sostenere
nei propri ragionamenti e nelle proprie scelte da attribuzioni di significato e
da idee preconcette, da giudizi di valore e di opportunità precostituiti, che anticipano
e che sostituiscono le scoperte che sarebbe possibile fare ponendo a guida del
pensiero e al centro del proprio sguardo il proprio sentire, è facilmente
camuffata e equivocata come modalità attiva di pensiero e capacità decisionale,
se i tentativi di accomodarsi con le abilità e con le astuzie del ragionamento
il significato della propria esperienza e delle proprie scelte, sono spesso
accreditati come affidabili e sinceri modi di capire se stessi, non sono di
certo né equivocati né presi per buoni dalla parte di sé profonda, che non
ignora, che non chiude gli occhi sul senso vero di tutto ciò che ci accade. La
modalità passiva di procedere, di svolgere pensiero, che chiude gli spazi di
ricerca propria e approfondita, che scambia il ragionato per il vero,
profondamente non passa inosservata, non è sottovalutata nelle sue serie
implicazioni, non è pacificamente accettata. Non per caso interviene con
decisione la risposta interiore nella forma del malessere, che vuole segnalare
il problema e evidenziare i punti critici del proprio modo di condursi, di
stare in rapporto non aperto e non dialogico con la propria interiorità, spesso
lontani e scissi dal proprio intimo sentire, senza possibilità e capacità
dunque di esplorare e di riconoscere con i propri occhi il vero senza
ipocrisie, senza veli e compromessi, senza forzature e distorsioni. E' questo
un punto centrale, messo in risalto spesso da vissuti di ansia, che
interiormente non danno tregua e che battono forte, non casualmente e non certo
insensatamente, perchè, senza salda unità e corrispondenza col proprio intimo,
senza il supporto e la guida della propria interiorità, si è, a dispetto di ciò
che si vorrebbe farsi credere, deboli e sguarniti, in perenne stato di
precarietà e di smarrimento, più confusi da ragionamenti che messi nelle tracce
del vero, a rischio perciò di muoversi senza bussola e senza capire nulla.
Senza capacità di ascolto e di
valorizzazione piena e fedele del proprio sentire, che accompagna interiormente
tutta quanta la propria esperienza, si è privi infatti della possibilità di vedere, di aprire il proprio
sguardo, di accedere alla comprensione del senso, del vero, di fondare su
questa la propria crescita e forza, la propria capacità di autogoverno, di
concepire e di sostenere scelte davvero corrispondenti a se stessi e non
ispirate e trainate da preferenze comuni e da modelli predominanti. Privi di
guida interiore è fatale infatti che ci si rivolga e affidi, che si cerchi
accordo con guide esterne, seguendone le indicazioni, obbedendo e
disciplinandosi alle loro regole e postulati, facendo proprie le soluzioni che
il modo di concepire comune e di condursi offrono. Senza ricerca aperta e
propria, senza riflessione guidata dal proprio sentire, è fatale che ci si
affidi a idee e a propositi illusoriamente propri e capaci di tradurre le
proprie necessità e aspirazioni, ma in realtà imitativi d'altro, tenuti su e
fatti valere più da senso comune e da autorità esterna che da personale intima
profonda conoscenza e persuasione. Questo accade anche quando, sposando idee di
cambiamento, collocandosi sul terreno della critica dell'esistente,
dell'anticonformismo, delle posizioni e opzioni alternative, ci si illude di
aver cambiato tutto, di essersi affrancati e di aver rotto i vincoli di dipendenza
e di adesione al comune e prevalente. La parte profonda di sè non coltiva e non
conferma l'illusorio, dà segnali di crisi, rompe gli equilibri, per spingere,
senza indulgere alle scorciatoie e senza fare sconti, a verifiche attente,
evitando di vedersi estranei a ciò che, contestato e messo sotto accusa, invece
dentro sé è ben presente e tutto da capire, spingendo a vedere anche nel
presunto nuovo quanto c'è ancora di dipendente da altro, da suggerimenti e da
conferme esterne. L'inconscio vuole promuovere cambiamenti veri e frutto di
presa di coscienza lucida e senza trucchi, senza omissioni di comodo, senza
pretesi cambiamenti e progressi privi di sostanza e di fondamento.
L'interlocutore interno, il proprio profondo è ben più attento e vigile, ben più
capace di garantire stimoli di crescita vera di qualsiasi interlocutore
esterno. Accade che, coinvolto da malessere interiore, l'individuo spesso si
irrigidisca nell'autodifesa, che sia più incline a volersi ricondurre
nell'alveo solito e conosciuto, a darsi conferme della propria sostanziale
sufficienza, che a fermarsi a riflettere e a ripensarsi, che anzi spesso
rivendichi con forza di eliminare il malessere, per tornare alla condizione
precedente, come se quella fosse l'unica via di salvezza e promettente, l'unica
modalità possibile e credibile, come se tutto della propria dotazione e modo di
procedere fosse a posto e il malessere
fosse solo un incomodo, un freno, un intralcio maledetto. Chi ancora non ha
cercato dentro sè le risposte, accogliendo le proposte e le guide del proprio
profondo, non riesce a considerare possibile se non il già conosciuto. E’
inevitabile che, per conquistare autonomia e capacità di farsi fedele
interprete di se stesso, ognuno debba compiere, con l'aiuto adatto, un lavoro
su se stesso di trasformazione profonda, che segni prima di tutto un
cambiamento di rotta, mettendo in primo piano e coltivando lo scambio e il
dialogo con se stesso, con la propria interiorità. La propria interiorità offre
l'occasione di prendere visione della propria dipendenza da altro, che,
sostitutivo della propria conquista di visione e di consapevolezza, istruisce e
guida, che offre risposte pronte e percorsi già segnati. Avvicinata e
rivisitata dentro una riflessione attenta (spesso sono i sogni a guidare la
ricerca proprio in questa direzione), l'abituale modalità di pensiero,
illusoriamente intesa come capacità di pensiero proprio e indipendente, si
rivela in realtà fatta di presa in prestito e di ricalco di idee e di
attribuzioni di significato e di valore per nulla originate da esperienza, da
ricerca e da comprensione proprie. Solo l'avvio deciso di un percorso
riflessivo e di creazione di idee proprie, di scoperta di significati,
alimentata dal dialogo con la propria interiorità, nutrendosi di ciò che il
profondo sa dare, può rompere gli abituali vincoli di dipendenza da pensiero
comune e da modelli prevalenti, la tendenza, anche dentro elaborazioni
razionali che paiono ingegnose, alla riproduzione automatica di idee e di
attribuzioni di significato convenzionali. Le vicende interiori, ciò che vive
nell’intimo di ognuno sono il luogo della ricerca, sono il terreno fertile e
prezioso, insostituibile della presa di coscienza e dell'avvicinamento a se
stessi. Se corrisposta da disponibilità
a concedersi al sentire, anche se arduo e doloroso, da capacità di ascoltarlo,
di intenderne voce e proposta, l’interiorità di ognuno sa dare le giuste guide
per fare chiarezza, per uscire da modi impropri di pensare e di concepire la
propria vita e il proprio essere, per entrare nel vivo della conoscenza, per
liberare la propria progettualità, per comprenderne le ragioni e per investire
sulle proprie scelte. Il sentire in tutte le sue declinazioni (non filtrato,
senza discrimine e contrapposizione tra sentire buono e cattivo, bello e
spiacevole, normale e anomalo) e i sogni sono la via maestra per capirsi e per
capire, per trovare il proprio originale sguardo sulla propria vita, per
comprendere, in modo vivo e fondato, non razionale e astratto, le sue ragioni
profonde e vere, ciò che a partire dal profondo del proprio essere vuole vivere
e fedelmente a se stessi. I maestri di vita esterni, ce ne sono a bizzeffe e di
ogni tipo, le loro lezioni non hanno nulla a che fare con ciò che la propria
interiorità sa dire e far comprendere. Maestro vero e affidabile di vita e di
pensiero, consono e fedele a se stessi, è soltanto il proprio profondo. Va
scoperta la sua grande affidabilità e capacità. L'analisi, quella ben fatta, è
proprio questo che sa svelare e dare. La posta in gioco: aprire e seguire
fedelmente la propria strada.
martedì 31 luglio 2018
L'importanza di non travisare
L'interiorità si fa in quattro per
coinvolgere la parte cosiddetta conscia, che spesso di consapevolezza vera ne
cerca e ne forma assai poca, per farle capire che c'è necessità vitale di
prendere visione attenta di come si è e di provvedere a costruire, a formare
quanto manca per essere all'altezza di individuo con propria identità e
progetto. L'interiorità non vuole chiudere gli occhi e preme facendo capire che
non c'è urgenza di fare e di proseguire come sempre, senza perdere colpi, che
l'urgenza è ben altra. Ostinatamente lancia l'allarme, il profondo dell'essere
strattona anche con forza la parte di sopra, ponendo intralci alla sua pretesa
di quieto vivere, alla sua propensione a gettarsi fuori, come se il fuori fosse
l'unica risorsa e riferimento, l'unico habitat possibile, rifuggendo il luogo
intimo, dello stare in contatto con se stesso, col proprio sentire, come fosse
irrilevante e senza promessa, un niente da evitare, dentro cui non sostare,
perchè ci sarebbe sempre bisogno d'altro per vivere e, per dirla giusta, per
non perdere il passo con qualcosa che non si sa bene perchè, ma che tutti
dicono essere normale. L'interiorità non recede e insiste nella volontà di
porre al centro dell'attenzione non le illusioni, non la voglia matta, questa
sì matta, di proseguire e basta, ma non c'è verso, le capita solo di essere
oggetto di improperi (del tipo di: maledetta ansia!), di giudizi senza ascolto,
di sentenze senza appello, casomai sotto forma di diagnosi, di prese di misura
curativa che altro non sono che purghe per spazzare via ciò che è inteso solo
come disturbo e patologia. Il quadro è questo, ma i travestimenti in forma di
cura di risposte sorde e ostili all’interiorità e i travisamenti sono
infiniti e ferrei. Ne sono esempi, ben sostenuti dall'ideologia dello star bene
purchessia, casomai nel segno del non aver di mezzo dubbi e domande, la cura
che vuole mettere a posto e a tacere l’interiorità con i farmaci, quella
che vuole risanare e correggere con tecniche per eliminare ciò che considera
anomalo e disfunzionale. E poi ancora la cura che, con pretesa di essere
introspettiva e analitica, vuole spiegare i presunti perchè di ciò che,
interiormente impegnativo e difficile, non sa ascoltare in ciò che vuole dire e
far capire, cui soltanto va a cercare con lunghi giri le presunte cause per
levarselo di torno, per liberarsi dell’incomodo di qualcosa, che in partenza
terapeuta e paziente giudicano l'esito infelice di un danno patito, di un
passato sfavorevole, una sofferenza residua frutto di condizionamenti negativi,
di traumi subiti, travisando, travisando. Con ostinata sicumera si travisa come
disturbo da togliere e guasto da sanare ciò che l'interiorità vuole, a ragion
veduta, dire e dare, la consegna, che certamente impegnativa, ma a misura e a
altezza di essere umano, vuole portare a cambiare profondamente, a diventare
soggetti consapevoli e artefici della propria vita e non passivi traduttori di
un'idea di vita già scritta, con parte da interpretare e sceneggiatura belle
che pronte. Il profondo ha capacità di vedere vuoti e assenze, vuoti di sè, di
pensiero proprio, di capacità di leggere nell'intimo e senza veli il proprio
modo di essere e di procedere. Se ancora non si sono trovate le proprie
risposte alla propria vita e se ancora non si hanno radici in se stessi, come
si può pretendere di proseguire integri e imperterriti, come se tutto fosse
scontato e già risolto? Se una parte di se stessi vede e non ignora il problema
è assurdo e patologico o è comprensibile e sano che si faccia in quattro per
sollevarlo, strafottendosene della preoccupazione che domina l'altra parte di
sè di proseguire comunque e basta, di non perdere il passo con gli altri? E'
importante non travisare.
domenica 1 luglio 2018
La cura
Per chi vive uno stato di sofferenza interiore si pone il
problema del che fare, di come prendersi cura di se stesso. Pare evidente e
scontato che far cessare quanto prima il disagio, che togliersi o farsi
togliere quel carico interno difficile e sofferto sia la soluzione più
desiderabile e propizia. Pare, ma una riflessione attenta merita di essere
fatta. Tutta l'esperienza interiore, emozioni, stati d'animo, pulsioni,
complessi svolgimenti interiori, non è mai casuale o automatica risposta e
semplicemente condizionata da stimoli esterni, bensì è mossa e regolata da
parte profonda, dall'inconscio, con lo scopo di rendere comprensibile di volta
in volta qualcosa di utile e necessario. L'intento dell'inconscio è di
segnalare, attraverso il sentire e i movimenti della vicenda interiore, il
vero, complicando e correggendo la visione conscia razionale, spesso miope e
distorta da preconcetti e da interessi immediati di auto rassicurazione e
conferma, oltre che pigra e inerte nel cogliere i significati più profondi e le
implicazioni della propria esperienza. I sogni sono poi il modo in cui il
profondo dà il meglio e il massimo di sè e della sua capacità di indirizzare la
presa di coscienza, la conoscenza di se stessi. Fatta questa premessa,
necessaria per chiarire con cosa ci si rapporta quando si avvicina l'esperienza
interiore, in qualsiasi forma essa si dia e si manifesti, anche nelle forme del
malessere interiore, si può cominciare a riflettere su cosa implichi davvero trattare
in un modo o nell'altro ciò che si vive dentro se stessi, se come un meccanismo
da regolare a piacimento, da contrastare e correggere quando ritenuto anomalo e
mal funzionante, se invece come un'intelligenza profonda, componente preziosa
di sè, del proprio essere, da rispettare, valorizzare e comprendere per farne
propri i contributi. Se una parte di sè, quella profonda, che usa come voce e
linguaggio il sentire, avanza una proposta, smuove, cerca proprio attraverso il
malessere di calare nel vivo della consapevolezza di qualcosa di decisivo e di
importante (se così non fosse non farebbe tanto rumore), la risposta più utile
e saggia, più attenta a sé, ai propri interessi sarebbe in realtà di intendersi
con questa parte intima di se stessi, di collaborare nella presa di visione del
problema, che la propria interiorità sta cercando di far capire, di rendere
priorità assoluta. Capisco che non è facile entrare in questa prospettiva,
quando, come dicevo all'inizio, imperante è l’idea, ritenuta ovvia, che, se si
sta soffrendo, la cosa migliore da farsi a proprio vantaggio sia spegnere al
più presto, dissolvere e scacciare ciò che, perché disagevole e sofferto, si
ritiene faccia solo danno. Se poi questo modo di intendere la sofferenza
interiore e la cura, con la proposta pronta di soluzioni farmacologiche e non,
è sostenuto da una non piccola schiera di esperti e di terapeuti vari, questo
pare dare solida e "scientifica" conferma a una tendenza già ben
presente nella mentalità comune. Pare consono e favorevole a se stessi, ma
questo modo di pensare la propria condizione e il prendersi cura di se
stessi, di definire ciò che andrebbe a
proprio vantaggio è un gran tranello in realtà. Se una parte di sé, intima e
profonda, non un che di alieno, lancia l’allarme, fa il diavolo a quattro per
far intendere che c’è un problema decisivo, per smuovere e già indicare nella
crisi l’insostenibilità degli attuali equilibri, di costruire dentro se stessi
qualcosa di nuovo, che ancora non c’è, se dà attraverso il sentire le prime
tracce per iniziare a vedere e a capire, se a ciò si risponde facendo guerra al
richiamo e mettendo in campo ogni sforzo possibile per levarsi di torno in
fretta la difficile esperienza interiore, senza raccoglierne il messaggio e la
proposta, il danno, questo sì reale, a cui ci si espone è duplice. Da un lato
ci si condanna a rimanere ciechi e ciò che la parte profonda di sé in modo
lucido e previdente ha visto necessario capire, cambiare e ricostruire di sé,
lo si butta tra i rifiuti, dall’altro si alimenta, si consolida e si rende
inossidabile uno stato di diffidenza, di paura, di disunione con se stessi.
Sono le storie tristissime e interminabili di paura di star male ancora, che
ricapiti, stando sul chi va là perennemente contro parte intima di sé, temuta,
sempre più temuta e sempre più incompresa. Va aggiunto che per capire e per
assecondare il proposito di trasformazione che viene dal profondo e di cui il
primo atto necessario è la crisi, l’interruzione del corso solito, la presa
forte del sentire, che di fatto impone di dare assoluta precedenza alle vicende
interiori, maggior peso al dentro, all’intimo di sé, rispetto al fuori, va
fatto un lavoro adeguato, con l'aiuto di chi sappia impostarlo e guidarlo. Non
può esserci crescita e trasformazione senza coltivarle, senza rendersene parte
attiva e consapevole. La ricerca di soluzioni veloci si regge spesso sulla
comodità di rendersi solo oggetto passivo di cura con qualche pillola buttata
giù, eventualmente con l'applicazione di qualche consiglio e prescrizione di
comportamento, sull'indisponibilità a un lavoro più impegnativo con
l'argomentazione che non è accettabile l'idea di un impegno di tempo più
consistente per perseguire un risultato utile. Accade poi in realtà che il
tempo passi comunque e che a distanza di anni ci si ritrovi al palo, che tutto
rimanga uguale, anzi peggiori, vista la convivenza armata con se stessi, che
limita e deteriora sempre più la propria esistenza. La scelta di aprire dialogo
e confronto con il proprio intimo e profondo, di essere aiutati a farlo, è
certamente più impegnativa che buttar giù pillole o farsi dare velocemente
qualche spiegazione e dritta, ma va considerato quanto può valere. La scelta
che paga davvero non è infatti di ingaggiare la guerra, sotto forma di cura,
contro il proprio intimo sentire, ma di imparare ad ascoltarlo e a comprenderne
il linguaggio e la proposta, di lavorare su di sé in accordo e sotto guida di
questa parte di sé profonda per raggiungere qualcosa di importante e di
irrinunciabile per sè, per trovare finalmente accordo e unità di visione e
d’intenti con se stessi. Comunicare a tutto campo col profondo è possibile. Il
profondo è la parte di noi, che dove serve, pur sfidando interessi immediati da
cui la parte “alta”, cosiddetta conscia, non intende staccarsi e oltre i quali
non sa vedere, smuove con decisione, avendo chiaro l’esito cui andrebbe
incontro la propria vita senza una fondamentale svolta e rinascita. Ciò che
sembra sciagurato, la crisi, in realtà è richiamo potentissimo di questa parte
profonda, per trarsi in salvo, per far tutto ciò che serve allo scopo. Una
maturità di facciata, una consapevolezza di sé che spesso si sorreggono più
sull’accordo e sul consenso dell’esterno che su visione fondata e propria, un
senso della propria esistenza che cerca e trova sponda nell’esempio e nel
modello di altri, nel "normale" comune modo di pensare e di concepire
la vita, non portano certo a capire e a realizzare i propri scopi e a fare
della vita la propria vita. Nel profondo di ognuno ci sono le ragioni della
propria vita oltre che l’animo, la tempra e l'intelligenza adeguate per
diventare individuo davvero consapevole e davvero autonomo, capace di trovare
le proprie risposte, di riconoscere da sé e attraverso sè ciò che vale e
perché, di capire i propri scopi e non di farseli suggerire, definire o
delimitare da altro e da altri. Il lavoro su di sè guidato dal profondo,
principalmente attraverso i sogni, conduce a verifiche attente e a tratti
impegnative, anche dolorose sul cammino della propria crescita, così come a
scoperte di significato nuove e inattese, lucide e feconde, portando anche chi
avesse in precedenza tentato di afferrare con la sola inventiva del
ragionamento nuove possibilità di espressione di sè o di percorso, senza però
vero incontro e intesa con se stesso, a procurarsi ben diversa e fondata
consapevolezza e conseguente autonomia, capacità di decidere della propria
vita. Il dialogo quotidiano che ho col profondo da oltre trent’anni nel mio
lavoro di analista, soprattutto ascoltandolo nei sogni, dove meglio il profondo
dice le sue ragioni e comunica il suo pensiero, mi hanno fatto e mi fanno
vedere ciò che sto dicendo. Chi ha saputo raccogliere e fare sua la proposta
del proprio profondo si è reso conto, con l’avanzare dell’esperienza analitica
sempre di più, di quanto fondate e valide fossero le ragioni della crisi, di
quanto importanti e irrinunciabili i cambiamenti generati, aperti e resi
possibili proprio da quel che all’inizio aveva vissuto solo come minaccia e
calamità di cui sbarazzarsi. La risposta ideale alla crisi e alla sofferenza
interna è dunque aprire dialogo vero, che significhi ascolto e comprensione di
ciò che l’intimo di sé dice nel sentire e nei sogni, risorsa preziosa, di
straordinario e insostituibile valore per condividere pensiero e intenzioni del
proprio profondo. Capisco che non sempre la stessa psicoterapia sa muovere
simili passi e offrire una simile apertura a se stessi, ma considero tutto
questo che ho scritto non una sofisticheria, ma un bene essenziale di cui in
molti dovrebbero fruire, per non condannarsi a rimanere scissi e di continuo
timorosi del proprio intimo sentire, in guerra perenne con la propria
interiorità, perdendo l’occasione di trovare, dentro e in unità con se stessi,
la propria vera salvezza.
martedì 26 giugno 2018
La vera patologia
domenica 27 maggio 2018
Idee tanto diffuse quanto improprie
domenica 11 febbraio 2018
La concezione piatta
Le probabilità, dentro un'esperienza di
sofferenza interiore, di pensare subito al rimedio, al modo per superare ciò
che, senza dubbi e esitazioni, è inteso soltanto come uno stato negativo da
correggere, sono elevatissime. Sembra risposta sorretta da argomenti ovvi e
inconfutabili. Si dà per scontato che ciò che si sta provando sia il rovescio
di ciò che sarebbe auspicabile e normale. Gli stessi tecnici della cura e
esperti della psiche sono pronti, non certo in pochi, a offrire soluzioni per
mettere le cose a posto, vuoi prescrivendo farmaci, vuoi offrendo tecniche
d'aiuto che vorrebbero togliere e sostituire ciò che è penoso e che non
permette di procedere a cuor leggero, con qualcosa di più felicemente positivo
e funzionale a ritrovare quello star bene che si ha pena d'aver perso o di non
aver mai raggiunto. Terapie che vorrebbero risistemare le cose, togliere le
spine nel fianco, sconfiggere modi di reagire e di sentire giudicati
disfunzionali, che farebbero solo danno, che non avrebbero scopo utile e nulla
di valido da dire, che non saprebbero far altro che creare ostacoli e limitazioni,
pene inutili e superflue. Sarebbero solo il residuo di modi sbagliati di vedere
e di pensare, insomma scorie e difettosi modi di funzionare, casomai dettati da
cattivi condizionamenti educativi e culturali o da adattamenti a situazioni
sfavorevoli divenuti via via sconvenienti e controproducenti. Questo modo di
leggere l'esperienza interiore è conforme e parte di una visione dell'individuo
tutta a senso unico di marcia e piatta. Se non si sta in buon equilibrio
apparente, se non si procede in modo sciolto e senza freni e ostacoli
interni, bisogna adoperarsi per correggere gli attriti e le disfunzioni, perché
tutto giri a meraviglia. L'individuo deve usarsi al meglio e esprimersi come
serve per stare in buona armonia con l'esistente e con le idee di normalità e
di buon funzionamento comuni e prevalenti, questa la regola e il principio
della concezione piatta. La vita fatta e concepita con prioritario e unico
riferimento all'esterno, all'esistente, all'insieme organizzato e pensato,
confermandone, passivamente, il disegno, il linguaggio e i significati,
rendendo cruciali, essenziali i legami con altro e con altri, consacrando il
tutto come "la realtà", da non perdere mai di vista e con cui non
perdere mai contatto pena il rischio di sentirsi persi, psicologicamente come
senza guida e senza risorse, senza ossigeno da respirare, tutto questo delimita
e consente, senza alternative, la concezione piatta. Che l'individuo abbia
facoltà e necessità irrinunciabile, pena il rischio di non esistere come
soggetto, di vedere in proprio e riflessivamente (come guardandosi allo
specchio) ciò che sta facendo di se stesso, di cercare risposte su ciò che è
come individuo unico e originale e non fatto in serie, su ciò che porta dentro
se stesso, risposte non certo già confezionate e a pronto uso, ma da trovare, è
questione e esigenza fondamentale che spesso sfugge. Sfugge la necessità di
crescita personale, di sviluppo di autonomia non di facciata, ma sostanziale e
vera, che implica scoprire ciò che secondo se stessi e riconosciuto con i
propri occhi ha senso e valore, senza farsi imbeccare e imboccare da idee già
pronte e in corso, ma attingendo e mobilitando tutto il proprio potenziale
interiore, lavorando con attenzione, di concerto con la propria interiorità,
sulla propria esperienza, attivando il proprio sguardo e capacità di ricerca.
Ciò che più profondamente si sarebbe inclini a amare e a desiderare di far
vivere, ciò che davvero darebbe senso, valore e pienezza alla propria vita può
rimanere sepolto, inaccessibile, tirando dritto e seguendo la concezione piatta
dell'esistenza e delle possibilità che concede. Cercando di zittire col
malessere interiore anche la pressione della propria interiorità a prendere
visione del proprio vero stato e di se stessi, a sviluppare finalmente la
consapevolezza che finora non ci si è curati di formare, si finisce per pensare
e per muoversi nell'unica direzione che la visione piatta a senso unico
consente. Che l'individuo sia fatto oltre che di una superficie di volontà e di
capacità di pensiero razionale (che lavorando da solo, senza la guida del
sentire, più spesso di quanto non si creda, nella conoscenza di se stessi,
ricalca e rigira il già conosciuto, copre la verità anziché svelarla) anche di
una parte profonda, di gran peso e presenza, che nel sentire parla di continuo
e spinge al vero, che nei sogni offre occasioni di pensiero assai vicino e
corrispondente a se stessi, non ripetitivo di altro, aperture lucidissime di
sguardo riflessivo attento e affidabile, tutto questo sembra ignorato. Sembra ignorato
e sembra stare fuori dalla visione e dalla concezione sia di chi sente
malessere e che è alle strette con i richiami e con le pressioni della sua
parte profonda, sia di chi, non in piccola schiera, si offre come terapeuta. La
visione piatta vuole che tutto giri in un'unica direzione, nel verso del buon
regolare funzionamento, ignorando che il complicarsi della vicenda interiore è
espressione di un intervento della parte profonda che non vuole tacere, che
vuole richiamare l'individuo al compito di capirsi e di capire dove sta
conducendo la sua vita e dentro quali vincoli e modalità, di prendere atto di
quanto ignora ancora di se stesso e non ha ancora formato come capacità di
vedere e di concepire a modo proprio. Altro che disfunzioni! Ansia, attacchi di
panico, fobie o cadute depressive, grovigli ossessivi, tutte queste espressioni
della vita interiore hanno da dire e da richiamare a compiti di presa di
coscienza e di uscita da un modo inconsapevole, passivo, uniforme con altro,
incapace di mettere d'accordo il proprio pensare e il proprio sentire, un modo
spesso perdente e vano di spendere la propria vita, a dispetto delle apparenze
e del conforto di opinioni esterne a sé. Nel rapporto con la propria esperienza
interiore, nel modo di considerarla e di trattarla, c'è necessità di liberarsi
da automatismi di pensiero e di risposta, non importa se ampiamente condivisi,
che accecano e che portano lontano da se stessi, c'è necessità di affrancarsi
da una concezione piatta di se stessi e della propria vita, che accredita e che
spinge verso un presunto star bene, che umilia il proprio essere anziché
esaltarlo.
domenica 28 gennaio 2018
La triste sorte
domenica 21 gennaio 2018
L'equivoco del rimedio naturale
Chi non intende che ciò che sta provando, pur
insolito, doloroso, disagevole, ha un senso, che non è patologia da sanare, ma
che racchiude una proposta e un potenziale utile e necessario da imparare a
comprendere e a valorizzare, cerca con affanno e con ostinazione un modo e un
mezzo per mettere a tacere, per sbarazzarsi di ciò che considera solo un danno
per se stesso. Convinto di prendersi in questo modo cura di se stesso e di
difendere i propri interessi, cerca qualcosa che agisca per zittire e per
dissolvere possibilmente ciò che interiormente considera solo un disturbo, una
alterazione che comprometterebbe il suo buon vivere e "normale". La
stessa ricerca delle cause del malessere interiore è una delle opzioni nella
ricerca dei rimedi, concepiti per venir fuori da una condizione disagevole.
Pare scelta più lungimirante e aperta del ricorso a armi chimiche,
farmacologiche impiegate per combattere e per mettere a tacere il malessere, ma
muove sempre dall'idea, meglio sarebbe dire dal pregiudizio, che ciò che
l'individuo sta vivendo interiormente di arduo e disagevole sia uno stato
anomalo e negativo, che va ricondotto a una causa, a un fattore sfavorevole, a
un cattivo condizionamento, a un trauma, che avrebbe provocato un guasto e
compromesso il normale e fisiologico sviluppo. Pare scontato che le cose stiano
così e tutta un'offerta di cure asseconda e alimenta questa idea, l'infermeria
sociale che si propone di curare i disagi interiori offre e suggerisce mille
rimedi, chimici di sintesi o naturali, psicologici. Il rimedio cosiddetto
naturale pare a molti più benevolo e rassicurante, meno rudemente estraneo e
minaccioso di effetti, più o meno collaterali, dannosi del farmaco. Cosa c'è in
questo ricorso a prodotti e mezzi naturali di davvero naturale e nel rispetto
della propria natura? Per chi si sta confrontando con un'esperienza interiore
difficile sarebbe assai utile e opportuno frenare la propria corsa, condotta
con affanno e con ostinazione, alla ricerca dell'arma che debelli il presunto
male, sarebbe importante non cadere nell'illusione che ci sia arma meno
rischiosa e più buona ricorrendo a rimedi cosiddetti naturali piuttosto che
farmacologici. Nelle intenzioni e nell'atteggiamento di chi ne fa uso si
tratterebbe infatti in ogni caso di porsi in urto ostile con la propria
esperienza interiore, facendo leva su un rimedio, su un'arma, naturale o
sintetica che sia, per neutralizzare e togliere di mezzo ciò che sta provando.
E' importante non dare per scontato nulla, è fondamentale interrogarsi su ciò
che il proprio malessere è realmente e può valere, su ciò che significa e
propone, anche se al momento impreparati e senza mezzi per ascoltarsi e per
capire il linguaggio interiore. Solo così si potrà valutare attentamente in
cosa consista prendersi davvero cura di se stessi, cosa sia fare il
proprio bene e interesse. Solo uscendo da facili luoghi comuni si potrà
comprendere quale sia la risposta o se vogliamo usare il termine rimedio, quale
sia il rimedio davvero naturale. La risposta più naturale al malessere e alla
crisi, che rispetti la propria natura e che la assecondi, che non alimenti
dissociazione e conflitto con la parte intima e profonda di se stessi, che
favorisca l'unità del proprio essere, che scaturisca da se stessi e che non si
avvalga di altro e estraneo, è la conquista e l'esercizio da parte propria
della capacità riflessiva, della capacità di accogliere e di riconoscere in ciò
che si sente, che si prova interiormente l'originale e vero significato e la
proposta. Può servire un valido aiuto non già per combattere e per eliminare,
per sradicare il malessere come scopo primario, bensì per imparare a
ascoltarsi, a entrare in rapporto e a raccogliere l'intima proposta del proprio
sentire. Non c'è nulla di peggio, non c'è peggior danno alla propria natura del
porsi in contrasto, del cercare di eliminare, di far fuori ciò che la propria
parte vitale profonda sta dicendo a se stessi attraverso il vissuto, di
considerare pregiudizialmente nemico il proprio sentire, non importa se
disagevole e in apparenza, solo in apparenza, sfavorevole o nocivo. Può
accadere che ciò che si sente intralci il modo consueto di procedere, che la
parte profonda di se stessi soprattutto all'inizio, per incidere, per farsi
ascoltare, per spingere a occuparsi di se stessi e della propria sorte, per
spingere a lavorarci sopra, blocchi o riduca la funzionalità dell'agire,
dell'andare, del fare, che renda il proprio quadro interiore niente affatto
godibile e tranquillo. Ciò però non significa che l'intervento del profondo,
che quanto si sta interiormente vivendo, vada contro i propri interessi più
veri e profondi. Se si sviluppasse, con l'aiuto adatto, capacità riflessiva,
capacità cioè di vedere l'intimo volto e di riconoscere l'autentico significato
di ciò che si sta provando, di capire cosa il proprio sentire sta dicendo e
spingendo a vedere, a conoscere, non si trarrebbe certo danno da simile
rapporto e si scoprirebbe che c'è tanto di nuovo di se stessi da comprendere per
non perdere di vista ciò che per sè più conta. Il normale procedere, che tanto
si teme di perdere e che il malessere interiore sembra intralciare e
compromettere, è spesso infatti forma di pensiero e di procedere imitativa
d'altro, presa in prestito e non coerente con se stessi, rischia di essere
forma vuota e non ricca di sè di condurre la propria vita, più in armonia con
altro e con altri che con se stessi. Il rimedio più naturale al malessere e
alla crisi interiore è recuperarne il potenziale, è farne tesoro, è
comprenderne e assecondarne gli intenti e i pungoli di crescita e di
trasformazione nel verso del conoscere e del diventare se stessi. Viceversa la
corsa al rimedio, che sia farmacologico o naturale poco importa, inteso e usato
come mezzo per tentare di spegnere e di spazzare via ciò che difficile e
disagevole si sente, anche se ritenuta utile e positiva, è in realtà scelta
lesiva della possibile intesa e unità con se stessi, distruttiva di ciò che
potrebbe nascere e crescere dall'incontro e dal dialogo con la propria
interiorità che quel sentire propone, è scelta innaturale, diretta contro la
propria natura.