sabato 25 aprile 2026

Le vicende interiori

Non è affatto facile capire le vicende interiori, particolarmente se complesse e inquiete. Prima di tutto si fa e spessissimo l'errore di applicare agli svolgimenti interiori una logica interpretativa e una lettura che sono a loro estranee, improprie. Ci si aspetta, si suppone che ciò che accade interiormente sia solo l’eco, la coda docile, la manifestazione e il seguito passivo di ciò che si ritiene essere il senso delle cose come tenuto insieme nella propria testa. Si ha pretesa di tenere con la testa il comando esclusivo delle operazioni di pensiero e di indirizzo delle scelte e che tutto di se stessi debba muoversi al seguito. Se l’intimo di sé nel sentire non dà segni conformi alle attese, prontamente lo si considera segno di risposta insufficiente, inefficiente, non valida e non adeguata come si vorrebbe.  Tutto ciò che accade interiormente è ben altro in realtà e ha ben altra capacità e intento che di seguire le orme e i dettami della testa padrona, ma questo lo si ignora, implicitamente lo si esclude, con pretesa convinzione inossidabile che ciò che conta, che ha validità e senso è ciò che nei ragionamenti si pensa e si argomenta e che il resto sia comunque subalterno e da gestire. C’è poi la tendenza a fare uso, a orchestrare il sentire, a esaltare per esempio emozioni che hanno buon gradimento e che godono di apprezzamento comune, a incoraggiarle, a porle a rimorchio e al traino di circostanze (ad esempio un luogo, una vista chissà quanto incantevole e irresistibile, oppure una situazione che si pensa non possa che commuovere o altro) o di fonti ispirative, come la visione di un’opera d’arte, assistere a una rappresentazioni teatrale o cinematografica, come l’ascolto di una musica, la lettura di un libro o simili, che avrebbero capacità di suscitare e accendere emozioni, come se ce ne fosse necessità, come se il sentire spontaneo fosse poca cosa e ci fosse necessità di animarlo, guidarlo e  sostenerlo per farlo entrare in bella vibrazione, perchè dia il meglio di sé, perché caldamente prenda forma e si manifesti. Contrariamente e ben diversamente dal pensato comune, ciò che si propone interiormente nel sentire, spontaneamente, senza trucchi, manipolazioni e incentivi, davvero in modo spontaneo e autonomo, quando rispettato, correttamente inteso e fedelmente compreso, si rivela essere ben altro e avere ben altro peso, valore e capacità rispetto a ciò che gli assegna il preconcetto usuale e ricorrente. Ben diversamente dai limiti che si suppone lo caratterizzino e dalle regole che gli si vorrebbero imporre, lo si considera infatti componente deludente e senza pretese  se poco vivace e affatto appagante, anomalo se poco gradevole o non consono alle attese, altre volte, se più acceso e incalzante, irrazionale e viscerale, non affidabile in termini di intelligenza e di capacità propositiva, il proprio sentire, il corso delle intime sensazioni e stati d’animo, è viceversa ben altro che un accessorio da gestire e di cui si presume di sapere. Il sentire ha qualità e capacità che vanno ben oltre e diversamente da ciò che abitualmente gli si attribuisce. Guidato dalla parte profonda della propria psiche, è capace di dare contributo e guida intelligente per comprendere ciò che la testa, scissa dal sentire, non può e non sa intendere, alimentata com’è nei suoi ragionamenti dal pensato comune, condizionata com’è da interessi di conservazione e di conferma dei suoi convincimenti soliti. Il sentire nel suo corso spontaneo e originale sa dare testimonianza viva di verità intime, verso cui lo sguardo abituale non cerca e non si dirige, riguardanti lo stato del rapporto con se stessi, l'orientamento e il modo di farsi interpreti della propria vita, il grado di maturità vera, di autonomia raggiunte, la corrispondenza con se stessi di ciò che si persegue o segue. Sono verità tutt’altro che di poco conto per chi non voglia procedere a testa bassa o dentro convinzioni mai verificate, sono verità solitamente ignorate e trascurate, rese vive e tangibili proprio dentro e attraverso stati d'animo,  vissuti, che di continuo offrono base viva di comprensione e di ricerca, che solo un autentico sguardo riflessivo (che non c'entra nulla con la riflessione comunemente intesa e praticata, che è tutto un ragionare sopra e sul conto di esperienze e momenti interiori di cui non si riconosce il volto, che non si lasciano parlare) può avvicinare e gradualmente cogliere. Lo sguardo razionale non sa nè raccogliere nè concepire una simile proposta, abituato com'è a far da solo, senza vincolo e senza aderenza stretta al sentire, a commentare e non a ascoltare, a definire e non a riconoscere ciò che il sentire dice e rivela. Prevenuto com'è, supponente, perchè pensa di aver già nel suo bagaglio la comprensione, impaziente, perchè non sa reggere la tensione del non vedere già e del non sapere subito o presto, poco o nulla duttile e accogliente, perchè rigidamente attaccato a idee e a principi di coerenza formale e di normalità, imbevuto di a priori, di significati presi in prestito dall'uso comune, fondamentalmente incompresi e semplicemente replicati, incline a spiegazioni lineari di causa e effetto, il pensare razionale non ha certo l'animo e la stoffa per entrare in rapporto rispettoso, utile e fecondo col sentire. Ciò che accade interiormente vuole far vedere da vicino la propria condizione, i propri modi, vuole illuminare complesse relazioni intime. Solo con uno sguardo riflessivo portato su di sé, solo guardando negli occhi, come in uno specchio, il proprio sentire e riconoscendo cosa vuole comunicare e dire, ci si può accordare col senso e con la proposta di ciò che di volta in volta si rende vivo e presente interiormente. Viceversa l'attenzione sempre portata all'esterno, l'abitudine a riferire tutto ciò che si prova a relazioni concrete con altro e con altri non può permettere di cogliere, di capire il senso dell'esperienza interiore. Se ad esempio l'ansia cresce non è per debole capacità di procedere e di avanzare con sicurezza nel rapporto con l'esterno, sempre inteso come unica realtà di riferimento e assoluta, ma per testimoniare la fragilità di ciò che fa da base d'appoggio al proprio modo di stare al mondo e di procedere, dove manca l'essenziale, dove manca tutto ciò che gli faccia interiormente da fondamento valido, che lo renda affidabile e saldo. Senza unità con tutto il proprio essere, senza capacità di ascolto e di dialogo con la propria interiorità, senza conoscenza di se stessi, aperta e approfondita, non addomesticata alle proprie pretese e condizionata da convinzioni di comodo, non può esserci base salda e affidabile. Lontani dal proprio intimo e senza intesa con se stessi, senza aver compreso nulla, aggrappati solo all'agire e al ragionare spiantato, supportato da luoghi comuni, da convincimenti senza conferma interiore e sfasati rispetto al proprio sentire, come si può pretendere di starsene quieti, che non suoni l'allarme, a causa di una dotazione nel vivere, di un equipaggiamento nel procedere scadenti e lacunosi, dell'inconsapevolezza di ciò che si sta realmente facendo di se stessi, di ciò a cui ci si sta nel tempo destinando?

domenica 12 aprile 2026

L'insicurezza

E' spesso oggetto di preoccupazione, è vista come un deficit cui trovare possibilmente pronto rimedio. Si pensa che sia non solo augurabile ma anche normale non averne. L'insicurezza fa invocare subito il possesso del suo opposto, di una determinazione, di una fiducia in se stessi salda, di una capacità di scelta senza tanti tentennamenti o difficoltà di capire e definire l'obiettivo da perseguire, la cosa da fare. Si vorrebbe essere operativi nel modo più efficace, si vorrebbe essere assistiti e sostenuti da dentro da ben altro che da ciò che pare solo un equipaggiamento interiore scarso e sgangherato. Si vogliono dettare le regole al proprio intimo, facendo appello alla presunta normalità, portando a sè l'esempio degli altri che parrebbero ben più sicuri. Ci si strugge, ci si spazientisce, ci si lagna per la malasorte di essere infelicemente combinati. Si recrimina, si vanno a cercare le cause e le responsabilità in chi, a proprio giudizio, non ha favorito, incoraggiato, alimentato la fiducia in se stessi, in chi anzi l'ha osteggiata, minata, compromessa, in chi non ha dato l’esempio di un approccio fiducioso e sicuro all'esistenza e ha messo in campo troppi timori di sbagliare, in chi viceversa ha proposto come ineludibile un modello di sicurezza e di capacità di riuscita inarrivabile, al cui confronto non si poteva che sentirsi e vedersi inadeguati, incapaci, perdenti. Tutto si cerca di spiegare pur di recriminare su quel proprio modo d'essere, che pare solo una dotazione sbagliata e fallimentare. L'educazione ricevuta è il principale imputato. Sempre a vedersi oggetto di questa benedetta o maledetta educazione e mai soggetto della propria vita, in grado di scoprire da sè cosa significa questo e quello, cosa vale davvero e perchè, avvalendosi del proprio sguardo, trovando da sè risposte, traendo da lavoro su di sé e sulla propria esperienza lettura dei significati, criteri di valutazione e guide, nutrendo da sè la propria crescita, la propria capacità di condursi. Entriamo così nel merito dell'insicurezza, tutt’altro che dotazione malmessa da mettere in conto a cattiva natura e genetica o agli apporti esterni manchevoli e distorti, ma segnale onesto e attendibile di ciò che abbiamo portato autonomamente a maturazione, senza farcelo dire e dare. E' il termometro della autonomia sviluppata, coltivata, fatta crescere. Non solo, ma così stupida e da prendere a calci l'insicurezza non è, se segnala che prima dell'agire c'è il pensare, il veder chiaro, il tener conto della necessità di orientarsi, di sintonizzarsi con le incognite presenti, perchè non c'è mai nell'esperienza nulla di scontato se non nella testa che si intestardisce nella pretesa di sapere già. Vanno cercate ogni volta le basi di intesa con se stessi, va rispettata e onorata la necessità di comprendere le ragioni di ogni scelta, le implicazioni presenti, i perchè di ciò che si cerca e che si vorrebbe perseguire. La sicurezza come dispositivo e modo di funzionare a pronto uso, a prescindere e senza tener conto delle necessità che ho detto, è una pretesa discutibile, da fare oggetto di attenta e proficua riflessione. Oggi le tecniche per allenare e irrobustire la forza di determinazione, la fiducia in se stessi con la promessa di fare il proprio bene e di procurare il proprio vantaggio di riuscita, tecniche del rendimento e della prestazione, hanno sempre più largo mercato. Discendono da una mentalità e da una visione dell'uomo appiattito e risolto nella meccanica della prestazione, riducendo le sue aspirazioni alla brama di riuscita, dove la riuscita segue la traiettoria, il binario già ben segnato, del successo, del perseguimento di ciò che riscuote plauso, consenso e considerazione, che accontenta queste regole e aspettative, che ottiene questo premio, questo bel biscottino. E’ la tanto agognata e ben gradita sicurezza per chi, non certo disposto a riconoscerlo, illuso del contrario, è incline a spingersi avanti etero guidato, per chi ha già assunto belle che pronta e come certa la definizione di ciò che vale e che va perseguito e dimostrato con merito. L'insicurezza, se ben intesa, può essere un valido punto di partenza, da dentro è infatti frapposta come freno e inciampo per questo scopo, per cercare da sè ciò che si vuole favorire, se la corsa gregaria a inseguire la presunta normalità e il beneficio della riuscita comunemente celebrata come tale o se la propria ricerca di ciò che vale in stretto legame e accordo con se stessi, con la propria interiorità. E' la propria interiorità, è il proprio profondo che onestamente e saggiamente mette in campo l'insicurezza per segnalare il punto critico e nodale su cui riflettere e lavorare, per non perdere la testa, per non venderla al miglior offerente, per riportarla a sè come prerogativa essenziale, come facoltà e impegno di ricerca del senso, riconsegnandosi il compito di capire ciò che va garantito e cercato per tutelare e favorire la propria crescita e realizzazione vera. La sicurezza che ha valore, che non si riduce a essere banalmente una posa da mostrare con prove di rendimento già tutte predefinite, facendo i bravi scolaretti, anche se illusi di fare i "grandi", la sicurezza che conta davvero come espressione di vera autonomia, come capacità di autogoverno della propria vita, può essere solo frutto di attento e tenace lavoro su stessi. Se non si coltiva il proprio terreno non c'è sicurezza che abbia fondamento valido e senso, radice viva e scopo corrispondente a se stessi, a ciò di cui ci si riconosce portatori come individui, a ciò che profondamente si  scopre di amare, senza questo c’è solo pseudo sicurezza trainata da emulazione di modelli, che si risolve nella ricerca, tanto affannosa quanto ingenua, della bella figura.

martedì 7 aprile 2026

La leggerezza

Quante volte capita di sentire esaltato il valore della leggerezza con riferimento a una condizione interiore che, libera da appesantimenti, permetta di transitare e stare nell'esperienza con animo leggero e sereno! Qualche valido motivo può averlo il desiderio di leggerezza quando si è in presenza di modi di trattare l'esperienza, che, facendo leva sul pensiero razionale, non fanno che mettere assieme combinazioni e incastri di idee, tanto complicate quanto sterili, in nulla fondate sul vivo e lontanissime da una relazione stretta col sentire. In altri casi un modo lagnoso e vittimistico di trattare le proprie vicissitudini fa sì che tutto all'esterno diventi bersaglio e oggetto di critica e di commento acre, cacciando il negativo sempre fuori, caricando ogni responsabilità su altro e su altri. Il fardello per un interlocutore, che sia chiamato a ascoltare simili lagne e elaborazioni, è allora davvero pesante e diventa di assai dubbio interesse ascoltare un pensiero così compattato e chiuso a ogni presa di coscienza che coinvolga chi si considera solo vittima. Lo stesso soggetto e artefice di un simile modo di trattare la propria esperienza all'insegna della recriminazione continua, può avvertire lo stato asfittico e il clima pesante in cui si costringe a respirare. Togliere e liberarsi del peso del ragionare spiantato, che complica sterilmente il pensiero e la visione, del recriminare, che rigira all'esterno ogni critica e pretesa e che inibisce e cristallizza ogni possibile nuova scoperta e processo di crescita personale, è certamente auspicabile. Per fare posto a che? A assenza di pensieri e di lavoro di ricerca? Se tutto muove con spontaneità da dentro, dall'intimo di se stessi, se la consegna è interiore, scaricarla per ottenere, in nome della leggerezza, animo sgombro, significa compiere una forzatura, evadere da se stessi. Una cosa è alleggerirsi degli inutili arzigogoli del ragionamento, dei crucci lagnosi, altra cosa è rendersi leggeri e svincolati da consegne interiori che chiedono di avvicinare ciò che è necessario per non rimanere ignari e sospesi per aria, senza le risposte che è importante trovare, privi, digiuni della consapevolezza necessaria, alleggeriti del bagaglio utile e delle guide valide per procedere a modo proprio, per dire la propria. Se c'è impegno e lavoro da assumere e da svolgere per ascoltarsi e per capirsi, per trovare sintonia con la propria interiorità, per ascoltare e per fare proprio ciò che il proprio sentire sta proponendo, ben vengano questi “pesi”, possono fornire gli strumenti necessari per non ritrovarsi, sì alleggeriti di preoccupazioni e di pensieri, ma anche in balia di un procedere senza guida e senza rotta, anonimo e inconcludente. La leggerezza, che, promettendo per sè lo stato ideale, esige di essere sgombri da carichi di ricerca e liberi dal vincolo a trovare accordo con se stessi e risposte sintone col proprio sentire, non può che consegnare se stessi alla passiva adesione a modelli già pronti, al procedere accodati e accordati con ciò che è prevalente e ben assestato nel pensato e nell'esempio comune. Ciò che non si crea, che non si genera da sè non può che essere fatalmente e malamente compensato e sostituito da pensiero, da idee, da attribuzioni di significato e di valore presi in prestito, assorbiti dall'ambiente, rimasticati soltanto, anche se con l'illusione di essere pensati in proprio. La leggerezza che, togliendo giustamente ogni inutile zavorra, non sia ricerca di accordo e di fecondo scambio con se stessi, con la propria interiorità, col proprio sentire, che viceversa rivendichi solo uno stato di spensieratezza e di svincolo da richiami interiori, rischia di produrre solo un vuoto di crescita e di autonomia. Sembra saggio e incontra facile consenso il richiamo alla leggerezza, sembra benevolo e gentile, ma, in non pochi casi, coincide con la pretesa di farsi arbitri e censori del proprio (a volte persino dell'altrui) stato interiore e del modo di trattarlo, di ridisegnare a proprio piacimento il corso del sentire, dandogli intanto il benservito quando, nel suo corso naturale, consegna il compito di fermarsi per aprire lo sguardo, per veder chiaro in ciò che si sta facendo e trascurando di conoscere di se stessi. Il carico interiore di stati d'animo non lieti, la complicazione di inquietudine e di disagio, non è mai un di più da cestinare, semmai è la compensazione, cui provvede la propria interiorità, di quel di meno che il modo di pensare abituale ha di consapevolezza e di contatto vivo col vero della propria esperienza e di se stessi.