mercoledì 14 gennaio 2026

Psicoterapia a che scopo?

La conquista fondamentale, che la psicoterapia dovrebbe consentire, per essere davvero utile e capace di portare al cambiamento di qualità nella propria vita, è imparare a stare fiduciosamente ben connessi col proprio intimo sentire e con il succedersi di tutto ciò che si vive interiormente, anche quando difficile e disagevole, imparando a reggerne la tensione, a non fuggire, di pari passo con l'acquisizione e con lo sviluppo della capacità riflessiva, che permetta di vedere, come guardandosi allo specchio, cosa dentro il proprio sentire, dentro la propria esperienza interiore prende forma, di riconoscerne l'autentico significato, di raccoglierne l'originale proposta. E' questa possibilità di unità fiduciosa con se stessi, senza necessità di barriere, di tattiche di controllo, senza fughe da ciò che intimo è stato in precedenza vissuto come insidia e come fastidio, come minaccia ostile o come lato oscuro da tenere a bada, come disturbo da sanare, con la scoperta invece che tutto dentro di sé, anche nelle sue espressioni in apparenza, solo in apparenza, anomale, dice e comunica e non certo per fare danno, che la psicoterapia dovrebbe permettere di vivere, di toccare con mano e di portare a maturazione. Essenziale per raggiungere questo fondamentale scopo, di superamento della lontananza dal proprio intimo e della conquista della unità con tutto il proprio essere, è imparare a ascoltare il proprio sentire, a comprenderne il linguaggio e a riconoscerne l'autentica proposta, per far sì che l'unità con se stessi, con la parte intima di sè sia davvero possibile, fiduciosa e piena. La tendenza abituale, particolarmente in presenza di un sentire difficile e spiacevole, è di giudicarlo un che di negativo, di molesto e preoccupante da contenere e di cui liberarsi o al più di volergli trovare un motivo in questa o in quella causa cercata fuori, che lo provocherebbe, senza di fatto ascoltare quelle sensazioni, senza lasciarle dire. Essenziale e favorevole a sè non è sopprimere, ma acquisire capacità di sguardo riflessivo, che permetta di vedere cosa quel sentire, che viene dal proprio intimo, sta evidenziando, sta portando a riconoscere. La capacità riflessiva di cui parlo, che è conquista fondamentale, non c'entra nulla con la riflessione comunemente intesa e praticata, che si traduce in un parlare sopra, in un rimuginare razionale sul conto dell'esperienza che si sta interiormente vivendo, sovrapponendole spiegazioni, interpretazioni e deduzioni, sviluppando idee che coi vissuti interiori, col sentire, reso oggetto di speculazione razionale, non hanno relazione, che non gli concedono rispetto e riconoscimento di parte degna e propositiva. Nel sentire c’è la parte di sé, preziosa e intelligente, non certo sgangherata e inconsulta, che può dare a ognuno il contatto vivo con se stesso, la terra sotto i piedi per ritrovarsi e per comprendere il proprio stato vero, le questioni, i nodi che riguardano se stesso, il proprio modo di procedere. Nel sentire, non cè la banale e meccanica reazione e l’impronta interna lasciata dall'agire di una causa esterna, di questo stimolo o di quello, c'è la capacità di recuperare e di dare il radicamento nel vero di se stessi, la guida viva per non estraniarsi, per non allontanarsi mai da sè e dal cuore della propria esperienza e della propria ricerca. Parlo di ricerca perché il senso vero del nostro vivere non è adattarci o infilarci in qualche dove che ci definisca e che ci dia un illusorio senso di esistere e di realizzarci, ma è vedere con i nostri occhi, prendere consapevolezza e visione trasparente e vera di noi stessi, trovare dentro di noi le risposte e riconoscere quale vuole e può essere il senso, lo scopo della nostra vita, secondo noi stessi, coerentemente con noi stessi. La piega prevalente dell’esistenza è spesso di farsi dare dall'esterno le risposte, di seguire e inseguire tracce e guide esterne, di identificarsi con altro fuori e attorno a sè, che se da un lato già sembra dire, consentire, dare risposte e soluzioni possibili, dall'altro finisce per delimitare le espressioni, le scelte, i modi della propria vita. Il nostro profondo, depositario delle nostre più originali ragioni, potenzialità e capacità di pensiero, non ci sta a un simile passivo adeguamento, che rischia di falsare e di far fallire la nostra vita, di toglierle il bene supremo, quello della consapevolezza, della capacità di vedere con i nostri occhi e di generare il nostro pensiero, della libertà di metterci su un cammino nostro, sentito, consapevole, fattivo e creativo, non affidato al conformismo o all’approvazione/conferma altrui. La parte profonda non sta quieta e preme per sollecitare ricerca, presa di coscienza di come ci si sta muovendo, spesso e da gran tempo in modo gregario (anche se con l'illusione di essere artefici delle proprie idee e delle proprie scelte), di cosa si sta facendo di se stessi, di cosa viceversa è possibile mettendo al centro e senza risparmio il proprio sguardo, onesto, trasparente, acuto e pronto a riconoscere anche ciò che di se stessi dispiace ammettere, ma che per crescere e far crescere il nuovo e il proprio è indispensabile conoscere e riconoscere. Il malessere e la crisi interiore nelle sue diverse espressioni, tutte significative e mai casuali, nasce e si propone con forza per iniziativa del profondo. Non è un guasto o una patologia da combattere frontalmente e da mettere a tacere, neppure da spiegare e da tentare di risolvere andando a cercare in qualche accidente, trauma o condizionamento esterno la causa presente o remota che avrebbe provocato il presunto guasto o danno interiore,  è viceversa richiamo e sollecitazione profonda a occuparsi di se stessi, a prendere visione del proprio reale stato, a mobilitarsi per generare tutto ciò che manca di scoperte di significato, di conoscenza di se stessi, indispensabili per prendere davvero in mano la propria vita, per rispettarne le ragioni e per farne vivere le possibilità autentiche. Nel lavoro di psicoterapia (mi sto riferendo a una psicoterapia di impostazione analitica e che concepisca la totalità dell'essere, l'importanza della componente profonda, dell'inconscio) è fondamentale dunque dare spazio alla parte intima e profonda, che è motore della crisi e che sa cosa sta smuovendo e perché. E’ la parte di noi stessi, quella profonda, che non si perde o disperde, che non accantona nulla, che non oscura per comodo, che non rinvia la verifica, che vuole il vero, senza limiti e sconti, perché il vero è la base della libertà e della trasformazione, del poter scegliere sapendo. La ricerca nel corso della vita non è mai finita, ma è importante che sia ben e saldamente impostata, che si sia imparato a dialogare con se stessi, ad avere unità con se stessi, a dare ascolto a tutto ciò che si sente, a procedere uniti con se stessi. I nodi decisivi vanno avvicinati, sotto la guida della parte profonda che lo sa fare di dirigere la ricerca, prima di tutto attraverso i sogni, oltre che con tutto ciò che nell'esperienza del sentire, che l'inconscio plasma e dirige, vuole rendere tangibile, riconoscibile. Acquisita saldamente la capacità di aprire senza barriere e di comunicare con la propria interiorità, essenziale per dare forma nuova e consapevole e unitaria al proprio procedere con se stessi, compiuti i passaggi di crescita, sciolti i nodi fondamentali sotto la guida del proprio profondo, si potrà continuare da soli il proprio cammino e, al passo col proprio sentire, proseguire le proprie scoperte, che non cesseranno di arricchire la propria vita. Questo l’orizzonte dentro cui va concepita la psicoterapia perché davvero sia utile e consegni le chiavi nuove per percorrere il cammino della propria vita non in un rapporto di fragile unità con se stessi o addirittura di disunione, di persistente timore e di propensione a sorvegliare e a controllare gli accadimenti interiori (quante volte capita di sentir dire: ho imparato con la psicoterapia a "gestire" le mie ansie), ma di fiducia e di scambio totale, senza chiusure, con la propria intima esperienza, di sintonia col proprio profondo. Quando, travisando il significato della crisi, si investe su terapie che vogliono cercare la causa remota di ciò che nel malessere e nella crisi interiormente aperta è giudicato in partenza come un disturbo e l'espressione di un danno psicologico prodotto da cause, da distorti e mancati apporti, da condizionamenti di figure significative, da traumi e accidenti negativi si consolida dal principio il distacco dall'intima esperienza interiore, che pur difficile e sofferta, è comunque voce del proprio intimo e profondo, voce e proposta non raccolta. Quando, sempre travisando il significato della crisi si dà adesione a terapie, vuoi farmacologiche, vuoi psicoterapie, che pretendono o che si illudono di mettere sotto controllo o a tacere l'intimo malessere, da subito giudicato anomalo, senza valida ragione e senso, a sè sfavorevole e disfunzionale, perciò da correggere, anzichè aiutare a sviluppare la capacità di ascoltarne voce e autentica proposta, ci si ritrova a rinsaldare ancora la separazione da se stessi, la condizione di contrapposizione, di mancata unità e dialogo con tutto il proprio essere. Quando, facendo solo opera di contenimento o di riaggiustamento, i nodi decisivi della propria vita non sono, con la guida del profondo, riconosciuti e sciolti, quando i cambiamenti nel modo di stare in rapporto con se stessi non sono felicemente conquistati, quando non si supera la scissione tra ciò che si pensa e si argomenta e ciò che si sente, quando non si raggiunge la unità dialogica con la propria interiorità, il profondo tornerà nel tempo a agitare le acque con rinnovata forza, non cesserà con insistenza di reclamare ascolto, imperiosamente premendo ancora perchè sia fatto il lavoro che serve, perchè finalmente sia fatto bene e fino in fondo.

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