domenica 26 luglio 2026

Il giudizio

Ben presto nel corso della vita  ci si fa orientare e  portare da altro, preso da fuori, nel processo di conoscenza, ci si fa sostituire nella padronanza e autonomia della scoperta di chi si è, di cosa si è portatori, nell'esercizio dello sguardo proprio e dell'autonomo giudizio sulla propria esperienza. Ben presto ci si affida all'insegnamento, all'istruzione, alla proposta dell'educatore o persuasore esterno, che risiede nella mentalità, nell'esempio comune, oltre che nella funzione esercitata da specifiche figure e istituzioni, che fornisce la definizione dei significati, che suggerisce la lettura di ciò che si incontra nell'esperienza e di ciò che vale, che dice e che fa da modello, da base di pensiero, di conoscenza, che sembra definire e dare volto a ciò che è possibile e reale, a ciò che è desiderabile, a ciò che va fatto proprio e perseguito per crescere, per realizzarsi. Di fatto accade che il giudizio esterno, che dà le guide e le risposte, che, assunto come maestro e guida, valuta e approva o disapprova, prenda il sopravvento, che diventi termine di riferimento, punto guida e autorità che tiene le redini, che valuta e vaglia, che certifica i risultati e i progressi raggiunti, che disciplina e premia. Sollevati dalla necessità di trovare da sè le risposte e le guide, l'orientamento e il senso, ecco che ci si accomoda in questo dare passivo seguito a altro già definito e pronto, preoccupati di non rimanere indietro, di ben figurare. Si produce, senza prenderne consapevolezza, una vera e propria distorsione nel processo di crescita. Entrare nelle grazie del giudizio altrui, raggiungere la capacità di dare buona prova e prestazione, impegnarsi a dire o a dare quanto possibile e richiesto, casomai a dare il meglio, a volte a far contestazione, a recriminare e a dare contro, secondo tracce e percorsi già segnati, mobilita il proprio impegno e calamita le proprie aspirazioni, le dirige, le carica, a volte le stracarica perchè il successo, la conquista della buona affermazione galvanizzano l'interesse, lo accendono, lo infiammano. Si diventa inconsapevolmente nel rapporto con la vita, con la propria vita, attori sulla scena, docili esecutori di un copione già scritto, atleti in gara, che non vogliono rimanere esclusi e indietro lungo piste ben segnate. Cosa manca in tutto questo processo di affermazione di sè e di crescita, che sarebbe meglio definire di pseudocrescita, che pare così scontato oltre che avvincente o al rovescio fonte di frustrazione, di senso di insufficienza che dà pena e avvilimento, che comunque fa da traino? Cosa manca in un procedere che spesso illude di essere frutto di propria iniziativa e persuasione? Manca la scoperta autonoma, prima di tutto la presa di visione del vero della propria condizione, dei vincoli e dei modi del proprio procedere affatto indipendenti, manca la messa in campo del proprio sguardo e giudizio, manca il raccordo con se stessi, la ricerca e la salvaguardia della unità con la parte intima e profonda di se stessi, con cui con pazienza e con attenzione comprendere il proprio stato e poi da sè recuperare la scoperta di chi si è davvero e di cosa di originale e autentico si è portatori come individui, della propria capacità di pensiero autonomo e di conoscenza, fino a arrivare, fuori dai suggerimenti e dai richiami della fiera esterna, a riconoscere cosa ha valore, in cosa ci si riconosce, cosa si riconosce volere scaturire da sè e realizzarsi, come creatura propria, con passione, con amore e intima persuasione. La parte profonda del proprio essere non ha gli occhi bendati, sa vedere la pseudocrescita, sa riconoscere che lì dentro c'è illusoria iniziativa e libertà personale,  c'è viceversa un inconsapevole aderire a altro, c'è il travisamento di questa condizione come fosse di autentica crescita e realizzazione personale. Ne va della vera realizzazione di se stessi e della propria vita, che rischia nel suo procedere e compiersi  di diventare copia di altro, risposta docile all'autorità esterna, lontana dal dare seguito invece a ciò che potrebbe scaturire, prendere forma e vivere di proprio. Perciò il malessere, perciò i continui richiami e interferenze interiori esercitati dalla parte profonda di se stessi nel sentire e nell'umore, fino alle espressioni più robuste di ansia e di attacchi di panico, di cadute depressive, solo per fare degli esempi. Abbarbicati a quel senso di realtà preso e appreso da fuori e all'idea che la propria realizzazione, pseudorealizzazione, abbia validità e consistenza, che sia la propria vera cifra, che perciò vada difesa e riaffermata, la risposta è di trattare come ostacolo, come segno di anomalia, come accidente negativo ciò che da dentro se stessi in realtà nel malessere (ma questo è del tutto incompreso) pone il problema della necessità di una verifica attenta e di un necessario profondo cambiamento, che rimetta nelle proprie mani la guida della propria vita. La psicologia comune, quella nella testa dei più, e pure larga parte di quella accreditata come scientifica e professionale non riconosce la questione in gioco, cosa davvero significhi e da cosa nasca la crisi e il malessere interiore. Tutto spinge a cercare, come fosse un prendersi cura utile e salutare, o di silenziare il malessere o  di cercarvi rimedio come se fosse una anomalia da correggere e da sanare, talora da spiegare come conseguenza di cause esterne o di remoti sfavorevoli apporti familiari, educativi o di traumi. Di fatto ci si adopera per rimettere in carreggiata, per rilanciare su intatte basi e lungo solite piste, al seguito delle solite guide, la vita di chi pare essersi soltanto indebolito o aver subito qualche svantaggio nella corsa solita. La parte profonda rischia spesso di non essere nè riconosciuta nè compresa in ciò che con intelligenza e provvidenzialmente mette in campo.  

sabato 4 luglio 2026

Chi guarisce chi?

Non sembrano esserci dubbi, è la parte che agita e che tiene vivo il malessere la parte malata, mal funzionante, che necessita di cura, di interventi volti a sanarla, spesso senza bisogno di verifiche e di ulteriori approfondimenti, a volte mettendo in campo indagini volte a spiegarne le presunte cause per rimettere in ordine (mentale) le cose. La parte che si considera sana si vede vittima di un carico di sofferenza, che considera un danno, un infelice stato da cui auspica di uscire, rivolgendosi a cure che promettano di ottenere questo risultato. Tutto questo pare buono e utile, ovvio e indiscutibile. La parte che mette mano alla cura si considera lesa e, dissociandosi da quell'intimo sentire spiacevole, sofferto, visto come un accidente malaugurato, una specie di morbo, di infezione da cui è stata contagiata, desidera esserne liberata. Quando la parte conscia e ragionante, non potendosi totalmente dissociare da quel malessere, dovendo in qualche modo riconoscere che in quei modi di sentire, teso e insicuro, esitante e timoroso, penoso e infelice, contorto e strano, c'è del suo da cui le è difficile prendere le distanze, prontamente giudica quel modo di essere e di sentire come malamente impostato, non a norma come dovrebbe, considera questa come una condizione di sensibilità e di reattività alterate, prodotto di un'impronta educativa che ha reso fragile, tormentato, inceppato o oscurato da infelicità il proprio modo di sentire e di reagire, di condursi nelle circostanze della propria vita. Il quadro sembra comunque chiaro, ciò che non va sta sicuramente dalla parte del disagio, del malessere, di quell'intimo sentire che nelle sue espressioni è senza dubbi bollato come non a norma , che diventa dunque l'oggetto, la parte malata su cui intervenire. Nel modo di condurre la propria vita l'esperienza interiore, il corso degli accadimenti intimi non è certo al centro dell'interesse abituale, ciò che conta nel proprio procedere  è che la cosiddetta vita di relazione funzioni e è lì che il proprio sguardo è sempre vigile e attento. L'idea comune è che ciò che vive interiormente non possa che andare al seguito di ciò che muove il mondo, il proprio mondo che fa perno sul legame con l'esterno, con gli altri. Se il proprio sentire dà segnali in disarmonia con la pretesa del corretto e fluido, del normale procedere e dei rendimenti  desiderati e attesi, è per un difetto di funzionamento, casomai legato al peso di cattivi apprendimenti, di storture nell'educazione, di momenti e passaggi d'esperienza infelici, traumatici, in qualche misura non risolti. La parte curante e che si attribuisce questa funzione e la parte compromessa o malata sono ben definite. Tutta questa visione e concezione, data per certa e ragionevole, sconta però un limite non da poco, l'ignoranza del significato vero, del valore, del potenziale della vita interiore, di ciò che accade e che si muove nell'intimo sentire. La parte intima e profonda del proprio essere è tutt'altro che una parte cieca, regolata da un insieme di automatismi, di reazioni elementari messe in campo senza tanto discernimento, non è parte un pò primitiva, non evoluta quanto la parte conscia, non è, come nei pensieri di marca psicoanalitica più comuni, il semplice serbatoio contenitore di esperienze dolorose, rimosse e depositate nel tempo in spazi profondi e così sottratte alla consapevolezza perchè troppo ingrate e dolorose. La parte profonda non è un deposito di fantasmi di paure, che potrebbero minacciosamente emergere e varcare il limite. La parte intima e profonda, ben lungi dall'essere un che di nascosto e inaccessibile, è presenza che parla di continuo e che dà spunti oltremodo intelligenti nel sentire, nel corso dell'esperienza quotidiana, volti a evidenziare punti significativi e critici, a sollecitare la verifica su modi di procedere, a svelarne la natura, per conoscere se stessi puntualmente nel vero. La parte intima interferisce e irrompe nell'esperienza con emozioni, con stati d'animo, con svolgimenti e carichi interni inattesi, che paiono tutt'altro che desiderabili e conformi alle attese, per spingere la parte che sta sopra a aprire gli occhi, a non chiudersi in false persuasioni, in autoconvincimenti che non poggiano su scoperte di verità. Puntualizza col sentire, esercita richiami, sottolinea e evidenzia, disegna e marca i punti su cui soffermarsi, dentro cui portare lo sguardo e l'attenzione per capire, per capirsi nei propri modi, in ciò che si sta facendo di se stessi, legati a quali vincoli, con quali attese e pretese. Insomma il sentire, che accompagna la propria esperienza, vuole portare dentro una riflessione su se stessi, vuole spingere a guardarsi allo specchio, a conoscersi, a riconoscere il vero e a non rimanere consegnati alla priorità del fare, confinati nei soliti preconcetti circa se stessi e il significato di ciò che si sta vivendo. La parte profonda vuole smuovere e offrire terreno su cui poggiare per conoscersi, vuole stimolare e proporre occasioni di presa di coscienza, di consapevolezza ben piantata nel vero. La parte profonda è assai dotata sul terreno della conoscenza intima, della presa di visione attenta del vero della propria condizione,  non chiude gli occhi, vede da vicino ciò che vive dentro la propria esperienza, ciò che la regola, riconosce i limiti di consapevolezza, la contraffazione operata spesso dai ragionamenti messi in campo dalla parte conscia  per darsi  la conferma e per proteggere il mantenimento dei modi abituali di pensarsi e di procedere. La parte intima e profonda riconosce la dipendenza insita nel modo di pensare abituale da guide e da definizioni prese all'esterno a cui la parte conscia si affida e allinea. La parte profonda vede l'altra parte chiusa al confronto e alla verifica, la vede ragionare senza entrare nell'intimo vero della propria esperienza, la vede attaccata a false persuasioni, impegnata a cercare più accordo e capacità di presa su sguardo esterno che confronto e accordo con la parte intima di se stessi. Vede che non c'è autonomia, che il percorso di vita rischia di riprodurre e soddisfare modelli esterni senza arrivare a conoscere il proprio, ciò che può e che vorrebbe vivere e crescere di originale e di proprio. La parte profonda interviene col sentire e magistralmente con i sogni per dare spunti, richiami e guide di ricerca e di riflessione su se stessi, per prendere consapevolezza di cosa si sta facendo di se stessi, per riconoscere i nodi, le questioni vere della propria esistenza. La parte profonda tenta e vuole prendersi cura della parte conscia ,che presume di sapere e che spesso è ignara di questioni vere, di possibilità di cambiamento profonde. Se assecondata e compresa la parte profonda è capace di condurre l'altra parte a guarire da una condizione di inconsapevolezza e di chiusura, di ristagno e di spreco delle proprie risorse più vere e profonde. Se la parte profonda alza i toni, se movimenta la crisi e se dà segnali incisivi  di malessere lo fa per acciuffare l'altra parte, per trarla in salvo, per coinvolgerla in un lavoro di profonda verifica e trasformazione, necessarie per non insistere in una condizione che la parte conscia presume sana e da salvaguardare, che in realtà è tutta da rivedere, tutta da rigenerare su basi autentiche. La parte profonda è la risorsa più avanzata e affidabile su cui si può contare, che rischia invece di essere misconosciuta, fraintesa e svilita, trattando le sue iniziative e proposte come malate da curare. Chi guarisce chi è dunque il quesito che merita di essere posto.