Il rapporto con se stessi non è generalmente al centro del proprio interesse. Parlo di rapporto nella pienezza del termine. Non se ne comprende la traducibilità e il senso, se non in una accezione molto limitata. Al più lo si intende e lo si traduce in termini di atteggiamento più o meno concessivo, di benevolenza o di severità di giudizio rivolti da parte propria a se stessi, come spesso si fa con un bambino cui dare o negare soddisfacimento e accondiscendenza. D'altra parte se nell'idea, nella rappresentazione che ci si dà di se stessi, è incluso prima di tutto e messo in primo piano ciò che di sè si conosce e riconosce abitualmente e che consiste nella capacità di pensiero razionale e nell'esercizio di volontà e di iniziativa, di capacità operative, includendo solo di straforo il sentire come parte in subordine, come eco e reazione a fattori esterni, come espressione comunque da gestire, possibilmente da regolare, cui concedere a tratti sfogo o espressione, è comprensibile che il rapporto con se stessi abbia limiti di comprensione e margini di esercizio più che esigui. Ciò cui, lavorando su se stessi, ci si dedica maggiormente è di fare manutenzione delle leve operative, di fare lavorio su ciò che si fa e si mette in opera, casomai con sollecita cura e accorto calcolo, a tratti preoccupazione accesa, con la possibilità di infilarsi in qualche cruccio quando pare di aver commesso errori, di rischiare la reputazione, di compromettere il buon accordo con altri o per insoddisfazione per mancato raggiungimento di risultati desiderati. Il rapporto con se stessi può ridursi a questo lavorio o a dare spazio a qualche lamento, talora a qualche rimpianto, talaltra a qualche desiderio di novità, di nuove iniziative che promettano un che di più appagante o che permettano di evadere da un senso di stagnazione e di vuoto, di malessere verso cui prevale la necessità del rimedio piuttosto che dell'ascolto e della presa di visione di ciò che rivela. I rapporti considerati decisivi, cui si riconosce necessità di attenzione, di cura sono i rapporti con gli altri. Solo lì si vede sostanza, storia, solo nei rapporti con gli altri si vede occasione e non di rado ragione di scontento, solo in questi rapporti si traffica a dismisura. La stessa psicoterapia in larga parte delle sue espressioni pone al centro dello sguardo il rapporto con gli altri, dentro cui si indaga per trovare presunta origine e causa di crisi e di malesseri interiori, dentro cui si riconosce il terreno considerato reale su cui c'è da trovare vita e senso, opportunità di crescita e risorse, espressione e realizzazione di sè. Non è riconosciuta la realtà, tutt'altro che immaginaria, del rapporto con se stessi, di cui a ben vedere, ma su questo terreno le sviste e l'incomprensione regnano spesso sovrane, c'è solido fondamento, di cui sono ben presenti e vive le basi e le ragioni tutt'altro che fantasiose o aleatorie. Quando, smettendo d'andare via di corsa, di stare distratti e un fusione o confusione con altro e altrove, si apra al contatto, alla percezione e al riconoscimento di se stessi, a una conoscenza vera, tutt'altro che fantasiosa, comprensiva di ciò che realmente vive di se stessi, si renderebbe ben riconoscibile che il proprio essere non è confinato nella parte in cui solitamente con più favore e per abitudine si indugia, ma che esiste e è ben tangibile una parte intima e profonda che pulsa di continuo nel proprio sentire, nel corso dei propri stati d'animo, in ciò che, oltre i confini di volontà e ragione, accompagna ogni passo della propria esperienza, coinvolgendo interiormente e spingendo a aprire lo sguardo, che nei sogni, messo a tacere l'agire e il diversivo esterno, dice e conduce dentro esperienza tanto a prima vista strana quanto densa di significato e di capacità di rendere riconoscibile il vero. Dunque esiste la base viva e reale di un rapporto tra la parte dentro cui, in assenza di questo rapporto, si rischia di rimanere confinati in assetto di attività e in condizione di prioritaria relazione con l'esterno, con gli altri e la parte intima e profonda di sè, che continuamente, nel sentire e nei sogni si fa avanti e si propone. Diversamente, se non si riconosce e coltiva questa possibilità di rapporto, si rimane fermi alla vaga idea di un proprio mondo interiore, che si concepisce come oggetto e territorio un pò oscuro, come riflesso o ombra degli accadimenti soliti, come incognita poco affidabile verso cui tenere la distanza di sicurezza non pare così sbagliato. Che questa parte interiore e profonda dica e assai accortamente, creando l'incomodo della ricerca del verità di se stessi, che toglie veli e spinge lo sguardo oltre l'apparente, che intervenga di continuo, che nell'esperienza quotidiana dia segnali e spunti di ricerca nel sentire, che offra guide di approfondimento e specchi di verità di formidabile acume e affidabilità come nei sogni, che abbia capacità intelligente di stimolare la riflessione su se stessi, che sia l'artefice e promotrice di ogni crisi e malessere interiore per impegnare a fare seria verifica, per smetterla di procedere senza consapevolezza del vero, senza dotazione di autonoma visione e capacità di orientamento, tutto questo, ben tangibile e riconoscibile dentro il percorso di analisi, di un'analisi ben condotta, è spesso e generalmente ignorato, incompreso. Dunque il rapporto con se stessi, con la parte intima e profonda di sè, ha ben valido motivo di essere riconosciuto non solo come realtà vera ma pure come centrale, come realtà dentro cui, casomai con l'aiuto di chi sappia guidare in questa scoperta, imparare a calarsi e a riconoscersi, a muoversi. Il rapporto con se stessi, inteso come rapporto di ascolto e dialogo con la propria interiorità è il luogo della presa di visione del vero e della scoperta attenta e autonoma dei significati originali insiti nella propria esperienza, ben diversi da quelli, tratti da senso comune, messi sopra col ragionamento, della formazione e crescita di una visione propria, di sviluppo di autonomia nel segno dell'accordo con se stessi e non dell'intesa con il pensiero comune. Nel rapporto con gli altri si porta ciò che si sa conquistare e portare a maturazione nel rapporto con se stessi. Se nel rapporto con se stessi e nel lavoro sulla propria esperienza si dà spazio al darsi spiegazioni prese in prestito e che rassicurano, levando di torno l'incomodo della verifica attenta e della scoperta del vero, se si dà priorità alla pronta ricerca del rimedio rispetto al dare respiro alla presa di coscienza e alla conoscenza del vero, sarà inevitabile riprodurre la stessa tendenza nel rapporto e nello scambio con gli altri. Se nel rapporto con se stessi si tende a chiudere all'intimo sentire quando difficile e spiacevole, non si potrà che assecondare la stessa tendenza nell'incontro e nel dialogo con l'altro. Se la tendenza è a non mettere al centro dello sguardo la propria responsabilità e a fare recriminazione, a addossare responsabilità a altro e a altri, se la critica tende a andare tutta fuori, si può ben capire che il rapporto con gli altri ne sarà segnato. Se il giudizio altrui è punto di riferimento più o meno riconosciuto come vincolante, se lo stare in corsa e gara con gli altri, se il non essere da meno è fulcro della propria autostima, il rapporto con gli altri ne sarà segnato eccome. Tutto questo, che riguarda la conoscenza di se stessi, nel rapporto e nel confronto con la propria interiorità, ascoltando e entrando nelle pieghe vive del proprio sentire, raccogliendo le guide e gli spunti di ricerca dei propri sogni, lo si può andare a vedere, a toccare con mano e diventa il terreno in cui crescere davvero e trasformarsi. Se ci si pensa come nella esclusiva realtà segnata dall'attaccamento a altro che sta fuori, se si pensa che sia lì il terreno della propria crescita, si finisce per farsi soverchie illusioni. Di per sè il rapporto con gli altri, se non indirizzato e alimentato da lavoro su se stessi, non è il luogo delle meraviglie, bensì spesso è il luogo dove si riproducono i propri limiti di espraneità a se stessi, dove si assorbono e si riproducono modi di intendere comuni, punti di riferimento soliti, dove detta legge la ricerca di apprezzamento e di appoggi cercati nello sguardo, nel giudizio e considerazione altrui, per sentirsi nel vivo e nel reale dell'esistenza, per considerarsi in linea col normale sano e sensato. Si rischia così di continuare a ignorare che è proprio nello scambio con il proprio intimo e profondo che si può ritrovare il luogo della conoscenza di sè e della scoperta dei significati veri sulla base e nelle guide di quanto si sperimenta interiormente, anche sofferto e difficile, della scoperta con i propri occhi, senza suggerimenti esterni, delle proprie ragioni di vita e aspirazioni più autentiche, del proprio potenziale umano che vuole vivere e tradursi e non omologarsi e correre dietro a altro e a altri.
domenica 31 maggio 2026
venerdì 15 maggio 2026
Il cestino
Nel cestino ci finisce spesso l'intelligenza del sentire. E' il risultato dell'intelligenza razionale, che sa remare nell'unica direzione che considera (che si fa dire) essere possibile e valida, che non intende altra ragione, altro di ragionevole che non sia far girare le cose nel verso della riuscita normale, a norma dell'idea comune di ciò che va bene e di ciò che non va. La mente razionale, quando si confronta con ciò che accade interiormente, nel suo monologo, non sa infatti entrare in dialogo con l'interiorità, che considera solo un oggetto di indagine, le parla sopra, le dà spiegazioni, si crogiola nelle sue operazioni di incastro logico, in cui, a partire da attribuzioni di significato prese in prestito dall'uso comune, prese automaticamente per buone, mai interrogate alla radice, fa le sue deduzioni, fa giri di argomentazioni di cui non riconosce necessità di verifica di valido fondamento e di rigorosa attinenza e corrispondenza con quanto l'esperienza interiore dice, rivela. Sono verifiche di cui chi produce un simile pensiero non sente necessità di rendere conto a se stesso, perchè nel conto si avvale, a suffragio e a sostegno delle sue tesi, di tutto l'armamentario e del supporto di idee correnti di cosiddetto buon senso, del sapere di qualche esperto o presunto tale, letto o sentito dire, circa ciò che è sano e normale, circa ciò che non lo è, che rendono il suo pensato agile e pronto, veloce e pure un pò presuntuoso. Se nell'esperienza una sensazione non gira a favore della buona e fluida resa, ecco che quell'impaccio, quella paura, quell'irrigidimento, quell'ansia o fobia o blocco sono vissuti come accidenti sgraditi, considerati senza esitazione come guasti, come disturbi, pronti, conformemente a questi giudizi, a fare consegna all'esperto della psiche, al terapeuta di turno, delle espressioni del proprio "star male" perchè fornisca o i mezzi chimici per trattarle o la psicoterapia che, ad esempio definendole come modi disfunzionali di reagire, senza valida ragione e utilità, capaci solo di compromettere e guastare efficienza e capacità di prestazione normale, a norma, li metta in trattamento e riordino, provi a sostituirli con modi e risposte più funzionali allo scopo di funzionare e di "stare bene" come il comune modo di intendere intende. Sarà un caso, ma le teorie e le tecniche curative circolanti dai nomi che promettono efficiente capacità di intervento, che sia la psicoterapia cognitivo comportamentale, la strategica breve, l'analisi transazionale, la sistemico relazionale, l'emdr ecc. ecc. hanno avuto culla e origine in quella cultura statunitense che nella prestazione, nella capacità di riuscita ha il suo credo indiscusso, il suo mito. L'esperienza interiore, ciò che nel sentire, negli stati d'animo, nei moti, nei vissuti, solo per fare qualche esempio, di paura, di ansietà, nei freni e negli impacci, nell'umore che si oscura anche fino al punto di consegnare un senso disperante di vuoto, di mancanza di spinta vitale, se in tutto questo si vedono solo i segni di un meccanismo che non gira a dovere secondo regola di ciò che così dovrebbe girare per buona salute e valido modo di essere e di procedere, tutto dell'esperienza interiore che non si conforma alle attese e pretese diventa una scoria, uno scarto, un deficit di funzionamento da contrastare e di cui liberarsi, da cestinare. Quale sia il senso vero di ciò che si muove nel corso interiore, cosa vogliano dire, far capire, cosa quelle interferenze vogliano spingere, richiamare a vedere, a capire di se stessi, di ciò che si sta facendo di se stessi, di cosa si tende a produrre, casomai a ignorare, a saltare a pie pari, che viceversa è essenziale non già per funzionare, ma per conoscersi, tutto questo non è concepito come fondamentale da scoprire, non rientra nel quadro mentale della mente razionale, che pure si ostina a considerarsi ragionevole, lucida e capace di capire le cose. La mente razionale è impaziente, vuole dare prova di saperci fare, di saper agire, spiegare, risolvere, non ha attitudine e capacità di entrare in rapporto, di ascoltare, di intendere rispettosamente ciò che l'interlocutore, qui si tratta dell'interlocutore intimo, della propria interiorità, col sentire vuole e sa dire. Che il contributo della mente razionale sia dato da chi vive l'esperienza interiore accidentata, che, ancora prima di rivolgersi alla cura e poi anche in seguito, ci mette del suo nell'azione di scarico, che sia dato dal terapeuta che pensa di offrire valido aiuto e che, dando per scontato che ci sia un danno, un'alterazione da trattare, cerca di trovare spiegazione di cause, di fornirle, di dare le guide per rimettere le cose a posto, di fatto l'insieme coopera nel lavoro di raccolta rifiuti e smaltimento rivolto a proposta interiore che neanche per il cavolo è riconosciuta come tale, come proposta valida e intelligente da ascoltare, da imparare a comprendere, da valorizzare. Il cestino è il destino che rischia di essere riservato a ciò che, interiormente non facile, ma prezioso, sarebbe capace, se correttamente inteso, di trarre in salvo dal pericolo di non conoscere nulla di vero di se stessi e di ciò che autentico, in unità col proprio intimo e profondo, potrebbe nascere e dare contenuto e corso nuovo alla propria vita.
sabato 2 maggio 2026
La timidezza: difetto e limite da superare ?
La timidezza è vissuta spesso come un carico ingrato, come un intralcio, come una cattiva disposizione di natura, che ostacolerebbe, che metterebbe a rischio la possibilità di esprimersi al meglio e di cogliere pienamente le opportunità del vivere. Un fattore di svantaggio dunque in una lettura a senso unico, tant'è che l'auspicio più diffuso è di superarla, come se il superamento della timidezza segnasse un passaggio di crescita, una conquista. La timidezza è infatti spesso motivo di autosvalutazione, come se equivalesse a un non pieno e adeguato sviluppo, maturazione. C'è la convinzione che sia un segno di minor forza, di acerba insicurezza e per questo è facilmente motivo di minore e compromessa autostima in chi porta dentro se stesso questa impronta del sentire. In realtà, dove non ci si lasci dettare legge e chiudere lo sguardo da una concezione, tutta a rimorchio dei luoghi comuni, dei gusti e delle stime di valore più diffuse e prevalenti, che se fanno statistica non fanno per questo scienza e verità, che premia come qualità ideali estroversione, sicurezza e disinvoltura, facilità di contatto e scioltezza di parola, simpatia e solarità e altra pappa simile (pronta da mandare giù, senza necessità di capire), concezione che implicitamente e che anche manifestamente svaluta e boccia come inadeguate tutte le espressioni diverse, come la timidezza, che non vanno in quella direzione ritenuta ideale, si può riconoscere nel proprio sentire con impronta di timidezza ben altro da ciò che dettano i pregiudizi comuni e personali. La timidezza ha l'intento e la capacità di segnalare, il segnale arriva da dentro se stessi forte e chiaro, che c'è soggezione al giudizio e alla valutazione dell'autorità esterna, allo sguardo altrui, che c'è dipendenza, l'inclinazione cioè a farsi dire ciò che vale e che va manifestato di sè, a assecondarlo per portare a sè conferma e sostegno di approvazione, a rincorrere come validi i modelli esterni, a temere di incorrere nella cattiva resa e figura. La timidezza vuole dunque dare indicazione calda e cocente, stimolo forte e insistito a tenere conto di questa presa e vincolo dipendente, di questa consegna di se stessi così forte all'autorità esterna, per prenderne visione, per lavorarci sopra. Il vissuto di timidezza dà segnali mirati, sapientemente mette all'ordine del giorno, indirizza la ricerca su qualcosa di centrale, su un nodo decisivo. Nello stesso tempo il vissuto di timidezza rende l'esperienza del timore reverenziale, del piegarsi a quell'autorità del giudizio e dello sguardo altrui, sofferta, dolorosa, sempre incalzante in presenza di altri. Lo sottolinea mostrando quanto è forte la necessità di proteggersi, di darsi riparo. Vale la pena di aprire qui una riflessione sul rapporto col sentire, riflessione che più volte è rilanciata nei miei scritti. Nella attenta riscoperta di ciò che la timidezza sa dire e suggerire come base e terreno vivo di scoperta, di presa di coscienza, emerge il valore del rapporto col proprio sentire in tutte le sue espressioni naturali, spontanee, anche le meno gradite. Il sentire è risorsa essenziale da non trascurare e da valorizzare, sentire che invece, anzichè essere attentamente e fedelmente ascoltato, abitualmente, soprattutto se ha parvenza di non essere conforme a ciò che è più atteso e gradito, è tirato per i capelli, giudicato sbrigativamente, tenuto sotto custodia e controllo, reso oggetto di commento, di manipolazioni e di pretese. Il nostro sentire è la nostra interiorità che intelligentemente ci interroga, ci dice, non comprendere questo significa ridurre in modo netto, compromettere le nostre possibilità di presa di visione e di pensiero, rimanendo in balia della iniziativa del pensiero razionale, che, da solo e dissociato dal sentire, offre solo illusorie spiegazioni valide e chiarimenti, in realtà già incanalati nel pensato consueto, nel preso in prestito da fuori, da idee comuni e prevalenti, quelle che appunto, come dicevo prima, fanno rapida giustizia sommaria della timidezza, che, trattata come ostacolo e insufficienza, è radicalmente travisata e bistrattata, quando in verità ha ben altro valore e capacità di dire. Ma torniamo a guardare con attenzione e senza preconcetti dentro l'esperienza del sentire timido, per farci mostrare cosa rivela. E' un sentire, quello della timidezza, cui si accompagna spesso senso di inadeguatezza, di infelice realizzazione, che rischia di essere predominante, anche se a ben vedere non è univoco ciò che dice l'esperienza viva della timidezza. Se infatti l'aspirazione a non essere come naturalmente e spontaneamente si è e si sente nel proprio della timidezza, pare di indiscutibile validità, vedendo in altri, a differenza e paragone con se stessi, i campioni da imitare, invidiati quando appaiono liberi da freni e da ritrosie, quando sciolti e disinvolti, con l'apparenza di chi sa vivere e prendersi il meglio delle occasioni di ben figurare, emergere e afferrare gioie e soddisfazioni, nello stesso tempo assieme a una simile aspirazione c'è la sensazione, adottando quel metro e premendo su di sè per ottenere quelle stesse espressioni e prestazioni, di imporre a se stessi un che di forzato e coercitivo, che obbliga a andare contro il corso e la corrente naturale, a assumere altro, a dover indossare altri panni, a camuffarsi, a nascondere l'originale, a averne vergogna oltre che ripudio. La timidezza, assieme a soggezione e a timore dell'altrui giudizio, preso a regola e a arbitro della propria vita, è forza di legame con se stessi, anche se in contemporanea a marcata spinta a dissociarsi, a prendere le distanze da sè, a assumere altro come nuova e diversa uniforme da indossare, addirittura come diverso stampo del proprio essere, cui aderire e dentro cui riplasmarsi fino nell'intimo. La spinta a inseguire e a farsi dettare come essere e nello stesso tempo la sensazione di forzare, di plagiare se stessi, la percezione che c'è un vincolo di natura che, per quanto lo si voglia superare, non mostra certo di cedere e svanire facilmente, è la consegna della timidezza. Insomma nella timidezza c'è il segnale della soggezione dipendente, della spinta a dare prova e a superarsi per assecondare le pretese dell'autorità esterna per averne in cambio convalida e per far proprie le sue promesse e contemporaneamente c'è la percezione acuta del suo essere una pretesa in contrasto e in strappo da sè. Anche se oscurate e stravolte le ragioni del vincolo a se stessi, perchè la chiave di lettura è quella che, in adesione al pensato più comune, vede deficit e mancanza di espressioni ritenute valide e garanti del proprio buon rendimento, del proprio saper vivere e del possesso di capacità e qualità adeguate, in realtà, a starci attenti nelle mosse del sentire timido c'è tutt'altro che insipienza, inettitudine e incapacità. Se la timidezza ad esempio non consente pronta espressione di parola, tanto cercata pur di riuscire a dire, per paura di apparire altrimenti vuoti, è perchè la parola, se vuole essere portatrice di senso, deve fondarsi su qualcosa che intimamente avvicinato e compreso (questo ha i suoi tempi e i suoi perchè, non può avvenire a comando), consente di dire, può dare motivo e persuasione di dire qualcosa che ha un senso e che ha senso comunicare, per non parlare a vanvera o inventare discorsi modellando il dire in accordo, per i contenuti e per la forma, con ciò che l'interlocutore può apprezzare. La timidezza non consente espansività e quant'altro è considerato espressione di buona disposizione d'animo, di cordialità, di sentimenti o presunti tali ben impostati e modellati su tutto ciò che è considerato valido, gradito e ottimale, perchè i sentimenti non si inventano, non si recitano, non si vendono e non si mercanteggiano, devono pur avere una radice vera, un fondamento e essere legati a qualcosa che è maturato dentro e in concordanza piena con se stessi, che ha ragion d'essere valida e sincera. La timidezza fa valere le ragioni dell'autentico, di ciò che ha fondamento vero, che non è un artefatto. Ho scritto qualche tempo fa sull'argomento dell'originale e dell'artefatto. La timidezza è terreno di incontro, di scontro tra le ragioni dell'autentico, di ciò che originalmente, traendo linfa e origine dentro sè, vuole formarsi e vivere e le ragioni dell'artefatto. Una cosa è spendersi per dare buona prova, per simulare ciò che piace, una cosa è apparecchiare, mettere in tavola, riprodurre ciò che è concepito come buono e di valore e degno di buona considerazione, altra cosa è cercare dentro sè le ragioni, le basi, le radici di espressioni umane non messe su artificialmente, ma cariche di vero, di autentico, di consapevole. Tutt'altro che un'espressione deficitaria, c'è un principio di salute e di saggezza nel corpo vivo della timidezza. Con grande intelligenza la timidezza rende tangibile lo scontro tra la soggezione all'autorità dello sguardo altrui e comune e alla regola del saper vivere secondo modelli condivisi e prevalenti, tra la pretesa di dare buona prova e il vincolo che non molla la presa, forte anche se sofferto, con le ragioni dell'autentico e del rispetto per ciò che è intimo, che intimamente si fa valere. Se si impara a rispettare per ciò che racchiude e a valorizzare la timidezza, che non è certo lì per caso, che non si fa valere per caso, si può trovare dentro questa esperienza interiore così complessa e ricca, che rischia di essere liquidata solo come un difetto e una palla al piede, tanto su cui lavorare per conoscersi e per conoscere, per comprendere questioni di natura rilevante inerenti il modo di scoprire la propria vera identità e qualità umane, di intendere la propria crescita e la realizzazione della propria vita. Una cosa è spingere se stessi verso la prestazione e la corsa regolata da altro da sè senza discernimento, per averne premio e convalida, altra cosa è riservare a sè il compito e la facoltà di comprendere e di assecondare lo sviluppo di ciò che vale, che richiede anche frenarsi, la timidezza come abbiamo visto frena, trattiene non per caso, ma con lo scopo intelligente di ascoltarsi per darsi occasione di scoperta, per cercare e trovare con base e fondamento di accordo con se stessi chiarimenti e risposte necessarie per procedere con autonoma capacità di vedere, di comprendere e di guidarsi. Una cosa è farsi portare e farsi dire (scorciatoia, soluzione facile e immediata da afferrare e consumare), una cosa è affidarsi e ossequiare l'autorità esterna dei giudizi e delle regole condivise, per indirizzare non solo le scelte, il destino, le mete da raggiungere, ma persino per farsi regolare e dettare le espressioni di sè più intime inerenti sentire e sentimenti, per ricevere da questa autorità apprezzamento e conferma, altra cosa, ben altra cosa, è mettere al centro come condizione imprescindibile il vincolo a se stessi come natura da rispettare, come fondamento vivo e essenziale per trovare da sè autonomamente, per cercare dentro di sè le proprie risposte e ragioni d'esistenza comunque non prescindendo, non rinnegando, ma viceversa valorizzando il proprio sentire nelle sue declinazioni vere, sentire che, come la timidezza, con intelligenza dice, saggiamente coinvolge, indirizza lo sguardo e conduce a capire. Consegnarsi ad altro per farsi dettare e riconoscere presunta maturità e capacità di vivere e di crescere o tenere stretta a sè la facoltà e la capacità di capire e di capirsi, di comprendere da sè, di riconoscere con i propri occhi, fedelmente a se stessi, in unità col proprio intimo vero, cosa ha senso e valore, cosa, in consonanza con se stessi e coerentemente con le proprie originali risorse e qualità, vuole vivere, tradursi e realizzarsi, questa è la posta in gioco. E' una posta in gioco di capitale importanza e che ha terreno di coltura proprio in ciò che come la timidezza è abitualmente giudicato solo il segno di un limite, di debole e trattenuta capacità di espressione di sè. La timidezza, se compresa con l'intelligenza necessaria per intendere le vere ragioni e il senso di un contributo così sapiente del profondo scritto nel proprio sentire, essere la base viva di un chiarimento decisivo, il bivio tra una scelta di vita a rimorchio d'altro, cui si affida e concede l'autorità di dirigere e dettare i modi validi e le aspirazioni della propria vita e la scelta, certamente più impegnativa, ma assai più matura e promettente verso se stessi, di trarre da sè, in unità col proprio intimo e profondo, le scoperte di significato e di valore, le guide, la forza e la passione per dare realizzazione autentica alla propria vita, con padronanza dei suoi perchè e dei suoi scopi, a modo proprio e con fedele rispetto della propria natura e del proprio sentire. La timidezza è ben altro che un difetto di funzionamento.