sabato 28 marzo 2026

Si può

Si può fare dell’intima sofferenza non la minaccia da combattere e da cui fuggire, ma viceversa l’occasione, il punto di incontro vivo ritrovato con se stessi, la via d’ingresso per cominciare a comunicare con la propria interiorità, con la parte di sé, intima e profonda, che ha scelto di non stare inerte e zitta. Questa parte di se stessi, smuovendo l'interno anche vivacemente e non dando tregua, ha in realtà intenzione di comunicare, di dare, di alimentare un processo di crescita, di forte e necessario cambiamento di qualità nel proprio modo di essere e di procedere. Dove, rinunciando a contrastarla o a metterle sopra giudizi o spiegazioni, le si dà apertura e ascolto, come si impara a fare in una buona esperienza analitica, questa parte viva del proprio essere si rivela capace di dire e di dare questo valido e forte contributo. Dentro il malessere interiore non si è in balia di uno stato anomalo e malato, quel che accade non è il segno di un meccanismo guasto, ma è il frutto della iniziativa della propria interiorità che, proprio con quel sentire arduo e sofferto, così incisivo, esercita forte presa e fermo richiamo a portare l’attenzione su di sé, un’attenzione altrimenti sempre rivolta a non perdere contatto e posizioni con l’esterno, dando tutto per scontato e già definito nella conoscenza di se stessi, del significato e delle possibilità realizzative della propria vita. Il malessere non è segno di fragilità e di patologia, semmai è segno di salute del proprio essere, i cui confini vanno ben oltre quelli abitualmente riconosciuti nella propria visione di se stessi. Non sfugge che emozioni, sentire, stati d’animo, sogni entrano nella propria esperienza, ma ci si abitua a considerarli o fatti marginali o espressioni istintive, nel caso da tenere sotto controllo, da spiegare a proprio giudizio e discrezione, senza dare loro parola, una parte di sè comunque considerata e tenuta in subordine. Il proprio essere, non limitato alle parti conosciute di volontà e ragione, è nella sua parte profonda ignorato nella sua vera natura e capacità. Il proprio profondo non è parte inerte, che reagisce in modo quasi meccanico a stimoli esterni o che agita visceralmente, d'impeto e ciecamente reazioni prive di lucida e valida consapevolezza. Nel profondo, quando lo si conosce davvero, viceversa si scopre che c’è intelligenza non da poco e su questa base c’è capacità e forte determinazione a perseguire uno scopo tutt'altro che insignificante, assolutamente non dannoso. L'intento del profondo, aprendo la crisi, dando segnali di sofferenza, sempre significativi, mai casuali, è infatti di dare spinta e occasione per mettere mano alla propria vita. L'intento del profondo è di dare occasione, proprio attraverso la forma e i segni del malessere, per prendere visione e consapevolezza dello stato vero della propria vita, del proprio modo di condurla, di cui, solo per fare esempio, nella sofferenza depressiva, nello spegnimento, nella perdita di fiducia in sè e nella caduta di interesse per tutto, che la caratterizzano, sono rivelati l'inconsistenza, malgrado le tante illusioni, il vuoto di appartenenza, di presenza vera e di realizzazione di sè autentica che racchiude. Quando invece spira forte il vento dell'ansia, questa, ben lungi dall'essere un sentimento vano di apprensione immotivata, segnala saggiamente il pericolo insito in un procedere più in rincorsa e in affidamento a altro come guida, che con padronanza di guida propria, pericolo di fare la corsa per altro scopo e traguardo, ben altri dai propri possibili, che rischiano di rimanere sepolti e non compresi. Si tratta in molti casi di una costruzione della propria vita che non ha dalla sua la lucida consapevolezza di ciò su cui è fondata, costruzione che, seppure confermata da fuori e conforme a ciò che nella mente comune è considerato valido, non ha alla base fondamento e radice propria, conseguenza di un rapporto con se stessi tutt'altro che di unità. La crisi interiore in cui l'interiorità si rende protagonista e presenza non ignorabile, mette proprio l'accento e interroga lo stato del rapporto, spesso di lontananza, col proprio intimo. Rovesciare questa condizione di lontananza, significa aprire la strada alla riscoperta della propria vita, per comprenderne, in unità, in ascolto e in dialogo con tutto il proprio essere, il significato vero e originale e le possibilità, consoni e corrispondenti a sè. Tutto questo si rende ben riconoscibile nel corso dell'esperienza analitica, di una valida esperienza analitica, in cui si lascia parlare l'intimo, in cui si impara a ascoltarne e a comprenderne la voce e il linguaggio, seguendo fedelmente le tracce del proprio sentire e soprattutto imparando a comprendere i propri sogni, che sono il prodotto più avanzato del pensiero del proprio profondo, dentro cui l'inconscio svela con grande maestria, passo dopo passo, cosa c'è in gioco nella crisi che si è aperta interiormente e quali sono le scoperte su se stessi da fare e i nodi da sciogliere. Si pensano e si trattano le condizioni di malessere, di crisi e di sofferenza interiore come stati anomali, di alterazione e compromissione del modo e del corso normale e sano, da contrastare e da risanare, casomai da giustificare e da spiegare pensando a cause, a condizionamenti e a turbative esterne di cui si sarebbe stati vittime, non se ne conosce e riconosce invece il volto maturo, affidabile e intelligente di spinta che proviene dal profondo di sè a uscire da una condizione non certo matura e favorevole di lontananza dalla parte intima e così importante di se stessi, di inconsapevolezza del vero della propria condizione, di ignoranza dell'autentico di se stessi. La parte profonda è proprio su questo terreno che prende iniziativa, che vuole segnare una cesura nel solito modo di procedere e di pensarsi, un fermo per guardarci dentro, per riaprire tutto, per mettersi nella condizione di trovare il vero e l’autentico di se stessi.  E’ assai raro che sia compreso cosa c’è all’origine e cosa c’è in gioco veramente nel malessere interiore. Si ignora che il malessere e la crisi vogliono aprire la strada, sulla base di un diverso, profondamente diverso rapporto con se stessi, con la propria parte intima, alla vera fortuna di un profondo rinnovamento del proprio essere e della propria vita. Ciò che si vuole difendere da presunte oscure minacce interne potrebbe essere infatti tutt'altro che il proprio vero bene. Quel che è certo è che da dentro se stessi, non da fuori, non da qualcun altro, arriva la spinta a rivederlo attentamente, a vedere con i propri occhi su che basi questo presunto bene è fondato e con che vincoli e implicazioni per se stessi, per poterlo all'occorrenza e con piena consapevolezza mettere in discussione e trasformare. Ciò che si è dato per scontato come il bene da tenersi stretto potrebbe rivelarsi improprio, infelicemente lontano da ciò che, nell'incontro e nell'ascolto del proprio intimo, si può avere occasione di scoprire come corrispondente a sè, dotato di valore, importante, appassionante e davvero caro a se stessi. Proseguire a testa bassa, ottenere il beneficio di togliere di mezzo ciò che interiormente si giudica, frettolosamente e pregiudizialmente, capace solo di creare ostacoli e di togliere possibilità di vivere, può rivelarsi una scelta miope e tutt'altro che felice. Trattare come nemico l'intervento di una parte di sè intima può essere la conseguenza della peggiore svista, del più infelice dei fraintendimenti. Formare e sviluppare la capacità di ascoltare, di comunicare con parte viva e profonda di se stessi, per verificare cosa realmente sta dicendo e portando a se stessi è dunque la scelta e la conquista più saggia e favorevole da fare, per non correre il rischio di sparare contro un presunto nemico, che tale casomai non è, che invece può rivelarsi il miglior alleato, per capirsi e per conoscersi finalmente, per comprendere quale è per se stessi la prospettiva e il corso più favorevole che può trovare la propria vita.  Se si compie la scelta di andare incontro e non in scontro col proprio intimo, si può scoprire, come accade nell'esperienza analitica che conosco e in cui da tanti anni come analista sono impegnato, che quello interiore non è un mondo fragile e di nessuna consistenza, che nel proprio intimo e profondo c’è la parte di se stessi più attenta a cogliere senso e implicazioni della propria esperienza, c'è la parte del proprio essere meno incline alla dispersione e alla fuga, c’è un potenziale di forza d'animo e di pensiero che non ci si aspettava. Senza il contributo di questa parte preziosa di se stessi, che purtroppo tanto è essenziale, quanto è facilmente e abitualmente sottovalutata e fraintesa nel suo significato, letteralmente ignorata nella sua vera natura e misconosciuta nelle sue capacità, si è esposti al rischio di non capire nulla di se stessi, di non avere occhi per vedere il vero, che, anche se scomodo, fa crescere e dà forza, di non avere guida per orientarsi, di rimanere ingabbiati nella visione che considera realistico e possibile solo ciò che è già comunemente concepito e dato. Senza questa unità con se stessi, orfani del proprio intimo, incapaci di un dialogo aperto e fecondo con la propria interiorità, si è inclini a cercare sostegno e compensazione in altro per avere una parvenza di stabilità e di contatto vitale, di vicinanza. La paura della solitudine, vissuta come terra arida e come vuoto, spinge di continuo a legarsi e a fondersi con altro e con altri, allontanando sempre più la possibilità di un rapporto aperto e sincero, caldo e fecondo con se stessi e di conseguenza di un rapporto autentico e rispettoso, non strumentale con gli altri. Il rapporto con la propria interiorità è fondamentale per dare luogo a un cambiamento fondamentale, per uscire dalle strettoie di un modo di essere e di procedere che non hanno respiro di libertà e di autonomia. Può esserci la velleità di avere già possesso di soluzioni e risposte, può essere considerata come una prova di inadeguatezza, di temuta dipendenza, riconoscere di aver necessità di un aiuto per costruire ciò che nel proprio interesse va costruito. Vista l’inesperienza, la lontananza abituale, le chiusure e la non familiarità con la propria vita interiore, un aiuto può essere viceversa riconosciuto necessario, l’aiuto di chi, anziché dare apporto per tenere a bada, correggere o cercare le cause di presunti guasti interiori e anomalie, anziché fornire risposte già pronte da esperto titolato, viceversa sappia introdurre al dialogo con se stessi, di chi sappia aiutare a formare e a far crescere capacità di ascolto e di incontro con la propria interiorità, per cercare le risposte dentro se stessi, per ritrovare finalmente il filo di un discorso proprio e per tesserlo con cura perché diventi bussola per orientarsi e terreno saldo su cui poggiare. Fare ricorso a un simile aiuto non intaccherà la propria autonomia, ma contribuirà viceversa a farle trovare il suo più valido e solido fondamento: il legame e il rapporto con la propria interiorità, l'unità con se stessi. Si può, basta volerlo.

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