A dispetto delle apparenze e delle convinzioni più
diffuse, è ben poco promettente un percorso, un lavoro su se stessi che abbia
come scopo quello di liberarsi dell'assillo di una parte di sè che preme, che
col malessere interiore tiene sulle spine, che oscura il senso di sicurezza e
di fiducia, che in varia forma intralcia e non dà sostegno alla volontà di
preservare e di proseguire ciò che è abituale. Sembrerebbe massimo bene per sè
togliersi un simile peso, ritrovarsi liberi da tensioni e da ostacoli
interiori. La vita parrebbe finalmente sorridere e accessibile senza
restrizioni, senza fardelli aggiunti, senza coloriture insane. Eppure una
simile lettura, talmente, a prima vista, convincente da apparire ovvia, è
profondamente distorsiva del vero e per nulla ben promettente. Se quel che
conta è non ritrovarsi in guerra con parte intima di se stessi e essere
pienamente, davvero pienamente, liberi e vitali, il cammino, il percorso da
seguire è tutt'altro da quello di togliersi di dosso la pressione interiore di
cui si è preda. Non c'è banalmente nel malessere interiore il segnale di un
problema di origine remota, di un trauma psichico pregresso, di una cattiva
influenza subita dall'ambiente familiare e non, di carenze o di distorsioni
patite. Spendersi per una lunga ricognizione nel passato alla ricerca
dell'inghippo, della causa di tutti i mali, partendo da una lettura
vittimistica del proprio disagio, allontanandosi dal confronto, dall'incontro e
dal dialogo col sentire attuale, sarebbe un inutile e assurdo lavorio, sordo al
presente, al richiamo odierno della propria interiorità. Sarebbe un lavoro
segnato dall'aprioristico convincimento che nella crisi e nel malessere
interiore ci sia in gioco un’anomalia e un danno patito, che ci sia una causa
da trovare al presunto guasto, dalla preconcetta idea di ciò che, sgombro da
crisi, avrebbe dovuto svolgersi e spettare a se stessi, inanellando solo
preconcetti e petizioni di principio. Il percorso possibile e sensato è un
altro. C'è la propria interiorità che in modo vivo incalza, preme e dice. Si
tratta di imparare a darle retta, a ascoltarla, a intendere il suo linguaggio,
a comprendere la sua proposta. La propria interiorità non soltanto coinvolge e
comunica attraverso il sentire, ma, per farsi meglio capire e per dare guide di
ricerca e di comprensione approfondita, mette a disposizione i sogni, autentica
scuola di pensiero per capirsi, per conoscere. Il percorso analitico è questo,
vuole aprire e svolgere senza restrizioni e deformazioni il dialogo e il
confronto con la propria interiorità, allo scopo di non schiacciare o
respingere il malessere interiore, la difficile esperienza interiore che si
vive, ma di comprenderla nel suo linguaggio e nelle sue intenzioni, di farne
tesoro come occasione per capire fino in fondo se stessi e i nodi della propria
vita, per perseguire lo scopo di trovare piena sintonia e unità con se stessi, scoprendo che ciò che
vive dentro se stessi non è presenza ostile o guasto o insidia, ma viceversa
autentica fonte di consapevolezza e di vita. Non promette nulla di buono
mettersi sul piede di guerra contro ciò che interiormente si giudica sbagliato,
anomalo, insano o nemico. Non offre nulla l'idea che ci sia un guasto da
correggere, una causa di tutti i propri mali da trovare. Non promette nulla di
buono il tentativo, davvero insano oltre che velleitario, di zittire e di
togliersi di dosso parte vitale di se stessi, temuta, svalutata e osteggiata
ancor prima di conoscerla. Promette invece unità con se stessi e visione più
fondata della propria vita e delle proprie ragioni d'esistenza, scoperta delle
proprie originali potenzialità cercare un incontro e un dialogo aperto e senza
restrizioni con la propria interiorità. E' proprio questo che il malessere
interiore cerca e sollecita con forza: ascolto della propria parte intima e
profonda, dialogo e unità con se stessi.
domenica 19 giugno 2016
Il percorso analitico
venerdì 17 giugno 2016
Apertura e intelligenza
Cosa richiede il malessere interiore, quale
cura? In due parole direi: apertura e intelligenza. Il malessere interiore è
ispirato e tenuto vivo dalla parte più intelligente e lungimirante
dell'individuo, anche se frequentemente ignorata e sottovalutata, anche se
malintesa e spesso bistrattata. Il profondo, l'inconscio non cessa di avanzare
proposte intelligenti, ispirate non già dalla preoccupazione di sistemare alla
bell'e meglio le cose, di mantenere integro e in buona forma, di dare conferme
a un modo di procedere e un'idea di se stessi imperanti, che non vorrebbero
intralci, che si considerano insostituibili, ma viceversa dal proposito di
parlar chiaro e sincero, di non tacere contraddizioni e vuoti, di spingere
verso cambiamenti importanti, fedeli a se stessi profondamente e dalle solide
fondamenta. L'inconscio non è perso dietro illusioni, vuole non seppellire la
consapevolezza, vuole che adulti si diventi nel segno di dare al mondo il
proprio e non di farsi dire cosa inseguire e come essere per ricevere conferma
o plauso. L'inconscio vuole consapevolezza, vuole che ci sia crescita vera, è
un pungolo, è un maestro esigente, cui non fanno difetto il coraggio e la
determinazione, l'intelligenza e la saggezza. Per corrispondergli, per non
remargli contro è necessario dare apertura e non chiusura ostile e pregiudizio.
E' necessario disporsi a conoscere e a capire, a fare un lavoro attento e
approfondito, senza scorciatoie e senza inganni, senza semplificazioni, senza i
bluff e gli imbrogli del ragionamento, del modo di pensare razionale, che non
ha supporto e che non cerca guida nel sentire. Ci vuole intelligenza, perchè è
sul piano del pensare intelligente e riflessivo, che guarda (come guardandosi
allo specchio, riflessivamente) nell'intimo di se stessi e della propria
esperienza, che si muove l'inconscio, che si svolge la sua iniziativa, che si
esprimono sia i sogni che i vissuti, gli stati d'animo e le emozioni, che tutto
il corso della vicenda interiore, che l'inconscio regola e governa. La cura del
malessere e della crisi interiore, il prendersi cura di se stessi in due
parole: apertura e intelligenza. Quanto manchino nei modi di prendersi cura più
abituali, nei metodi di cura più frequenti è sotto gli occhi di tutti. Ne sono
esempio l'utilizzo sempre più esteso di psicofarmaci, cioè di armi
chimiche per tentare di mettere a tacere e in riga come fossero bizzarrie e
assurdità, anomalie e disturbi, i richiami e i segnali interiori intelligenti
(anche se sofferti, anche se non piacevoli), la proposta assai diffusa di
psicoterapie direttive, che vorrebbero condurre a correggere e a riplasmare le
risposte interiori (non comprese nel loro vero significato e intendimento,
assolutamente opportuni e intelligenti) ritenute, senza dubbi e esitazioni,
"disfunzionali", cioè immotivate, irrazionali, sfavorevoli. Il
malessere interiore, vissuto e interpretato spesso (da chi lo vive, ma anche
anche dai modi delle cure prevalenti) come presenza nemica, come minaccia e
ostacolo da eliminare, se ben compreso in ciò che vuole dire, promuovere e
aprire, va contro e attenta in realtà a un'unica cosa, alla chiusura mentale e
al rifiuto di spendersi per se stessi in coraggio e in intelligenza.