domenica 15 marzo 2026

Significato e scopo dei sogni

Non è raro che un sogno tocchi particolarmente la sensibilità del sognatore e lasci in lui una traccia, un seguito, capace di influenzarne l'umore, la giornata. Che vogliano incidere è nelle intenzioni dei sogni, di tutti i sogni, anche di quelli che non hanno così forte impatto. C'è in ogni caso volontà di coinvolgere, di persistere, di ottenere ascolto. Perché possano incidere davvero è necessario però che i sogni siano compresi e acquisiti in ciò che intendono comunicare e dire, cosa non facile, poco probabile purtroppo per come vengono abitualmente intesi e letti. Dei sogni si pensa spesso ciò che non sono. Non sono fantasie bizzarre, non sono espressione di desideri inappagati, non sono residui sparsi di esperienze e di impressioni registrate durante il giorno, i sogni sono pensiero, di cui l'inconscio è capace, acutissimo e calzante, il più adatto a descrivere la situazione interiore di chi sogna, a porlo dinnanzi a questioni di capitale importanza e di estrema attualità per lui. Se si leggono i sogni in chiave concreta e banale, riferendo tutto sempre al rapporto con l’esterno, con gli altri, adagiandosi su modi di pensare e sull’impiego di significati convenzionali, cosa che capita frequentissimamente, non li si comprende affatto. I sogni usano il linguaggio simbolico, il più adatto e valido per  guardare dentro se stessi, per riconoscere la propria realtà oltre la crosta di superficie dei fatti e portandosi oltre la logica comune, oltre la barriera del proprio pensare solito, in larga parte chiuso su se stesso e preconcetto. Ad esempio la presenza nel sogno di una persona non significa che si sta parlando di lei concretamente, della sua incidenza nella propria vita, della relazione con questa persona e delle problematiche che ne derivano. La presenza di questa figura nel sogno, andando a cercare, recuperando con attenzione ciò che caratterizza quella persona agli occhi del sognatore, dà volto e serve a ritrarre una modalità, un atteggiamento, un’espressione che in quella persona è più marcato e più facilmente riconoscibile, ma che appartiene alla personalità del sognatore. L'inconscio non vuole parlare di quella persona là fuori e delle questioni di rapporto con lei, ma, inserendo la sua presenza nel sogno, vuole dare volto, rendere riconoscibile una modalità, un aspetto della personalità del sognatore e far comprendere il modo in cui agisce al suo interno e in cui è trattata sempre all’interno di se stesso. Lo scopo che persegue l’inconscio nei sogni è sempre la conoscenza di se stessi, di ciò che si svolge interiormente, che è proprio ciò che è fuori dallo sguardo abituale del sognatore, tutto puntato all’esterno di sé e fortemente incline a far discendere e  dipendere tutto da cause e da fattori esterni. Per intero in tutti i suoi componenti, siano persone, animali, luoghi o cose, il sogno descrive simbolicamente parti vive del sognatore, rende riconoscibile ciò che è in atto dentro se stessi e anche ciò che può evolvere, mutare, segnare nuovi sviluppi. Ci sono simboli infatti che segnalano parti e potenzialità finora misconosciute, parti e espressioni di sè che danno volto a un nuovo che vuole e che può vivere e affermarsi dentro se stessi. Possono essere anche qui figure umane o animali o altro a illuminare e dare volto a sviluppi e a processi nuovi, originali, nel segno dell'autentico di sè, di ciò che da dentro, dal profondo vuole vivere di se stessi e essere coltivato e fatto crescere. I sogni nel corso dell'esperienza analitica sono guide attentissime e specchio di tutto ciò che sta accadendo e mutando nel cammino di ricerca e di avvicinamento a se stessi che si sta compiendo. Sono una fonte unica e meravigliosa di conoscenza, impareggiabile. Sono risorsa propria e originale, dotazione del proprio essere, di capacità e di qualità eccellenti, che si ignora in genere di possedere. I sogni non sono affatto caotici e privi di costrutto, non sono un insieme disorganico e casuale di frammenti di ricordi, di fatti della giornata che ritornano e che l'inconscio registra e rilancia passivamente, non sono produzioni fantasiose, sono elaborazioni di pensiero estremamente attento e lucido, niente affatto vago o buttato lì in modo sparso e disordinato. Il pensiero che l'inconscio vuole comunicare e guidare a formare attraverso il sogno è acutissimo e di estrema precisione, nulla è inserito nel sogno, fin nei più minuti particolari, per caso. Tutto organicamente all'interno di un sogno compone un pensiero, un significato, che certamente non è di immediata comprensione e riconoscibile con la presa razionale, perchè non è omogeneo e parte di ciò che il sognatore è abituato a pensare, ma viceversa conduce alla conquista di una visione più approfondita e vera. Il sogno ha capacità, se inteso fedelmente e compreso, di aprirgli gli occhi in modo nuovo, non condizionato da preconcetti, da tesi di comodo e da interessi che non siano quelli di riconoscere il vero. Il sogno non arriva mai per caso, non arriva sotto la spinta e l'urgenza di un movente esterno, di un accadimento, di una causa scatenante, capace dall’esterno di determinarlo. Il respiro e l'orizzonte del sogno vanno ben oltre l’incidenza e la contingenza dei fatti quotidiani, semmai l'inconscio sa valorizzare momenti dell'esperienza, che sa richiamare nel sogno, per ciò che sanno rivelare di se stessi, inserendoli dentro una trama di riflessione e di pensiero che vanno ben oltre. Non c'è sogno che non sia capace di dare risalto a ciò che è importante e decisivo da riconoscere per il sognatore, che non sappia porre al centro la riflessione su se stesso, l'individuazione dei nodi fondamentali della sua vita da chiarire e da sciogliere. Non c'è nulla di più vero, reale e rispondente alle necessità di presa di coscienza e di crescita di un individuo, dei suoi sogni in ciò che vogliono rendergli riconoscibile di se stesso, nelle questioni che vanno a rischiarare. Il pensato o meglio il preconcetto comune è che se da un lato c’è la realtà con i suoi temi, con le sue necessità e urgenze, dall’altro ci sono i sogni che parlano d’altro, un po' fuori dal mondo e dalle questioni reali e coinvolgenti, un po' etereo, per aria e senza base e rispondenza con ciò che più conta e che tocca da vicino la sorte di ognuno. Nulla di più falso, di meno corrispondente a ciò che i sogni sono e hanno capacità e intento di dire e di dare. Semmai rispetto a una visione quotidiana della cosiddetta realtà, che non rivela ciò che è implicato per ognuno, ciò che è cruciale, rispetto a uno sguardo che in prevalenza punta all'esterno, rispetto a uno stato di prevalente preoccupazione di stare al passo, di dare soluzione a questo e a quello, di far procedere le cose, i sogni vanno proprio a toccare i punti vitali, a svelare ciò che ognuno sta facendo di se stesso, i suoi modi di procedere, le questioni insolute, le implicazioni vere dell'esperienza. Il racconto che ognuno fa di se stesso e della propria esperienza poggia su idee e fa suo l’impiego di schemi, di attribuzioni di significato convenzionali, che non corrispondono affatto alla verità insita nella propria esperienza. C’è poi la tendenza a sorvolare, a aggiustare i significati dell’esperienza che si vive e di ciò di cui si è autori e responsabili, a renderlo conforme a ciò che più rassicura. C'è in sostanza la tendenza, a volte sottilmente coperta e ben camuffata, a raccontarsela come pare e piace, con omissioni e resoconti di comodo. I sogni non assecondano questa tendenza, viceversa portano lo sguardo nell’intimo vero e non rinviano la presa di coscienza di ciò che è conseguente a scelte e a modi di procedere abituali. Niente di astratto e campato per aria, niente di fantasioso, il pensiero promosso dai sogni è il più vicino e reale possibile. Se in ogni singolo sogno è racchiusa intelligenza di ciò che sta accadendo all’individuo, non c’è da sogno a sogno discontinuità o estemporaneità di iniziativa dell’inconscio. Ci sono sogni che a volte insistono e si ripetono nel tempo, sogni ricorrenti, che, se battono e ribattono sullo stesso tasto, significa che quello è un punto fondamentale da affrontare e da acquisire.  Al di là di questo, scorrendone tutta la produzione, i sogni fatti di seguito nel tempo, questo anche considerando l’intero arco di vita, sono tutti interconnessi, non c'è un susseguirsi di sogni casuale, c'è un filo che li lega, c'è uno sviluppo di ricerca che li vede uniti e consonanti tra loro. I sogni, in concordanza con tutto ciò che si svolge interiormente sul terreno del sentire (di entrambi, sogni e sentire, è ispiratore l’inconscio) contribuiscono in modo decisivo a chiarire le ragioni e il senso del malessere interiore, della crisi che ha investito l’individuo, a farne comprendere e a promuoverne lo scopo. Il percorso di avvicinamento a se stessi, di scoperta e di conoscenza di se stessi, di presa di visione del vero, di profonda trasformazione che ne deriva, come accade nel corso dell’esperienza analitica, di una valida e ben condotta esperienza analitica, è indirizzato, alimentato con grande maestria e saggezza dai sogni, che esercitano un ruolo guida fondamentale e imprescindibile. Non ci sono sogni negativi o brutti, che, al di là dell’apparenza, se compresi, si rivelino tali, anzi incubi e sogni cosiddetti brutti hanno un alto potenziale comunicativo, racchiudono una capacità di illuminare, di spezzare la coltre dell'inconsapevolezza, senza nulla tacere o addomesticare per comodo nella ricerca del vero, che non ha eguali, perciò, se intesi e fatti propri nel loro autentico significato, sono preziosissimo alimento per la propria crescita. Quando nel vivo di un’esperienza vissuta in sogno ci si trova a vivere un che di angoscioso, di tremendo, di inquietante anche in una forma estrema, capita che presto al risveglio ci si dica che per fortuna si trattava solo di un sogno, con ciò provando o rischiando di cancellare ciò che l’inconscio ha voluto e saputo rendere così tangibile e coinvolgente, rivolgendo invece abbraccio consolatorio e rincuorante all'abituale concreto della propria vita. In quel sogno angoscioso c'è viceversa un'ottima opportunità di avvicinarsi al vero. Nell'incubo, che può prendere forme inquietanti, quasi mostruose, l'inconscio non esagera i toni, non dà sfogo e scarico a paure estreme e irrazionali, anzi, saputo intendere nel suo linguaggio e senso, si arriva a comprendere che il sogno cosiddetto brutto, che l'incubo rende visibile in modo preciso, appropriato, qualcosa di decisivo da riconoscere, su cui urge aprire gli occhi. Non si è trattato dunque dell'emergere nel sogno di una paura irrazionale, di una angoscia dettata da un momento di particolare debolezza o stress, come si usa dire. Il sogno angosciante, l'incubo ha voluto, con vigore propositivo e senza cadere in eccessi, rendere riconoscibile qualcosa di assolutamente vero, che va saputo intendere non nella chiave concreta, ma per ciò che significa nella verità del proprio modo di condurre la propria vita e il rapporto con se stessi. Accantonare un sogno tipo incubo, considerandolo esperienza da dimenticare, trattarlo come un indice negativo di una condizione da superare, significa non capire quanto invece potrebbe valere per sè avvicinarlo, comprenderlo, farlo proprio. C'è di mezzo una questione fondamentale, che riguarda il rapporto con la propria vita interiore, col proprio intimo, con cui spesso non si ha capacità di rapporto, verso cui si è imparato più a tenerlo a bada, a commentarlo con i ragionamenti senza ascoltarlo, a porsi non di rado più in fuga che in ricerca di avvicinamento e di intesa. Nel tempo, se si è affermata la necessità di contatto e scambio con tutto ciò che vive fuori, se si è rafforzata la necessità, vissuta come di vitale importanza, di non trascurare, di tenere in primo piano la relazione con l'esterno, di attingere da lì ogni risorsa, di avere capacità di relazione con gli altri, non si è riconosciuta la necessità, l'importanza di costruire un rapporto con se stessi, con la parte viva e intima di se stessi. Non si è ritenuto importante e necessario   imparare a capire l'esperienza intima e il linguaggio della propria interiorità, che parla di continuo nelle emozioni, negli stati d'animo, nel sentire come nei sogni, non la si è coltivata, rimanendone così totalmente digiuni. Digiuni quindi di tutto il patrimonio di conoscenza di se stessi e della propria vita proveniente dall'intimo, dal profondo di se stessi. Se si impara a intendere, a rendersi familiare e a fare proprio il linguaggio interiore, come accade dentro e attraverso l’esperienza analitica, se si smette di guardare solo l’esterno, di rimasticarne la logica e gli argomenti, di leggere la propria esperienza con le lenti del preconcetto e del pensiero convenzionale, l’intera propria vita interiore e i sogni in particolare sanno essere le guide e l’alimento più valido per conoscersi, per leggere la propria vita, per comprenderne gli originali e autentici scopi e il cammino, le scelte che li sanno tradurre.

sabato 14 marzo 2026

Lo scontro dentro le proprie mura. La congiura del silenzio

Il malessere interiore è il terreno del possibile incontro o, esito assai più frequente, dello scontro tra l'istanza di procedere senza subire intralci o altro di sgradito della parte conscia e la presa di posizione della parte interiore che invece vuole indurre a verifiche e a mutamenti importanti nel modo di pensare se stessi e di condursi. C'è da un lato una forte diffidenza e timore, in presenza di disagi e di malessere interiore, di subire danno, che in ciò che accade interiormente ci sia la minaccia di invischiarsi in un che di insano e di nocivo e dall'altro, anche se misconosciuta, c'è una parte di se stessi, intima e profonda, che ha preso iniziativa, che nel malessere esercita richiami, all'occorrenza lancia allarmi, mette in risalto i punti critici e dà segnali mirati alla scoperta del vero del proprio modo di essere e di procedere, tutte espressioni di una parte di se stessi tutt'altro che in condizioni di malfunzionamento. Non appartiene ai più l'idea e la consapevolezza che ciò che vive dentro se stessi è ben di più e ben altro che una meccanica di spinte e di reattività di sensazioni, di emozioni e di stati d'animo da registrare passivamente, spesso da lasciar correre con buona disattenzione, da tenere all'occorrenza sotto controllo, da gestire, sovrapponendo loro definizioni e spiegazioni pronte. Sprovvisti spesso, per via di un modo di procedere in cui l'attenzione e le aspettative sono tutte rivolte all'esterno, di conoscenza e di familiarità con l'intimo di se stessi, di capacità di ascolto e di dialogo con la propria interiorità, con la conseguenza di non comprenderne la vera natura, di non apprezzarne l'affidabilità e il valore di guida, si sta sulle proprie e si pretende o si auspica che dentro le cose girino a dovere, senza procurare fastidi e spiacevoli sorprese. Quando la situazione interiore si infiamma e arrivano segnali più impegnativi si delinea allora il quadro di un rapporto, più spesso di un acceso contrasto intestino tra sè e sè in cui alla rigidità della parte conscia, che sostanzialmente vuole che non ci sia ostacolo nel procedere consueto, risponde e fa contrasto l'iniziativa della parte profonda che non si fa problema nel porre in discussione, nel mettere in crisi, nel dare segnali di malessere interiormente vistosi, apposta vistosi e incisivi perchè non siano ignorati, finalizzati a toccare punti decisivi, a coinvolgere nella verifica su aspetti fondamentali del modo di essere e del modo di condursi che vanno resi oggetto di presa di coscienza, di riflessione, di scoperta di verità, senza veli e reticenze. La congiura del silenzio o meglio del silenziamento e della neutralizzazione della minaccia interiore al quieto vivere e alla persistenza dell'ordine consueto scatta spesso, assai di frequente, inesorabile. Scatta la controffensiva alla presunta azione nociva e deleteria del malessere interiore, così negativamente giudicato, anche se non ascoltato e lasciato parlare, anche se non conosciuto in ciò che sa e che vuole dire, negli scopi che vuole perseguire e promuovere, una controffensiva che si fa scudo di persuasioni ben nutrite dal cosiddetto buon senso comune, confortate dagli argomenti, che paiono seri e affidabili, di scienza pseudoscienza medica e psicologica. Queste ultime sono pronte a mettere in campo, come fossero certezze, letture in termini di sindromi e di quadri di malattia, con loro catalogazione e etichettatura, giudizi di disfunzionalità, parolina magica che ha sapore di scienza, attribuita a ciò che interiormente scuote, che, anche se scomodo e sofferto, non è senza uno scopo e senza appropriatezza e intelligenza nel modo di proporsi, trattato invece ottusamente come espressione errata, anomala, priva di senso, robaccia da far fuori, di cui sbarazzarsi, a cui trovare rimedio e correzione. Ecco la scienza dell'ignoranza, la scienza della cura che ignora cosa sia la vita interiore, cosa l'interiorità nel sentire, anche arduo e sofferto, sa e intende dire, la scienza che non cerca di ascoltare e di scoprire, ma che presume di sapere, che pretende di dettare all'interiorità la regola, che poi non è altro che la regola del luogo comune, della difesa a oltranza dell'ordine consueto. Anche le forme di cura che parrebbero le più aperte alla ricerca e alla scoperta, all'indagine e all'ascolto, partendo invece dal presupposto, considerato verità scontata, che non necessita di alcuna verifica, di fatto un dogma fuori discussione, che ci sia nel malessere il segno di un'alterazione cui va trovata una causa, che avrebbe fatto il danno, che tuttora procurerebbe sofferenza, mettono in campo un lavorio di indagine, che con un simile preconcetto, dando spazio e voce, in forma conclamata o più sottile poco cambia, a una visione e a una rivendicazione vittimistica, porterà a trovare da qualche parte nella biografia un responsabile, una plausibile causa del presunto disordine, per provare, non senza ingenuità, a metterlo finalmente a tacere, per tentare di risolverlo in quanto tale. Pure in questi casi, anche se non parrebbe,  l'interiorità è resa oggetto, è oggetto di un approccio con preconcetta idea che sia portatrice di una distorsione, guasto o ferita, è oggetto di indagine anche se in apparenza approfondita, è oggetto di interpretazione, di spiegazione di presunte cause, in ogni caso non è soggetto, non le si dà parola, è silenziata. Un bell'incastro di preconcetti e di scontati benevoli obiettivi (sembra così benevolo e favorevole l'intento di liberare da ciò che interiormente dà pena), fa da leva e supporto a un'azione curativa, a un aiuto che, in non pochi casi, pur con diverse tecniche e approcci, va nel verso di respingere, di invalidare, di trattare e liquidare come turbamento negativo del presunto sano vivere, come malessere senza altra capacità di dire se non di essere il segno di un guasto, ciò che interiormente di capacità di dire cose importanti e nuove, tutt'altro che a sfavore della personale salute (salute che etimologicamente significa salvezza) e crescita, tutte da imparare a ascoltare, a intendere e a capire, ne ha eccome! Così purtroppo vanno spesso le cose. Sotto l'apparenza del prendersi cura benevolo, sapiente e provvidenziale, finisce per avere il sopravvento la macchina del pregiudizio e dell'imperio dell'ignoranza, che vuole mettersi indosso i panni della scienza. Quando però si impara, per averne rispetto, a rivolgersi al proprio sentire, dandosi come scopo quello dell'ascolto e della conoscenza del vero, senza difesa di idee a priori e di interessi preconcetti, si scopre, come si ha occasione in una buona esperienza analitica, che tutta quanta la propria esperienza interiore, anche nei sui momenti e passaggi più ardui e sofferti, è significativa e propositiva, capace di avvicinare alla conoscenza di se stessi, feconda nell'aprire occasioni di crescita importanti. Quando il terapeuta, per propria ricerca e lavoro su se stesso, per apertura e maturata capacità di rapporto con la propria interiorità, ha compreso e conosciuto il valore e il senso della vita interiore in tutte le sue espressioni e ne ha compreso lo scopo, è in grado di dare contributo valido all'incontro fiducioso e al dialogo fecondo dell'altro con la sua interiorità, dandogli occasione di rispettarla e gradualmente conoscerla e apprezzarla nella originalità e nel valore, nella ricchezza delle sue proposte che, anche se a volte difficili, gli si rivelano non essere per questo anomalie e malsani guasti da silenziare o da correggere. La crisi e il malessere interiore vogliono portare chi ne è investito a avvicinarsi alla propria vita interiore. Quando sia aiutato a rivolgerle ascolto nei vissuti che anima e soprattutto nei sogni, autentici fari e guida irrinunciabile nella scoperta di se stessi, può riconoscere della sua interiorità  il vero volto, scoprendo quanto in ciò che gli propone, nel cammino di ricerca e di crescita, di trasformazione verso il proprio autentico che lo conduce a condividere con lei, gli sia consona e vicina, preziosa e essenziale. E' l'incontro dell'altro con la propria interiorità il cuore dell'analisi, è l'incontro che, in un'esperienza analitica ben fatta, può far scaturire una rivoluzione nel rapporto, da rapporto di lontananza e di potenziale scontro con la propria interiorità, col proprio intimo, a rapporto dialogico e di profonda intesa e vicinanza, col desiderio di non rimanerne più lontano e separato. E' scopo che può essere favorito, è sguardo verso la vita interiore, che purtroppo vasta schiera di curanti non ha riconosciuto e non ha fatto proprio. Accade allora che si abbia pretesa di dare aiuto all'altro, pur senza, per mancata apertura e capacità di ascolto e di dialogo con la propria interiorità, conoscere nulla della vita interiore, se non in forza e col filtro di teorie e di tecniche studiate e apprese. Che da queste premesse possano venir fuori, senza neppure averne consapevolezza, pur con le migliori benevole intenzioni, cure congiura del silenzio e del silenziamento, della manipolazione della vita e della proposta interiore, di cui nulla si sa concepire e dire se non che non giri come dovrebbe, per saldi principi di luoghi comuni e di teorie varie che, con veste di scienza, nella sostanza li confermano, che tutto questo accada con l'apparenza del dare aiuto, non sorprende. D'altra parte va riconosciuto che chi si prende cura nella modalità dell'incasellare e etichettare, del fornire interpretazioni e spiegazioni di cause, del suggerire rimedi e soluzioni a presunta situazione interiore nociva, a presunto segno di alterazione e di patologia, di malfunzionamento o disfunzionalità, attribuiti a espressioni di vita interiore difficili e sofferte, soddisfa le attese principali di chi, investito da esperienza interiore sofferta e disagevole, auspica prima di tutto di allontanarla da sè e di metterla a tacere, di trarre sollievo da ciò che, senza tante esitazioni, considera un guasto, un peso doloroso ostile, un ostacolo e una pena di cui liberarsi. Il quadro della congiura del silenzio e del silenziamento e dei suoi partecipanti finisce così per essere completo. Se però, come visto prima, in presenza di malessere e di crisi interiore, si sa rendere riconoscibile una diversa prospettiva, se si sa indicare una diversa strada, quella del dare voce all'interiorità e del suo ascolto, dell'imparare a comprenderne il linguaggio e la proposta, ben altro può nascere, ben altra prospettiva si può aprire. Con la consapevolezza di ciò che può significare e implicare per e verso se stessi rapportarsi a ciò che la propria interiorità sta proponendo, se nel verso di combatterlo e correggerlo oppure di ascoltarlo per comprenderlo senza pregiudizi, con la libertà dunque di scegliere, può accadere che ci sia chi decide di non fare sua la scelta del silenziamento della propria interiorità, ma di percorrere tutt'altra strada.

mercoledì 11 marzo 2026

L'intelligenza del sentire

Il desiderio di star bene, quando non è inteso, come spesso capita, come desiderio di uno stato di quiete, di assenza di tensione interiore, quando aspira a fondarsi su vera unità, su fiducioso e pieno legame e accordo con se stessi, con la propria interiorità, necessariamente deve rimettere in discussione il ruolo e l’importanza attribuiti al sentire. Il sentire non è e non può essere plasmabile a piacimento, il sentire non è e non può essere ingenuo. La felicità ad esempio è un sentimento maturo e intelligente, non può sposare o esaltare qualsiasi cosa, incurante di ciò che è, che racchiude, che vale davvero. Tutto il nostro sentire è intelligente, più di quanto non sia il nostro pensare e argomentare, che tanto ci sembra a volte capace e convincente, ma che non disdegna di ripetere cose sentite dire, di cercare quadrature di comodo o di soccorrere bisogni di auto conferma e di rassicurazione. Il sentire, non quello artefatto e rifatto, più o meno sottilmente manipolato, corretto o enfatizzato, per comodo e per convenienza, ma quello spontaneo, nella sua forma autentica e vera, è autonomo nei suoi movimenti, nelle sue espressioni e proposte, non è docile alle pretese di chi lo vorrebbe sempre solidale con le proprie aspettative e “positivo”. Sembra a molti una regola indiscutibile quella che vorrebbe allineare il proprio sentire alla cosiddetta normalità. I punti di forza del ragionamento, così diffuso e insistito da diventare una specie di litania, è che tutto ciò che interiormente si presenta difficile, insolito e doloroso, è in modo scontato un che di sfavorevole e di negativo, prima di tutto da risolvere e superare, che, se insiste, è giudicato presto un disturbo, una anomalia, perfino una patologia, da correggere, da combattere con qualche apposito rimedio, perché costituisce un impedimento, ritenuto sciagurato, al poter vivere consueto. Tutti a maledire ansia, disagi, pene e difficoltà che sulla scena interiore non di rado tengono banco, che non permettono di tirar dritto come prima, che intralciano il legame con l'esterno, che obbligano ad avere come prima preoccupazione se stessi, il proprio stato, che tengono inchiodata l'attenzione agli svolgimenti interni. Nulla interiormente succede per caso, c'è una parte di noi stessi che non è incurante o disattenta al nostro stato, che non concede a sviste e a autoinganni, a impazienza o a semplificazioni. C’è una parte di noi stessi, profonda, che possiamo chiamare inconscio, che non è, messa a paragone con la parte conscia e con la sua dotazione di pensiero razionale, parte primitiva, ridotta (come in alcune rappresentazioni dell’inconscio) a funzione di serbatoio di esperienze così dolorose o inquietanti da essere state lì rimosse, capace solo di automatismi e di scarichi pulsionali, di agitare desideri ingenui e inappagati, poco dotata e poco affidabile nell’intelligenza del vedere chiaro e puntuale, del vedere lungo e ampio, del saper comporre e tenere unita una conoscenza di noi stessi lucida e ben fondata, anzi!!  L’inconscio, quando, come accade in una valida esperienza analitica, lo si fa parlare e si impara a comprenderlo nella sublime intelligenza dei sogni, quando si impara a riconoscerne la voce, a comprenderne gli intenti, gli spunti  di ricerca, sempre mirati alla conoscenza di se stessi, che offre nel sentire, anche in quello più disagevole e sgradito, è una parte del proprio essere che sa intendere e vedere, che nella conoscenza di se stessi si rivela essere la guida più attenta, acuta e capace, ben di più e ben più affidabilmente di quanto sa fare la mente razionale, che pure si fa vanto di essere la più attrezzata e affidabile. Se l’inconscio vede nel proprio modo personale di essere e di procedere, cui la parte conscia razionale, anche per sviste e per omissione di verifiche, dà credito, l’inconsistenza della propria realizzazione e crescita personale, non lo tace. Se si è nella sostanza inclini a andar dietro alla corrente del così fan tutti, a investire in ciò che altri considera valido e degno, col rischio di far vita gregaria, rendendosi fedeli a altro e non a ciò che potrebbe rendersi riconoscibile e formarsi traendolo da sè in unità col proprio profondo, col rischio di fallire così, all’oscuro delle proprie originali aspirazioni e potenzialità, i propri scopi, l’inconscio non sta certo a dormire e a garantire il quieto vivere. C’è spesso tendenza a considerare tutto sommato valido e compiuto l’assetto della propria vita, quello che si vorrebbe non intralciato, non disturbato da fastidi e da tensioni interne. A una più attenta osservazione, quella che la parte profonda sa esercitare, però…ci sono dei però. L'età anagrafica da sola non rende adulti, la scuola, gli studi e le letture rendono cresciuti in conoscenza e in consapevolezza si fa per dire, le esperienze non sono di per sé e in automatico maestre di vita, soprattutto quando non si è capaci di riflettere in senso vero, cioè di riconoscere l'intimo volto e il significato di ciò che si muove dentro se stessi e che si sente, in cui c'è la verità delle esperienze che si vivono. Questo per dire che troppo spesso ci si fa l'illusione di essere già arrivati, che non ci sia nulla di fondamentale da rivedere e da scoprire per ciò che riguarda la conoscenza di se stessi, che non ci sia nulla di importante e fondamentale da costruire per ciò che riguarda il maturo possesso della capacità di guidarsi, di disporre di una vera autonomia. Chi, in presenza di disagi e di sofferenze interiori, di movimenti del sentire ardui e non piacevoli, invoca subito il diritto di spazzare via l'ostacolo interiore, definendolo un accidente negativo, un impedimento da abbattere e una distorsione da correggere e annullare, crede che tutto di sè sia già a posto, che la priorità sia di non perdere o compromettere il legame con l'esterno, la possibilità di fare, pensando semmai di affidare all’uso di opportunità esterne il compito di accrescere le proprie conoscenze, i propri progressi (al passo e per non essere da meno di altri), pretendendo di incontrare sul piano interiore solo fiducia e assecondamento, senza insicurezze, intralci e asperità  interiori. Il nostro sentire è intelligente e è espressione della parte, intima e profonda, la più intelligente e la meno abbindolabile del nostro essere, niente affatto incline a piegarsi e a conciliarsi con la posizione e con l’idea che dice che, in presenza di difficoltà e complicazioni interne, è necessario non perdersi d’animo, esercitare forza di volontà, che tutto si rimetterà a posto, che non bisogna cedere e arretrare, che va ripreso l’andamento solito e proseguito come fan tutti e che l'ansia e simili sono solo maledetti nemici, una stupida zavorra, un insieme di irrazionali timori o di atteggiamenti e modi di pensare sbagliati, da contenere e rovesciare, da mettere possibilmente a tacere, da cui non farsi condizionare. Se tutto andasse davvero bene e per il verso giusto perché mai il proprio intimo e profondo sguardo e sentire non dovrebbero confermarlo e sostenerlo? Come il sentimento di felicità e di soddisfazione, così anche la fiducia riposta verso se stessi e ciò che si sta portando avanti nella propria vita, non sono sentimenti che si possano giostrare a piacimento, sono le espressioni di un sentire, il proprio sentire, che con grande intelligenza accorda stima e saluta con gioia ciò che riconosce come davvero valido e ben realizzato, non sono un diritto o altro che si possa rivendicare e ottenere a forza, piegando la propria interiorità e pretendendo che non dia segnali discordanti, che li corregga e rinsavisca, che tolga di mezzo inquietudini, ostacoli e altro, che assecondi docilmente le pretese.  Questo, tenendo aperta una riflessione attenta, sarebbe un risultato ottenibile solo a condizione d’essere fin nel profondo ciechi e ottusi, solo a condizione che il proprio intimo, che non è sprovvisto di sensibilità e di intelligenza, sia disposto a dare conferma a tutto, anche alle proprie illusioni. Il proprio profondo non si presta a dare questa prova di cecità e di indifferenza, questo è il motivo, questo è il significato del malessere e di quanto interiormente non è disposto a acquietarsi. L’idea del profondo, che è parte viva di se stessi, non una entità aliena, è che per condurre validamente la propria vita serve avere vera consapevolezza, legame con se stessi, capacità di capire e di mettere assieme, in unità con la propria parte intima e profonda, scoperte di significato e di valore ben comprese e ben verificate, autentiche e profondamente consone a se stessi. Tutto questo non lo si ha per diritto naturale o perché in qualche modo ci si è dati da fare, mettendo assieme ciò che nel giudizio comune può apparire valido e sufficiente o persino egregio. Interiormente non ci si tace nulla e, casomai creando allarme e facendo sentire sonori scricchiolii, la propria interiorità vuole far prendere atto che in ciò che si è sinora messo insieme non c’è base valida e affidabile, che c’è da compiere verifiche attente, che cè tanto di nuovo da costruire. La fiducia e la convalida degli altri ce la si può a volte astutamente accaparrare, ma quella propria intima è faccenda più seria, perché una parte di se stessi, profonda, non si lascia convincere dalle apparenze. Sapendo vedere ciò che di sostanziale manca, saggiamente il profondo nega nel sentire stabilità e conferma, scuote col malessere e senza tregua sprona per costruire quello che non c’è e che, solo se fatto bene e con pazienza, potrà far sentire davvero intimamente confermati e fiduciosi. Il nostro sentire è intelligente.

domenica 8 marzo 2026

La forza dell'inconscio

Si pensa comunemente che il malessere interiore sia il segno dell'indebolimento, della compromissione della capacità di procedere normalmente e felicemente, minata da qualche oscura causa, da un anomalo stato interiore e psicologico. Si pensa che sia nel proprio interesse andare alla ricerca del rimedio, nel verso del contenimento della minacciosa e ritenuta insana e nociva disposizione interiore e del ristabilimento di uno stato ritenuto normale, si considera questa scelta come indiscutibilmente positiva e favorevole. Se è riconosciuta forza lo è in chiave negativa a una parte di sè che, per qualche alterazione rispetto alla norma, malauguratamente agirebbe contro se stessi, una sorta di patologica tendenza che non vuole cedere, che minaccia di guastare l'esistenza. Ancora in termini di forza si fa appello alla contrapposizione della forza di volontà e di resistenza come arma necessaria per combattere e per non cedere a ciò che interiormente è considerato solo dannoso. E' una lettura questa che sembra scontata, che non trova certo smentita, anzi che trova robusto sostegno in larga parte delle proposte curative, nella logica di cui sono portatrici, siano esse nella variante delle cure psicofarmacologiche che delle psicoterapie. Accade infatti che anche dove si ritiene necessario e valido non limitarsi a contrastare i segni del malessere con l'uso di farmaci, ma offrire a se stessi, attraverso una psicoterapia, la possibilità di capirne le ragioni, la ricerca si muova subito, spesso e volentieri, sul terreno delle relazioni con l'esterno, con gli altri, riconosciuto come il luogo elettivo per conoscere se stessi, per comprendere  disagi e problematiche personali, così come per trovarne la soluzione. Che ci sia nella crisi, nel malessere, che ha preso forza e intensità interiormente, una questione interna che investe e dice del rapporto tra parte profonda e parte (che si definisce) conscia, che la vicenda intima, che oggi ha preso  forma ispida e disagevole, non sia il riflesso e la conseguenza di condizionamenti esterni, ma che sia voce e segno dell'intervento della parte profonda della psiche, parte che esiste, che vive e dice, che non è una sofisticata ipotesi astratta e teorica, non è nell'ottica nè del cosiddetto paziente nè del suo terapeuta. D'altra parte nel modo di condursi abituale, affidato alla guida della parte conscia, l'interesse e lo sguardo sono rivolti, polarizzati sul rapporto con l'esterno, con gli altri e lì è ricercata ogni opportunità e possibilità di espressione e di realizzazione personale, così come la spiegazione di ogni possibile accidente e problema. Accade ancora che, rivolgendosi a psicoterapie che si propongono come più introspettive e analitiche, con l'intento di svolgere un'indagine più approfondita, ci si muova nella direzione di rinvenire nella storia personale, sempre pensata e letta come storia personale e come vicenda intima dettata, condizionata e regolata dalle relazioni con l'esterno, dunque senza un cambio di sostanza rispetto a altre psicoterapie meno "profonde", le presunte cause del malessere attuale, preferibilmente remote, del tipo di insufficienti apporti o di condizionamenti negativi da parte di figure genitoriali o significative, di accidenti negativi e di traumi psichici patiti, che avrebbero compromesso il sano evolvere della propria crescita, che avrebbero lasciato segni persistenti di un turbato equilibrio psicologico. Accade così che, assecondando l'idea preconcetta di un condizionamento o danno patito come causa della crisi e del disagio psicologico, con lo sguardo così polarizzato, non sia difficile trovare da qualche parte nella  rivisitazione e ricostruzione biografica, ciò che abbia l'aspetto di causa plausibile, che dia conferma e soddisfazione a una simile attesa. Quando il preconcetto si impadronisce del pensiero, detta e forza non poco la visione fino a ottenere ciò che gli è solidale e omogeneo. La tesi vittimistica di un danno patito e la lettura del malessere come espressione di un turbato equilibrio non salvaguardato e a sè non garantito hanno così modo di trovare una sorta di quadratura. Ciò che si fa e si promuove in tanti approcci di psicoterapia, sia in quelli che puntano più direttamente a risolvere e a correggere le cosiddette disfunzionalità, oppure a trovare spiegazione e rimedio nella gestione delle relazione con l'esterno e con gli altri, sia in quelle che vorrebbero essere più introspettive e analitiche, che vorrebbero aiutare a capire le vere ragioni profonde del malessere interiore, finisce per essere altro dal promuovere e dal sostenere nell'altro, nel cosiddetto paziente, la capacità di ascolto, la ricerca di sintonia e corrispondenza con la proposta interiore, col proprio sentire, con ciò che l'intimo profondo attraverso il malessere e la crisi vuole far intendere e con ciò che vuole promuovere di ricerca, di scoperta di verità e di cambiamento. Lo scopo davvero utile dell'aiuto in psicoterapia sarebbe di favorire, di far sì che l'altro raggiunga finalmente l'unità con se stesso, faccia sua la capacità di ascolto e di dialogo con la propria interiorità, la capacità di apertura e di scambio fecondo col proprio intimo. Si finisce invece spesso, tendenza già presente prima e che può perfezionarsi in psicoterapia, per parlare sopra ciò che si vive interiormente, senza lasciarlo dire, si finisce per far valere sul suo conto letture e spiegazioni, interpretazioni, che hanno parvenza di essere delle scoperte, che sono in realtà il prodotto di operazioni di deduzione logica e di costruzione razionale. I terapeuti non di rado si avvalgono e portano nel loro sguardo e si sostengono nei loro processi di pensiero su teorie di scuola ben apprese e tenute pronte, come se in ogni individuo a cui prestano aiuto ci fosse alla fin fine la riproduzione di qualcosa di già previsto e concepito e non una verità originale e unica sia nei contenuti che nei modi in cui vuole interiormente emergere. Va aggiunto che parallelamente anche chi chiede aiuto pensa spesso di essere un caso tipico, che da qualche parte, in un sapere già formato e accreditato, ci sia già la spiegazione e la soluzione per ciò che di difficile sta vivendo interiormente. Non è un caso che, dopo le presunte scoperte messe assieme in psicoterapia circa il perchè e l'origine del malessere, il rapporto col proprio sentire rimanga più improntato a tenerlo a bada che a saper comunicare con questa parte viva di se stessi, che, inascoltata, non cessa di premere. Nessuno pensa o ben pochi che la crisi e la sofferenza, che interiormente hanno preso piede, non siano il segno di un'anomalia nello stato interiore di chi soffre, dovuto a più o meno remota causa nociva, da indagare e di cui, prendendone visione e consapevolezza, (provare a) liberarsi o che non sia in gioco nei segnali di disagio un'incapacità di adattamento, una scorretta o disfunzionale modalità di intendere e di reagire, da individuare, correggere e reimpostare, come sostengono gli psicoterapeuti del cognitivo comportamentale, ma che attraverso il malessere, da ascoltare senza preconcetti, l'interiorità, ben lungi dall'essere intaccata da cattivo e anomalo stato, ponga lucidamente questioni di sostanza, che tocchi dei punti decisivi e spinga a una verifica, a una scoperta attenta, ben oltre le apparenze e le persuasioni illusorie, del vero del  personale modo di procedere, di condurre la propria vita, di stare in rapporto con se stessi, con la parte più intima di se stessi. Purtroppo ben scarsa è la conoscenza, in chi vive malessere interiore e in non poca parte di chi se ne prende cura, del significato della vita interiore, di ciò che accade e che si muove nell'intimo, del ruolo fondamentale dell'inconscio, della parte profonda della psiche, nel plasmare e dirigere la vicenda interiore, della sua presenza nel sentire, del contributo straordinario che sa offrire nei sogni per la formazione di pensiero, rivolto alla conoscenza di se stessi, autonomo e fondato, ben diverso da quello ragionato e spiantato che fa eco a idee già concepite, della spinta e dell'apporto senza pari che questa parte di se stessi sa dare alla crescita personale, di ciò che, se ben ascoltata e compresa, sa portare e promuovere nella propria esistenza. La prima spinta e fondamentale che con forza l'inconscio, smuovendo la crisi e agitando le acque interiormente, vuole esercitare è a fermarsi e a portare lo sguardo all'interno, a se stessi, a non proseguire incuranti di capirsi, di conoscersi nel vero. Questa di una necessaria e inderogabile verifica e approfondita, è la ragione e il richiamo forte del malessere interiore, come animato e reso acutamente vivo e incisivo dal profondo, da quella parte di se stessi che non chiude gli occhi, che non cerca di assecondare e di dare conferma alla prosecuzione del consueto modo di procedere, nella inconsapevolezza delle sue ragioni e vincoli, di ciò che implica per se stessi. L'inconscio è la parte del proprio essere, della propria psiche, che attraverso i sogni e il sentire, regolando tutta quanta la vicenda interiore, dà segnali puntuali e intelligenti, a tratti anche dirompenti, di messa in esame e in discussione del proprio modo di impegnare la propria vita, spesso al seguito d'altro, che ne regola gli svolgimenti e gli scopi, incuranti di riconoscere e di coltivare, così lontani dal proprio intimo, le proprie autentiche potenzialità interiori. L'inconscio, non certo sconsideratamente, mette al primo posto la necessità della presa di consapevolezza del vero della propria condizione, passo necessario per riprendere libertà e capacità di formare e sviluppare, d'intesa col proprio profondo, la conoscenza, senza suggerimenti e guide esterne, di se stessi e dei significati veri della propria esperienza, la scoperta di ciò che vale e che vuole vivere di autenticamente proprio. L'inconscio spinge verso la conquista della propria autonomia vera e sostanziale, che non si riduca al saper fare da sè questo o quello, ma che sia capacità di prendere davvero in mano le guide, la scoperta e la definizione dello scopo della propria vita. Questa è la forza e non certo cieca, inaffidabile o distruttiva dell'inconscio, della parte del proprio essere tutt'altro che da considerare di peso marginale, tutt'altro che da ignorare e da escludere dalla propria vita. L'inconscio può trarre in salvo, ha capacità ineguagliabile, se ascoltato e compreso, se assecondato nelle sue proposte come portate avanti nei sogni e nel sentire, che anima e dirige, di formare e nutrire uno sviluppo di pensiero, di imprimere una forza di animo e di passione, non piegate a dare buona prova, a mettersi in fila nel seguire ciò che è consueto e ben guidato da prassi e da mentalità comune e condivisa, ma finalizzate a costruire la propria autonoma visione e capacità di dirigersi nelle scelte della propria vita. Questa è forza vera, mutuata e sostenuta dal profondo del proprio essere, ben altro dalla forza di esibizione e di realizzazione della parte conscia a cui si è fondamentalmente affidati e dentro cui si sta arroccati, che ha sempre bisogno per declinarsi e per stare in piedi di guida e di convalida esterna, di conforto e di plauso presi da fuori.

martedì 3 marzo 2026

Una parte svela, l'altra copre

L'interiorità si fa testimone del vero, continuamente dà i segnali e gli spunti utili a questo scopo, intervenendo nel sentire. Il pensato della parte conscia che, accompagna gli svolgimenti dell'esperienza, spesso e volentieri, vuole che tutto giri a dovere e secondo programma e, coerentemente con questo intento, mette assieme una lettura dell'esperienza e spiegazioni su ciò che sta accadendo che lo sorreggano a dovere. Guardando da vicino e attentamente cosa interiormente accompagna la propria esperienza, si possono riconoscere tutti i suggerimenti, le osservazioni, i richiami utili esercitati dal  sentire per soffermarsi, per aprire gli occhi, per andare verso il vero. Se serve, l'interiorità alza i toni e propone nella forma di un sentire più incisivo, di un sentire che può risultare arduo e sofferto, anche molto sofferto, ciò che può e vuole fare, da un lato da richiamo forte e sonoro, non più trascurabile, per fermarsi, per portare lo sguardo, solitamente puntato verso il fuori, all'interno, dall'altro da occasione e da offerta di valido terreno e base viva per aprire gli occhi. In ciò che propone interiormente, difficile, a volte molto spiacevole, l'interiorità procura lo specchio per vedere di se stessi il vero, per vedere dentro cosa si è calati, cosa c'è e a cosa porta il proprio modo di procedere e di condurre la propria vita. La sofferenza depressiva, ad esempio, svela, facendone fare intima sofferta esperienza, il poco o nulla di davvero vitale e vegeto che possa e sappia stare in piedi in ciò che si è fatto e realizzato, perchè non ha le qualità di avere radice propria, di essere stato generato da sè e in unità con se stessi. Ciò che c'è, a cui ci si è affidati, tenuto su in appoggio a altro, poco cambia se appena sufficiente per dare un senso di normalità o se meraviglioso e fulgido  secondo le stime di valore comuni, ora non può più nascondere la sua vera natura, di artefatto, di sostituto e riempitivo di un'assenza di vita e di realizzazione di matrice propria. Il senso di vuoto, di spegnimento, così penoso e opprimente, non è patologia, è la verità di questa assenza. Il dolorosissimo senso di spegnimento è lo specchio fedele di una vita, senza linfa vitale e luce propria vera. La vita che ora è allo specchio aveva linfa artificiale e luce interamente prese da fuori. Lo specchio fedele di una vita presa in prestito e sorretta da altro che sinora l'ha tenuta in piedi, dandole credito, riempimento e valore, ora, a una verifica tanto attenta quanto senza veli, non può e non sa mostrare altro, diversamente dichiarerebbe il falso. Se ci si è mossi nelle guide e dentro le tutele di altro che ha dato indirizzo e garanzia di valore alle proprie scelte, di accettabilità o addirittura di forte merito, ecco che la parte interiore e profonda interviene per togliere il velo dell'illusione, per svelare il vero di questo espediente di vita, di questa realizzazione di sè fasulla, vuota di autentico, senza radice propria, su basi altre e con certezze, convalide e garanzie prese da fuori. La risposta più frequente è lo sconforto della perdita, è l'idea che sia in atto una malattia, idea che in un solo colpo spazza via, butta nel sacco dei rifiuti, il potente richiamo a guardare il vero sostenuto da un'interiorità niente affatto malata. La verità libera dall'illusione, può essere impietosa e scomoda, ma è base necessaria di un cambiamento, è fondamento di una possibile crescita nuova e autentica, su basi salde, perchè da lì è possibile avere la consapevolezza e lo stimolo, non per tornare a false realizzazioni, ma per formare, per costruire, per amare e coltivare vita e realizzazione proprie. Questo implica chiedere ben di più a se stessi, ma nello stesso tempo questo può aprire spazi e sviluppi veri di libertà e di autonomia, di appassionante senso e sentimento di unità e di profonda intesa e accordo con la totalità del proprio essere. La parte profonda, quando alza i toni, può, per fare un altro esempio,  mettere in campo l'ansia per segnalare la necessità non tanto di guardarsi da un pericolo esterno, ma interno, dal rischio insito in un modo di procedere, a un'attenta verifica assai fragile, perchè carente di conoscenza di se stessi e di ciò che da sè potrebbe scaturire come scoperte di significati e di valore, come  progetto e aspirazione autentica, un procedere che non promette nulla di buono se affidato a desiderio solo di dare buona prova e prestazione, di realizzare la propria vita in ossequio a altro, che, nell'esempio e nella mentalità comune, se ne fa modello e guida, giudice e arbitro. Se non è un pericolo questo di risolvere la propria vita e le proprie aspirazioni nel correre dietro a altro, chiudendo alla scoperta dentro sè di ciò che autentico potrebbe dare volto, indirizzo  e realizzazione propria alla propria vita, cos'altro è minaccia più seria? Se serve, se inascoltata, l'interiorità può alzare il livello dell'ansia, se si ha testa dura ecco lo scossone tremendo dell'attacco di panico. Se, ultimo esempio, il proprio procedere è fortemente caratterizzato dall'istanza di esercitare controllo, di stare al riparo da ogni incognita, sul versante interno prima di tutto, di incontro con ciò che vive e si muove dentro di sè (sinora tenuto lontano, inteso solo, in assenza di capacità di ascolto, come pericoloso scarico e automatismo, come irrazionale fonte di disordine e di turbamento), volendo solo risultati pianificati con contabilità ferrea di utili e di sicurezze da garantirsi, di messa al bando di qualsiasi imprevisto, se, per ottenere tutto questo, impera nella propria esistenza e c'è forte affidamento al marchingegno della mente razionale, cosa meglio sa dare volto e rappresentazione lucida e efficace, quasi grottesca, a questa modalità, di ciò che accade nell'esperienza di chi è bollato come affetto da sindrome ossessivo compulsiva? Non c'è esperienza interiore, anche la più difficile e sofferta, strana e in apparenza assurda, che non sia eloquente, che non sia valida per portare alla presa di visione del vero di se stessi e a partire da lì a nuove, più consone a se stessi, conquiste e sviluppi di crescita personale. Una parte svela, mentre l'altra, per tenere in piedi il corso solito e la visione abituale, per non entrare in crisi, per supponenza mista a ignoranza del significato vero di tutto ciò che è intimo, per mancanza di contatto e di capacità di rapporto rispettoso con l'intimo del proprio essere, tenuto ai margini, fatto oggetto di facili giudizi, nella sostanza sconosciuto e sottovalutato, è pronta a coprire, a bollare come malattia l'azione svolta dall'altra parte, che è operazione di svelamento di verità, tutt'altro che frutto di insano animo e malato, volta viceversa a trarre in salvo dal vero pericolo insano, quello di non capire nulla di se stessi.

domenica 1 marzo 2026

L'deologia del danno, l'etica del rimedio

Quando in ciò che si prova, che interiormente risulta spiacevole, doloroso, che ha forma, in apparenza, abnorme e strana, che ha tale presa su di sè da non concedere respiro, quando non si sentenzia che è in atto un che di assurdo e di patologico come solo un processo di malattia potrebbe provocare, quando gli si vuole concedere di avere qualche motivo di essere, si pensa che ci sia una causa determinante da trovare. La si va a cercare in qualche carico di stress e di condizioni avverse attuali o più indietro nel tempo in qualche condizionamento sfavorevole, in qualche manchevolezza e influsso negativo dell'ambiente familiare, che avrebbe provocato una distorsione, una compromissione del normale equilibrio e processo di crescita, di cui lo stato di disagio e sofferenza interiore attuale sarebbe segno e conseguenza, oppure la si va a cercare in qualche episodio particolarmente doloroso e traumatico patito, che avrebbe avuto tale impatto interiore da innescare una reazione difensiva estrema, un ripiegamento di paura e di difesa a tutto campo, che nel tempo darebbe segno di permanere nell'ansia o in altro. Sono tutte elaborazioni che la mente razionale mette in campo per cercare di far quadrare l'idea che in ciò che si sta provando, visto pregiudizialmente come un danno, perchè patire qualcosa di non piacevole non sembra poter essere altro che un danno, ci può essere una spiegazione ragionevole, plausibile e convincente. Di fronte a un danno scatta l'esigenza e l'urgenza di porvi rimedio, di riuscire a debellarlo. Che lo si faccia con gli psicofarmaci, che vanno bene a braccetto con l'idea di essere afflitti da malattia e di trovarsi in una condizione che fa male e danno, che lo si faccia con tecniche di controllo o di rabbercio, accettando e condividendo l'idea che certe sensazioni e modi di reagire sono errati, disfunzionali, sorretti da una incapacità di vedere e di reagire alle situazioni valido, razionale, utile e ben mirato, che si vada a cercare nel proprio presente e più spesso nel proprio passato qualche causa come detto prima, ciò che in tutti i casi è al primo posto, il denominatore comune, è smontare, è tenere a bada il presunto danno e cercare di venirne fuori. Risolvere è l'imperativo e pare che di meglio non si possa offrire a se stessi, anzi che questa sia l'esigenza e il proposito più giusto e sano, il più normale, il più provvido verso se stessi, verrebbe da dire il più moralmente giusto. Un bel costrutto questo, che però ha a suo sostegno, come suo più solido fondamento, una persuasione facile e preconcetta, confortata da pregiudizi comuni e assai diffusi, cartina al tornasole della incapacità di entrare in rapporto col proprio sentire, di ascoltarlo, di riconoscerlo in ciò che dice, di avere sintonia e vicinanza col proprio mondo interiore, di comprendere rispettosamente ciò che vive dentro se stessi, con cui di scambio e familiarità ben poco o nulla si è coltivato. Ben altra storia e ben diversa prospettiva si apre quando a questa incapacità si risponde cercando di trovare, facendosi aiutare in questo, finalmente intesa, capacità di ascolto, di dialogo col proprio intimo e profondo, il solo capace (e ben disposto a farlo) di dare, principalmente attraverso i sogni, le guide, le chiavi di lettura e di comprensione del significato e dello scopo di ciò che accade interiormente, di cui è artefice e motore. Quando lo si fa, si va a scoprire che nel malessere interiore, anche nelle sue espressioni e pieghe più difficili e tormentate, trova voce non la patologia, ma qualcosa di ben più sano e intelligente, fondato e promettente rispetto a ciò che si difende a denti stretti con i soliti costrutti del ragionamento, lì arroccati, ben confortati da una ideologia del vivere, che bada solo al suo mantenimento, che tratta  tutto ciò che, non fuori, ma dentro se stessi, dissona come anomalia e danno. 

venerdì 27 febbraio 2026

Se lo conosci non lo eviti

Se una parte di te ti parla e vuole dirti, quel che serve è dare disponibilità al rapporto, entrare in sintonia con lei e ascoltarla, fare percorsi di dialogo assieme per conoscersi, per capire. L'inconscio dice, spontaneamente interviene e comunica, lo fa in ogni momento attraverso il sentire, che non è mai casuale, che non è dettato e impartito da fuori, da stimoli esterni, come solitamente si pensa, ma che è sempre modulato e plasmato da dentro, dal profondo, sentire, che, comunque si proponga, apre sentieri, corsi vivi d'esperienza interiore dentro cui prendere contatto con se stessi e vedere, capire per intima esperienza. L’inconscio dice e propone magistralmente con i sogni, che sono ben altro che scarico di frammenti sparsi d’esperienza diurna, che fantasiose produzioni, che espressione di desideri inappagati e taciuti o sottaciuti, che viceversa sono pensiero intelligente, guide di ricerca, di conoscenza di se stessi di acutezza e di veridicità sorprendenti. E' necessario capacitarsi del linguaggio interiore e ancora prima, come dicevo, offrire disponibilità al rapporto e al dialogo, invece che incuria e disattenzione, o peggio opposizione e pregiudizio, come capita di fare spessissimo, quando l'insieme dell'esperienza interiore, perchè disagevole, a volte fortemente impervia o insolita, è già in partenza considerata anomala, dannosa, da correggere, da combattere, per riemergere al più presto al consueto e al normale. Il linguaggio interiore va appreso, perchè le categorie e i modi soliti di pensiero e di lettura dell'esperienza rischiano, quando applicati all'esperienza interiore, solo di fare sfracelli, stabilendo che questo non ha senso, che quello è eccessivo, che bisognerebbe invece che sentire questo provare quell'altro, che la causa sarà questa o quell'altra ecc. ecc. Solo la riflessione, la capacità di guardare e di guardarsi in ciò che si sente, proprio come, guardandosi allo specchio, si può guardare il proprio viso, i propri occhi e vedere ciò che rivelano, può far vedere e rispettosamente riconoscere l'intimo messaggio, cosa ogni sensazione e stato d'animo autenticamente propone, delinea, traccia.  La capacità riflessiva va però formata e sviluppata, perchè non ha nulla a che fare con ciò che abitualmente si intende per riflettere, con ciò che si fa mettendo in esercizio il proprio modo di pensare razionale, che ben incline a dare spiegazioni sul sentire, finisce di fatto per parlargli sopra, per fargli dire ciò che arbitrariamente si ha già in testa e che fa comodo, incasellandolo, incastrandolo nella logica, nelle categorie e nel corto respiro del pensare solito e convenzionale. I sogni devono essere avvicinati con altrettanta cura e attenzione, non con sguardo solito e concreto. Se in un tuo sogno, giusto per fare un esempio, compare una persona, il sogno non te la propone per parlarti di lei e del tuo rapporto con lei, persona che sta là fuori, ma perché questa figura sa dare volto a una parte di te stesso. Se rifletti su ciò che caratterizza questa persona ai tuoi occhi, su ciò che nei suoi modi e atteggiamenti esprime, puoi cominciare a vedere una modalità e una espressione umana, che lei traduce in modo ben marcato, ma che ti appartiene, che l'inconscio proponendotela nel sogno vuole farti riconoscere come tua, mostrandoti come questa parte di te è presente e agisce dentro di te e nella tua esperienza, in alcuni casi rappresenta una potenziale e diversa espressione di te, che vuole, che può  prendere spazio dentro di te, perché tu, in aderenza e con la guida del sogno, la veda,  ne prenda consapevolezza. In ogni caso lo scenario descritto dai tuoi sogni è quello tuo interiore, non c’è sguardo sull’esterno, lo sguardo è tutto al tuo interno, con un approccio validissimo e il più appropriato per la conoscenza di te stesso e dei temi e delle questioni e nodi veri che ti appartengono, su cui l’inconscio ti vuole guidare a prenderne visione e consapevolezza, a lavorarci. Chi arriva in analisi, pensa di sapere già quali sono le questioni che lo riguardano, spesso pensa a cause da ricercare nel passato in qualche responsabilità e azione dell’ambiente familiare e circostante, in qualche episodio spiacevole o traumatico che l’avrebbe segnato, che possa spiegare il suo disagio. L’inconscio, particolarmente con i sogni, guida a scoprire i temi veri, a tenere lo sguardo su di sé dove c’è il cuore e il cardine della propria vita e dove è possibile compiere passi importanti di avvicinamento al vero, di cambiamento, passi di crescita fondamentali e necessari, con sviluppi in precedenza impensati, che la testa razionale non avrebbe potuto e che non potrebbe, agendo presuntuosamente da sola, né concepire, né alimentare.  E' fondamentale dunque imparare a entrare in rapporto col proprio profondo. E’ possibile dialogare col profondo e l'inconscio ha chiara e forte intenzione di comunicare, tant'è che non di rado disturba il quieto vivere, interferisce e interviene, anche vistosamente, nella propria esperienza attraverso tutto ciò che muove e smuove sulla scena interiore ( ansia, panico e quant'altro) e non per fare danno, ma perchè vuole portare con forza l'attenzione al dentro e a se stessi, perchè è venuto il tempo e urge trovare la consapevolezza che manca, perchè l'inconscio può, se gli si dà spazio e retta, nutrire la capacità e sostenere il coraggio di guardare nell'intimo vero e di non perdersi nell'apparente, può e vuole dare spinta alla passione di divenire se stessi e non copia d'altri o d'altro, che nell'esempio e nella mentalità diffusa offre i modelli e le idee di realizzazione personale, con incluso il manuale d'uso. L'inconscio è la vita, l'istinto di essere e di pensare, di aprire lo sguardo, di vedere con i propri occhi, riconoscendo il vero, senza trucchi e senza inganni, senza deformare, senza il filtro opaco di ciò che già è stato detto e concepito. L’inconscio è pensiero indomito e indomabile, che non per caso insiste, che nessun raggiro della mente razionale può addomesticare e mettere a tacere, come capita quando si risponde al malessere interiore con tentativi di metterlo a tacere o di dargli spiegazioni che non ne raccolgono il messaggio, la proposta e la risposta del profondo è di rialimentare il malessere e l’inquietudine perché la proposta avanzata torni pressante, perché sia recepita. L’inconscio insiste e punta alla condivisione e convergenza della parte conscia sulla ricerca del vero, la spinta del profondo sopravanza e scardina i calcoli di convenienza, l’inconscio non ci sta a dare assenso e sostegno all’andazzo corrente e soprattutto alla logica che lo protegge e che non svela ciò che è, l’inconscio pone interrogativi, apre crepe nel costrutto di pensiero solito, perché cominci a filtrare luce di verità, non dà tregua in questo. L'inconscio è l'intelligenza che guarda dentro e smonta le illusioni e gli autoinganni, che va oltre i marchingegni del ragionamento e i preconcetti, l'inconscio è la parte di se stessi che non si accontenta di una vita normale, a norma, dietro altri e passiva, ignorante, che ignora ciò che da sè e attraverso sè si potrebbe vedere e concepire, costruire e volere. Si può assecondare l'inconscio, il proprio inconscio, che non è entità misteriosa e strana, oggetto di studi per eletti, l'inconscio è parte viva di se stessi, parte profonda della propria psiche, parte del proprio patrimonio vitale, il più dotato di intelligenza e di senso della vita. Si può, se lo si vuole, assecondare, accogliere e comprendere la sua proposta, convergere e non divergere, far proprio il vigore di pensiero, di spinta vitale che viene dal profondo di se stessi a trasformarsi fedelmente a se stessi, fino a diventare e a essere se stessi, a ritrovare volto e dimensione umana originale, autentica  e matura, anzichè assegnarsi come  realizzazione umana la sistemazione e la buona resa in qualche ruolo, anzichè darsi come miglior traguardo la prestazione e la conquista del successo, come in genere applauditi e riveriti. E' conquista di vita e di capacità di autonomo pensiero, è conquista non immediata o gratuita, questa alimentata dal profondo, che per aprire a questa prospettiva e scopo, mette prima di tutto in agitazione le acque interiormente, per cominciare a condividere la necessità della verifica sullo stato attuale delle cose circa il proprio modo di procedere e di interpretare la propria vita, per cominciare a innescare con la crisi il processo di cambiamento. Ciò che l'inconscio vuole produrre, dentro cui vuole il proprio coinvolgimento, il cambiamento che vuole far generare, non è soluzione già pronta da consumare, come potrebbe essere una pillola da mandar giù o un consiglio o una prescrizione di comportamento da eseguire. Richiede un lavoro serio su se stessi, sostenuto da passione e da desiderio di vicinanza, di unità e di fedeltà a se stessi. Il rapporto e l’ascolto del profondo sono essenziali per la conoscenza di sé e di ciò che accade dentro se stessi, senza il contributo di questa parte profonda, non è possibile capire il significato della vicenda interiore di cui si è portatori, del malessere interiore, della crisi da cui si è coinvolti, che altrimenti, come spessissimo accade, si affronta con sospetto e sulla difensiva offensiva, con la pretesa, casomai con qualche aggiustamento e con qualche nuova elaborazione del pensiero ragionato,  di riportare le cose al dritto del solito modo di procedere, non vedendo, non concependo altro. Senza entrare in sintonia e in intesa con l’inconscio, senza il suo apporto non è possibile comprendere il significato della crisi, del malessere interiore, le sue vere ragioni, il suo senso e scopo, che solo questa parte profonda, che ne ha mosso le fila e gli svolgimenti, è in grado di chiarire. Senza la sua guida non è possibile perseguire lo scopo di cambiamento e di crescita che la crisi ha voluto cominciare a mettere in campo. Per mettersi su questa strada, per compiere questo percorso, può essere necessario l'aiuto di chi sappia guidare a avvicinarsi a sè e ad ascoltarsi, a comprendere il linguaggio della propria interiorità, a svolgere, con la guida del proprio profondo, il cammino di ricerca necessario, attingendo alla propria risorsa profonda, piuttosto che a combattere parte intima di sé, a contrastare presunte anomalie di sentire e di comportamenti. L'inconscio è più vicino di quanto non si creda, non è un alieno, è presenza intima e viva, che interviene, che propone, che sa e che vuole comunicare, che è pronta a fare dono prezioso, a dare stimolo e guida per far rinascere se stessi. Se lo conosci non lo eviti.

mercoledì 25 febbraio 2026

Essere se stessi

Il rapporto con la propria interiorità è fondamentale per generare un vero cambiamento, per uscire dal recinto di un modo di essere e di procedere che non rispecchiano se stessi, il proprio autentico. E’ la propria interiorità a saper dare il terreno di incontro col vero di se stessi, le guide per scoprire il significato delle proprie esperienze, proprio attraverso il sentire, ciò che rivela, proprio attraverso i sogni, fonte impareggiabile e imprescindibile per capire e conoscere se stessi. Diversamente è fatale assumere altro come guida, come fonte e matrice di pensiero, diversamente è fatale dare importanza decisiva alla tenuta e alla capacità di rendimento nel proprio procedere consueto, alla sua prosecuzione possibilmente senza inciampi e cadute, coprendolo di significati che confortano e procurano conferma della sua validità e affidabilità, mettendo spesso e volentieri in primo piano nei passaggi più o meno difficili  le responsabilità altrui, l’azione dei fattori esterni, non mettendo in primo piano invece nel bello e nel cattivo tempo cosa si sta facendo di se stessi e verso se stessi. E’ la propria interiorità a intervenire di continuo nel sentire per dare stimoli, per accentuare e dare evidenza, per fornire le tracce, i richiami utili per aprire gli occhi, per soffermarsi a capire cosa sta succedendo, a quali vincoli è sottoposto il proprio modo di agire, a quale scopo si assume un atteggiamento, si dà un certo tipo di risposta, si segue un certo proposito o aspirazione. Gli stimoli e gli spunti, i richiami si possono presentare in una forma facilmente avvertita come antipatica e guastafeste, disturbante come possono risultare improvvisi impacci, esitazioni, perdite di sicurezza, come ansietà, esperienze interiori che ci si abitua a giudicare come sgraditi segni di insufficienza e di difettosa resa, anziché intenderle come inviti a guardare dentro cosa si vuole ottenere e si pretende di produrre, di trarre da se stessi e a che scopo, vincolati casomai alla preoccupazione di dare buona prova, di non sfigurare o al desiderio di ottenere plauso. La sollecitazione dell’interiorità, del profondo è a capire attentamente cosa si sta facendo di se stessi, che è ben altro intento e scopo, ben più importante, che ottenere di correre senza intralci. Questa ricerca di verità può sembrare scomoda, persino un fardello, un appesantimento di troppo, ma c’è di mezzo il recupero  della visione nitida e consapevole di ciò che coinvolge la propria vita, che riguarda il proprio modo di farsene interpreti, che, se lasciato nelle nebbie dell’inconsapevolezza o se travisato e mistificato non farà che produrre esiti e sviluppi niente affatto promettenti, niente affatto felicemente in accordo e fedeli a ciò che da sé, aprendo sguardo riflessivo,  potrebbe rendersi chiaro come scoperta di ciò che è valido davvero, corrispondente a sé, al proprio giudizio, a ciò che persuade intimamente  e che appassiona. Se da un lato può farsi avanti l’auspicio della leggerezza, che è desiderio di sgombrare il campo da presunti innaturali appesantimenti, dall’altro c’è la sollecitazione della propria interiorità a aprire gli occhi, a passare da una visione accomodata, parziale e infedele al vero a una visione invece che il vero, pur con costo di scomodità e con onere di ricerca, lo vuole riconoscere nel proprio interesse, per far crescere la propria matura consapevolezza, fondamento della propria autonomia. Ho già avuto occasione nei miei scritti di sottolineare come nel modo di procedere abituale e più diffuso non è dato spazio e rilievo al rapporto con se stessi, nel cammino fatto la priorità presto è stata data al rapporto con l’esterno, con gli altri, in secondo piano il rapporto con la propria interiorità, considerando il proprio sentire come semplice eco e cassa di risonanza di situazioni e di stimoli esterni, le proprie emozioni  e stati d’animo come segno del sapersi ben adeguare o viceversa dello stentare nel tenere il passo. Non riconosciuto il rapporto con la propria interiorità come importante e decisivo per la propria crescita, rapporto dunque da rispettare e da coltivare per il proprio bene, da un lato non si è compreso il valore di questa risorsa, dall’altro e di conseguenza non ci si è arricchiti dell’attingere a questa risorsa interiore. Non si è sviluppata la capacità di ascolto delle proprie emozioni, dei propri stati d’animo, di tutte le espressioni della propria vita interiore, dal sentire ai sogni, privandosi dunque del loro contributo, fondamentale non per saper dare prova di adeguatezza, ma per avere le guide per capire, la bussola per orientarsi nel proprio cammino. Così spogli di guida e di sostegno interno, si è pensato con sempre più tenacia e persuasione che il luogo della vita, di ciò che conta seguire e tenere sotto il proprio sguardo, luogo di conoscenza, anche di scoperta di se stessi, fosse nel legame con l’esterno, con la cosiddetta realtà, con gli altri. Nel rapporto con l'esterno, con gli altri ci si è via via persuasi che si dovesse trarre la conoscenza di se stessi, affidandosi, come fossero scontate, a chiavi di lettura dei significati di uso comune e abituale, confidando nel fatto che le spiegazioni prodotte dalla propria mente razionale, che, nel portare lo sguardo su di sé e sulla propria esperienza, di miopia, di sviste e di fraintendimenti, a starci attenti, è spesso maestra, potessero bastare per capirsi, che anzi quello fosse il modo giusto di pensare la propria vicenda. D'altra parte va riconosciuto che il modo di pensare comune, a cui facilmente, se privi di scoperte autonome, di scoperte proprie in unità con la propria interiorità, si aderisce, spinge fortemente in questa direzione del legame con l’esterno come luogo della vita, con la persuasione che nulla si possa costruire e che nessuna occasione di crescita personale sia possibile se non attraverso lo scambio con gli altri e l’utilizzo delle risorse esterne per meglio capire e conoscere, per meglio progredire. Questo non è solo il pensiero comune, ma è l’idea caldeggiata spesso anche da presunti esperti della psiche. Nell’ambito stesso di tante forme di psicoterapia ciò che è prima di tutto messo al centro dello sguardo per capirsi, per individuare nodi e questioni sono le relazioni con gli altri. La relazione con se stessi, con la propria interiorità, pare non avere centralità, pare addirittura non avere consistenza, ancora meno capacità di portare ad alcunché. Se questo accade è segno che in non pochi terapeuti, dotati di tecnica e di teoria prese da insegnamento di scuole varie, il rapporto con l’interiorità, con la loro interiorità, è terra sconosciuta. Tutto pare girare attorno al rapporto con l’esterno, le uniche relazioni riconosciute sono quelle, il terreno su cui lavorare, le cose da capire, le problematiche come le opportunità, le cose possibili da portare a compimento stanno lì. Tornando al desiderio di offrire a se stessi un cambiamento nel segno di una conquista di libertà e di una capacità di realizzazione più consona a sè, si manifesta facilmente su questo terreno impazienza. L'aspirazione al cambiamento vuole percorrere vie rapide. Cominciando ad esempio a prendere visione del proprio vincolo a stare dentro regole di comportamento e in ossequio, in subordinazione al giudizio altrui, si fa prontamente avanti il desiderio di dare rapida forma al cambiamento. Sembra allora fare la differenza e poter produrre un immediato cambiamento nel proprio modo di essere e di condursi il proposito di "essere se stessi", di togliersi ogni vincolo e maschera, di seguire ciò che, non vincolato a altrui giudizio e regola, pare poter immediatamente originare da sè, fedelmente a sè. In una condizione però di abituale e perdurante lontananza da sè, dal proprio intimo e profondo, la pretesa di far presa su ciò che sarebbe più originalmente proprio e consono a se stessi, più ispirato e insito nella propria natura, su cosa può far leva e conto? Non può che far riferimento e conto sul bagaglio di conoscenza di se stessi, di familiarità col proprio intimo e profondo sino a quel momento sviluppati, non certo così sviluppati, perché, come visto, raramente messi al centro del proprio interesse e cura, vista la centralità data alla ricerca dell'intesa, alla capacità di interazione con l'esterno, con gli altri. Dunque, pur con l'intento di essere se stessi, di esercitare questa libertà, non ci si può che ritrovare a far leva su qualcosa, su una visione della vita, del senso della propria vita e su una visione di se stessi che discende, che è più frutto di un accordo con idee attinte da fuori  che di una intesa, di una vera condivisione di scoperte, di conoscenza di se stessi con la propria interiorità, cui sinora non è stato dato interesse e spazio. E' proprio questo che manca e che va sviluppato. E' necessario dare spazio all'incontro e allo scambio con la propria interiorità, che ha capacità e ruolo principe nel condurre a svolgere un attento lavoro su di sè per veder nascere e per riconoscere ciò che è originale e proprio, ben diverso da ciò che si è abituati a prendere come idea di se stessi di riflesso da pensato comune e da ciò che gli altri sembrano riconoscere e confermare, convalidare e premiare o viceversa considerare inadeguato e da migliorare di se stessi. Non si può essere se stessi, se non si ricompone l'unità con la propria interiorità. Senza questa e senza ciò che di se stessi si può nel rapporto e nel dialogo con il proprio profondo conoscere e scoprire di autentico e fondato, essere se stessi si traduce nel raccogliere e nel riproporre espressioni di sè senza radice, senza contenuto originale, espressioni spesso subordinate e finalizzate ancora e prima di tutto a fare i conti con lo sguardo e col giudizio altrui, casomai in opposizione, casomai per sfida, ma sempre con questi in stretto vincolo e legame. Il desiderio di essere se stessi può segnare una prima apertura a tener conto del sentire vero, di ciò che originalmente, davvero spontaneamente si propone dentro se stessi, di contro alla tendenza non rara a esercitare un filtro, a volte a riplasmare e dirigere, a enfatizzare le proprie emozioni, il proprio sentire per renderlo conforme alle attese, per adeguarlo a ciò che pare ben voluto o adeguato. Spesso sono sottili manipolazioni. C’è poi la tendenza a dare prima di tutto espressione esterna al proprio sentire che invece è proposta intelligente da accogliere e comprendere nel suo dire. Il sentire nelle sue proposte spontanee è traduzione dell’intelligenza del profondo che con emozioni e stati d’animo guida a conoscersi, a capire. Sovrapporre al sentire significati e intenti che non gli corrispondono può sciuparne e fraintenderne il vero senso. E’ perciò necessario imparare a intendere il linguaggio e il valore di tutto ciò che originalmente, che spontaneamente si muove dentro se stessi. Essere se stessi significa essere in unità e accordo con la propria interiorità, questo implica non disdegnare sensazioni che risultano spiacevoli o impreviste, scomode, ma che hanno da dire, che non si possono scartare o ripudiare. Insomma per essere se stessi è necessario scoprire cosa significa stare in unità vera con se stessi in tutto il proprio essere. Non c'è scorciatoia possibile, non c'è possibilità di vero accordo con se stessi,  di conseguente vero cambiamento nel segno di essere se stessi  se non si recupera l'unità con la propria interiorità, se non ci si rende disponibili a essere guidati dal proprio profondo, dentro i percorsi tracciati dal sentire, con le guide dei sogni, che non sono robetta fantasiosa, ma prodotti e leve di pensiero acute e intelligenti, a svolgere un attento e paziente lavoro su se stessi, necessario per formare ciò che può rendere sul serio dotati di contenuti, di idee e di scoperte originalmente proprie, di capacità di stare in unità e intesa con tutto il proprio essere. Se non si genera il proprio di pensiero, fatto di scoperte di significato, lavorando su di sè, sulla propria esperienza con la guida del proprio profondo, se non si crea forte e caldo legame con la propria interiorità, se non si sviluppa capacità di ascolto, di dialogo, di fedele corrispondenza col proprio profondo, con ciò che nel sentire  propone, se non si fa proprio il sapere che trasmette attraverso i sogni, non c'è base ricca e salda per essere davvero se stessi, capaci cioè di condursi e di condurre la propria vita fedelmente a sè. Se non ci si conosce nel vero e non si scopre ciò che davvero appartiene a sè e che da dentro se stessi vuole vivere, non per adeguatezza e ossequio a modelli esterni, non per ricevere consenso e lode, ma per persuasione profonda e per passione autentica, non c'è base viva e alimento interno per essere e per far vivere davvero se stessi. Il lavoro da farsi può non soddisfare la pretesa del pronto uso, di pronta traduzione e messa in opera, abituale nel procedere solito. Può esserci la velleità di avere già possesso di soluzioni e risposte, ma il rischio di sparate a salve, di conquiste di illusorio cambiamento e di spazi di libertà nel recinto del solito è elevatissimo.

sabato 21 febbraio 2026

Un lamento senza fine

Il lamento è ciò che capita di ascoltare in chi è alle prese con il malessere interiore nelle sue diverse espressioni, un lamento che nel tempo diventa più insistente. E' figlio dell'idea di malattia messa sul conto di ciò che interiormente, risultando scomodo, difficile da reggere e da capire, spiacevole, spesso mettendo in difficoltà e intaccando, compromettendo il procedere solito, che si ha solo desiderio di far scorrere libero da intralci e ostacoli, fa concludere presto che c'è in gioco solo qualcosa di anomalo, di avverso, di malato se insiste. La cura stessa in non pochi casi dà implicita conferma a questa lettura, a questo modo di pensare se stessi in relazione a un'esperienza interiore che pare l'oggetto malato da curare. Convinti, anche dentro e sulla base dell'esperienza della cura, sia essa farmacologica o psicologica, che il problema sia togliere di mezzo l'intralcio interiore e che il proprio bene stia nel poter riprendere e proseguire l'andamento di sempre, non si comprende il vero significato e il valore di tutto ciò che accade interiormente. Si rimane così ben lontani, per effetto di pregiudizio e di predisposizione negativa, dal riconoscere nel proprio sentire, pur doloroso e  poco piacevole, l'intento e la capacità, tutt'altro che ostile e deleteria, di esercitare guida alla conoscenza più veritiera e perciò matura di se stessi, di dare impulso vivo a trasformazioni importanti, utili e necessarie. Il proprio sentire, la propria esperienza interiore difficile e sofferta diventano oggetto di un discorso che li vuole vedere come esperienza interiore e sentire anomali, negativi, frutto e espressione di patologia, di un guasto in atto da correggere o al più, mettendo in campo la volontà di capire, questa si traduce nel cercare di trovare loro (alla presunta patologia e al presunto guasto) una causa, che li avrebbe provocati. Muovendo dall'idea, preconcetta anzicheno, che il malessere sia un che di anomalo, un disturbo, conseguente a una causa anche remota, che avrebbe compromesso il proprio equilibrio e benessere psicologico, la propria crescita normale, che qualcosa sia intervenuto, sfavorevole e nocivo, traumatico e penoso, ecco che si finirà pur per trovare qualcosa come causa di aspetto plausibile da qualche parte nella propria biografia, a conferma e a suggello della tesi precostituita del danno subito, non poche volte con l'aiuto e il sostegno della stessa psicoterapia. In questi casi, tutt'altro che rari, ci si dota di una costruzione logico razionale, che pare soddisfacente, che illude di aver capito, che in qualche modo sembra rincuorante e capace di placare la tensione, anche se avvertendo che il rapporto con la propria interiorità permane difficile e ancora da tenere a bada. Capita infatti e comprensibilmente che la propria interiorità, riconoscendo non recepito il proprio messaggio e non accolta e condivisa la propria proposta, non cessi di farsi avanti, di sollecitare, di alimentare nuova inquietudine interiore. L'esperienza interiore viva è stata resa muta, al sentire attuale non è stata concessa parola, sul loro conto si è imposto un discorso e un'indagine, viziate da preconcetto e predisposizione negativi, utili solo a tentare di liberare il campo dalla loro presenza come disturbo indebito. Non è un caso che si compia una simile manipolazione e distorsione del significato dell'esperienza interiore, che di fatto, parlandole sopra e facendole dire quel che si presume, ci si mantenga sordi e incapaci di rispettare e di lasciar parlare l'intimo sentire. La mancanza di capacità di ascolto e di dialogo con la propria esperienza interiore, è una  mancanza che accomuna in non pochi casi, va detto, chi patisce la sofferenza e chi se ne prende cura, malgrado i titoli accademici conseguiti, i tanti corsi seguiti, gli insegnamenti di scuole accreditate. La conoscenza interiore, questo vale per tutti, per i terapeuti dovrebbe valere anche di più, si fonda sulla apertura e capacità di rapporto con la propria interiorità, che è  ben altra cosa dal possesso di teorie e tecniche apprese. L'incapacità di accogliere e riconoscere il senso vero dell'esperienza interiore è legata al fatto che negli anni, nel processo di crescita personale, è sempre stata in primo piano la ricerca dell'adattamento alle circostanze esterne, la preoccupazione di apprendere da fuori, da istruzione, da esempio, da modelli  e cultura condivisa, mentre la vita interiore è stata considerata solo un seguito emotivo, una sorta di eco di vicende esterne, con l'attesa e la pretesa che non creasse intralci, che assecondasse la ricerca dell'intesa con gli altri, la capacità operativa e i propositi di riuscita così come intesi e celebrati dal senso comune. Così condizionati dalla propria incapacità di ascoltarsi, di entrare in rapporto rispettoso con la propria esperienza interiore, di intendere e di capire il significato originale, intimo e vero, dei propri stati d'animo e del proprio sentire, nel frangente difficile, quando le espressioni del proprio sentire diventano aspre, dolorose, di insolito aspetto e più incisive,  si è disarmati di fronte alla crisi e al malessere interiore da cui si è investiti. Si reagisce con sospetto e con paura, si concepisce come favorevole solo il ritorno allo stato abituale, la liberazione da inquietudini e da disagi interiori, visti come inutili e odiosi intralci. Privi della capacità di intendersi con se stessi, di entrare in sintonia con la propria interiorità, di cogliere utilmente il significato e lo scopo di ciò che il proprio sentire sta comunicando con tanta forza e intensità, ci si chiude difensivamente e ci si preclude la scoperta di ciò che, affidabile, utile e prezioso, la propria interiorità ha intenzione e capacità di proporre, di offrire. Lo stallo è frutto di questo trincerarsi nella posizione ostile e difensiva rispetto a un'esperienza interiore che non muta. Non muta perchè con forza e persistenza la parte profonda preme, perchè, non accolti i richiami di vitale necessità che lancia, torna a consegnarli. Ecco allora il lamento senza fine contro ciò che si considera una sorte infelice da malati cronici. E' un lamento che nel tempo ha dalla sua anche un valido motivo. Quell'assetto difensivo, quella barriera ostile opposta alla parte intima di se stessi non fa crescere nulla, incallisce solo il preconcetto circa la propria condizione di malati, fa sì che si viva in una sorta di blocco e di torpore dell'animo e della mente, torpore legato non solo all'uso di eventuali psicofarmaci, ma anche e principalmente a una stasi del pensiero e della conoscenza, che non è certo leva di benessere e motivo di gioia.

mercoledì 18 febbraio 2026

Qual'è la parte davvero malata?

Osservando con attenzione le vicissitudini del rapporto con se stessi, si può rilevare come la parte intima sia spesso soggetta, in caso di crisi e di segnali di sofferenza, di malessere interiore, a essere designata come la parte malata, non a posto. Sono situazioni, non certo rare, in cui va senza esitazione sotto giudizio e sotto cura la parte interiore, cui è assegnato l'attributo di essere malata, parte da trattare, da risanare, da rimettere possibilmente in funzione per il verso giusto o considerato tale. Non è motivo di sorpresa che questo accada, se si tiene conto che è nella parte cosiddetta conscia e nelle sue risorse e nei suoi prodotti di pensiero, di volontà e di iniziativa, che ci si riconosce senza indugi, considerando il resto di stati d'animo, di sentire, di spinte e movimenti interiori, come parte e appendice da tenere sotto tutela e comunque non riconoscendole altro significato che di essere più o meno in linea con le proprie aspettative. Pur non sapendo e non capendo nulla della propria vita interiore, ci si pone come arbitri di ciò che che questa parte intima di se stessi può e non può dire di valido. A volte si pretende di plagiare il proprio sentire, di manovrarlo, almeno ci si prova a farlo, cercandone e esaltandone le belle prestazioni, come quando con compiacimento si mette in mostra una cosiddetta sensibilità di fronte a qualche situazione rito che richieda stupore e commozione, come in presenza di qualche altare della meraviglia, che sia un panorama che più bello non si può o altro che si presuppone di alto valore artistico o culturale e di forte capacità di presa, come quando viceversa si presenta una situazione dove mostrarsi colpiti e affranti sembra fatale, dove, come in presenza di eventi come un lutto o altra disgrazia umana, diventa prova di presunta umanità porsi e reagire come afflitti. In questi casi qualcosa di fine, ma non di impercettibile, nel proprio sentire segnala la forzatura, però il tornaconto di immagine e di ricarica di presunta autostima è così gradito, che volentieri ci si passa sopra. Già queste non sono propriamente espressioni di un rapporto rispettoso col proprio sentire. Quando le cose interiormente però non girano per il verso desiderato e atteso, per effetto della libertà che la parte intima e profonda si prende e senza tante remore, per l'autonomia che ha e cui non è disposta a rinunciare, scatta il disappunto, la sorpresa negativa, che può arrivare al biasimo, al giudizio di inadeguatezza, di mala rispondenza agli interessi in campo, fino alla censura, fino al giudizio che definisce insano ciò che non si accorda, che non va nel verso di ciò che si ritiene valido, accettabile e giusto. C'è una parte giudicante, a cui spessissimo ci si stringe, che forse, a ben guardare, è malata di rigidità di giudizio, che si fa forte di persuasioni che più si reggono sul senso e consenso comune, che si avvalgono di schemi di giudizio, di attribuzioni di significato, di valore presi in prestito che di scoperte proprie, che, considerandosi invece avveduta, rifiuta e trascura ampiamente verifiche attente, scoperte di verità circa ciò che fa e che pensa, circa i modi di procedere, circa i vincoli dentro cui si muove, che con i suoi costrutti di ragionamento omette di vedere, preferendo darsi versione più accomodata e rassicurante. Ebbene la parte intima proprio lì va a intervenire, dando attraverso gli interventi del sentire, con le  emozioni, i mutamenti d'umore, note interne discordanti, incisi dentro l'esperienza, continui stimoli e spunti per aprire gli occhi, per prendere visione del vero del proprio modo di essere, di pensare e di procedere. Può considerarsi guastafeste, può tirarsi addosso antipatia e disappunto della parte benpensante conscia, ma non smette di metterci lo zampino nel corso dell'esperienza e non certo a fin di male, ma per provare a accendere qualche lume di consapevolezza. Può intervenire con grande forza, può dare ansia per dire che la costruzione della propria vita è fragile e che espone a rischi di perdersi dietro a realizzazioni inconsistenti o estranee a una vera progettualità propria, a ciò che potrebbe scaturire da sè, consono a se stessi, che richiederebbe non correre dietro a altro, ma fermarsi, darsi pausa e spazi di lavoro su di sè per veder chiaro sul proprio modo di procedere abituale, verificando su cosa è fondato e a cosa è affidato, su quali basi, dentro quali vincoli e sostegni, dietro quali guide, per comprendere la necessità di mettere assieme le basi, autentiche, salde perchè dentro di sè riconosciute, di un proprio modo di intendere la propria vita e la sua realizzazione. L'ansia non soffia per caso, non è patologia, è richiamo, è allarme provvido e intelligente. La parte intima può spingere con ancora più forza d'urto come con l'attacco di panico per segnalare il contrasto tra l'orientamento prevalente che punta al fuori, su cui è riversata la parte conscia e il dentro che non le è consenziente, che minaccia di toglierle respiro e ossigeno in quel suo modo di procedere spiantato. La parte intima può coinvolgere nell'afflizione del dolore e della perdita di voglia di vivere, nello sconforto di non vedere luce di fiducia, di speranza, ma solo senso di svuoto e di spegnimento, nella cosiddetta depressione, per calare per intero e senza fughe non in un patologico umore e sentire, bensì nel sincero e onesto bilancio e verifica del modo di condurre la propria vita, non tacendone le forti carenze, persino il  nulla di sè e di davvero generato e tratto da sè in una esistenza che si è retta più su altro che su autonoma creazione, sia che si sia trattato di una vita sinora in appoggio e cercata dentro legami con altri e sistemandosi dentro un ruolo designato, sia che si sia trattato di una vita in apparenza fulgida di successi, senza che però abbia avuto successo, crescita e sviluppo nulla di proprio, nulla che non sia stato aver dato prova mirabile da trenta e lode e da applausi. La parte interiore, che non tace il vero, che, costi quel che costi, vuole farne promozione, subisce il torto sistematico di essere considerata malata, oggetto da curare, quando in realtà porta i germi sani di una verifica e di una possibile trasformazione della propria vita nel verso di renderla capace di produrre qualcosa che abbia un senso, che non sia sostenuto da illusorie persuasioni. Si tratta certo di una proposta impegnativa. La parte profonda, ben lungi dal fare le bizze o dall'essere solo capace di espressioni immature e irrazionali da governare e da gestire, da tenere a bada e all'occorrenza da rimettere in riga, è portatrice, lo si comprende quando la si conosce per davvero in ciò che è, di spinte di crescita assai mature, di stimoli, a volte assai pungenti, anche dolorosi, di ricerca di verità che possono risultare scomodi, che la parte conscia è spesso ben lontana dall'intendere e dal condividere. La parte conscia, che si arroga capacità superiore, in realtà chiude spesso cocciutamente e arrogantemente a qualsiasi verifica, anzi nemmeno queste sollecitazioni di crescita vera, che le vengono dall'intimo, le comprende, anzi le fraintende grossolanamente, appioppando all'intimo, che, come visto non per caso o insensatamente procura ansia e altro, patente di parte non a posto e malata. Quale è dunque la parte davvero malata e che richiede cura? La parte che può alimentare la cura è proprio la parte sempre indiziata di essere quella da mettere a norma e da sanare. La parte intima è quella che ben guidata dal profondo, se la si comprende e se ne riconosce il linguaggio, il potenziale e il valore, può fornire la base, le risorse, l'animo e l'intelligenza per sanare l'inadeguatezza della parte conscia, spesso a rischio di portare avanti costruzione adeguata al giudizio dei più, ma carente, per non dire vuota, di contenuto proprio. Questo, di cui ai miei occhi sono testimone nel rapporto con me stesso, è ciò che nel lavoro analitico ho visto in tanti anni e che tuttora vedo compiersi nell'altro nella evoluzione del suo rapporto con se stesso, con la sua interiorità. 

mercoledì 11 febbraio 2026

Il credo comune e condiviso vede come insano il malessere interiore e come valida e sana la lontananza da se stessi.

Il corso interiore, quando assume una forma non agevole e non conforme alle attese, facilmente incontra in chi lo vive una reazione prontamente negativa di insofferenza, di timore, di rifiuto. Scattano rapidi i giudizi che ne sentenziano il carattere inadeguato, sbagliato, persino assurdo, perchè fuori da ciò che si ritiene essere accettabile e ragionevole. Sono giudizi che rapidamente fanno giustizia di un'esperienza interiore subito sgradita, mettendole sopra commenti e spiegazioni che tanto sembrano ragionevoli quanto non hanno nulla a che fare con ciò che quel sentire, spiegato e giudicato e non ascoltato, vuole dire, mettere in primo piano e portare a comprendere. Il linguaggio interiore è spesso ignoto ai più, ignoranza che non è riconosciuta, anzi che va di pari passo con la supponenza del giudicare, del trarre rapide conclusioni. Quante occasioni perse per ritrovarsi, per mettere a punto una chiara visione di se stessi, di ciò che sta realmente accadendo nel proprio cammino di vita, per orientarsi! Il proprio sentire, il corso interiore di stati d'animo, di emozioni, di spinte infatti non è mai casuale, anzi nulla è più opportuno, assennato, rispondente alla necessità di aprire gli occhi, di comprendere il vero, nulla è più affidabile e capace di portare in evidenza i nodi importanti, le questioni da capire, nulla è più valido supporto e guida per conoscersi e per crescere di ciò che si declina interiormente. L'apparenza o meglio ciò che, facendo uso di senso comune, di logica corrente, si ritiene di vedere nel proprio sentire, che ne condiziona e delimita la visione, il preconcetto insomma, è una cosa, il significato e la proposta vera racchiusa nelle proprie sensazioni, nei propri stati d'animo, nei propri tormenti e ansietà, nelle pieghe e negli svolgimenti, anche nei più sofferti del proprio sentire, è tutt'altra cosa. Si è in genere incapaci di relazione, di ascolto e di dialogo col proprio sentire, con la parte intima di se stessi. Ci si è nel tempo abituati e adattati a questa sostanziale ignoranza di ciò che vive dentro se stessi, a cui non si dà rilevanza, si è imparato viceversa a portare tutta l'attenzione verso l'esterno, inteso come il luogo della vita vera e della realtà che conta, a pensare che si ha occasione di vita e di crescita solo nella relazione col fuori organizzato, con le proposte e con i supporti che offre, che vanno portate a sè quelle risorse, senza le quali si è convinti di potersi solo spegnere, involvere e inaridire. Bisogna dunque stare al passo e nella disposizione a recepire, ci si persuade che non si può avere occasione di crescere se non ci si nutre delle opportunità, delle risorse, dei mezzi offerti e organizzati, della relazione con gli altri. Si ha assai spesso una cultura dell'intimo, una conoscenza e una capacità di comprendere la propria vita interiore, conoscenza e consapevolezza che non è certo un lusso da possedere o uno sfizio strano o superfluo, riguarda infatti l'avere chiara visione di cosa vive nella propria esperienza, di chi si è veramente, di cosa si sta facendo della propria vita, che senza l'ascolto attento e l'incontro con la propria parte intima non si può avere, al più ci si racconta quel che pare e piace, cultura che dire primitiva e piena zeppa di luoghi comuni, di pregiudizi, di preconcetti, assorbiti dal pensato comune, di sbrigative sovrapposizioni a ciò che si sente e che si propone nel proprio intimo di spiegazioni e di deduzioni, è dire poco. La cultura che sta a cuore riguarda solo l'apprendimento di ciò che è stimato e onorato come conoscenza da acquisire dalla biblioteca del sapere, che spesso serve solo a sentirsi e a essere riconosciuti dall'intorno sociale come adeguati, all'altezza, intelligenti. Per quel che conterebbe davvero imparare a conoscere, coltivare nel rapporto con la propria vita interiore, la più vicina, la più carica di capacità di formare pensiero vivo e piantato, invece sembra bastare e avanzare quel che si presume di sapere già e finisce lì. Quando la vita interiore assume caratteri acutamente impervi, critici e difficili, ecco allora che entrano in campo le reazioni più scomposte e la tendenza a spararle subito contro giudizi di insensatezza, di essere condizione anomala, persino malata, capace solo di procurare afflizione, ostacolo al vivere, piaga malsana di cui ci si considera vittime. La visione che si ha dell'esperienza e delle condizioni di malessere interiore è ben in sintonia e accordo col pensato più comune e questo autorizza e dà manforte a sostenere la tesi del disturbo, della anomalia, della malattia da combattere e sanare. Pur nella omogeneità di visione di giudizio o meglio, proprio per la mancanza di autonomia nel considerare e comprendere il significato e il valore delle espressioni della propria vita interiore, può esserci verso gli altri timore di essere mal giudicati, altri che potrebbero vedere nel malessere, nella sofferenza interiore di cui si è portatori segni di debolezza, di cattivo stato, di mancata matura (?) crescita, altri pronti casomai a indicare nella forza di volontà la reazione da impiegare. Da qui la delega a presunti esperti e titolati terapeuti di infilare in una casella diagnostica ciò che, unico e originale, vive dentro se stessi, di fornire rimedi, antidoti a ciò che pare solo una minaccia, un danno, un disturbo da sanare al più presto, da tenere a bada, vuoi con  farmaci, vuoi con spiegazioni e consigli, vuoi con tecniche e prescrizioni di comportamento per mettere a tacere, per contenere, per raddrizzare le cose. Ecco il salvataggio invocato, che in sostanza, anche se non lo si riconosce e ammette come tale, varrebbe a uscire fuori dal disagio di stare in contatto con se stessi, reso insostenibile proprio dalla incapacità, frutto di mancata vera crescita personale, di entrare in rapporto con la propria interiorità. E' una mancanza che deriva dal non aver avuto a cuore nel tempo di formare, di coltivare il rapporto con la propria parte intima e profonda, con la propria vita interiore. Questo limite, questa insufficienza e mancata crescita non ha però riconoscimento, non è in primo piano, non è ammessa e resa chiara ai propri occhi, si continua anche in regime di cura, a cercare solo di gestire, di mettere a tacere, rovesciando tutta la responsabilità su ciò che interiormente non girerebbe a dovere, di cui ci si considera vittime, a cui si è ben propensi a cercare altrove da sè le cause, ricorrendo, casomai con l'aiuto di una psicoterapia ad hoc, a qualche indagine, preferibilmente sul passato remoto personale, che rintracci e metta in primo piano e chiami in causa responsabilità altrui, carenze, condizionamenti e torti subiti, traumi patiti e altro come ipotetica causa, cui si dà volentieri credito, del proprio intimo malessere. Ciò a cui nel tempo, nel modo di condursi si è dato rilievo, ciò a cui si è badato e dato priorità è stato e continua a essere altro e tutt'altro dallo sviluppare capacità di rapporto, di ascolto e di dialogo, di intesa con la propria interiorità. Ciò che di sè e per sè ha avuto e continua spesso a avere primato e affidamento è la capacità di formare pensieri ragionati, considerata valida e sufficiente, quando, a guardare bene, nella conoscenza dei significati della propria esperienza e di se stessi, è nulla di più che una tessitura di congetture spiantate, per quanto voglia considerarsi attenta e intelligente. Ciò a cui si dà credito e cui tanto e volentieri ci si dedica, come modalità principe di occuparsi di se stessi, sono gli accorgimenti studiati col ragionamento per guidare i propri comportamenti, con al centro la cura della rappresentazione di sè, della buona riuscita, della tenuta negli scambi con gli altri, per destreggiarsi e per ben figurare, senza alcun interesse serio di capire cosa si sta facendo di se stessi, dentro quali vincoli e a che scopo. Se si portasse sguardo attento a riconoscere il vero della propria condizione, se si tenesse conto di quanto poco si sa di sè e si sa dare a stessi, si comprenderebbe che prendersi davvero cura di stessi significa non chiudere, non mettere a tacere, non mettere sotto controllo, ma aprire alla propria interiorità e perseguire lo scopo di far crescere la capacità di ascolto e di dialogo con l'intimo e il profondo di sè, il solo capace di dare vero arricchimento, conquiste di verità, autonomia di pensiero, passione e forza di far vivere l'autentico di se stessi.