martedì 30 dicembre 2025

Ancora sugli attacchi di panico

Riprendo il discorso sugli attacchi di panico, tenendo conto della frequenza con cui simili esperienze si propongono, anche e non casualmente in individui giovani. Proverò a dare, tratto da lunga pratica analitica, qualche ulteriore spunto di riflessione. Chi subisce un attacco di panico auspica soltanto che non si ripeta, vuole tornare al più presto alla normalità, al consueto, anche se si sente molto segnato da un'esperienza così estrema, anzi continuamente si sente in apprensione, sul chi va là per la possibile ripetizione dell'attacco, eventualità tutt’altro che rara. In realtà all'attacco di panico non vuole dare retta, non ha come primo interesse quello di capire cosa significhi, a che scopo si sia prodotta dentro di sè una simile esperienza. Il fatto che abbia avuto un carattere così sconvolgente, che abbia investito il corpo in modo così forte e significativo, favorisce l'idea che sia stato un guasto, un evento anomalo assai temibile, una pericolosa minaccia da scongiurare e da debellare. Dopo l'attacco o i ripetuti attacchi le indagini cercate con insistenza sul terreno medico, con esami clinici innumerevoli, con visite specialistiche varie, con test diagnostici ripetuti, alla ricerca di disfunzioni e di patologie possibili nel corpo, vorrebbero da un lato scongiurare l'esistenza di gravi problemi organici e dall'altro soddisfare l'attesa di scovare cause ben definite e circoscrivibili, utili per riuscire a ridurre a problema fisico e a dominare in qualche modo, a porre sotto controllo un'esperienza così inquietante e misteriosa. La lontananza perdurante, anche se poco o nulla riconosciuta, ancora meno considerata questione importante, dal proprio intimo e l'incomprensione abituale della propria esperienza interiore, non aiutano certo chi lo vive a intendere l'attacco di panico non come espressione di un disordine e di una anomalia, come potrebbe apparire, ma come esperienza significativa, non nefasta e capace solo di fare danno, ma propositiva e con un senso e una finalità utile nelle intenzioni del profondo che la scatena. Va subito detto che chi subisce l’attacco di panico ha di se stesso l’immagine di un individuo sostanzialmente, per ciò che più vale e su cui far conto, definito nei confini della sua parte cosiddetta conscia, pensando il resto che vive, che sperimenta dentro se stesso di emozioni e di stati d’animo, di sensazioni e di pulsioni come un corteo di svolgimenti interni, visti in gran parte come risposta automatica e reattiva a stimoli e a circostanze esterne, considerato nell’insieme come una sorta di realtà inferiore, fatta di meccanismi, di espressioni involontarie che vanno possibilmente regolate e tenute a bada, della cui intelligenza e validità come guida di pensiero e di conoscenza non c’è idea e considerazione. Anzi, assecondando l’idea comune, facendo rientrare il sentire e l’esperienza intima nelle espressioni cosiddette irrazionali, assegna loro il limite della scarsa o nulla affidabilità. Dunque che ci sia nell'intimo, fuori dai confini della propria  parte conscia razionale, una parte del proprio essere, niente affatto irrilevante, anzi decisiva, che ha capacità di offrire, come fa continuamente nel corso dell'esperienza, attraverso il sentire e tutti gli svolgimenti interiori, stimoli e proposte  su cui, imparando a ascoltare e a intendere il linguaggio della propria interiorità, del proprio sentire, si può fare conto, cui non si può rinunciare per ritrovarsi, per avere terreno valido e fecondo  per orientarsi, per capirsi, è scoperta di là da venire. Accade così che se qualcosa dentro di sé fa la voce grossa e ricorre alle maniere forti, questo è l'attacco di panico, per far sì che si porti l'attenzione e la preoccupazione su di sé e sul proprio stato, non sullo stato fisico, ma su ben altro attinente il proprio modo di procedere e la sostanza di ciò che si sta facendo di se stessi, questo non venga inteso, che invece si pensi solo a un meccanismo in avaria, a qualcosa di rotto, di anomalo, di cui diffidare, da cui cercare di proteggersi, che ci si convince rapidamente arrecare solo danni. Il grosso turbamento provocato dall'attacco di panico, le conseguenti limitazioni imposte al quieto procedere, i freni, l'intralcio all’andare all’esterno, all’intrattenere le solite attività di relazione con gli altri per paura di nuovi attacchi, angustiano, sono il motivo di preoccupazione principale, unito alla nube oscura di disagio e di paura crescente nello stare in contatto con se stessi.  Chi subisce l'attacco di panico tende abitualmente, come già accennavo, per orientarsi e per capire a affidarsi a altro che non siano i suoi vissuti, le sue sensazioni vere, a accontentarsi di ipotesi e di tesi costruite col  ragionamento, in apparenza coerenti e verosimili, a cercare sponda in idee e comportamenti comuni, vuoi aderendo e conformandosi ad essi, vuoi provando a differenziarsi, trovando comunque sempre supporto, anche se in contrapposizione, in altro da sè già concepito, cercando confronto e intesa con altri piuttosto che con se stesso, con la propria interiorità. Si muove seguendo un'idea di vita e di autorealizzazione date per chiare e comprese, prese comunque da fuori e non cercate e maturate dentro se stesso. Segue e asseconda più l'interesse e l'istanza di stare al passo con altri, di tenere a bada e di rendersi favorevole lo sguardo e il giudizio altrui, che di cercare il proprio, di non perdere terreno piuttosto che di fermarsi a capire, ascoltando e coinvolgendo tutto il proprio essere. Non mette al primo posto, non concepisce come essenziali e necessarie, né la vicinanza e l'intesa con se stesso, con la parte intima, profonda di sé, niente affatto riconosciuta come presenza e parte viva e affidabile di se stesso, né di conseguenza la ricerca del proprio sguardo fondato sull'ascolto e sulla comprensione attenta del proprio sentire. Chi subisce l'attacco di panico crede che basti ciò che racconta a se stesso di sapere di sé e della propria vita, in apparenza credibile e pertinente, in realtà più raffazzonato e fatto di supposizioni che compreso in profondità e con rispondenza piena con ciò che sente, che vive dentro se stesso. Non per tutto il suo essere però conta e basta ciò che vuole continuare a illudersi di sapere, ciò che continua imperterrito a inseguire, a fare, a ripetersi in testa. Per una parte di se stesso, quella intima e profonda, questa maschera di sapere e questa parvenza di vita propria, altra e lontana da ciò che di vero potrebbe conoscere e da ciò che potrebbe far nascere da sè, non è certo un bene da difendere a denti stretti. Per il profondo è rilevante e inaccettabile la condizione di lontananza da se stessi, di separazione e di sconnessione dal proprio intimo, di rinuncia a cercare risposte vere e fondate su di sé, a conoscere prima e a far vivere poi il proprio. Insomma, proseguire come d'abitudine, ritenendolo sufficiente e normale è una cosa, capire e vedere nitidamente come si sta procedendo, cosa c'è o non c'è di proprio, di scoperto e generato da sé in ciò che si fa, verificare cosa realmente si conosce di se stessi, cosa si sta facendo della propria vita, è un'altra. Individui giovani, che non di rado, come dicevo all'inizio, patiscono attacchi di panico, hanno il problema di quanto sono equipaggiati o meno di consapevolezza e di sguardo proprio, di comprensione di ciò che vogliono tradurre e realizzare nel loro futuro. Il rischio, privi ancora di capacità di incontro e di dialogo con la loro interiorità, facendo leva per capire, per capirsi solo sul ragionamento, che lavorando da solo, senza stretto legame e guida del sentire, non dà capacità di vedere dentro sé, ma solo di ripetere e di rimasticare il già detto e comunemente concepito, è di farsi portare e di andar dietro a guide esterne, di uniformarsi a idee e a modelli prevalenti. Il rischio, ignari, sprovvisti di ciò che da se stessi potrebbero trarre, concepire coerentemente con sè e far vivere di originale e di sentito, digiuni di conoscenza propria, fondata e vera, è di mal intendere e di fallire gli scopi della loro vita, di farsi portare dall'onda comune, di farsi dire dai modelli comuni, dall'esempio dei più, dal modo prevalente e già ben definito e segnato di concepire la vita, le mete da raggiungere, ciò che vale, i modi di realizzarsi. Il rischio è di essere gregari e di pensare e muoversi al seguito di altro già concepito e dai più sostenuto e praticato, pur con l'illusione di essere attivi e autonomi nel formare e nel governare le proprie idee, aspirazioni e scelte. E' un rischio di non trascurabile importanza, è un rischio non certo trascurato dal loro profondo. E' in gioco il modo di spendere se stessi, il dono e il potenziale della propria vita. C'è il rischio di portare la propria vita a essere copia di altro, con l'illusione di perseguire propri scopi e di assecondare proprie aspirazioni. C'è prima di tutto il rischio di non avere consapevolezza della necessità di provvedere a costruire e a dotarsi di ciò di cui non si dispone, che non è certo l’educazione e la formazione plasmata e offerta da fuori a fornire, guide proprie valide, generate, verificate e ben comprese da sé, a fondamento della capacità di autogoverno vero della propria vita, della autonoma capacità di intendere e decidere il proprio futuro. Perciò in persone giovani, anche molto giovani, l’inconscio interviene per tempo e col massimo dell'incisività e dell'urgenza, perciò interferisce così potentemente, dando segnali forti, perentori, capaci di bloccare e di rendere insostenibile l’abituale corso e modo di procedere che punta tutto all’esterno, che rischia di rendere ormai scontata la corsa e il percorso da seguire dietro dettami e secondo guide esterne, segnali che, per la loro potenza e invasività, non vogliono essere assolutamente ignorati e messi da parte. Ciò che urge è risvegliare la propria capacità di sguardo riflessivo, di lavoro sulla propria esperienza per alimentare un processo di maturazione di idee, di sensibilità e di pensiero, un processo di crescita originale e autonoma, centrato su di sé, altro dai modi della crescita impartiti e forniti dall’esterno, che danno solo mentalità e attrezzatura per stare su percorsi già segnati. Serve avviare per tempo questo processo di crescita personale, in cui è centrale l’ascolto del proprio sentire, del proprio intimo e profondo, indispensabile per dare sviluppo a scoperte di significato e di valore proprie, per concepire in autonomia e in unità di intesa con se stessi, non andando dietro a altre voci e richiami, cosa realizzare nella propria vita. Se serve aiuto l’aiuto va dato, da chi lo sappia dare, non per fugare in qualche modo gli attacchi di panico, ma per favorire questo processo di crescita personale, che manca, che, ben altra dalla crescita presunta, abbia radice e genesi propria, che dia consapevolezza, determinazione e passione di aprire percorsi e di sostenere propositi realizzativi propri. E’ questa crescita vera, che possegga forza propria e che prenda il posto della crescita apparente, fragile e illusoria, guidata e sorretta da altro, di cui si è disposto sinora, che l’attacco o gli attacchi di panico hanno voluto sollecitare con forza. Se tutto questo vale per persone giovani, con necessità di dotarsi di crescita autentica e di strumenti essenziali per il cammino che li aspetta, non di meno vale per chi di età diversa o pur avanti negli anni, continua a portare dentro di sè nel profondo del proprio essere  la capacità di distinguere il vero dal fasullo, l'autentico dall'artefatto, il proprio dal simil proprio, assieme alla determinazione che ha il loro inconscio di dare forte spinta, anche potente come con gli attacchi di panico, a una verifica sincera e  approfondita sul modo impiegato di condursi e di interpretare la propria vita, a avviare cambiamenti profondi e un processo di crescita vera finora, al di là delle illusioni, mancato. In presenza di malessere interiore, seppure nella forma drammatica e sconquassante degli attacchi di panico, leggere e spiegare tutto in termini di disturbo, di anomalia di funzionamento, di meccanica conseguenza di sovraccarico di tensione da cause esterne aiuta solo a non capire nulla, a stravolgere il senso delle cose. Cercare e ricevere come aiuto sul piano psicologico quello di attrezzarsi nella difesa dalla paura montante fino al panico e perseguire come scopo il superamento dell’attacco o degli attacchi per tornare, come fosse il traguardo più ovvio e desiderabile, allo stato solito e al consueto modo di procedere, significa non intendere il significato e la finalità di ciò che drammaticamente è accaduto, che peraltro spesso ha un seguito e che lascia una scia che non si dissolve. Dentro di noi c'è una parte profonda, ben più interessata, piuttosto che alla difesa e alla prosecuzione dell'abituale, a cosa di noi stessi siamo in grado e sapremo realizzare o meno, a quanto siamo vicini e coerenti con noi stessi, a quanto di idee nostre abbiamo coltivato e generato davvero e non semplicemente finto di possedere, in realtà ripetendo modi e atteggiamenti, risposte e valori comuni. Se l'attacco di panico alimenta in modo improvviso e impetuoso l'allarme sulla prosecuzione della vita, del regolare battito cardiaco, del respiro, se catapulta nella paura di ciò che imprevedibile potrebbe accadere, è per far capire che non c'è solidarietà interna, della propria parte profonda verso l'andare avanti nel modo attuale e abituale, è per fare toccare con mano lo stato di non unità con se stessi. L'attacco di panico non è una sciagura o una patologia da vincere, è un potentissimo richiamo da ascoltare e da capire, da prendere sul serio per il proprio vero bene.

lunedì 29 dicembre 2025

Gestire l'ansia?

Quante volte capita di sentir dire frasi come queste: "vorrei una tecnica per gestire l'ansia" oppure "adesso ho imparato a gestire l'ansia"! Cosa significa gestire l'ansia? Significa tenere a bada, sapere in qualche modo arginare e moderare, non esserne in balia, sapersi difendere da questo sentire così impervio? Casomai per non subirne l'assalto e per non andare in ambascia e in confusione, considerata la persuasione che sia in atto una patologia e comunque qualcosa di nocivo, si prova, non disdegnando il contemporaneo uso di psicofarmaci, a avvalersi di un lavoro fatto in psicoterapia, che all'ansia ha trovato una (presunta) causa o che ha chiarito che è una risposta disfunzionale, senza ragione e scopo, capace solo di fare danno ai propri interessi e intenti realizzativi, frutto di errata visione e percezione della realtà che si sta vivendo, che vanno smontate e corrette, perchè prendano forma un approccio all'esperienza e un sentire congrui, funzionali e sani. Insomma l'ansia, questa voce del proprio sentire rimane ai propri occhi, in ogni caso e senza ombra di dubbio, una anomalia, una pena sgradita, che se non è conseguenza di un danno patito, che se rinvenuto nella memoria del proprio passato ci si è augurati di debellare, è una distorsione da imparare a non assecondare e possibilmente a smontare e raddrizzare, comunque a tenere sotto controllo. Frequentemente i tentativi di porre mano, di dare spiegazione e di dare aggiustamento e rimedio all'ansia lasciano invariata la necessità di tenere attivo il controllo, perchè la componente intima e profonda, che attraverso l'ansia ha voluto dare segnali non raccolti e non intesi nel loro autentico significato e scopo, non smette di certo di far sentire la sua presenza e di rilanciare la sua iniziativa. Insomma l'ansia non cessa di bussare. Il proprio sentire rimane comunque, anche dopo terapia, che sia farmacologica o psicoterapia, sotto vigilanza, anzi sotto diffida. Che questo confermi la separazione e la tenuta a distanza e sotto giudizio delle espressioni della propria vita interiore, che riconfermi la non unità del proprio essere, non sembra costituire un problema. La condizione di sostanziale disunione è considerata normale, concedendo alla parte conscia di avere il ruolo guida preminente, parte a cui, con la sua strumentazione di pensiero razionale e di volontà, soltanto si dà fiducia, su cui si fa conto  per capire e per indirizzare il proprio procedere, di cui ci si vuole avvalere per non cadere nella temuta trappola dell'esposizione al proprio sentire, espressione di una parte di sè in subordine, per sua natura considerata non affidabile, irrazionale, perciò da vigilare, soprattutto quando, a proprio giudizio, rischia, con l'ansia che sale, col malessere interiore, di creare ostacolo e danno, di rivelare fragilità da tenere a bada, di sballare gli equilibri. Tutto questo pare accettabile e normale e ha a sostegno idee comuni oltre che argomenti della cosiddetta scienza. A ben vedere non sembra proprio una meraviglia vivere con una parte di se stessi che si continua a tenere sotto controllo, sul cui conto scatta con grande disinvoltura il discredito e il ripudio quando nelle sue proposte, tipo timidezza o insicurezza, è senza appello giudicata manchevole e inadeguata, a cui è concessa in generale solo una fiducia condizionata al suo dare conferma e soddisfacimento alle proprie attese. E' una fiducia condizionata e in bilico, che facilmente, come in presenza di ansia e di altre espressioni di malessere interiore, può saltare, tramutandosi in paura ostile e in necessità di alzare i muri, di mettere in atto difese, tecniche di tamponamento e di gestione, controffensive varie. La stessa psicoterapia, come già accennato, è spesso intesa e di fatto si traduce nel tentativo o di correggere il presunto guasto, casomai, quando voglia presentarsi come introspettiva e analitica, indagando il passato per cercargli una presunta causa in qualche condizionamento negativo, in qualche manchevole o distorto contributo educativo o affettivo, oppure in qualche trauma patito che avrebbe sconvolto l'assetto interno. Insomma c'è sempre da mettere o da rimettere a posto le cose sul conto di una parte di sè, che a proprio giudizio, già quando sensazioni e stati d'animo inattesi e sgraditi si fanno strada, ancor di più quando il malessere ingrossa, sembra solo non funzionare come dovrebbe, fino a manifestare, sempre a proprio giudizio, anomalie più preoccupanti, fonte per sè solo di insidia e di danno, parte di sè che dunque va tenuta sempre a bada. E' ben accetto e ideale per sè questo stato del rapporto con se stessi, con una  parte tutt'altro che irrilevante del proprio essere? Se anzichè andare a cercare le distorsioni e i guasti, i malfunzionamenti nel proprio intimo, nel proprio sentire, si cominciasse a vedere, è proprio sotto il proprio naso, che se c'è una distorsione è proprio in questo stato del rapporto con se stessi eretto a norma? E' da confermare e da dare per scontata, all'occorrenza da difendere con le unghie e coi denti, anche con il ricorso a terapie ad hoc farmacologiche e non, o è finalmente da mettere in discussione e tutta da verificare la validità e l'ineluttabilità di questa condizione di forte disunione e di incapacità di accordo e di dialogo, di convivenza armata con la parte di sè intima, così viva e presente nella propria esperienza e di cui in fondo non si conosce nulla, di cui si pensa solo che dovrebbe girare a favore e  non compromettere il proprio equilibrio (a ben vedere piuttosto fragile e precario) e il proprio quieto vivere? Se questa condizione, che definire di dissociazione nel proprio essere è più che appropriato, piace e si ritiene vada bene, si prosegua così, ma se comincia, aprendo uno spiraglio di vera riflessione, a apparire ai propri occhi tutt'altro che esaltante e tutt'altro che accettabile, allora il proposito di metterci mano può diventare ben più importante che dotarsi di capacità di gestire l'ansia e di altre tecniche e accorgimenti per tenere in valida efficienza l'armamentario di difesa e di protezione da minacce interne. L'intimo di sè, il proprio mondo interiore, questa parte del proprio essere, non una cosa, non un meccanismo, che si rende continuamente vicina e presente nel sentire, nelle emozioni e  negli stati d'animo, nelle spinte che si avvertono, nei sogni, si può finalmente decidere di conoscerlo, anzichè tenerlo a bada. Dove si riconosca di avere necessità e desiderio di conoscerlo, si tratta, senza presunzione di saperne già, di imparare a avvicinarlo, se per fare e sviluppare questo serve aiuto va cercato in chi abbia capacità di darne, per capirne linguaggio, per comprenderne le espressioni e le proposte, ansia inclusa, tutte da scoprire, da riconoscere nel loro insito e vero significato, in ciò che rivelano, mettendosi in ascolto, aprendo lo sguardo, evitando di mettere loro sopra ragionamenti, interpretazioni e spiegazioni, comunque improprie, che non c'entrano nulla. Così facendo questa parte intima e profonda potrebbe rivelarsi essere tutt'altro che parte del proprio essere da tenere in subordine e da vigilare. Senza conoscenza non si può che rimanere fermi nel preconcetto e fare propria la logica della gestione e del controllo sulle espressioni e sulle proposte di una parte vitale del proprio essere, da cui si rischia di continuare a rimanere infelicemente disgiunti e lontani. Conoscere questa parte di sè tutt'altro che insignificante, con cui è innaturale e assurdo tenere in piedi un rapporto, che è un non rapporto, di diffidenza, di controllo e di pregiudizio, è decisivo. Quando si impara a entrarci in rapporto e ci si dà l'occasione di conoscere e di riconoscere in ciò che è per davvero questa parte di se stessi intima e profonda, si può scoprire quanto di prezioso e di utile sa trasmettere e donare a se stessi.

sabato 20 dicembre 2025

Gli attacchi di panico, qualche spunto di riflessione

L'attacco di panico è la soluzione estrema, l'arma più potente e incisiva che l'inconscio sa impiegare. Non per fare danno, non sconsideratamente, non per dissestare e basta, l’inconscio interviene per perseguire uno scopo, per dare forma, pur drammaticamente, a uno scenario nuovo, per far intendere subito, per intima e sconvolgente esperienza, qualcosa di importante, anzi di fondamentale. Le iniziative dell'inconscio sono sempre profondamente pensate e concepite, sensatamente e intelligentemente finalizzate. Capita infatti che la lontananza da sé, che il mancato riconoscimento di ciò che l’intimo di sé sa e vuole dire, essenziale per la conoscenza del vero e dell’autentico di se stessi, interiormente non passino inosservate e che non vengano accettate nel proprio profondo. Ciò che si dava per scontato, che l'interiorità seguisse e assecondasse, che fosse garantito il sostegno vitale e la continuità al procedere abituale tutto proteso all’esterno, a seguirne i tempi, le attese e le pretese, a coglierne le apparenti opportunità, è improvvisamente messo in forse. Capita che l'inconscio prenda decisa iniziativa e sopravvento, che dia modo con l’attacco di panico di sperimentare nella forma della vertigine emotiva, del senso di totale smarrimento e di angosciosa fragilità, fino alla paura che tutto si spezzi, che gli organi e le funzioni vitali cessino di funzionare, fino all'angoscia di morire, che la vita, in quella forma abituale e conosciuta, data per scontata e così tenacemente difesa dalla parte conscia, non è affatto dalla parte più intima e vitale concordemente sostenuta, fino a essere drammaticamente percepita come a rischio di non esserne garantita. Non solo, ma in quel momento di stacco, via via più drastico e impetuoso, dalla continuità del fare e del procedere abituale, l'inconscio fa sperimentare cosa significhi, per chi non abbia cercato legame con se stesso, con la propria interiorità, essere improvvisamente strappati via e distolti da tutto, soli, in presenza di sé soltanto, legati al proprio intimo soltanto. Abituati a stare attaccati ad altro e a farsi tutt'uno con altro, quasi a negare la percezione di sé, abituati a disperdersi nel fare, a rinviare sine die la sosta, il momento del fermarsi in aderenza e in ascolto sincero e attento della propria interiorità, ecco che nel momento dell'improvviso e inaspettato stacco dal fuori e dell'affaccio sul dentro, si è colti da allarme e da sorpresa, totalmente smarriti, sgomenti. La vita, l’incontro con la vita, questo è il potente richiamo dell’inconscio, è dentro se stessi, nel legame e nello scambio col proprio intimo, lì la radice, lì la scoperta del senso, lì la matrice del pensiero e dell’esistenza, lì la base, la radice viva e vitale del proprio essere. Lì e non nel fare e nel ragionare disgiunti dal sentire e dal corso della propria esperienza interiore, non nel tenersi in simbiosi con altro, come se ci fosse in quel legame e in quella presa sul fuori l’unica possibilità di tenersi legati alla vita, a ciò che si considera reale, come se, senza la continuità di quel legame e di quella presa, ci fosse solo il rischio di perdere terreno e senso di presenza, di perdere le opportunità che contano, di perdere e di perdersi. Questo dell'essere catapultati improvvisamente nell'intimo delle proprie sensazioni, del veder costretto il proprio sguardo verso il dentro di sé, del sentire bruscamente incatenate la preoccupazione e l'apprensione a sé e al proprio stare in vita, è l'esperienza, lo scenario nuovo che si spalanca nell'attacco di panico. La propria interiorità, da gran tempo trascinata nel fare, nell'inseguire, nel pensare senza aderenza al proprio sentire vero, da gran tempo sottovalutata, resa nelle intenzioni docile e conciliante, muta all'occorrenza, dà all'improvviso (ma non tanto, perché precedenti segnali a starci attenti ce ne sono stati a bizzeffe) segnali vigorosi, impone i tempi, detta i contenuti dell'esperienza. Sensazioni sconquassanti di smarrimento, di pericolo, di insicurezza totali, impetuose. Sembrerebbero maligne, così oscure, terribili, travolgenti. Anche se la presa dell'inconscio è così decisa e quasi brutale, tutte queste improvvise e impetuose sensazioni e tutto il drammatico inaspettato corso d'esperienza vogliono spingere a vedere, a prendere coscienza di ciò che si è nell'incontro con se stessi: smarriti, perché mai abituati a cercarsi, sempre inclini a evadere, a stare fuori e "assenti". I temutissimi attacchi di panico vogliono, nelle intenzioni dell'inconscio, marcare con forza una frattura, una discontinuità decisa nel corso dell’esperienza, nella modalità consueta di procedere, che non le consenta di proseguire intatta, sia attraverso il cataclisma dell'attacco, sia con la scia di fortissima insicurezza e di non facilmente cancellabile turbamento che in seguito permane. Potrebbero, se raccolto e ben inteso il potente richiamo, essere gli attacchi di panico davvero l'inizio di una svolta nella direzione della riscoperta di sé, partendo dal proposito nuovo di avvicinarsi a sé, dalla presa di coscienza dell'importanza di non essere stranieri dentro se stessi, altro da se stessi, coinquilini di un essere, il proprio essere, che non si conosce, con cui si rischia di convivere fino alla fine senza incontro, senza ascolto e senza scoperta, senza trarne, della propria esistenza, le ragioni vere, i quesiti e le potenzialità. Un inizio quello voluto dal profondo, una spinta potente rivolta a chi ne è colpito, perché riconosca la necessità e l'urgenza di imprimere una svolta decisa alla sua esistenza, mettendo al centro la ricerca e la costruzione di un rapporto con se stesso, con quella parte di sé finora ignorata, sminuita e trattata da appendice subalterna. Ci si potrebbe chiedere se il modo, che pare così tremendo e devastante, di intervenire dell’inconscio non sia eccessivo, sconsiderato. In realtà non c’è nulla di esagerato e fuori misura. Se l'inconscio non agisse all'occorrenza con tale fermezza, durezza e asprezza nel dire all'individuo della sua lontananza e non familiarità con se stesso, della sua mancanza di contatto e di radice dentro sé, della sua sostanziale inconsistenza, così estraneo a ciò che solamente può dargli la scoperta del vero e dell’autentico di se stesso, avrebbe qualche possibilità di interromperne la marcia solita e l'inerzia del pensiero, di coinvolgerlo e di farsi ascoltare? Intendiamoci, la risposta più comune all'attacco di panico è di considerarlo un evento abnorme, anomalo, uno sciagurato impedimento alla prosecuzione solita, un turbamento così forte da essere sciaguratamente capace di compromette il procedere e la fiducia che si riteneva di possedere, una iattura che pare intralciare la possibilità di insistere nel modo di vivere solito, nell'attaccamento a abitudini, a cose, al fare. Tanta offerta di cura è proprio rivolta a trattare simili esperienze come disturbo e patologia da sanare e correggere, con farmaci o con consigli, prescrizioni, esercizi volti a controllare e a superare paure considerate irrazionali. Pare un modo saggio, benevolo di intervenire, desiderosi come si è di procurarsi sollievo e riparo da una minaccia così temuta, pare affidabile visto che una simile cura è largamente sostenuta da figure cui si concede di essere interpreti di un sapere scientifico. Se c’è un tentativo di spiegazione del perché dell’attacco di panico lo sguardo si dirige subito all’esterno a cercare possibili cause in sovraccarichi di tensione, nel cosiddetto stress, parolina magica che tutto pare dire e che in realtà non svela un bel niente. L'ignoranza del significato degli eventi interiori non ha limiti e confini. Capita però che ci sia chi riconosce nell'esperienza degli attacchi di panico e nel seguito di turbamento e di insicurezza che lasciano, un segnale importante, che avverte la necessità di una comprensione attenta delle ragioni di un’esperienza così toccante, che sceglie non di mettere un tampone, ma di essere aiutato a capire come e perché dentro la propria vita e proprio dentro se stesso in uno spazio così intimo e vitale avvenga uno scossone così tremendo. C’è chi sceglie di aprire una riflessione approfondita, c’è chi cerca aiuto per avvicinarsi a sé per conoscersi in modo aperto e approfondito. Ho visto iniziare esperienze analitiche su queste basi e premesse. In questi casi  l'inconscio, come era stato perentorio e drastico nel segnare, attraverso gli attacchi di panico, una frattura drammatica rispetto al solito procedere (frattura segnata dagli attacchi e dal seguito di forte allarme e apprensione che avevano lasciato), così e con altrettanta forza di partecipazione e di presenza è stato pronto a dare, fin dall'inizio del cammino analitico, attraverso i sogni, indicazioni lucidissime sui nodi da sciogliere, sulle ragioni alla base di quel richiamo potentissimo esercitato con gli attacchi, garantendo  guida sicura sul percorso da seguire, sulle scoperte da fare, sul lavoro necessario per ridare finalmente a chi è stato investito da richiami così potenti consapevolezza vera, vicinanza e unità con se stesso, conoscenza lucida e approfondita di sé e di ciò che intimamente e originalmente gli apparteneva. Se prima c'era solo la rincorsa di un che di normale e di paragonabile agli altri, di concepito e di tenuto in ordine col ragionamento, che spesso e in genere non sa vedere, ma solo organizzare e imitare, dopo la brusca interferenza del profondo, che ha costretto chi l’ha subita a prendersi cura di sé, a spostare l'attenzione su di sé, è potuto iniziare un nuovo cammino e un divenire, del tutto inattesi e inconcepibili prima, ma possibili, ma necessari per dare finalmente contenuto e prospettiva valida e originalmente propria alla propria vita. Se all'inizio, sotto le bordate del profondo, era parso a chi ne era investito che la propria salvezza stesse unicamente nel far cessare quell'assalto, nella riconquista della libertà di proseguire indisturbato nei modi soliti e verso le mete conosciute, dopo, a confronto aperto e approfondito, gli è risultato via via sempre più chiaro che ciò che aveva a disposizione prima della crisi e che tanto aveva cercato di difendere era poca cosa e impersonale,  impropria, che tanto e tutto di sé gli mancava, che un cambiamento radicale, a partire dal capire ciò che di sé stava facendo, si era reso non solo utile, ma necessario, pena il rischio di non vivere, di non far vivere se stesso. Posso solo aggiungere che chi, dando risposta al forte richiamo dell’inconscio, ha messo in atto il percorso di avvicinamento a se stesso, ha visto cessare gli attacchi di panico, essendo venuta meno la loro ragione d’essere, avendo raggiunto il loro scopo.

mercoledì 3 dicembre 2025

Capire i sogni

Ho già scritto sui sogni, ma voglio tornare sull'argomento, perchè i sogni sono ciò di cui è impossibile fare a meno per conoscere se stessi, a meno di consegnare la conoscenza a ipotesi frutto di ragionamento e a spiegazioni, che, pur se in apparenza coerenti e verosimili, raccontano di se stessi ciò che sembra, ma che non è. Nei sogni c'è la più stretta aderenza a noi stessi, nulla è taciuto. I sogni sono diario di bordo e bussola di un ininterrotto viaggio di scoperta, sono il prodotto di un lavorio di ricerca di consapevolezza, di un'attività di pensiero della parte profonda di noi stessi, che non sta ferma, che non rimbambisce nell'adattamento e nel far proprio ciò che non ci corrisponde, che ci dà solo illusoria convinzione di esistere e di capire. Si pensa che nei sogni confluisca, quasi in automatico e meccanicamente, l'esperienza diurna, rimasugli, pezzi sparsi, un che di disaggregato senza nesso e senza senso, oppure che rimangano le tracce di ciò che più ci ha colpito, che ha turbato la nostra mente. Altri pensano che nei sogni ci siano desideri inconfessati. Altri ancora pensano che i sogni facciano previsioni e sappiano dare indizi sul futuro. Soprattutto si pensa che i sogni parlino di noi unicamente in relazione e in rapporto con altro che sta fuori, con gli altri. I sogni parlano di noi e svelano, configurano uno scenario inaspettato, danno corpo e consistenza, rendono visibile e mettono in primo piano qualcosa che per molti non esiste, che non è concepito, cioè il rapporto che abbiamo con noi stessi, quanto accade nella relazione col nostro intimo. Tutto il dire dei sogni è un dire di noi, di come siamo, di come ci rapportiamo a ciò che sentiamo e che vive dentro di noi, di come procediamo nell'esperienza, mossi da che cosa, affidati o vincolati a che cosa, che detta e regola i nostri passi. Lo sguardo dell'inconscio è riflessivo, guarda all'interno, coglie e riconosce il vero dell'esperienza, non è appiattito sulla sua superficie, non è tenuto imbrigliato dal comune modo di pensarla, non è asservito alla necessità di risolvere e di fare, bensì a quella di veder chiaro, di capire. Nei sogni c'è la rappresentazione attenta non dei fatti, non c'è la conferma delle costruzioni di pensiero che si è abituati a mettere sopra i fatti, sopra gli accadimenti dell'esperienza per spiegarla, ma l'attenzione è rivolta  a come si conduce l'esperienza, osservando e chiarendo, dando volto a ciò da cui si è mossi, da quali istanze, in che modo, a che scopo, con quali eventuali contrasti interni. In definitiva nei sogni è ritratto il cuore dell'esperienza, ciò che rivela più in profondità, il vero di noi stessi, non l'apparente e ciò che fa comodo vedere. Tutte le presenze e le figure che compaiono nei sogni, siano essi persone, animali o cose, danno simbolicamente volto a parti di noi, a modalità, a espressioni, a istanze e a potenzialità che ci appartengono. I sogni dicono del nostro modo di procedere, del percorso che stiamo seguendo. I sogni segnalano non di rado lo stacco dalla "terra", la lontananza cioè dal terreno vivo dell'esperienza, quello segnato dal proprio sentire, che in ogni istante accompagna la propria esperienza, segnalando ciò che di vero c'è, ben altro da ciò che ci si racconta e che ci si ritrae col ragionamento, parlano perciò non di rado di esperienze di volo, di vertigine e di sensazioni improvvise di precipitare, segno che si è sospesi, che c'è uno stacco, una lontananza dalla base viva e dal vero di se stessi, che drammaticamente può svelarsi. Per descrivere l'iniziativa del profondo, che cerca di raggiungerlo e la percezione timore che l'individuo  ha di ciò che vive profondamente dentro se stesso, parlano di assalti e di inseguimenti di figure che paiono "malintenzionati" o ladri (per cominciare a capirsi è necessario essere privati, derubati di convinzioni e di certezze tanto rassicuranti quanto ingenue e improprie), parlano di acqua che incute timore, di acqua che avanza minacciosa, che dilaga...sono solo esempi di una rappresentazione del rapporto/non rapporto dell'individuo con se stesso, con la propria interiorità, di come sia viva e presente la questione del confronto col proprio profondo, di come il proprio profondo non rinunci alla propria iniziativa, a farsi avanti. Il respiro e l'orizzonte di ricerca e di sguardo dei sogni è ampio a comprendere e a farci comprendere cosa stiamo abitualmente, nei modi del nostro procedere, facendo di noi stessi, che l'inconscio vuole spingerci a chiarire, a vedere senza veli, nello stesso tempo, aprendo la strada a ciò che potremmo, onorando il nostro essere individui potenzialmente capaci di pensiero autonomo, di sviluppo di qualcosa di originale e consono a noi stessi. L'inconscio nei sogni è guida ispiratrice e motivante un profondo cambiamento, da individui passivamente al seguito e consumatori di moduli di pensiero già pronti e in uso, non importa se rimasticati e ricombinati  con qualche parvenza di originalità, sostenuti e guidati da tutto ciò che già pronto e concepito può dare supporto e indirizzare scelte e modi di vivere e di realizzarsi, a individui, a esseri umani invece capaci, non di certo in un batter di ciglia, ma lavorando con pazienza e cura il proprio terreno, in stretta unità col proprio profondo, di generare pensiero proprio, scoperte di significato e di valore fondate e verificate con i propri occhi e, su queste basi, di dare compimento a percorsi e a realizzazioni proprie e davvero originali, autentiche e coerenti con se stessi, non dettate da imitazione, da paragone o competizione con altri. I sogni non tacciono nulla, sono guide di ricerca attente a svelare ciò che, pur non gradito, dona consapevolezza, fa emergere verità. Dicevo del farsi dire e dare come condizione base del proprio pensare e fare, che non è certo scoperta  ben accetta, che mette in crisi tante illusioni di autonomia. L'inconscio evidenzia questa modalità del dare rapida soddisfazione all'esigenza di capire e di capirsi portando a sè risposte tratte da idee già formate e convalidate da mentalità comune, ritraendo simbolicamente questa modalità  con situazioni nel sogno in cui ci si mette a tavola a consumare cibo cucinato e pronto, a ristorante o in mensa e comunque dandosi riempimento con nutrimento, con cibo che non è frutto di ciò che di proprio, tratto dal proprio corso d'esperienza, dal proprio sentire, lavorato e coltivato, elaborato e cucinato diventi pensiero proprio di cui nutrirsi. Altri e altro provvede a dare nutrimento, altra cucina mette in tavola da consumare ciò che orienta e guida il pensiero, che fa da modello e dà risposte come idee condivise e prevalenti, come sapere e come cultura, altro appaga la richiesta di pronta soddisfazione. Ben altro da questo bisogno di trovare pronto soddisfacimento e dalla abitudine a farsi dire e indirizzare nei pensieri e nelle aspirazioni da altro che orienta, che educa e istruisce, è il desiderio e il proposito di trarre da sè e da lavoro su se stessi, sul proprio terreno d'esperienza, aprendo e facendosi guidare e dire dal proprio sentire, anche da quello difficile e poco piacevole, senza preclusioni, pensiero e visione, scoperte di significato. I sogni sono dunque attentissimi a dare spunti e occasioni di riflessione e di presa di coscienza, anche scomoda, ma necessaria per favorire crescita vera. Niente e nessuno è maestro e guida attenta e affidabile, promotore di crescita e di realizzazione personale autentica e matura, come sa esserlo il proprio inconscio. I sogni, lo si vede, lo si vive e constata nel cammino dell'analisi, di un'analisi ben fatta, sono capaci di indirizzare la ricerca e la trasformazione nel verso di passare da essere copia d'altro a divenire pienamente se stessi, con tutti gli attributi umani originali e autentici che si posseggono e che si ignorava che risiedessero dentro se stessi, con tutta la ricchezza di una visione e di un pensiero proprio che si ignorava di poter generare. Ho detto dell'essere copia d'altro, può sembrare drastica e liquidatoria questa affermazione, così forte è l'attaccamento e tante le illusioni di dire la propria e di realizzare se stessi nella forma abituale e conosciuta, ma di se stessi cos'è possibile mettere e ritrovare, agendo dentro uno stampo di idee e di riferimenti, di attribuzioni di significato, di grammatica di pensiero, di guide alla espressione e realizzazione di sè ben apprese, assimilate e nel tempo esercitate, se non qualcosa che comunque riempie quello stampo e ne riproduce i limiti e la forma? L'inconscio sa vedere ciò che la parte conscia non sa e non è affatto incline a vedere, con i sogni conduce passo dopo passo a riconoscere il vero della propria condizione e del proprio modo di procedere, con i sogni apre tutt'altro scenario, conduce a ritrovare dentro di sè, a concepire, a costruire le basi di pensiero, a alimentare la passione per la autentica realizzazione di sè. Ridurre i sogni a desideri irrealizzati o a ricettacolo di esperienze quotidiane più o meno incisive significa non capire la portata dell'iniziativa e del pensiero profondo. L'inconscio è intelligenza pura, nel senso che non ricalca stancamente il già detto e concepito, ma viceversa dà volto e riscatto al pensiero riflessivo (che non c'entra nulla col riflettere nella forma del ragionare e del parlare sopra e sul conto dell'esperienza), autonomo e fondato, che vuole vedere, come guardandosi allo specchio, cosa c'è nella propria esperienza, cosa  dice e rivela di se stessi. L'inconscio  non rinuncia mai a cogliere il vero, a cercare il senso in profondità, costi quel che costi, a combattere l'eclissi dell'intelligenza vera, che è l'unica leva e il fondamento della autonomia e della libertà dell'individuo, di cui l'inconscio è promotore instancabile. Capire un sogno significa intenderlo nel suo verso, nelle sue intenzioni, nei suoi modi di formare e di tradurre il pensiero. Ogni sogno ha un contenuto e racchiude una proposta unica e originale, i simboli presenti, che siano luoghi, eventi, cose, persone o animali si avvalgono per tradurre il loro significato di ciò che chi ha fatto il sogno ha vissuto e che vede come attributi e qualità caratterizzanti tutti questi elementi, che siano persone, animali o cose. Per capire un sogno è necessario un lavoro di recupero di tutti questi riferimenti, senza trascurare alcun dettaglio presente nel sogno. Gli esempi di alcuni contenuti che possono proporsi nei sogni e del loro significato, che ho portato in questo scritto, vogliono soltanto far comprendere il tipo di sguardo e di linguaggio usato dall'inconscio, non vogliono far intendere che esiste una lettura pronta e automatica, scontata del significato dei sogni. Ogni sogno è un'opera unica da imparare ogni volta a scoprire in ciò che di unico sa e vuole dire. Nel corso dell'analisi l'individuo scopre poi che i suoi sogni fatti di seguito nel tempo hanno un legame l'uno con l'altro, segnano passo dopo passo, sogno dopo sogno, un percorso conoscitivo e alimentano un processo di cambiamento e di crescita personale assolutamente originali, consoni alle sue più profonde e vere necessità. I sogni dunque, che come nient'altro sanno portare alla conoscenza di se stessi e a costruire le basi della propria autentica realizzazione, vanno trattati con molta cura. Se i significati dei sogni li si incanala e costringe dentro i soliti schemi, dentro le solite attribuzioni di significato date per scontate, se li si incastra nel già pensato e nella logica abituale, si fa solo dire loro ciò che piace e che si suppone, in sostanza li si travisa e li si mortifica. Purtroppo li si spreca. L'inconscio non cesserà certo di dire ciò che pensa, non si assoggetterà alla rigidità, alla presunzione e all'inerzia del pensiero conscio ragionato, ma non capire i suoi messaggi peserà come una grande occasione persa per ritrovarsi e per cominciare a vedere chiaro dentro se stessi.