La conquista fondamentale, che la psicoterapia dovrebbe
consentire, per essere davvero utile e capace di portare al cambiamento di
qualità nella propria vita, è imparare a stare fiduciosamente ben connessi col
proprio intimo sentire e con il succedersi di tutto ciò che si vive
interiormente, anche quando difficile e disagevole, imparando a reggerne la
tensione, a non fuggire, di pari passo con l'acquisizione e con lo sviluppo
della capacità riflessiva, che permetta di vedere, come guardandosi allo specchio,
cosa dentro il proprio sentire, dentro la propria esperienza interiore prende
forma, di riconoscerne l'autentico significato, di raccoglierne l'originale
proposta. E' questa possibilità di unità fiduciosa con se stessi, senza
necessità di barriere, di tattiche di controllo, senza fughe da ciò che intimo
è stato in precedenza vissuto come insidia e come fastidio, come minaccia
ostile o come lato oscuro da tenere a bada, come disturbo da sanare, con la
scoperta invece che tutto dentro di sé, anche nelle sue espressioni in
apparenza, solo in apparenza, anomale, dice e comunica e non certo per fare
danno, che la psicoterapia dovrebbe permettere di vivere, di toccare con mano e
di portare a maturazione. Essenziale per raggiungere questo fondamentale scopo,
di superamento della lontananza dal proprio intimo e della conquista della
unità con tutto il proprio essere, è imparare a ascoltare il proprio sentire, a
comprenderne il linguaggio e a riconoscerne l'autentica proposta, per far sì
che l'unità con se stessi, con la parte intima di sè sia davvero possibile,
fiduciosa e piena. La tendenza abituale, particolarmente in presenza di un
sentire difficile e spiacevole, è di giudicarlo un che di negativo, di molesto
e preoccupante da contenere e di cui liberarsi o al più di volergli trovare un
motivo in questa o in quella causa cercata fuori, che lo provocherebbe, senza
di fatto ascoltare quelle sensazioni, senza lasciarle dire. Essenziale e
favorevole a sè non è sopprimere, ma acquisire capacità di sguardo riflessivo,
che permetta di vedere cosa quel sentire, che viene dal proprio intimo, sta
evidenziando, sta portando a riconoscere. La capacità riflessiva di cui parlo,
che è conquista fondamentale, non c'entra nulla con la riflessione comunemente
intesa e praticata, che si traduce in un parlare sopra, in un rimuginare
razionale sul conto dell'esperienza che si sta interiormente vivendo,
sovrapponendole spiegazioni, interpretazioni e deduzioni, sviluppando idee che
coi vissuti interiori, col sentire, reso oggetto di speculazione razionale, non
hanno relazione, che non gli concedono rispetto e riconoscimento di parte degna
e propositiva. Nel sentire c’è la parte di sé, preziosa e intelligente, non
certo sgangherata e inconsulta, che può dare a ognuno il contatto vivo con se
stesso, la terra sotto i piedi per ritrovarsi e per comprendere il proprio
stato vero, le questioni, i nodi che riguardano se stesso, il proprio modo di
procedere. Nel sentire, non cè la banale e meccanica reazione e l’impronta
interna lasciata dall'agire di una causa esterna, di questo stimolo o di
quello, c'è la capacità di recuperare e di dare il radicamento nel vero di se
stessi, la guida viva per non estraniarsi, per non allontanarsi mai da sè e dal
cuore della propria esperienza e della propria ricerca. Parlo di ricerca perché
il senso vero del nostro vivere non è adattarci o infilarci in qualche dove che
ci definisca e che ci dia un illusorio senso di esistere e di realizzarci, ma è
vedere con i nostri occhi, prendere consapevolezza e visione trasparente e vera
di noi stessi, trovare dentro di noi le risposte e riconoscere quale vuole e
può essere il senso, lo scopo della nostra vita, secondo noi stessi,
coerentemente con noi stessi. La piega prevalente dell’esistenza è spesso di
farsi dare dall'esterno le risposte, di seguire e inseguire tracce e guide
esterne, di identificarsi con altro fuori e attorno a sè, che se da un lato già
sembra dire, consentire, dare risposte e soluzioni possibili, dall'altro
finisce per delimitare le espressioni, le scelte, i modi della propria vita. Il
nostro profondo, depositario delle nostre più originali ragioni, potenzialità e
capacità di pensiero, non ci sta a un simile passivo adeguamento, che rischia
di falsare e di far fallire la nostra vita, di toglierle il bene supremo,
quello della consapevolezza, della capacità di vedere con i nostri occhi e di
generare il nostro pensiero, della libertà di metterci su un cammino nostro,
sentito, consapevole, fattivo e creativo, non affidato al conformismo o
all’approvazione/conferma altrui. La parte profonda non sta quieta e preme per
sollecitare ricerca, presa di coscienza di come ci si sta muovendo, spesso e da
gran tempo in modo gregario (anche se con l'illusione di essere artefici delle
proprie idee e delle proprie scelte), di cosa si sta facendo di se stessi, di
cosa viceversa è possibile mettendo al centro e senza risparmio il proprio
sguardo, onesto, trasparente, acuto e pronto a riconoscere anche ciò che di se
stessi dispiace ammettere, ma che per crescere e far crescere il nuovo e il
proprio è indispensabile conoscere e riconoscere. Il malessere e la crisi
interiore nelle sue diverse espressioni, tutte significative e mai casuali,
nasce e si propone con forza per iniziativa del profondo. Non è un guasto o una
patologia da combattere frontalmente e da mettere a tacere, neppure da spiegare
e da tentare di risolvere andando a cercare in qualche accidente, trauma o
condizionamento esterno la causa presente o remota che avrebbe provocato il
presunto guasto o danno interiore, è viceversa
richiamo e sollecitazione profonda a occuparsi di se stessi, a prendere visione
del proprio reale stato, a mobilitarsi per generare tutto ciò che manca di
scoperte di significato, di conoscenza di se stessi, indispensabili per
prendere davvero in mano la propria vita, per rispettarne le ragioni e per
farne vivere le possibilità autentiche. Nel lavoro di psicoterapia (mi sto
riferendo a una psicoterapia di impostazione analitica e che concepisca la
totalità dell'essere, l'importanza della componente profonda, dell'inconscio) è
fondamentale dunque dare spazio alla parte intima e profonda, che è motore
della crisi e che sa cosa sta smuovendo e perché. E’ la parte di noi stessi,
quella profonda, che non si perde o disperde, che non accantona nulla, che non
oscura per comodo, che non rinvia la verifica, che vuole il vero, senza limiti
e sconti, perché il vero è la base della libertà e della trasformazione, del
poter scegliere sapendo. La ricerca nel corso della vita non è mai finita, ma è
importante che sia ben e saldamente impostata, che si sia imparato a dialogare
con se stessi, ad avere unità con se stessi, a dare ascolto a tutto ciò che si
sente, a procedere uniti con se stessi. I nodi decisivi vanno avvicinati, sotto
la guida della parte profonda che lo sa fare di dirigere la ricerca, prima di
tutto attraverso i sogni, oltre che con tutto ciò che nell'esperienza del
sentire, che l'inconscio plasma e dirige, vuole rendere tangibile,
riconoscibile. Acquisita saldamente la capacità di aprire senza barriere e di
comunicare con la propria interiorità, essenziale per dare forma nuova e
consapevole e unitaria al proprio procedere con se stessi, compiuti i passaggi
di crescita, sciolti i nodi fondamentali sotto la guida del proprio profondo,
si potrà continuare da soli il proprio cammino e, al passo col proprio sentire,
proseguire le proprie scoperte, che non cesseranno di arricchire la propria
vita. Questo l’orizzonte dentro cui va concepita la psicoterapia perché davvero
sia utile e consegni le chiavi nuove per percorrere il cammino della propria
vita non in un rapporto di fragile unità con se stessi o addirittura di
disunione, di persistente timore e di propensione a sorvegliare e a controllare
gli accadimenti interiori (quante volte capita di sentir dire: ho imparato con
la psicoterapia a "gestire" le mie ansie), ma di fiducia e di scambio
totale, senza chiusure, con la propria intima esperienza, di sintonia col
proprio profondo. Quando, travisando il significato della crisi, si investe su
terapie che vogliono cercare la causa remota di ciò che nel malessere e nella
crisi interiormente aperta è giudicato in partenza come un disturbo e
l'espressione di un danno psicologico prodotto da cause, da distorti e mancati
apporti, da condizionamenti di figure significative, da traumi e accidenti
negativi, si consolida dal principio il distacco dall'intima esperienza
interiore, che pur difficile e sofferta, è comunque voce del proprio intimo e
profondo, voce e proposta non raccolta. Quando, sempre travisando il
significato della crisi, si dà adesione a terapie, vuoi farmacologiche, vuoi
psicoterapie, che pretendono o che si illudono di mettere sotto controllo o a
tacere l'intimo malessere, da subito giudicato anomalo, senza valida ragione e
senso, a sè sfavorevole e disfunzionale, perciò da correggere, anzichè aiutare
a sviluppare la capacità di ascoltarne voce e autentica proposta, ci si ritrova
a rinsaldare ancora la separazione da se stessi, la condizione di
contrapposizione, di mancata unità e dialogo con tutto il proprio essere.
Quando, facendo solo opera di contenimento o di riaggiustamento, i nodi
decisivi della propria vita non sono, con la guida del profondo, riconosciuti e
sciolti, quando i cambiamenti nel modo di stare in rapporto con se stessi non
sono felicemente conquistati, quando non si supera la scissione tra ciò che si
pensa e si argomenta e ciò che si sente, quando non si raggiunge la unità
dialogica con la propria interiorità, il profondo tornerà nel tempo a agitare
le acque con rinnovata forza, non cesserà con insistenza di reclamare ascolto,
imperiosamente premendo ancora perchè sia fatto il lavoro che serve, perchè
finalmente sia fatto bene e fino in fondo.
mercoledì 14 gennaio 2026
Psicoterapia a che scopo?
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