mercoledì 28 gennaio 2026

La normalità

E' un principio regolatore, autentica sponda, bussola e salvagente per chi non dispone, perchè non se l'è costruita, di autonoma capacità di orientamento e di giudizio. La normalità tutela gli sprovveduti, che però tali non si riconoscono, che anzi si credono padroni del giudizio. Che rimbalzi nella testa di chiunque per capire dove sta la espressione di sè accettabile e giusta, che ugualmente faccia da guida e trovi perciò fatale riconferma nella produzione di idee di non pochi dei cosiddetti esperti e curanti della psiche, possiamo comprendere che la cosiddetta normalità con tutti i suoi metri, parametri e perimetri è mastice dell'intelligenza comune e diffusa. Orienta e rassicura, rimette in riga, consente di procedere più tranquilli. Se sento questa cosa, se reagisco in questo modo sono nella normalità o no? Il terreno del sentire è il più arduo, perchè lì possono accadere gli imprevisti, proprio in virtù del fatto che il sentire, che tutto ciò che si muove interiormente, si declina liberamente, non si disciplina e non si fa istruire dal metro e dai consigli della normalità. Il nostro sentire scaturisce e traduce una intelligenza profonda insita nel nostro essere e che tutto pensa e fa, meno che scodinzolare al seguito delle idee di normalità. I giudizi e le idee applicate di normalità esauriscono presto l'indagine. Se una cosa, se un comportamento, se un'azione o una reazione è formalmente dentro i paletti della normalità, se la rispetta e riproduce, non serve altro, non è necessario capire, vedere oltre. La verifica che l'esperienza, che la scelta, che la risposta data è inquadrabile nella normalità, chiude il discorso. L'intelligenza profonda dell'inconscio, che vive dentro di noi, viceversa interroga cosa c'è realmente nell'esperienza che ci vede coinvolti, di cui siamo attori, cosa rivela di noi stessi, cerca e riconosce il vero e perciò dà attraverso il sentire le guide, le tracce, i richiami per entrare nel merito del vero, senza farsi bastare l'idea di normalità. Accade però che di fronte alle espressioni del sentire, che colgono di sorpresa, che incalzano e non recedono, che spingono per quel supplemento di indagine volto a cercare il significato vero, ciò che rivela di se stessi, racchiuso nell'esperienza, volto a far emergere i nodi, le questioni importante riguardanti il modo di condurre la propria vita, non sia affatto compreso, che la spiegazione delle cose, di cui l'idea di normalità fa da garante, sia considerata valida e sufficiente. L'idea di normalità interviene a fare da arbitro e giudice, che, per rimettere le cose a posto, per dare una bella riordinata, sentenzia che quel sentire inatteso e che non dà tregua, che non mette in pace con se stessi, che incalza, che a volte a muso duro provoca e insiste, ha superato i limiti della tollerabilità, del sano e del ragionevole, dell'accettabile e del funzionale a tenere in piedi e far ben girare il consueto modo di fare e di procedere. Ecco allora il braccio esecutivo dell'idea di normalità, di cui ognuno nel rapporto con se stesso è artefice e responsabile, che come netturbino spazza via come rifiuto, come scarto e immondizia ciò che dentro di sè non sta e non si muove nelle regole, dentro il recinto della normalità. Persuasi che in questo modo, avvalendosi della mano santa della idee e dei criteri della normalità, si tuteli e si persegua il proprio bene, in realtà ci si amputa della capacità, che va nutrita e che richiederebbe un lavoro di concerto col proprio sentire, di aprire gli occhi, di generare pensiero proprio, di formare e di sviluppare intelligenza propria e non pensiero che fa il verso, ammaestrato dai preconcetti comuni che stanno alla base delle idee di normalità. Il proprio bene starebbe nel vedere con i propri occhi, nell'imparare a corrispondere ai richiami e ai suggerimenti del proprio sentire, nell'imparare a entrare in accordo, in sintonia e in sinergia col proprio profondo, per conquistare autonoma capacità di vedere, di pensare, di comprendere, per mettere nelle proprie mani una bussola valida, per dotarsi di autonoma capacità di governarsi, di disporre del proprio destino, per non correre dietro e farsi portare da altro, per non essere solo una voce nel coro, illudendosi di dire la propria.

sabato 24 gennaio 2026

La vera solitudine

Si pensa in genere alla solitudine come a uno stato di allontanamento  e di mancanza di contatti e di rapporto con gli altri. La si considera assai di frequente come uno stato infelice, oggetto, quando coinvolti, di auto e di altrui commiserazione, come una condizione di abbandono, che depriva, che sottrae un che di vitale, collocato fuori, negli svolgimenti esterni, negli altri, considerati essenziali per dare sostegno e contenuto alla propria esistenza, per procurare a se stessi occasione di entrare nel corso (ritenuto) reale della vita, per non rimanerne esclusi, per avere opportunità di arricchimento della propria esperienza, di crescita o più semplicemente per trarne qualche sollievo e rassicurazione, per evadere da quel senso di vuoto e di mancanza. C'è chi guarda allo stare da solo con minore pena e angoscia, come a un che di necessario a tratti e di utile. Accade non di rado che in quei momenti di solitudine ben accetti, più che un vero ascolto, incontro e dialogo con se stessi, con la propria interiorità, prenda il sopravvento l'iniziativa di riempire quegli spazi con altro, che sia una lettura, l'ascolto di musica, la visione di qualche programma in tv o in connessione a internet, oppure l'impegno in qualcosa di pratico o di convenzionalmente considerato "creativo", poco importa, purchè sia in grado di dare riempimento. Se c'è interesse per il prendersi cura di sè, per il rapporto con se stessi, non è raro, soprattutto in presenza di qualcosa di interiormente difficile, che si cerchi di adottare qualche forma di rilassamento o che si ricorra, giusto per fare qualche esempio, a tecniche tipo meditazione, che in ogni caso implicano applicare un procedimento appreso, che non sono apertura schietta e incondizionata alla propria interiorità in ciò che dice e propone, che viceversa chiedono distacco da ciò che di più intimo e vero si propone come inquieto e teso. Da soli può anche accadere che si dia il via a una sorta di riflessione sulla propria esperienza e condizione, sulle questioni in primo piano, che in realtà si traduce in una rielaborazione ragionata che vede l'intimo di sè, il proprio sentire, la propria esperienza intima viva più come oggetto di spiegazioni e di commento, che come parte viva propositiva, cui sia data parola, con cui porsi in ascolto e in dialogo. Prende forma in sostanza un monologo, dove la parte dei soliti noti del ragionamento e dell'iniziativa conscia ha il sopravvento e l'interiorità diventa solo oggetto di intervento e non soggetto dialogante. Accade così che si permanga nel rapporto con se stessi nella condizione di distacco, di lontananza, di solitudine vera, di mancanza di relazione viva, di privazione e addirittura di ignoranza di tutto ciò che la parte intima di sè può dare e di cosa può significare e generare l'incontro, la vicinanza e lo scambio vivo e fecondo con la propria interiorità. Questa è la vera solitudine, che è privazione di un legame davvero vitale e di uno scambio decisivo, importante, quello con la propria interiorità e che spinge a cercare in altro indiscriminatamente, bisognosamente, ogni apporto e supporto vitale. Questa condizione di solitudine nel rapporto mancato con la propria interiorità ha conseguenze rilevanti, anche se abitualmente ignorate, non considerate, incomprese, sul proprio modo di pensarsi, di percepire se stessi. Permane l'idea e l'immagine distorta del proprio essere, che, limitato a stare, nella sostanza, nei confini di una parte, quella conscia di volontà e ragione,  vede il resto di sè intimo fatto di presenza viva di sentire, di stati d'animo, di svolgimenti interiori, come appendice subalterna, che a tratti può risultare scomoda, difficile da comprendere e soprattutto da "gestire", ma che non entra a far parte, che non diventa parte fondamentale del proprio essere. Non lo diventa a proprio discapito, lasciando intatto uno stato del proprio essere, monco di un apporto intimo sostanziale, che spinge e obbliga alla dipendenza, alla necessità d'altro, cercato fuori di sè, per integrare e portare a sè fonte vitale, sostitutiva di quella intima, originale e propria. Una simile condizione, anche se considerata normale, non è di poco peso nel decidere la propria sorte, nel segnare i limiti della propria realizzazione umana personale. Senza il contributo della parte intima e profonda del proprio essere, continuando a ignorarne il vero volto, ci si priva della possibilità di aprire gli occhi, di avere visione vera e fondata di se stessi, comprensione dei nodi veri della propria vita, perchè senza lo scambio col proprio intimo e profondo, senza il suo apporto  non c'è nulla di davvero visto da vicino di sè, di vero, nulla di scoperto come autentico, di riconosciuto come originale e proprio. Senza unità di tutto il proprio essere, non c'è possibilità di comprensione autonoma dei significati della propria vita, riconoscibili dentro e attraverso la propria esperienza, non c'è formazione e conquista di punti cardine e di orientamento propri, non c'è scoperta della grande affidabilità della propria guida interna, esercitata dal proprio profondo, non c'è scoperta di quanto sia rigenerante e arricchente attingere al proprio intimo. Accade di conseguenza che tutto, risorse per arricchire la propria vita o semplicemente per non vederla languire, modi di pensare e di intendere i significati dell'esperienza e ciò che vale, sia cercato fuori e in simbiosi con l'esterno sia tratto da modelli e da aspirazioni comuni, che il rapporto con gli altri e con l'esterno appaiano come fonte vitale essenziale. Questa condizione, tutt'altro che ovvia e naturale, è semmai espressione della adesione a una sorta di regola comune esistenziale, di normalità, supportata e suffragata culturalmente da idee o principi come quelli dell'essere umano come animale sociale, come necessitante, per dare volto e realizzazione piena alla propria vita, di integrarsi, di unirsi e raccordarsi agli altri, per dare significato e scopo alla propria vita, per non rimanere ai margini, per non chiudersi in una condizione considerata insana di isolamento oppure per non trincerarsi in una posizione giudicata poco degna di indifferenza e egoistica, in realtà per stare su, per colmare di unità d'insieme quella mancanza di sè, che, se cercata e coltivata, creerebbe ben altra base e darebbe ben altra linfa e contenuto, ben altro indirizzo e scopo all'incontro e al rapporto con l'altro, con gli altri. Quando infatti si esce dalla solitudine interna, che è la vera solitudine, che è mancanza di rapporto vivo e dialogico con la propria interiorità, è conseguente che il rapporto con gli altri assuma un ben altro e ben diverso volto da quello spesso prevalente, segnato da istanze di attaccamento dipendente, da necessità di legare a sè l'attenzione e la considerazione altrui, di piacere, di compiacere, di cercare e di dare consenso. Disponendo di un proprio centro, di una base si ascolto e di dialogo con la propria interiorità, l'incontro e lo scambio con l'altro può essere vissuto con senso di libertà, che consente, se se ne avverte la possibilità e la spinta interiore, di coinvolgersi nella ricerca di un incontro umano non superficiale, fondato su capacità di ascolto e di dialogo attento e sincero, con possibilità di scambio fecondo e di arricchimento vero.

mercoledì 14 gennaio 2026

Psicoterapia a che scopo?

La conquista fondamentale, che la psicoterapia dovrebbe consentire, per essere davvero utile e capace di portare al cambiamento di qualità nella propria vita, è imparare a stare fiduciosamente ben connessi col proprio intimo sentire e con il succedersi di tutto ciò che si vive interiormente, anche quando difficile e disagevole, imparando a reggerne la tensione, a non fuggire, di pari passo con l'acquisizione e con lo sviluppo della capacità riflessiva, che permetta di vedere, come guardandosi allo specchio, cosa dentro il proprio sentire, dentro la propria esperienza interiore prende forma, di riconoscerne l'autentico significato, di raccoglierne l'originale proposta. E' questa possibilità di unità fiduciosa con se stessi, senza necessità di barriere, di tattiche di controllo, senza fughe da ciò che intimo è stato in precedenza vissuto come insidia e come fastidio, come minaccia ostile o come lato oscuro da tenere a bada, come disturbo da sanare, con la scoperta invece che tutto dentro di sé, anche nelle sue espressioni in apparenza, solo in apparenza, anomale, dice e comunica e non certo per fare danno, che la psicoterapia dovrebbe permettere di vivere, di toccare con mano e di portare a maturazione. Essenziale per raggiungere questo fondamentale scopo, di superamento della lontananza dal proprio intimo e della conquista della unità con tutto il proprio essere, è imparare a ascoltare il proprio sentire, a comprenderne il linguaggio e a riconoscerne l'autentica proposta, per far sì che l'unità con se stessi, con la parte intima di sè sia davvero possibile, fiduciosa e piena. La tendenza abituale, particolarmente in presenza di un sentire difficile e spiacevole, è di giudicarlo un che di negativo, di molesto e preoccupante da contenere e di cui liberarsi o al più di volergli trovare un motivo in questa o in quella causa cercata fuori, che lo provocherebbe, senza di fatto ascoltare quelle sensazioni, senza lasciarle dire. Essenziale e favorevole a sè non è sopprimere, ma acquisire capacità di sguardo riflessivo, che permetta di vedere cosa quel sentire, che viene dal proprio intimo, sta evidenziando, sta portando a riconoscere. La capacità riflessiva di cui parlo, che è conquista fondamentale, non c'entra nulla con la riflessione comunemente intesa e praticata, che si traduce in un parlare sopra, in un rimuginare razionale sul conto dell'esperienza che si sta interiormente vivendo, sovrapponendole spiegazioni, interpretazioni e deduzioni, sviluppando idee che coi vissuti interiori, col sentire, reso oggetto di speculazione razionale, non hanno relazione, che non gli concedono rispetto e riconoscimento di parte degna e propositiva. Nel sentire c’è la parte di sé, preziosa e intelligente, non certo sgangherata e inconsulta, che può dare a ognuno il contatto vivo con se stesso, la terra sotto i piedi per ritrovarsi e per comprendere il proprio stato vero, le questioni, i nodi che riguardano se stesso, il proprio modo di procedere. Nel sentire, non cè la banale e meccanica reazione e l’impronta interna lasciata dall'agire di una causa esterna, di questo stimolo o di quello, c'è la capacità di recuperare e di dare il radicamento nel vero di se stessi, la guida viva per non estraniarsi, per non allontanarsi mai da sè e dal cuore della propria esperienza e della propria ricerca. Parlo di ricerca perché il senso vero del nostro vivere non è adattarci o infilarci in qualche dove che ci definisca e che ci dia un illusorio senso di esistere e di realizzarci, ma è vedere con i nostri occhi, prendere consapevolezza e visione trasparente e vera di noi stessi, trovare dentro di noi le risposte e riconoscere quale vuole e può essere il senso, lo scopo della nostra vita, secondo noi stessi, coerentemente con noi stessi. La piega prevalente dell’esistenza è spesso di farsi dare dall'esterno le risposte, di seguire e inseguire tracce e guide esterne, di identificarsi con altro fuori e attorno a sè, che se da un lato già sembra dire, consentire, dare risposte e soluzioni possibili, dall'altro finisce per delimitare le espressioni, le scelte, i modi della propria vita. Il nostro profondo, depositario delle nostre più originali ragioni, potenzialità e capacità di pensiero, non ci sta a un simile passivo adeguamento, che rischia di falsare e di far fallire la nostra vita, di toglierle il bene supremo, quello della consapevolezza, della capacità di vedere con i nostri occhi e di generare il nostro pensiero, della libertà di metterci su un cammino nostro, sentito, consapevole, fattivo e creativo, non affidato al conformismo o all’approvazione/conferma altrui. La parte profonda non sta quieta e preme per sollecitare ricerca, presa di coscienza di come ci si sta muovendo, spesso e da gran tempo in modo gregario (anche se con l'illusione di essere artefici delle proprie idee e delle proprie scelte), di cosa si sta facendo di se stessi, di cosa viceversa è possibile mettendo al centro e senza risparmio il proprio sguardo, onesto, trasparente, acuto e pronto a riconoscere anche ciò che di se stessi dispiace ammettere, ma che per crescere e far crescere il nuovo e il proprio è indispensabile conoscere e riconoscere. Il malessere e la crisi interiore nelle sue diverse espressioni, tutte significative e mai casuali, nasce e si propone con forza per iniziativa del profondo. Non è un guasto o una patologia da combattere frontalmente e da mettere a tacere, neppure da spiegare e da tentare di risolvere andando a cercare in qualche accidente, trauma o condizionamento esterno la causa presente o remota che avrebbe provocato il presunto guasto o danno interiore,  è viceversa richiamo e sollecitazione profonda a occuparsi di se stessi, a prendere visione del proprio reale stato, a mobilitarsi per generare tutto ciò che manca di scoperte di significato, di conoscenza di se stessi, indispensabili per prendere davvero in mano la propria vita, per rispettarne le ragioni e per farne vivere le possibilità autentiche. Nel lavoro di psicoterapia (mi sto riferendo a una psicoterapia di impostazione analitica e che concepisca la totalità dell'essere, l'importanza della componente profonda, dell'inconscio) è fondamentale dunque dare spazio alla parte intima e profonda, che è motore della crisi e che sa cosa sta smuovendo e perché. E’ la parte di noi stessi, quella profonda, che non si perde o disperde, che non accantona nulla, che non oscura per comodo, che non rinvia la verifica, che vuole il vero, senza limiti e sconti, perché il vero è la base della libertà e della trasformazione, del poter scegliere sapendo. La ricerca nel corso della vita non è mai finita, ma è importante che sia ben e saldamente impostata, che si sia imparato a dialogare con se stessi, ad avere unità con se stessi, a dare ascolto a tutto ciò che si sente, a procedere uniti con se stessi. I nodi decisivi vanno avvicinati, sotto la guida della parte profonda che lo sa fare di dirigere la ricerca, prima di tutto attraverso i sogni, oltre che con tutto ciò che nell'esperienza del sentire, che l'inconscio plasma e dirige, vuole rendere tangibile, riconoscibile. Acquisita saldamente la capacità di aprire senza barriere e di comunicare con la propria interiorità, essenziale per dare forma nuova e consapevole e unitaria al proprio procedere con se stessi, compiuti i passaggi di crescita, sciolti i nodi fondamentali sotto la guida del proprio profondo, si potrà continuare da soli il proprio cammino e, al passo col proprio sentire, proseguire le proprie scoperte, che non cesseranno di arricchire la propria vita. Questo l’orizzonte dentro cui va concepita la psicoterapia perché davvero sia utile e consegni le chiavi nuove per percorrere il cammino della propria vita non in un rapporto di fragile unità con se stessi o addirittura di disunione, di persistente timore e di propensione a sorvegliare e a controllare gli accadimenti interiori (quante volte capita di sentir dire: ho imparato con la psicoterapia a "gestire" le mie ansie), ma di fiducia e di scambio totale, senza chiusure, con la propria intima esperienza, di sintonia col proprio profondo. Quando, travisando il significato della crisi, si investe su terapie che vogliono cercare la causa remota di ciò che nel malessere e nella crisi interiormente aperta è giudicato in partenza come un disturbo e l'espressione di un danno psicologico prodotto da cause, da distorti e mancati apporti, da condizionamenti di figure significative, da traumi e accidenti negativi, si consolida dal principio il distacco dall'intima esperienza interiore, che pur difficile e sofferta, è comunque voce del proprio intimo e profondo, voce e proposta non raccolta. Quando, sempre travisando il significato della crisi, si dà adesione a terapie, vuoi farmacologiche, vuoi psicoterapie, che pretendono o che si illudono di mettere sotto controllo o a tacere l'intimo malessere, da subito giudicato anomalo, senza valida ragione e senso, a sè sfavorevole e disfunzionale, perciò da correggere, anzichè aiutare a sviluppare la capacità di ascoltarne voce e autentica proposta, ci si ritrova a rinsaldare ancora la separazione da se stessi, la condizione di contrapposizione, di mancata unità e dialogo con tutto il proprio essere. Quando, facendo solo opera di contenimento o di riaggiustamento, i nodi decisivi della propria vita non sono, con la guida del profondo, riconosciuti e sciolti, quando i cambiamenti nel modo di stare in rapporto con se stessi non sono felicemente conquistati, quando non si supera la scissione tra ciò che si pensa e si argomenta e ciò che si sente, quando non si raggiunge la unità dialogica con la propria interiorità, il profondo tornerà nel tempo a agitare le acque con rinnovata forza, non cesserà con insistenza di reclamare ascolto, imperiosamente premendo ancora perchè sia fatto il lavoro che serve, perchè finalmente sia fatto bene e fino in fondo.

sabato 10 gennaio 2026

Il controllo

Il controllo è la forma più frequente di rapporto con tutto ciò di cui si fa esperienza interiormente. Da un lato c'è la consegna alla parte conscia del compito di dirigere le operazioni di pensiero e decisionali, di dare indirizzo alle scelte, di esercitare spinta e di garantire tenuta volitiva nelle decisioni prese, dall'altro le espressioni della vita interiore, dalle emozioni, agli stati d'animo, dalle pulsioni a tutto ciò che, esercitando su di sè presa e coinvolgimento, interviene nell'esperienza, è considerato materia da regolare e da tenere sotto controllo. I significati dei vissuti, di quanto si rende vivo e si propone intimamente, sono spesso prontamente dedotti col ragionamento e fatti rientrare nell'orizzonte del pensiero abituale, sono dati in qualche modo per già acquisiti, soprattutto vagliati sul grado di coerenza con ciò che si è abituati a ritenere valido, normale e accettabile. L'interferenza, il mancato accordo e sostegno alle attese della parte conscia dato da stati d'animo e da moti interiori, che non garantiscono la stabilità dei propositi e la continuità del percorso che si sta e che si vuole seguire, induce a mettere in opera subito la forza di interdizione del ragionamento e la pronta mobilitazione di ogni energia possibile a difesa di quelli che sono considerati i propri legittimi e validi interessi. La preoccupazione circa l'incoerenza o le minacce di intralciare gli intenti e i convincimenti razionali esercitate da ciò che si sente o che, in adesioni a spinte interne, ha prodotto conseguenze sul comportamento, che paiono per nulla favorevoli e promettenti, alimenta la necessità di tenere a bada, di riportare sotto controllo simili spinte e moti interiori. Se intervengono ad esempio impaccio, timore, insicurezza e ansietà o l'umore, anziché sereno e fiducioso, flette e si oscura, questi svolgimenti interiori, imprevisti e indesiderati, diventano presto bersaglio di una critica propria e di una certa insofferenza che pretendono altro. Talora c'è il tentativo di spiegare, di trovare una causa, ferma restando la pretesa che tutto debba svolgersi diversamente rispetto agli esiti giudicati infausti, che quegli eventi interni stanno minacciando di provocare. Dunque anche l'approccio che pare più aperto, volto a capire, parte sempre dal presupposto e dalla pretesa che tutto interiormente debba svolgersi nel modo voluto e programmato, un modo mai messo in discussione e fatto oggetto di attenta verifica. Si permane di fatto indisponibili a ascoltare e a recepire ciò che il sentire, che si è messo in mezzo o di traverso nell'esperienza, vuole e sa dire. Questi interventi del sentire, tutt'altro che sciagurati o espressione di un che di insano e di difettoso, sono viceversa un valido e tempestivo contributo offerto dalla parte intima del proprio essere per aprire una attenta presa di visione riflessiva su ciò che si sta facendo e perseguendo, sono uno stimolo, sono una mossa decisa dal profondo, per dare primato all'esigenza di capire ciò che si svolge nell'esperienza, di capirsi. Sulla spinta e sull'attesa della parte conscia, che la vive come conveniente e necessaria, di trovar da dire nella relazione con altri, può, per fare un esempio, frapporsi impaccio e mancata fluida parola, circostanza che pare negativa e lesiva dei propri interessi. Interiormente però prevale l'istanza di capire cosa e perchè dire, vincolati a quale esigenza e per produrre che cosa. Sull'ottenere buona prova prevale nelle intenzioni del profondo, che anima tutte le spinte e gli interventi del sentire, l'istanza di capire a che scopo si vogliono ottenere i risultati voluti, per rispondere a quale bisogno o aspirazione, dentro quali vincoli, che possono essere di dipendenza, di soggezione e di attesa di essere premiati e ben considerati dal giudizio altrui per esempio. La parte profonda non è cieca, l'inconscio vuole alimentare  la presa di coscienza e non la riuscita ad ogni costo. La presa di coscienza vale, è essenziale per costruire il fondamento di una visione che permetta capacità di orientarsi, di trovare in accordo con se stessi la comprensione del vero, di collocare nelle proprie mani la capacità di scegliere e di dirigersi, di autogoverno maturo e saldo. Pare sfavorevole la mancata riuscita dei propositi abituali, la mancata  prestazione, ma ciò che più vale, che il profondo fa valere con i suoi interventi nel sentire, è l'esigenza di non procedere ciecamente a testa bassa, di capire, di porre le basi per riconsegnare a se stessi il compito e la facoltà di comprendere, di vedere con i propri occhi cosa è importante e valido e perchè, per avere di conseguenza libertà di perseguire gli scopi da sè riconosciuti e compresi come significativi e appassionanti e non quelli a rimorchio di stime di valore e di giudizi comuni. Fare di se stessi, come spesso accade, uno strumento per ben figurare e per servire le attese o presunte attese altrui di buona prova, per riceverne plauso, conferma e apprezzamento è una cosa, è una scelta dipendente e succube, riservare a se stessi invece la facoltà, in accordo e unità con se stessi, di scoprire e di comprendere significati, aspirazioni originali e ciò che davvero vale, fondandosi su intima esperienza, anzichè desumere significati e traguardi da raggiungere facendoseli dire da altro e riprodurli da bravi scolaretti, è tutt'altra storia. L'interiorità  non ha e non asseconda spirito gregario, ma lavora per coinvolgere nella ricerca e nella scoperta del vero, per perseguire conquiste di libertà e di crescita personale vera e non di facciata. Se delude le aspettative è per capacità e per forza d'animo, che possiede, di promuovere consapevolezza, fonte di crescita e leva di conquista di autonomia. Grande è la miopia e il fraintendimento di ritenere che interiormente tutto debba filare per il verso che si vorrebbe, quando è proprio la parte di sè interiore, se rispettata e saputa ascoltare, che può offrire il meglio, l'alimento alla propria realizzazione autentica, non confusa con la buona resa dentro i criteri prevalenti di riuscita e le guide comuni per ottenerla e per darne prova. Da tenere sotto controllo non è la propria interiorità, affinchè non disturbi e si adegui, ma il proprio procedere e pensare, da vigilare e da verificare con attenzione, perchè non è affatto detto che sappia garantire la miglior realizzazione di se stessi. 

martedì 30 dicembre 2025

Ancora sugli attacchi di panico

Riprendo il discorso sugli attacchi di panico, tenendo conto della frequenza con cui simili esperienze si propongono, anche e non casualmente in individui giovani. Proverò a dare, tratto da lunga pratica analitica, qualche ulteriore spunto di riflessione. Chi subisce un attacco di panico auspica soltanto che non si ripeta, vuole tornare al più presto alla normalità, al consueto, anche se si sente molto segnato da un'esperienza così estrema, anzi continuamente si sente in apprensione, sul chi va là per la possibile ripetizione dell'attacco, eventualità tutt’altro che rara. In realtà all'attacco di panico non vuole dare retta, non ha come primo interesse quello di capire cosa significhi, a che scopo si sia prodotta dentro di sè una simile esperienza. Il fatto che abbia avuto un carattere così sconvolgente, che abbia investito il corpo in modo così forte e significativo, favorisce l'idea che sia stato un guasto, un evento anomalo assai temibile, una pericolosa minaccia da scongiurare e da debellare. Dopo l'attacco o i ripetuti attacchi le indagini cercate con insistenza sul terreno medico, con esami clinici innumerevoli, con visite specialistiche varie, con test diagnostici ripetuti, alla ricerca di disfunzioni e di patologie possibili nel corpo, vorrebbero da un lato scongiurare l'esistenza di gravi problemi organici e dall'altro soddisfare l'attesa di scovare cause ben definite e circoscrivibili, utili per riuscire a ridurre a problema fisico e a dominare in qualche modo, a porre sotto controllo un'esperienza così inquietante e misteriosa. La lontananza perdurante, anche se poco o nulla riconosciuta, ancora meno considerata questione importante, dal proprio intimo e l'incomprensione abituale della propria esperienza interiore, non aiutano certo chi lo vive a intendere l'attacco di panico non come espressione di un disordine e di una anomalia, come potrebbe apparire, ma come esperienza significativa, non nefasta e capace solo di fare danno, ma propositiva e con un senso e una finalità utile nelle intenzioni del profondo che la scatena. Va subito detto che chi subisce l’attacco di panico ha di se stesso l’immagine di un individuo sostanzialmente, per ciò che più vale e su cui far conto, definito nei confini della sua parte cosiddetta conscia, pensando il resto che vive, che sperimenta dentro se stesso di emozioni e di stati d’animo, di sensazioni e di pulsioni come un corteo di svolgimenti interni, visti in gran parte come risposta automatica e reattiva a stimoli e a circostanze esterne, considerato nell’insieme come una sorta di realtà inferiore, fatta di meccanismi, di espressioni involontarie che vanno possibilmente regolate e tenute a bada, della cui intelligenza e validità come guida di pensiero e di conoscenza non c’è idea e considerazione. Anzi, assecondando l’idea comune, facendo rientrare il sentire e l’esperienza intima nelle espressioni cosiddette irrazionali, assegna loro il limite della scarsa o nulla affidabilità. Dunque che ci sia nell'intimo, fuori dai confini della propria  parte conscia razionale, una parte del proprio essere, niente affatto irrilevante, anzi decisiva, che ha capacità di offrire, come fa continuamente nel corso dell'esperienza, attraverso il sentire e tutti gli svolgimenti interiori, stimoli e proposte  su cui, imparando a ascoltare e a intendere il linguaggio della propria interiorità, del proprio sentire, si può fare conto, cui non si può rinunciare per ritrovarsi, per avere terreno valido e fecondo  per orientarsi, per capirsi, è scoperta di là da venire. Accade così che se qualcosa dentro di sé fa la voce grossa e ricorre alle maniere forti, questo è l'attacco di panico, per far sì che si porti l'attenzione e la preoccupazione su di sé e sul proprio stato, non sullo stato fisico, ma su ben altro attinente il proprio modo di procedere e la sostanza di ciò che si sta facendo di se stessi, questo non venga inteso, che invece si pensi solo a un meccanismo in avaria, a qualcosa di rotto, di anomalo, di cui diffidare, da cui cercare di proteggersi, che ci si convince rapidamente arrecare solo danni. Il grosso turbamento provocato dall'attacco di panico, le conseguenti limitazioni imposte al quieto procedere, i freni, l'intralcio all’andare all’esterno, all’intrattenere le solite attività di relazione con gli altri per paura di nuovi attacchi, angustiano, sono il motivo di preoccupazione principale, unito alla nube oscura di disagio e di paura crescente nello stare in contatto con se stessi.  Chi subisce l'attacco di panico tende abitualmente, come già accennavo, per orientarsi e per capire a affidarsi a altro che non siano i suoi vissuti, le sue sensazioni vere, a accontentarsi di ipotesi e di tesi costruite col  ragionamento, in apparenza coerenti e verosimili, a cercare sponda in idee e comportamenti comuni, vuoi aderendo e conformandosi ad essi, vuoi provando a differenziarsi, trovando comunque sempre supporto, anche se in contrapposizione, in altro da sè già concepito, cercando confronto e intesa con altri piuttosto che con se stesso, con la propria interiorità. Si muove seguendo un'idea di vita e di autorealizzazione date per chiare e comprese, prese comunque da fuori e non cercate e maturate dentro se stesso. Segue e asseconda più l'interesse e l'istanza di stare al passo con altri, di tenere a bada e di rendersi favorevole lo sguardo e il giudizio altrui, che di cercare il proprio, di non perdere terreno piuttosto che di fermarsi a capire, ascoltando e coinvolgendo tutto il proprio essere. Non mette al primo posto, non concepisce come essenziali e necessarie, né la vicinanza e l'intesa con se stesso, con la parte intima, profonda di sé, niente affatto riconosciuta come presenza e parte viva e affidabile di se stesso, né di conseguenza la ricerca del proprio sguardo fondato sull'ascolto e sulla comprensione attenta del proprio sentire. Chi subisce l'attacco di panico crede che basti ciò che racconta a se stesso di sapere di sé e della propria vita, in apparenza credibile e pertinente, in realtà più raffazzonato e fatto di supposizioni che compreso in profondità e con rispondenza piena con ciò che sente, che vive dentro se stesso. Non per tutto il suo essere però conta e basta ciò che vuole continuare a illudersi di sapere, ciò che continua imperterrito a inseguire, a fare, a ripetersi in testa. Per una parte di se stesso, quella intima e profonda, questa maschera di sapere e questa parvenza di vita propria, altra e lontana da ciò che di vero potrebbe conoscere e da ciò che potrebbe far nascere da sè, non è certo un bene da difendere a denti stretti. Per il profondo è rilevante e inaccettabile la condizione di lontananza da se stessi, di separazione e di sconnessione dal proprio intimo, di rinuncia a cercare risposte vere e fondate su di sé, a conoscere prima e a far vivere poi il proprio. Insomma, proseguire come d'abitudine, ritenendolo sufficiente e normale è una cosa, capire e vedere nitidamente come si sta procedendo, cosa c'è o non c'è di proprio, di scoperto e generato da sé in ciò che si fa, verificare cosa realmente si conosce di se stessi, cosa si sta facendo della propria vita, è un'altra. Individui giovani, che non di rado, come dicevo all'inizio, patiscono attacchi di panico, hanno il problema di quanto sono equipaggiati o meno di consapevolezza e di sguardo proprio, di comprensione di ciò che vogliono tradurre e realizzare nel loro futuro. Il rischio, privi ancora di capacità di incontro e di dialogo con la loro interiorità, facendo leva per capire, per capirsi solo sul ragionamento, che lavorando da solo, senza stretto legame e guida del sentire, non dà capacità di vedere dentro sé, ma solo di ripetere e di rimasticare il già detto e comunemente concepito, è di farsi portare e di andar dietro a guide esterne, di uniformarsi a idee e a modelli prevalenti. Il rischio, ignari, sprovvisti di ciò che da se stessi potrebbero trarre, concepire coerentemente con sè e far vivere di originale e di sentito, digiuni di conoscenza propria, fondata e vera, è di mal intendere e di fallire gli scopi della loro vita, di farsi portare dall'onda comune, di farsi dire dai modelli comuni, dall'esempio dei più, dal modo prevalente e già ben definito e segnato di concepire la vita, le mete da raggiungere, ciò che vale, i modi di realizzarsi. Il rischio è di essere gregari e di pensare e muoversi al seguito di altro già concepito e dai più sostenuto e praticato, pur con l'illusione di essere attivi e autonomi nel formare e nel governare le proprie idee, aspirazioni e scelte. E' un rischio di non trascurabile importanza, è un rischio non certo trascurato dal loro profondo. E' in gioco il modo di spendere se stessi, il dono e il potenziale della propria vita. C'è il rischio di portare la propria vita a essere copia di altro, con l'illusione di perseguire propri scopi e di assecondare proprie aspirazioni. C'è prima di tutto il rischio di non avere consapevolezza della necessità di provvedere a costruire e a dotarsi di ciò di cui non si dispone, che non è certo l’educazione e la formazione plasmata e offerta da fuori a fornire, guide proprie valide, generate, verificate e ben comprese da sé, a fondamento della capacità di autogoverno vero della propria vita, della autonoma capacità di intendere e decidere il proprio futuro. Perciò in persone giovani, anche molto giovani, l’inconscio interviene per tempo e col massimo dell'incisività e dell'urgenza, perciò interferisce così potentemente, dando segnali forti, perentori, capaci di bloccare e di rendere insostenibile l’abituale corso e modo di procedere che punta tutto all’esterno, che rischia di rendere ormai scontata la corsa e il percorso da seguire dietro dettami e secondo guide esterne, segnali che, per la loro potenza e invasività, non vogliono essere assolutamente ignorati e messi da parte. Ciò che urge è risvegliare la propria capacità di sguardo riflessivo, di lavoro sulla propria esperienza per alimentare un processo di maturazione di idee, di sensibilità e di pensiero, un processo di crescita originale e autonoma, centrato su di sé, altro dai modi della crescita impartiti e forniti dall’esterno, che danno solo mentalità e attrezzatura per stare su percorsi già segnati. Serve avviare per tempo questo processo di crescita personale, in cui è centrale l’ascolto del proprio sentire, del proprio intimo e profondo, indispensabile per dare sviluppo a scoperte di significato e di valore proprie, per concepire in autonomia e in unità di intesa con se stessi, non andando dietro a altre voci e richiami, cosa realizzare nella propria vita. Se serve aiuto l’aiuto va dato, da chi lo sappia dare, non per fugare in qualche modo gli attacchi di panico, ma per favorire questo processo di crescita personale, che manca, che, ben altra dalla crescita presunta, abbia radice e genesi propria, che dia consapevolezza, determinazione e passione di aprire percorsi e di sostenere propositi realizzativi propri. E’ questa crescita vera, che possegga forza propria e che prenda il posto della crescita apparente, fragile e illusoria, guidata e sorretta da altro, di cui si è disposto sinora, che l’attacco o gli attacchi di panico hanno voluto sollecitare con forza. Se tutto questo vale per persone giovani, con necessità di dotarsi di crescita autentica e di strumenti essenziali per il cammino che li aspetta, non di meno vale per chi di età diversa o pur avanti negli anni, continua a portare dentro di sè nel profondo del proprio essere  la capacità di distinguere il vero dal fasullo, l'autentico dall'artefatto, il proprio dal simil proprio, assieme alla determinazione che ha il loro inconscio di dare forte spinta, anche potente come con gli attacchi di panico, a una verifica sincera e  approfondita sul modo impiegato di condursi e di interpretare la propria vita, a avviare cambiamenti profondi e un processo di crescita vera finora, al di là delle illusioni, mancato. In presenza di malessere interiore, seppure nella forma drammatica e sconquassante degli attacchi di panico, leggere e spiegare tutto in termini di disturbo, di anomalia di funzionamento, di meccanica conseguenza di sovraccarico di tensione da cause esterne aiuta solo a non capire nulla, a stravolgere il senso delle cose. Cercare e ricevere come aiuto sul piano psicologico quello di attrezzarsi nella difesa dalla paura montante fino al panico e perseguire come scopo il superamento dell’attacco o degli attacchi per tornare, come fosse il traguardo più ovvio e desiderabile, allo stato solito e al consueto modo di procedere, significa non intendere il significato e la finalità di ciò che drammaticamente è accaduto, che peraltro spesso ha un seguito e che lascia una scia che non si dissolve. Dentro di noi c'è una parte profonda, ben più interessata, piuttosto che alla difesa e alla prosecuzione dell'abituale, a cosa di noi stessi siamo in grado e sapremo realizzare o meno, a quanto siamo vicini e coerenti con noi stessi, a quanto di idee nostre abbiamo coltivato e generato davvero e non semplicemente finto di possedere, in realtà ripetendo modi e atteggiamenti, risposte e valori comuni. Se l'attacco di panico alimenta in modo improvviso e impetuoso l'allarme sulla prosecuzione della vita, del regolare battito cardiaco, del respiro, se catapulta nella paura di ciò che imprevedibile potrebbe accadere, è per far capire che non c'è solidarietà interna, della propria parte profonda verso l'andare avanti nel modo attuale e abituale, è per fare toccare con mano lo stato di non unità con se stessi. L'attacco di panico non è una sciagura o una patologia da vincere, è un potentissimo richiamo da ascoltare e da capire, da prendere sul serio per il proprio vero bene.

lunedì 29 dicembre 2025

Gestire l'ansia?

Quante volte capita di sentir dire frasi come queste: "vorrei una tecnica per gestire l'ansia" oppure "adesso ho imparato a gestire l'ansia"! Cosa significa gestire l'ansia? Significa tenere a bada, sapere in qualche modo arginare e moderare, non esserne in balia, sapersi difendere da questo sentire così impervio? Casomai per non subirne l'assalto e per non andare in ambascia e in confusione, considerata la persuasione che sia in atto una patologia e comunque qualcosa di nocivo, si prova, non disdegnando il contemporaneo uso di psicofarmaci, a avvalersi di un lavoro fatto in psicoterapia, che all'ansia ha trovato una (presunta) causa o che ha chiarito che è una risposta disfunzionale, senza ragione e scopo, capace solo di fare danno ai propri interessi e intenti realizzativi, frutto di errata visione e percezione della realtà che si sta vivendo, che vanno smontate e corrette, perchè prendano forma un approccio all'esperienza e un sentire congrui, funzionali e sani. Insomma l'ansia, questa voce del proprio sentire rimane ai propri occhi, in ogni caso e senza ombra di dubbio, una anomalia, una pena sgradita, che se non è conseguenza di un danno patito, che se rinvenuto nella memoria del proprio passato ci si è augurati di debellare, è una distorsione da imparare a non assecondare e possibilmente a smontare e raddrizzare, comunque a tenere sotto controllo. Frequentemente i tentativi di porre mano, di dare spiegazione e di dare aggiustamento e rimedio all'ansia lasciano invariata la necessità di tenere attivo il controllo, perchè la componente intima e profonda, che attraverso l'ansia ha voluto dare segnali non raccolti e non intesi nel loro autentico significato e scopo, non smette di certo di far sentire la sua presenza e di rilanciare la sua iniziativa. Insomma l'ansia non cessa di bussare. Il proprio sentire rimane comunque, anche dopo terapia, che sia farmacologica o psicoterapia, sotto vigilanza, anzi sotto diffida. Che questo confermi la separazione e la tenuta a distanza e sotto giudizio delle espressioni della propria vita interiore, che riconfermi la non unità del proprio essere, non sembra costituire un problema. La condizione di sostanziale disunione è considerata normale, concedendo alla parte conscia di avere il ruolo guida preminente, parte a cui, con la sua strumentazione di pensiero razionale e di volontà, soltanto si dà fiducia, su cui si fa conto  per capire e per indirizzare il proprio procedere, di cui ci si vuole avvalere per non cadere nella temuta trappola dell'esposizione al proprio sentire, espressione di una parte di sè in subordine, per sua natura considerata non affidabile, irrazionale, perciò da vigilare, soprattutto quando, a proprio giudizio, rischia, con l'ansia che sale, col malessere interiore, di creare ostacolo e danno, di rivelare fragilità da tenere a bada, di sballare gli equilibri. Tutto questo pare accettabile e normale e ha a sostegno idee comuni oltre che argomenti della cosiddetta scienza. A ben vedere non sembra proprio una meraviglia vivere con una parte di se stessi che si continua a tenere sotto controllo, sul cui conto scatta con grande disinvoltura il discredito e il ripudio quando nelle sue proposte, tipo timidezza o insicurezza, è senza appello giudicata manchevole e inadeguata, a cui è concessa in generale solo una fiducia condizionata al suo dare conferma e soddisfacimento alle proprie attese. E' una fiducia condizionata e in bilico, che facilmente, come in presenza di ansia e di altre espressioni di malessere interiore, può saltare, tramutandosi in paura ostile e in necessità di alzare i muri, di mettere in atto difese, tecniche di tamponamento e di gestione, controffensive varie. La stessa psicoterapia, come già accennato, è spesso intesa e di fatto si traduce nel tentativo o di correggere il presunto guasto, casomai, quando voglia presentarsi come introspettiva e analitica, indagando il passato per cercargli una presunta causa in qualche condizionamento negativo, in qualche manchevole o distorto contributo educativo o affettivo, oppure in qualche trauma patito che avrebbe sconvolto l'assetto interno. Insomma c'è sempre da mettere o da rimettere a posto le cose sul conto di una parte di sè, che a proprio giudizio, già quando sensazioni e stati d'animo inattesi e sgraditi si fanno strada, ancor di più quando il malessere ingrossa, sembra solo non funzionare come dovrebbe, fino a manifestare, sempre a proprio giudizio, anomalie più preoccupanti, fonte per sè solo di insidia e di danno, parte di sè che dunque va tenuta sempre a bada. E' ben accetto e ideale per sè questo stato del rapporto con se stessi, con una  parte tutt'altro che irrilevante del proprio essere? Se anzichè andare a cercare le distorsioni e i guasti, i malfunzionamenti nel proprio intimo, nel proprio sentire, si cominciasse a vedere, è proprio sotto il proprio naso, che se c'è una distorsione è proprio in questo stato del rapporto con se stessi eretto a norma? E' da confermare e da dare per scontata, all'occorrenza da difendere con le unghie e coi denti, anche con il ricorso a terapie ad hoc farmacologiche e non, o è finalmente da mettere in discussione e tutta da verificare la validità e l'ineluttabilità di questa condizione di forte disunione e di incapacità di accordo e di dialogo, di convivenza armata con la parte di sè intima, così viva e presente nella propria esperienza e di cui in fondo non si conosce nulla, di cui si pensa solo che dovrebbe girare a favore e  non compromettere il proprio equilibrio (a ben vedere piuttosto fragile e precario) e il proprio quieto vivere? Se questa condizione, che definire di dissociazione nel proprio essere è più che appropriato, piace e si ritiene vada bene, si prosegua così, ma se comincia, aprendo uno spiraglio di vera riflessione, a apparire ai propri occhi tutt'altro che esaltante e tutt'altro che accettabile, allora il proposito di metterci mano può diventare ben più importante che dotarsi di capacità di gestire l'ansia e di altre tecniche e accorgimenti per tenere in valida efficienza l'armamentario di difesa e di protezione da minacce interne. L'intimo di sè, il proprio mondo interiore, questa parte del proprio essere, non una cosa, non un meccanismo, che si rende continuamente vicina e presente nel sentire, nelle emozioni e  negli stati d'animo, nelle spinte che si avvertono, nei sogni, si può finalmente decidere di conoscerlo, anzichè tenerlo a bada. Dove si riconosca di avere necessità e desiderio di conoscerlo, si tratta, senza presunzione di saperne già, di imparare a avvicinarlo, se per fare e sviluppare questo serve aiuto va cercato in chi abbia capacità di darne, per capirne linguaggio, per comprenderne le espressioni e le proposte, ansia inclusa, tutte da scoprire, da riconoscere nel loro insito e vero significato, in ciò che rivelano, mettendosi in ascolto, aprendo lo sguardo, evitando di mettere loro sopra ragionamenti, interpretazioni e spiegazioni, comunque improprie, che non c'entrano nulla. Così facendo questa parte intima e profonda potrebbe rivelarsi essere tutt'altro che parte del proprio essere da tenere in subordine e da vigilare. Senza conoscenza non si può che rimanere fermi nel preconcetto e fare propria la logica della gestione e del controllo sulle espressioni e sulle proposte di una parte vitale del proprio essere, da cui si rischia di continuare a rimanere infelicemente disgiunti e lontani. Conoscere questa parte di sè tutt'altro che insignificante, con cui è innaturale e assurdo tenere in piedi un rapporto, che è un non rapporto, di diffidenza, di controllo e di pregiudizio, è decisivo. Quando si impara a entrarci in rapporto e ci si dà l'occasione di conoscere e di riconoscere in ciò che è per davvero questa parte di se stessi intima e profonda, si può scoprire quanto di prezioso e di utile sa trasmettere e donare a se stessi.

sabato 20 dicembre 2025

Gli attacchi di panico, qualche spunto di riflessione

L'attacco di panico è la soluzione estrema, l'arma più potente e incisiva che l'inconscio sa impiegare. Non per fare danno, non sconsideratamente, non per dissestare e basta, l’inconscio interviene per perseguire uno scopo, per dare forma, pur drammaticamente, a uno scenario nuovo, per far intendere subito, per intima e sconvolgente esperienza, qualcosa di importante, anzi di fondamentale. Le iniziative dell'inconscio sono sempre profondamente pensate e concepite, sensatamente e intelligentemente finalizzate. Capita infatti che la lontananza da sé, che il mancato riconoscimento di ciò che l’intimo di sé sa e vuole dire, essenziale per la conoscenza del vero e dell’autentico di se stessi, interiormente non passino inosservate e che non vengano accettate nel proprio profondo. Ciò che si dava per scontato, che l'interiorità seguisse e assecondasse, che fosse garantito il sostegno vitale e la continuità al procedere abituale tutto proteso all’esterno, a seguirne i tempi, le attese e le pretese, a coglierne le apparenti opportunità, è improvvisamente messo in forse. Capita che l'inconscio prenda decisa iniziativa e sopravvento, che dia modo con l’attacco di panico di sperimentare nella forma della vertigine emotiva, del senso di totale smarrimento e di angosciosa fragilità, fino alla paura che tutto si spezzi, che gli organi e le funzioni vitali cessino di funzionare, fino all'angoscia di morire, che la vita, in quella forma abituale e conosciuta, data per scontata e così tenacemente difesa dalla parte conscia, non è affatto dalla parte più intima e vitale concordemente sostenuta, fino a essere drammaticamente percepita come a rischio di non esserne garantita. Non solo, ma in quel momento di stacco, via via più drastico e impetuoso, dalla continuità del fare e del procedere abituale, l'inconscio fa sperimentare cosa significhi, per chi non abbia cercato legame con se stesso, con la propria interiorità, essere improvvisamente strappati via e distolti da tutto, soli, in presenza di sé soltanto, legati al proprio intimo soltanto. Abituati a stare attaccati ad altro e a farsi tutt'uno con altro, quasi a negare la percezione di sé, abituati a disperdersi nel fare, a rinviare sine die la sosta, il momento del fermarsi in aderenza e in ascolto sincero e attento della propria interiorità, ecco che nel momento dell'improvviso e inaspettato stacco dal fuori e dell'affaccio sul dentro, si è colti da allarme e da sorpresa, totalmente smarriti, sgomenti. La vita, l’incontro con la vita, questo è il potente richiamo dell’inconscio, è dentro se stessi, nel legame e nello scambio col proprio intimo, lì la radice, lì la scoperta del senso, lì la matrice del pensiero e dell’esistenza, lì la base, la radice viva e vitale del proprio essere. Lì e non nel fare e nel ragionare disgiunti dal sentire e dal corso della propria esperienza interiore, non nel tenersi in simbiosi con altro, come se ci fosse in quel legame e in quella presa sul fuori l’unica possibilità di tenersi legati alla vita, a ciò che si considera reale, come se, senza la continuità di quel legame e di quella presa, ci fosse solo il rischio di perdere terreno e senso di presenza, di perdere le opportunità che contano, di perdere e di perdersi. Questo dell'essere catapultati improvvisamente nell'intimo delle proprie sensazioni, del veder costretto il proprio sguardo verso il dentro di sé, del sentire bruscamente incatenate la preoccupazione e l'apprensione a sé e al proprio stare in vita, è l'esperienza, lo scenario nuovo che si spalanca nell'attacco di panico. La propria interiorità, da gran tempo trascinata nel fare, nell'inseguire, nel pensare senza aderenza al proprio sentire vero, da gran tempo sottovalutata, resa nelle intenzioni docile e conciliante, muta all'occorrenza, dà all'improvviso (ma non tanto, perché precedenti segnali a starci attenti ce ne sono stati a bizzeffe) segnali vigorosi, impone i tempi, detta i contenuti dell'esperienza. Sensazioni sconquassanti di smarrimento, di pericolo, di insicurezza totali, impetuose. Sembrerebbero maligne, così oscure, terribili, travolgenti. Anche se la presa dell'inconscio è così decisa e quasi brutale, tutte queste improvvise e impetuose sensazioni e tutto il drammatico inaspettato corso d'esperienza vogliono spingere a vedere, a prendere coscienza di ciò che si è nell'incontro con se stessi: smarriti, perché mai abituati a cercarsi, sempre inclini a evadere, a stare fuori e "assenti". I temutissimi attacchi di panico vogliono, nelle intenzioni dell'inconscio, marcare con forza una frattura, una discontinuità decisa nel corso dell’esperienza, nella modalità consueta di procedere, che non le consenta di proseguire intatta, sia attraverso il cataclisma dell'attacco, sia con la scia di fortissima insicurezza e di non facilmente cancellabile turbamento che in seguito permane. Potrebbero, se raccolto e ben inteso il potente richiamo, essere gli attacchi di panico davvero l'inizio di una svolta nella direzione della riscoperta di sé, partendo dal proposito nuovo di avvicinarsi a sé, dalla presa di coscienza dell'importanza di non essere stranieri dentro se stessi, altro da se stessi, coinquilini di un essere, il proprio essere, che non si conosce, con cui si rischia di convivere fino alla fine senza incontro, senza ascolto e senza scoperta, senza trarne, della propria esistenza, le ragioni vere, i quesiti e le potenzialità. Un inizio quello voluto dal profondo, una spinta potente rivolta a chi ne è colpito, perché riconosca la necessità e l'urgenza di imprimere una svolta decisa alla sua esistenza, mettendo al centro la ricerca e la costruzione di un rapporto con se stesso, con quella parte di sé finora ignorata, sminuita e trattata da appendice subalterna. Ci si potrebbe chiedere se il modo, che pare così tremendo e devastante, di intervenire dell’inconscio non sia eccessivo, sconsiderato. In realtà non c’è nulla di esagerato e fuori misura. Se l'inconscio non agisse all'occorrenza con tale fermezza, durezza e asprezza nel dire all'individuo della sua lontananza e non familiarità con se stesso, della sua mancanza di contatto e di radice dentro sé, della sua sostanziale inconsistenza, così estraneo a ciò che solamente può dargli la scoperta del vero e dell’autentico di se stesso, avrebbe qualche possibilità di interromperne la marcia solita e l'inerzia del pensiero, di coinvolgerlo e di farsi ascoltare? Intendiamoci, la risposta più comune all'attacco di panico è di considerarlo un evento abnorme, anomalo, uno sciagurato impedimento alla prosecuzione solita, un turbamento così forte da essere sciaguratamente capace di compromette il procedere e la fiducia che si riteneva di possedere, una iattura che pare intralciare la possibilità di insistere nel modo di vivere solito, nell'attaccamento a abitudini, a cose, al fare. Tanta offerta di cura è proprio rivolta a trattare simili esperienze come disturbo e patologia da sanare e correggere, con farmaci o con consigli, prescrizioni, esercizi volti a controllare e a superare paure considerate irrazionali. Pare un modo saggio, benevolo di intervenire, desiderosi come si è di procurarsi sollievo e riparo da una minaccia così temuta, pare affidabile visto che una simile cura è largamente sostenuta da figure cui si concede di essere interpreti di un sapere scientifico. Se c’è un tentativo di spiegazione del perché dell’attacco di panico lo sguardo si dirige subito all’esterno a cercare possibili cause in sovraccarichi di tensione, nel cosiddetto stress, parolina magica che tutto pare dire e che in realtà non svela un bel niente. L'ignoranza del significato degli eventi interiori non ha limiti e confini. Capita però che ci sia chi riconosce nell'esperienza degli attacchi di panico e nel seguito di turbamento e di insicurezza che lasciano, un segnale importante, che avverte la necessità di una comprensione attenta delle ragioni di un’esperienza così toccante, che sceglie non di mettere un tampone, ma di essere aiutato a capire come e perché dentro la propria vita e proprio dentro se stesso in uno spazio così intimo e vitale avvenga uno scossone così tremendo. C’è chi sceglie di aprire una riflessione approfondita, c’è chi cerca aiuto per avvicinarsi a sé per conoscersi in modo aperto e approfondito. Ho visto iniziare esperienze analitiche su queste basi e premesse. In questi casi  l'inconscio, come era stato perentorio e drastico nel segnare, attraverso gli attacchi di panico, una frattura drammatica rispetto al solito procedere (frattura segnata dagli attacchi e dal seguito di forte allarme e apprensione che avevano lasciato), così e con altrettanta forza di partecipazione e di presenza è stato pronto a dare, fin dall'inizio del cammino analitico, attraverso i sogni, indicazioni lucidissime sui nodi da sciogliere, sulle ragioni alla base di quel richiamo potentissimo esercitato con gli attacchi, garantendo  guida sicura sul percorso da seguire, sulle scoperte da fare, sul lavoro necessario per ridare finalmente a chi è stato investito da richiami così potenti consapevolezza vera, vicinanza e unità con se stesso, conoscenza lucida e approfondita di sé e di ciò che intimamente e originalmente gli apparteneva. Se prima c'era solo la rincorsa di un che di normale e di paragonabile agli altri, di concepito e di tenuto in ordine col ragionamento, che spesso e in genere non sa vedere, ma solo organizzare e imitare, dopo la brusca interferenza del profondo, che ha costretto chi l’ha subita a prendersi cura di sé, a spostare l'attenzione su di sé, è potuto iniziare un nuovo cammino e un divenire, del tutto inattesi e inconcepibili prima, ma possibili, ma necessari per dare finalmente contenuto e prospettiva valida e originalmente propria alla propria vita. Se all'inizio, sotto le bordate del profondo, era parso a chi ne era investito che la propria salvezza stesse unicamente nel far cessare quell'assalto, nella riconquista della libertà di proseguire indisturbato nei modi soliti e verso le mete conosciute, dopo, a confronto aperto e approfondito, gli è risultato via via sempre più chiaro che ciò che aveva a disposizione prima della crisi e che tanto aveva cercato di difendere era poca cosa e impersonale,  impropria, che tanto e tutto di sé gli mancava, che un cambiamento radicale, a partire dal capire ciò che di sé stava facendo, si era reso non solo utile, ma necessario, pena il rischio di non vivere, di non far vivere se stesso. Posso solo aggiungere che chi, dando risposta al forte richiamo dell’inconscio, ha messo in atto il percorso di avvicinamento a se stesso, ha visto cessare gli attacchi di panico, essendo venuta meno la loro ragione d’essere, avendo raggiunto il loro scopo.

mercoledì 3 dicembre 2025

Capire i sogni

Ho già scritto sui sogni, ma voglio tornare sull'argomento, perchè i sogni sono ciò di cui è impossibile fare a meno per conoscere se stessi, a meno di consegnare la conoscenza a ipotesi frutto di ragionamento e a spiegazioni, che, pur se in apparenza coerenti e verosimili, raccontano di se stessi ciò che sembra, ma che non è. Nei sogni c'è la più stretta aderenza a noi stessi, nulla è taciuto. I sogni sono diario di bordo e bussola di un ininterrotto viaggio di scoperta, sono il prodotto di un lavorio di ricerca di consapevolezza, di un'attività di pensiero della parte profonda di noi stessi, che non sta ferma, che non rimbambisce nell'adattamento e nel far proprio ciò che non ci corrisponde, che ci dà solo illusoria convinzione di esistere e di capire. Si pensa che nei sogni confluisca, quasi in automatico e meccanicamente, l'esperienza diurna, rimasugli, pezzi sparsi, un che di disaggregato senza nesso e senza senso, oppure che rimangano le tracce di ciò che più ci ha colpito, che ha turbato la nostra mente. Altri pensano che nei sogni ci siano desideri inconfessati. Altri ancora pensano che i sogni facciano previsioni e sappiano dare indizi sul futuro. Soprattutto si pensa che i sogni parlino di noi unicamente in relazione e in rapporto con altro che sta fuori, con gli altri. I sogni parlano di noi e svelano, configurano uno scenario inaspettato, danno corpo e consistenza, rendono visibile e mettono in primo piano qualcosa che per molti non esiste, che non è concepito, cioè il rapporto che abbiamo con noi stessi, quanto accade nella relazione col nostro intimo. Tutto il dire dei sogni è un dire di noi, di come siamo, di come ci rapportiamo a ciò che sentiamo e che vive dentro di noi, di come procediamo nell'esperienza, mossi da che cosa, affidati o vincolati a che cosa, che detta e regola i nostri passi. Lo sguardo dell'inconscio è riflessivo, guarda all'interno, coglie e riconosce il vero dell'esperienza, non è appiattito sulla sua superficie, non è tenuto imbrigliato dal comune modo di pensarla, non è asservito alla necessità di risolvere e di fare, bensì a quella di veder chiaro, di capire. Nei sogni c'è la rappresentazione attenta non dei fatti, non c'è la conferma delle costruzioni di pensiero che si è abituati a mettere sopra i fatti, sopra gli accadimenti dell'esperienza per spiegarla, ma l'attenzione è rivolta  a come si conduce l'esperienza, osservando e chiarendo, dando volto a ciò da cui si è mossi, da quali istanze, in che modo, a che scopo, con quali eventuali contrasti interni. In definitiva nei sogni è ritratto il cuore dell'esperienza, ciò che rivela più in profondità, il vero di noi stessi, non l'apparente e ciò che fa comodo vedere. Tutte le presenze e le figure che compaiono nei sogni, siano essi persone, animali o cose, danno simbolicamente volto a parti di noi, a modalità, a espressioni, a istanze e a potenzialità che ci appartengono. I sogni dicono del nostro modo di procedere, del percorso che stiamo seguendo. I sogni segnalano non di rado lo stacco dalla "terra", la lontananza cioè dal terreno vivo dell'esperienza, quello segnato dal proprio sentire, che in ogni istante accompagna la propria esperienza, segnalando ciò che di vero c'è, ben altro da ciò che ci si racconta e che ci si ritrae col ragionamento, parlano perciò non di rado di esperienze di volo, di vertigine e di sensazioni improvvise di precipitare, segno che si è sospesi, che c'è uno stacco, una lontananza dalla base viva e dal vero di se stessi, che drammaticamente può svelarsi. Per descrivere l'iniziativa del profondo, che cerca di raggiungerlo e la percezione timore che l'individuo  ha di ciò che vive profondamente dentro se stesso, parlano di assalti e di inseguimenti di figure che paiono "malintenzionati" o ladri (per cominciare a capirsi è necessario essere privati, derubati di convinzioni e di certezze tanto rassicuranti quanto ingenue e improprie), parlano di acqua che incute timore, di acqua che avanza minacciosa, che dilaga...sono solo esempi di una rappresentazione del rapporto/non rapporto dell'individuo con se stesso, con la propria interiorità, di come sia viva e presente la questione del confronto col proprio profondo, di come il proprio profondo non rinunci alla propria iniziativa, a farsi avanti. Il respiro e l'orizzonte di ricerca e di sguardo dei sogni è ampio a comprendere e a farci comprendere cosa stiamo abitualmente, nei modi del nostro procedere, facendo di noi stessi, che l'inconscio vuole spingerci a chiarire, a vedere senza veli, nello stesso tempo, aprendo la strada a ciò che potremmo, onorando il nostro essere individui potenzialmente capaci di pensiero autonomo, di sviluppo di qualcosa di originale e consono a noi stessi. L'inconscio nei sogni è guida ispiratrice e motivante un profondo cambiamento, da individui passivamente al seguito e consumatori di moduli di pensiero già pronti e in uso, non importa se rimasticati e ricombinati  con qualche parvenza di originalità, sostenuti e guidati da tutto ciò che già pronto e concepito può dare supporto e indirizzare scelte e modi di vivere e di realizzarsi, a individui, a esseri umani invece capaci, non di certo in un batter di ciglia, ma lavorando con pazienza e cura il proprio terreno, in stretta unità col proprio profondo, di generare pensiero proprio, scoperte di significato e di valore fondate e verificate con i propri occhi e, su queste basi, di dare compimento a percorsi e a realizzazioni proprie e davvero originali, autentiche e coerenti con se stessi, non dettate da imitazione, da paragone o competizione con altri. I sogni non tacciono nulla, sono guide di ricerca attente a svelare ciò che, pur non gradito, dona consapevolezza, fa emergere verità. Dicevo del farsi dire e dare come condizione base del proprio pensare e fare, che non è certo scoperta  ben accetta, che mette in crisi tante illusioni di autonomia. L'inconscio evidenzia questa modalità del dare rapida soddisfazione all'esigenza di capire e di capirsi portando a sè risposte tratte da idee già formate e convalidate da mentalità comune, ritraendo simbolicamente questa modalità  con situazioni nel sogno in cui ci si mette a tavola a consumare cibo cucinato e pronto, a ristorante o in mensa e comunque dandosi riempimento con nutrimento, con cibo che non è frutto di ciò che di proprio, tratto dal proprio corso d'esperienza, dal proprio sentire, lavorato e coltivato, elaborato e cucinato diventi pensiero proprio di cui nutrirsi. Altri e altro provvede a dare nutrimento, altra cucina mette in tavola da consumare ciò che orienta e guida il pensiero, che fa da modello e dà risposte come idee condivise e prevalenti, come sapere e come cultura, altro appaga la richiesta di pronta soddisfazione. Ben altro da questo bisogno di trovare pronto soddisfacimento e dalla abitudine a farsi dire e indirizzare nei pensieri e nelle aspirazioni da altro che orienta, che educa e istruisce, è il desiderio e il proposito di trarre da sè e da lavoro su se stessi, sul proprio terreno d'esperienza, aprendo e facendosi guidare e dire dal proprio sentire, anche da quello difficile e poco piacevole, senza preclusioni, pensiero e visione, scoperte di significato. I sogni sono dunque attentissimi a dare spunti e occasioni di riflessione e di presa di coscienza, anche scomoda, ma necessaria per favorire crescita vera. Niente e nessuno è maestro e guida attenta e affidabile, promotore di crescita e di realizzazione personale autentica e matura, come sa esserlo il proprio inconscio. I sogni, lo si vede, lo si vive e constata nel cammino dell'analisi, di un'analisi ben fatta, sono capaci di indirizzare la ricerca e la trasformazione nel verso di passare da essere copia d'altro a divenire pienamente se stessi, con tutti gli attributi umani originali e autentici che si posseggono e che si ignorava che risiedessero dentro se stessi, con tutta la ricchezza di una visione e di un pensiero proprio che si ignorava di poter generare. Ho detto dell'essere copia d'altro, può sembrare drastica e liquidatoria questa affermazione, così forte è l'attaccamento e tante le illusioni di dire la propria e di realizzare se stessi nella forma abituale e conosciuta, ma di se stessi cos'è possibile mettere e ritrovare, agendo dentro uno stampo di idee e di riferimenti, di attribuzioni di significato, di grammatica di pensiero, di guide alla espressione e realizzazione di sè ben apprese, assimilate e nel tempo esercitate, se non qualcosa che comunque riempie quello stampo e ne riproduce i limiti e la forma? L'inconscio sa vedere ciò che la parte conscia non sa e non è affatto incline a vedere, con i sogni conduce passo dopo passo a riconoscere il vero della propria condizione e del proprio modo di procedere, con i sogni apre tutt'altro scenario, conduce a ritrovare dentro di sè, a concepire, a costruire le basi di pensiero, a alimentare la passione per la autentica realizzazione di sè. Ridurre i sogni a desideri irrealizzati o a ricettacolo di esperienze quotidiane più o meno incisive significa non capire la portata dell'iniziativa e del pensiero profondo. L'inconscio è intelligenza pura, nel senso che non ricalca stancamente il già detto e concepito, ma viceversa dà volto e riscatto al pensiero riflessivo (che non c'entra nulla col riflettere nella forma del ragionare e del parlare sopra e sul conto dell'esperienza), autonomo e fondato, che vuole vedere, come guardandosi allo specchio, cosa c'è nella propria esperienza, cosa  dice e rivela di se stessi. L'inconscio  non rinuncia mai a cogliere il vero, a cercare il senso in profondità, costi quel che costi, a combattere l'eclissi dell'intelligenza vera, che è l'unica leva e il fondamento della autonomia e della libertà dell'individuo, di cui l'inconscio è promotore instancabile. Capire un sogno significa intenderlo nel suo verso, nelle sue intenzioni, nei suoi modi di formare e di tradurre il pensiero. Ogni sogno ha un contenuto e racchiude una proposta unica e originale, i simboli presenti, che siano luoghi, eventi, cose, persone o animali si avvalgono per tradurre il loro significato di ciò che chi ha fatto il sogno ha vissuto e che vede come attributi e qualità caratterizzanti tutti questi elementi, che siano persone, animali o cose. Per capire un sogno è necessario un lavoro di recupero di tutti questi riferimenti, senza trascurare alcun dettaglio presente nel sogno. Gli esempi di alcuni contenuti che possono proporsi nei sogni e del loro significato, che ho portato in questo scritto, vogliono soltanto far comprendere il tipo di sguardo e di linguaggio usato dall'inconscio, non vogliono far intendere che esiste una lettura pronta e automatica, scontata del significato dei sogni. Ogni sogno è un'opera unica da imparare ogni volta a scoprire in ciò che di unico sa e vuole dire. Nel corso dell'analisi l'individuo scopre poi che i suoi sogni fatti di seguito nel tempo hanno un legame l'uno con l'altro, segnano passo dopo passo, sogno dopo sogno, un percorso conoscitivo e alimentano un processo di cambiamento e di crescita personale assolutamente originali, consoni alle sue più profonde e vere necessità. I sogni dunque, che come nient'altro sanno portare alla conoscenza di se stessi e a costruire le basi della propria autentica realizzazione, vanno trattati con molta cura. Se i significati dei sogni li si incanala e costringe dentro i soliti schemi, dentro le solite attribuzioni di significato date per scontate, se li si incastra nel già pensato e nella logica abituale, si fa solo dire loro ciò che piace e che si suppone, in sostanza li si travisa e li si mortifica. Purtroppo li si spreca. L'inconscio non cesserà certo di dire ciò che pensa, non si assoggetterà alla rigidità, alla presunzione e all'inerzia del pensiero conscio ragionato, ma non capire i suoi messaggi peserà come una grande occasione persa per ritrovarsi e per cominciare a vedere chiaro dentro se stessi.

domenica 30 novembre 2025

Il volto sano del malessere interiore

Non sono mai casuali le espressioni del malessere interiore. Non sono mai il segno di un guasto, di un modo di sentire anomalo e alterato, non sono espressioni di patologia come si dà per scontato. Sono sempre esperienze interiori significative, valide e capaci di svelare nodi decisivi, verità essenziali. Vediamo qualche esempio. Il senso di vuoto, la perdita di interesse per tutto, il senso di oppressione di una vita che ormai non dà spazio se non a un senso di impotenza e di inadeguatezza, la paralisi crescente dell'esistenza nella fissità del dolore, dello sconforto, la visione di sè come inutile presenza e senza valore, tutto ciò che fa sentenziare depressione, è deragliamento nella patologia o dice e svela, vuole svelare e dire? Calato il sipario, spente le luci della scena (e chi se non l'inconscio ha l'ardire di provocare tutto questo?) cos'altro c'è interiormente, cos'altro resiste autonomamente, al di là del beneficio dell'applauso, della considerazione altrui e della loro convalida, che sappia tenere su la persuasione di una costruzione che si presumeva salda, ma in realtà fasulla, rimediata e costruita a arte su misura e nella forma dei gusti e del benvolere altrui? Arriva il momento della verifica senza sconti, senza trucchi e senza inganni, senza falsa persuasione e iniezioni a salve di credo e di fiducia, mai oggetto di verifica, tenute in piedi e confortate solo da assenso di mentalità comune. Una vita in appoggio a altro e riempita di legami e di dedizione a questo e a quello per averne in cambio il ritorno di non patire solitudine e senso di vuoto, di incassare un senso di utilità che si avvale di qualche legame dipendente, può arrivare a mettersi, a essere messa da volontà profonda, allo specchio per vedere non già la validità degli appigli e dei presunti contenuti di valore presi in prestito, ma la sostanza di un nulla sinora tratto e generato da sè. Patologia quella che emerge o impietosa e, se ben compresa, prima base di verità da cui partire, base salda di verità, con i propri occhi e dolorosamente verificata per invertire la rotta, per disporsi finalmente a costruire da sè qualcosa che abbia fondamento proprio e senso? Se rivolgiamo lo sguardo a un'altra possibile espressione del malessere interiore, in cui la morsa del controllo ossessivo, della tenuta in ordine precisa e senza sgarro, del tenere a bada e scongiurare esiti temibili e sciagurati, sono ferrei imperativi, possiamo non vedere che una simile piega non è certo incoerente con un'impostazione di vita in cui tutto deve girare in efficienza e il dentro non deve fare scherzi, avere l'obbligo di assecondare, di non procurare sorprese? Cosa rivela dunque questa esasperata e minuziosa ingegneria del controllo? In una forma estrema, persino grottesca, possiamo vedere l'isolamento e la prepotenza della macchina razionale, a cui, confidando tanto nella sua capacità e affidabilità, è stato dato il compito di guidare l'esistenza, testa razionale che non sa ascoltare, che non vuole se non darsi conferme, che con rigore matematico combina i pensieri sulla base e nelle guide del pensato comune e dei significati già ben codificati, che per ciò che concerne il rapporto col sentire, con emozioni e spinte interiori, lo concepisce solo come scarico immediato, come sfogo, che perciò si industria con ogni mezzo a tenere sotto sequestro e presa stretta per non rischiare di finire male, nel disordine, nel pericolo di deriva. E che dire dell'ansietà che serpeggia, che a tratti ingrossa, che non dà più tregua, che persino erompe fragorosamente negli attacchi di panico? Se c'è uno scricchiolio, l'ansia lo fa sentire, nella costruzione abnorme, non fedele a se stessi, pur se normale secondo mentalità corrente, di una vita, di un modo di concepirne e di tradurne la realizzazione, che, in ossequio a altro che, preso da fuori, da esempio e da credo comune, che ha fatto e fa da modello e guida, non rispetta e non rispecchia ciò che da sè, lavorando su di sè, potrebbe essere compreso, generato e fatto vivere, questo segnale intimo è assurdo e segno di un cattivo sentire e senza senso? Se questo scricchiolio con segnale di pericolo per ciò che comporta deviare da se stessi, non far vivere l'autentico di sè, sostituendolo, come si sta facendo con perseveranza con altro improprio e alieno, insiste e non dà tregua e non concede quiete, se fragorosamente l'attacco di panico segnala la dissociazione e la lontananza dalla vita intima, dalla stesse basi biologiche del proprio essere, del cuore e del respiro, che potrebbero non essere più certe, negarsi persino, minacciare di non dare più passivo seguito e sostegno vitale, come si dava per scontato, a ciò che profondamente non è riconosciuto come genuino e autentico, possiamo pensare che tutti questi segnali siano abnormi e malati, privi di significato e di scopo? Nel malessere, nelle sue espressioni non c'è patologia e devianza, bensì forza di verità che vuole emergere, forza ben orientata da una parte profonda che, a differenza della parte conscia, che preferisce ignorare e darsi tesi e persuasioni di comodo, sa e vuole porre in primo piano il vero, che non accetta di lasciare libero corso a modi di procedere e a piani di realizzazione di se stessi che non hanno fondamento e senso. Se c'è verità da trarre e spinta al cambiamento di sguardo su di sè e di consapevolezza prima di tutto, in esperienze interiori abitualmente considerate guasti, anomalie e pericoli interiori da cui difendersi e a cui porre riparo, questo mette in discussione il modo abituale di considerarle e di intendere il prendersi cura di sè. Quanto è saggio e favorevole trattare simili esperienze interiori, certamente non agevoli, dolorose, ma non per questo assurde e patologiche, esperienze certamente non facili da intendere se non si è aiutati a comprenderne il linguaggio e il vero significato, trattarle come presenza malata da curare, da manipolare e zittire a suon di correttivi farmacologici, trattarle con psicoterapie che mettono in campo, come fossero verità di scienza, giudizi di disfunzionalità, bollando tutto come un sentire distorto e dannoso da raddrizzare, oppure andare alla ricerca di presunte cause dell'intimo sofferto in infelici precedenti dell'infanzia, in traumi e roba simile, sempre pensando che ci sia in atto un guasto da spiegare e risanare, fare tutto questo quanto è saggio e favorevole? C'è tanto da riscoprire sul significato vero della vita interiore, c'è tanto da rivedere per non correre il rischio di fraintendimenti non certo innocui, anche se sotto l'egida della benevola cura e delle presunte verità della cosiddetta scienza.

domenica 2 novembre 2025

Chi cura chi?

Sembra scontato, pare una certezza incrollabile. In presenza di un'esperienza interiore difficile e sofferta ciò che pare utile e necessario è risolvere quel disagio, rimettere le cose al dritto di una condizione che lo veda risolto, superato. Ecco l'idea di cura che appare necessaria, valida, auspicabile. Ciò che interiormente, nel sentire, si ritiene non andare per il verso giusto va tolto di mezzo, superato. Lo si può fare con rimedi che cerchino di zittire o di rovesciare quel sentire come con l'impiego di farmaci, che siano antiansia o antidepressivi, l'importante che siano anti ciò che si prova e che siano nelle intenzioni capaci di correggere e lenire o condizionare il sentire perchè soddisfi l'istanza di ritrovarsi possibilmente meno limitati e presi da sensazioni e stati d'animo che paiono solo negativi, disturbanti, in qualche misura invalidanti. Lo si può fare ricorrendo a psicoterapie che prevedano l'impiego di tecniche per tenere a bada, per tentare di smontare ciò che, giudicato anomalo e disfunzionale, farebbe appunto, senza alcuna base di senso, senza alcuna valida ragion d'essere, solo danno. La cura può anche cercare di dare spiegazione del perchè di quel sentire difficile e sofferto e in questo caso il territorio di caccia, la risorsa preferita è il passato ricostruito come teatro di traumi e di infelici condizionamenti subiti, che avrebbero avuto la responsabilità, la colpa di compromettere, di guastare il sano equilibrio psichico, di lasciare una sorta di pecca che non dà tregua, che insidia, che compromette il quieto e sano vivere. E' il trionfo del cosiddetto buon senso suffragato, ben sorretto e puntellato da ciò che è considerato e che si autoproclama scienza. C'è sapore di scienza nei farmaci prescritti da specialisti. Come non considerarli atti di scienza cui dare delega in bianco e fiducia? Oltretutto sono atti che promettono di dare soddisfazione a una richiesta di cui si è portatori, di correggere e risanare ciò che già da sè, prima che lo confermi il dottore, si considera non normale, malato e fonte di danno. Se poi si sceglie la psicoterapia dell'aggiustamento, analogo è il mandato al terapeuta di aiutare a rimettere le cose a posto. Se si vanno a cercare le cosiddette cause, anche qui il presupposto che ci sia qualcosa di cui si è stati vittime nel passato preferibilmente, è già nel pensiero e nell'atteggiamento vittimistico di chi dà mandato al terapeuta di guidare l'indagine per indagare e fare presa su qualche perchè, su qualche causa. La cosiddetta scienza va in soccorso delle attese più comuni e le consolida. Tutto gira a dovere in un'unica direzione e l'idea della cura come aggiustamento e liberazione da una condizione infelicemente patita e da cui essere tratti in salvo trova piena conferma. Salvo che ciò che in tutto questo agire contro il malessere interiore nelle sue diverse espressioni, in soccorso e in rincorsa della cosiddetta normalità e di un procedere che non paghi prezzi di sofferenza e di intralcio al quieto o sano vivere, avviene senza mai dare veramente ascolto a quel sentire intimo e sofferto, senza prendere visione della natura, dei fondamenti di quell'attaccamento alla cosiddetta normalità, senza una verifica attenta di cosa sia per sè quello stato di normalità. La visione che si ha di se stessi chiude sostanzialmente i confini del proprio essere nella parte cosiddetta conscia di capacità di conoscenza fondata sul ragionamento e di capacità decisionale fondata sull'esercizio della volontà. Ci sono certo tangibili come parte di sè le emozioni, gli stati d'animo, il sentire, le spinte di desiderio, le pulsioni, ma questa è considerata una sfera inferiore, segnata, a proprio giudizio, da automatismi, da una qualche cecità, da spinte da tenere comunque sotto controllo, cui non è concesso di valere più di tanto come intelligenza e valida e affidabile intenzionalità. Si porta dentro di sè un mondo che in realtà non si conosce affatto e verso cui si impiegano solo pregiudizi comuni. Se agli inizi della propria vita si era in più stretta unità col proprio sentire, via via l'affidamento a altro del compito di istruire e modellare la propria crescita ha reso sempre meno familiare e sempre più trascurato il rapporto, l'ascolto e il dialogo con la propria interiorità, cui semmai si è sovrapposto qualche insegnamento, qualche dottrina o morale che ha preso piede come autorità regolatrice. Questa condizione di progressivo distanziamento e mancata cura del rapporto diretto e intimo col proprio sentire, l'abitudine più a dare spiegazioni e a esercitare giurisdizione di controllo su proprio sentire che a riservargli attento ascolto, è la base, la premessa per ritrovarsi, quando la propria esperienza interiore diventa difficile, disagevole e sofferta, nella più sfavorevole delle condizioni, di incapacità di ascolto e di dialogo. E' una incapacità non riconosciuta però come tale, perchè si è creato il callo dell'esercizio ripetuto del pregiudizio e del controllo, dell'attitudine a gestire il dentro di sensazioni e stati d'animo vissuti piuttosto che a ascoltarne la voce, a riconoscerne l'importanza, a averne rispetto, a verificarne il valore e l'affidabilità, di cui non si è fatta ahimè esperienza e scoperta alcuna. Ricostruendo le basi del rapporto col proprio intimo e imparando, come accade in una valida esperienza analitica, a intenderne il linguaggio, a riconoscerne l'originale proposta, ecco che si possono fondare le basi del prendersi cura di sè e non nel verso del dare contro parte intima di se stessi, perchè pare che blateri o dia qualcosa di negativo da combattere e rigettare. Andando all'ascolto diventa possibile scoprire che anzi proprio quel sentire giudicato anomalo e espressione di un malo funzionamento è invece la proposta intima capace di condurre a aprire gli occhi a avvicinare al vero, a restituire capacità di sintonia con se stessi e di visione lucida, che sa dare libertà e autonomia di pensiero. Ciò che si pensava dovesse essere corretto e sanato diventa viceversa la vera cura, ciò che guidato dal profondo di se stessi sa prendersi cura di se stessi, cura che restituisce capacità di visione e matura consapevolezza. Chi cura chi è dunque un buon interrogativo, fondamentale, valido  e pertinente, anche se tanta della cosiddetta scienza e del cosiddetto buon senso sono ben lontani dall'intenderne il senso.

sabato 18 ottobre 2025

L'impresa più avvincente

Far vivere se stessi è l'impresa più avvincente e anche la più difficile. E' la più umanamente ricca, perchè non risolve l'esistenza nello stare al passo col movimento comune, nel riprodurne gli argomenti, i modelli e gli ideali, nel cavalcarne l'onda, con più o meno ambizione di distinguersi. E’ impresa che non aspira a dare al mondo la conquista encomiabile, la prestazione da applauso, ma a generare, a far vivere e crescere la propria originale creatura di pensiero e di progetto. E' avvincente questa impresa perchè nel suo compimento ogni espressione è vera e non simil vera, non ha anima artificiale, non trova linfa, nutrimento e appoggio in altro, la gioia è vera, la passione genuina, il credo sa da quale intimo seme è nato. Nello stesso tempo è impresa difficile e senza limiti impegnativa, perchè nulla è risparmiato, nè fatica, nè dolore, ma ogni tribolazione interiore, ogni proposta del sentire, mai ripudiata, anche la più difficile, è testimone e fondamento vivo di un processo di creazione vera, che non trova e non cerca sostegno, contropartita o consolazione in altro, ma che trova ragione, alimento e forza unicamente nel rispetto e nella fedeltà a se stessi. Nel desiderio di far vivere il proprio e autentico, nella passione, nella gioia di vederlo nascere e crescere viene meno l'interesse e l'intento di strumentalizzare ogni scoperta, ogni presunto passo di crescita, ogni conquista per riscuotere l'apprezzamento e il plauso altrui. Viene meno questa necessità, altrimenti inevitabile quando si dà compimento a qualcosa, che già all’origine è scelto e plasmato per persuadere, per convincere lo sguardo altrui e per piacere, qualcosa che, senza riconoscimento e gratificazione presi da fuor, non sta su, non sembra raggiungere il suo scopo. Cadono i secondi fini, le aspettative e tutto il lavorio per godere del beneficio dell'apprezzamento altrui, vengono meno i tatticismi e i compromessi, ben altro prende vita, ben altra ricchezza, che non richiede mercato e valorizzazione esterna. Non si è soli in questa impresa, perchè la parte profonda del proprio essere non ha altro intento, altra passione, altra lucida aspirazione che non sia quella di riconsegnare a sè la vita e il pensiero, non ceduti a altra matrice e autorità, a altro uso che non sia la ricerca del vero e nel fedele e pieno rispetto del corso interiore naturale, di un modo proprio, da dentro se stessi sapientemente segnato e regolato, di raggiungere la conoscenza di se stessi e di ciò di cui si è portatori, senza prendere lezione da altro, senza l'attesa di farsi in qualche modo confermare e ben volere, applaudire e gratificare. L'inconscio è maestro di vita e di autonomia. Far vivere se stessi è quanto incoraggia e spinge a perseguire e a amare, stimolando a lavorare sulla propria esperienza, a impiegare la capacità di aprire lo sguardo e di formare con la guida del proprio sentire non costruzioni razionali spiantate, ma pensiero vivo e fondato, stando dentro e assecondando il proprio cammino interiore originale, che è cammino di ricerca, coltivando le proprie scoperte, incessantemente, senza piegare e strumentalizzare le proprie aspirazioni al conseguimento del cosiddetto successo, inseguendo la prestazione meritevole e ripagata da considerazione e plauso esterni e altrui. Il mio lavoro mi ha permesso e ancora mi permette di aiutare l'altro a condividere con la sua parte intima e profonda il desiderio e l'impegno di compiere l'impresa più avvincente. Come analista do l'apporto necessario per favorire e rendere possibile il suo avvicinamento a se stesso e il suo ascolto senza preconcetto della sua parte profonda, parte di sè che in partenza gli è sconosciuta e verso cui c'è solo l'attesa che assecondi e comunque non intralci le idee, i propositi e le mire consuete. Se all’inizio l’intento di chi entra in analisi è di trattare la crisi e  il malessere interiore, che lo hanno spinto a cercare aiuto, come segno, in buon accordo col pensiero comune, di una anomalia, di una condizione sfavorevole e limitante di cui liberarsi, cui attraverso l’analisi, indagando nel suo passato, trovare la causa che ne sarebbe all’origine, preferibilmente esterna a sè, per metterla a tacere, può invece, incoraggiato a un ascolto fedele, andare alla scoperta, passo dopo passo sgombrando il campo da  spiegazioni e da interpretazioni che gli sono usuali e preconcette, di ciò che il suo sentire, anche difficile e sofferto, davvero vuole e sa comunicargli e portare alla luce. Può così scoprire che il suo sentire pur così arduo non è affatto una minaccia o un segno preoccupante di alterato funzionamento, ma un richiamo, lo stimolo, il tramite e la guida, valida e intelligente, per vedere il vero della propria condizione e del proprio modo di procedere, dove di autentico e di originalmente proprio, generato da sè e in unità con se stesso, c'è spesso assai poco, per non dire nulla. Rotto il pregiudizio e scoperta la validità e l'affidabilità della proposta interiore, via via, sotto la guida del profondo, principalmente esercitata attraverso i sogni, prende volto agli occhi di chi è coinvolto nel cammino di analisi il significato e si rende tangibile e coinvolgente il fascino dell'impresa di far vivere se stesso, di coltivare e di far crescere il proprio originale e autentico. Far vivere se stessi e non incallirsi nella difesa e nell'attaccamento al corso abituale, dove, pur con l'illusione di essere artefici e protagonisti di scelte e di pensieri, di fatto ci si muove nella dipendenza dall'insieme già ordinato e concepito che circonda e che fa da guida, da garante e da tutore, ma anche da autorità che dirige e limita, che dà i confini della visione di se stessi e del proprio possibile, è impresa impegnativa, ma è risposta e aspirazione degna e a misura dell'umano di cui si è portatori. Una vita non da fuori sostenuta, vidimata e resa credibile, ma una vita vera con sviluppo e creazione originali è ciò che dal profondo si è spinti e incoraggiati a concepire, a promuovere e a amare. Ci si potrebbe chiedere se è questione che pesi e che valga davvero, se non è forse pretesa di troppo questa del far vivere se stessi, se non basti ciò che si ritiene sia già insito nel procedere solito. Cosa c'è in gioco di importante che meriti considerazione? Procedere nel modo consueto richiede spesso e volentieri mancata apertura e intesa con la parte intima di se stessi, in gran parte trascurata e sconosciuta, all'occorrenza messa sotto tutela perchè non intralci, travisata e sottomessa a giudizio e a valutazione come fosse portatrice di inadeguatezza, di insufficienze, di difettoso funzionamento, quando mette in campo vissuti, stati d'animo, risposte emotive nella forma di paure, inquietudini, freni e impacci, malumori, visti come intralci inopportuni, come segni di inadeguatezza e di insufficiente capacità di resa, pregiudizialmente considerati come anomalie, quando in realtà denunciano e vogliono dare occasione di aprire gli occhi, di riconoscere la verità di un modo d'essere e di procedere tutt'altro che autonomo e fedele a se stessi. Questa profonda distorsione del rapporto con se stessi non è poca cosa. Senza l'aiuto e la condivisione con la propria interiorità di una riflessione su se stessi, senza comprensione della verità del proprio modo di interpretare e condurre la propria vita, si viaggia ciechi e persuasi che tutto corrisponda a propria intraprendenza e realizzazione quando invece si è dentro un corso passivo, guidato da altro, affidato a altro che da fuori pare dare conferma che tutto va bene, che nella normalità è garantita la propria buona sorte. La propria vita rischia dunque di procedere nel segno e con l’implicazione di una profonda e radicale disunione con la parte intima e profonda di se stessi, vista come componente oscura da controllare e da tenere a bada, e non come base e risorsa fondamentale per trovare se stessi e l’orientamento e le risposte necessarie per governarsi, per esercitare la propria libertà e autonomia di pensiero e di progetto. Così privi di unità con se stessi, incapaci di riconoscere e ti attingere alla risorsa intima e profonda, alla propria risorsa di pensiero e di progetto autonomi e a se stessi pienamente consoni e connaturali, è fatale affidarsi, per darsi orientamento, per formare pensiero e per nutrire aspirazioni, a guida e a esempio esterni di mentalità, di modelli, di soluzioni e risposte già formate e condivise dai più. Diventa fatale  percorrere strada segnata,  replicarne sterilmente  la logica e i contenuti, poco importa se in alcuni casi con la persuasione di dire la propria con idee contro e con esercizio di critica, che da un lato nell'oggetto della critica trovano comunque  terreno e sponda, recinto e limiti su cui poggiare, che dall'altro si rifanno spesso e volentieri a corrente di pensiero contro e alternativo già pronto e in uso,  strada per nulla corrispondente a quella della propria realizzazione vera e per giunta senza averne mai consapevolezza. Lo spreco della propria vita, resa, fuor di illusioni, inutile e sterile copia d'altro o viceversa la sua realizzazione autentica sono la posta in gioco. Far vivere se stessi e non nella forma apparente e fasulla è la questione che conta. Come tale può prendere peso e rilevanza se la si intende. Può allora collocarsi al centro del proprio interesse, delle proprie aspirazioni. E' proprio per questo, per porre al centro la questione e tutto ciò che ne può nascere e conseguire, che l’inconscio agita interiormente le acque, solleva la crisi, alimenta il malessere interiore, a ragion veduta, considerando la questione decisiva, da non omettere, da non tenere sotto silenzio, stimolando l’insieme dell’individuo a prendere in mano la propria sorte, a compiere il lavoro di presa di coscienza e di profondo cambiamento necessari. Far vivere se stessi nella forma passiva e apparente non richiede lavoro su di sé se non nella pretesa e nello sforzo di produrre prestazione e resa secondo modelli e guide già definite, cercare la propria realizzazione vera richiede ben altro lavoro in unità con se stessi, attingendo alla propria fonte interiore e formando e portando a sviluppo le basi del proprio autentico. Far vivere se stessi autenticamente può, se si vuole, essere riconosciuta come l’impresa che conta, la più umanamente impegnativa e coinvolgente, la più in felice accordo e consonante col proprio intimo e profondo, la più libera, la più avvincente.

sabato 13 settembre 2025

Il male oscuro: la depressione

Chi si confronta con la sofferenza depressiva, con un lago di infelicità, con la sensazione che nulla abbia più colore, che di se stessi non ci sia più nulla che vale, che non ci sia più credo e spinta vitale possibile per sè, dentro un tutto solo opprimente, teme che si sia aperta una voragine, che non ci sia più nulla di se stessi, solo un male oscuro. E' proprio con queste parole "male oscuro" che si è chiamato quel dolore che scava, che non cede, che stronca ogni iniziativa, che spegne tutti i desideri e affonda ogni speranza. Eppure quel male, che pare solo togliere, spegnere e negare qualsiasi anelito vitale, ha in sè altro. Anche se così doloroso e impietoso, senza limiti e radicale, non è affatto detto che sia un insano modo di vedere e di sentire, che non veda in profondità e che non dica il vero. Una vita cercata e inseguita ponendosi in appoggio e a rimorchio d'altro ha di fatto chiuso, ha lasciato intentate altre strade, ha lasciato cadere altre possibilità, più impegnative, ma anche più connaturate, più interiormente vive, non ha certo fatto sì che il proprio originale fosse cercato e riconosciuto, che fosse coltivato, che fosse portato alla luce e fatto crescere. Una vita condotta facendo affidamento più su altro e su credo comune che sul proprio sguardo, facendosi portare e ispirare nell'assumere modi e soluzioni che le avrebbero dato completezza e dignità, a volte persino di apparente ottima riuscita e pregio, piuttosto che investire, casomai con più dispendio di tempo, di impegno e di coraggio, su propria ricerca, sul dare credito e portare a maturazione e a compimento  proprie idee e convinzioni, non può che andare incontro a verifica circa la sua debole, anzi assente radice interna, valida, forte, irriducibile. Se una simile vita, affidata a altro e copia d'altro a cui si è ispirata e omologata, zoppica, se infine interiormente non è più sorretta e non sta più in piedi, se va incontro a spegnimento, perchè di accensione vera, che non fosse calore o entusiasmo al traino e col sostegno di altro,  non ha mai fruito, non può fare meraviglia. La depressione è onesto bilancio e sguardo, che non maschera più le falle, che non nasconde più i vuoti e gli artifici, che anzi li mette a nudo. Si ha un bel da dire, così ci provano le persone vicine a stimolare e a incoraggiare, che ci sarebbero validi motivi per risollevarsi, per rilanciare la fiducia in se stessi, la motivazione e la voglia di vivere, che ci sarebbero i perchè per non sentirsi così infelici e annichiliti, facendo riferimento a cose, a realizzazioni fatte, a affetti, a legami, ma la parte intima sincera dice che manca alla vita condotta sinora ciò che potrebbe renderla riconoscibile come la propria vita, come la propria storia con un suo costrutto, un'opera originale, un che che non si dissolva, che si possa sinceramente amare e che si possa sentire vicino, caldo e vicino davvero. La risposta è dunque volta a negare che quel dolore, che quella condizione d'animo così penosa abbia un senso, l'intento è di estrometterla, di tornare a riconoscere come vita e a attaccarsi con ogni mezzo a ciò che nel vissuto ha preso così inesorabilmente a appassire. E' una reazione propria e comune, sostenuta da cure e da curanti che danno conferma alla necessità e alla utilità di ripristinare, di risollevare, contrastando e cercando di non cedere a quei vissuti, considerati semplicemente malati. Non è concepito e riconosciuto affatto che ci sia spinta e proposta di verità dentro quel sentire, che quello sia un passo decisivo di scoperta di verità da compiere per riconoscere il volto e i fondamenti di una vita autentica da alimentare, da far crescere. Al più, quando si cerchi di dare una ragione, di capire quella sofferenza, è frequente che si vada a chiamare in causa qualche responsabilità esterna, qualche trascorso infelice di cui si sarebbe stati vittime. Non si concede credito a quel sentire così penoso di essere voce e testimone di una verità che investe la responsabilità del proprio modo di condurre la propria vita, che chiede di rendersi disponibili  a una verifica importante, senza riserve, senza veli. Se si è vissuto o, forse sarebbe meglio dire, simulato di vivere, casomai facendo e agendo, ma dentro ruoli e parti, sì ben svolte, in alcuni casi persino con grande e acclamato successo, ma prese in prestito, rese credibili da considerazione, da stima e da pensiero comune, se si sono portate e legate a sè le vite altrui, che sia un familiare, il compagno/a o i figli o altro a cui ci si è votati e vincolati per stare su, che cosa si è creato davvero di cui ci si possa sentire artefici, a cui ci si possa rivolgere per riconoscere che la propria vita ha valore,  consistenza e volto autentico e proprio, per trovare un filo vero di passi compiuti, di fatiche e di errori e di presa di coscienza e di crescita a partire da errori, un filo di scoperte, di credo proprio, di passioni originali? Da una verità amara si può comunque finalmente ripartire, che la si veda e la si acquisisca è l'intento del profondo che dà forma e forza a una condizione interiore così severa e in apparenza solo distruttiva. Una verità dolorosa e amara, se ben riconosciuta, lucidamente e senza sconti e fughe fatta propria, è infatti il necessario tramite e il saldo punto di partenza per cominciare a ritrovarsi, molto meglio e ben diversamente dal tornare a stare appesi a illusioni, da cui prima o poi si tornerà a precipitare al suolo. In questo la depressione è coraggiosa, oltre che saggia, perchè in modo onesto e sincero, dando accesso al vero, offre un punto di partenza valido e affidabile, purchè non le si spari addosso, giudicandola semplicemente insana e malata, senza ascoltarla e valorizzarla, per rilanciare, per gonfiare ancora l'illusorio, il facile, comodo, ingenuo illusorio. Il profondo, che consegna una simile dolorosa quanto sincera verità su se stessi e su quanto sinora fatto della propria vita, ha tutta l'intenzione e la capacità, dove si crei sintonia e gli si dia accordo nell'aprire finalmente gli occhi e nel proposito di invertire la rotta, di fare sul serio, stavolta facendo leva su impegno di intelligenza e di ricerca proprie e non su risorse prese in prestito e appoggiandosi a altro e a altri, di sostenere e di alimentare  una simile svolta epocale, con pazienza, con determinazione, con coraggio. Il profondo sa dare le guide e le occasioni per formare finalmente visione e idee proprie, sentite, comprese, in sintonia con se stessi, l'inconscio, che espone alla verità senza sconti, vuole aprire la strada alla rinascita su basi salde, originalmente proprie e vere. La cura, il prendersi cura su questo può fare conto per essere vera cura e per non limitarsi a essere tentativo di rilancio e di recupero di una vita cui, al di là delle illusorie solide parvenze, in quella forma manca l'essenziale per essere tale, per stare su, per credere in se stessa. La depressione, un'esperienza interiore dolorosa e impietosa come poche, fermamente mossa e così plasmata dal profondo, non certo senza intelligenza e senza scopo, chiede imperiosamente di essere ascoltata. L’aiuto vero è da cercare in chi sappia intendere il valore e il senso di una sofferenza così radicale e dare contributo di spunti di ricerca e sostegno al confronto con un sentire così arduo, che non chiede di essere messo a tacere e sostituito, ma ascoltato, per aprire la strada a un cambiamento di vitale importanza e necessità. Vista come patologia o come caduta da cui essere tratti in salvo e risollevati, per tornare a abbracciare il solito, nella sostanza tali e quali a prima, non trova di certo l'ascolto e la rispondenza che cerca, non vede raccolto il suo invito tanto difficile quanto profondamente sano.