domenica 8 marzo 2026

La forza dell'inconscio

Si pensa comunemente che il malessere interiore sia il segno dell'indebolimento, della compromissione della capacità di procedere normalmente e felicemente, minata da qualche oscura causa, da un anomalo stato interiore e psicologico. Si pensa che sia nel proprio interesse andare alla ricerca del rimedio, nel verso del contenimento della minacciosa e ritenuta insana e nociva disposizione interiore e del ristabilimento di uno stato ritenuto normale, si considera questa scelta come indiscutibilmente positiva e favorevole. Se è riconosciuta forza lo è in chiave negativa a una parte di sè che, per qualche alterazione rispetto alla norma, malauguratamente agirebbe contro se stessi, una sorta di patologica tendenza che non vuole cedere, che minaccia di guastare l'esistenza. Ancora in termini di forza si fa appello alla contrapposizione della forza di volontà e di resistenza come arma necessaria per combattere e per non cedere a ciò che interiormente è considerato solo dannoso. E' una lettura questa che sembra scontata, che non trova certo smentita, anzi che trova robusto sostegno in larga parte delle proposte curative, nella logica di cui sono portatrici, siano esse nella variante delle cure psicofarmacologiche che delle psicoterapie. Accade infatti che anche dove si ritiene necessario e valido non limitarsi a contrastare i segni del malessere con l'uso di farmaci, ma offrire a se stessi, attraverso una psicoterapia, la possibilità di capirne le ragioni, la ricerca si muova subito, spesso e volentieri, sul terreno delle relazioni con l'esterno, con gli altri, riconosciuto come il luogo elettivo per conoscere se stessi, per comprendere  disagi e problematiche personali, così come per trovarne la soluzione. Che ci sia nella crisi, nel malessere, che ha preso forza e intensità interiormente, una questione interna che investe e dice del rapporto tra parte profonda e parte (che si definisce) conscia, che la vicenda intima, che oggi ha preso  forma ispida e disagevole, non sia il riflesso e la conseguenza di condizionamenti esterni, ma che sia voce e segno dell'intervento della parte profonda della psiche, parte che esiste, che vive e dice, che non è una sofisticata ipotesi astratta e teorica, non è nell'ottica nè del cosiddetto paziente nè del suo terapeuta. D'altra parte nel modo di condursi abituale, affidato alla guida della parte conscia, l'interesse e lo sguardo sono rivolti, polarizzati sul rapporto con l'esterno, con gli altri e lì è ricercata ogni opportunità e possibilità di espressione e di realizzazione personale, così come la spiegazione di ogni possibile accidente e problema. Accade ancora che, rivolgendosi a psicoterapie che si propongono come più introspettive e analitiche, con l'intento di svolgere un'indagine più approfondita, ci si muova nella direzione di rinvenire nella storia personale, sempre pensata e letta come storia personale e come vicenda intima dettata, condizionata e regolata dalle relazioni con l'esterno, dunque senza un cambio di sostanza rispetto a altre psicoterapie meno "profonde", le presunte cause del malessere attuale, preferibilmente remote, del tipo di insufficienti apporti o di condizionamenti negativi da parte di figure genitoriali o significative, di accidenti negativi e di traumi psichici patiti, che avrebbero compromesso il sano evolvere della propria crescita, che avrebbero lasciato segni persistenti di un turbato equilibrio psicologico. Accade così che, assecondando l'idea preconcetta di un condizionamento o danno patito come causa della crisi e del disagio psicologico, con lo sguardo così polarizzato, non sia difficile trovare da qualche parte nella  rivisitazione e ricostruzione biografica, ciò che abbia l'aspetto di causa plausibile, che dia conferma e soddisfazione a una simile attesa. Quando il preconcetto si impadronisce del pensiero, detta e forza non poco la visione fino a ottenere ciò che gli è solidale e omogeneo. La tesi vittimistica di un danno patito e la lettura del malessere come espressione di un turbato equilibrio non salvaguardato e a sè non garantito hanno così modo di trovare una sorta di quadratura. Ciò che si fa e si promuove in tanti approcci di psicoterapia, sia in quelli che puntano più direttamente a risolvere e a correggere le cosiddette disfunzionalità, oppure a trovare spiegazione e rimedio nella gestione delle relazione con l'esterno e con gli altri, sia in quelle che vorrebbero essere più introspettive e analitiche, che vorrebbero aiutare a capire le vere ragioni profonde del malessere interiore, finisce per essere altro dal promuovere e dal sostenere nell'altro, nel cosiddetto paziente, la capacità di ascolto, la ricerca di sintonia e corrispondenza con la proposta interiore, col proprio sentire, con ciò che l'intimo profondo attraverso il malessere e la crisi vuole far intendere e con ciò che vuole promuovere di ricerca, di scoperta di verità e di cambiamento. Lo scopo davvero utile dell'aiuto in psicoterapia sarebbe di favorire, di far sì che l'altro raggiunga finalmente l'unità con se stesso, faccia sua la capacità di ascolto e di dialogo con la propria interiorità, la capacità di apertura e di scambio fecondo col proprio intimo. Si finisce invece spesso, tendenza già presente prima e che può perfezionarsi in psicoterapia, per parlare sopra ciò che si vive interiormente, senza lasciarlo dire, si finisce per far valere sul suo conto letture e spiegazioni, interpretazioni, che hanno parvenza di essere delle scoperte, che sono in realtà il prodotto di operazioni di deduzione logica e di costruzione razionale. I terapeuti non di rado si avvalgono e portano nel loro sguardo e si sostengono nei loro processi di pensiero su teorie di scuola ben apprese e tenute pronte, come se in ogni individuo a cui prestano aiuto ci fosse alla fin fine la riproduzione di qualcosa di già previsto e concepito e non una verità originale e unica sia nei contenuti che nei modi in cui vuole interiormente emergere. Va aggiunto che parallelamente anche chi chiede aiuto pensa spesso di essere un caso tipico, che da qualche parte, in un sapere già formato e accreditato, ci sia già la spiegazione e la soluzione per ciò che di difficile sta vivendo interiormente. Non è un caso che, dopo le presunte scoperte messe assieme in psicoterapia circa il perchè e l'origine del malessere, il rapporto col proprio sentire rimanga più improntato a tenerlo a bada che a saper comunicare con questa parte viva di se stessi, che, inascoltata, non cessa di premere. Nessuno pensa o ben pochi che la crisi e la sofferenza, che interiormente hanno preso piede, non siano il segno di un'anomalia nello stato interiore di chi soffre, dovuto a più o meno remota causa nociva, da indagare e di cui, prendendone visione e consapevolezza, (provare a) liberarsi o che non sia in gioco nei segnali di disagio un'incapacità di adattamento, una scorretta o disfunzionale modalità di intendere e di reagire, da individuare, correggere e reimpostare, come sostengono gli psicoterapeuti del cognitivo comportamentale, ma che attraverso il malessere, da ascoltare senza preconcetti, l'interiorità, ben lungi dall'essere intaccata da cattivo e anomalo stato, ponga lucidamente questioni di sostanza, che tocchi dei punti decisivi e spinga a una verifica, a una scoperta attenta, ben oltre le apparenze e le persuasioni illusorie, del vero del  personale modo di procedere, di condurre la propria vita, di stare in rapporto con se stessi, con la parte più intima di se stessi. Purtroppo ben scarsa è la conoscenza, in chi vive malessere interiore e in non poca parte di chi se ne prende cura, del significato della vita interiore, di ciò che accade e che si muove nell'intimo, del ruolo fondamentale dell'inconscio, della parte profonda della psiche, nel plasmare e dirigere la vicenda interiore, della sua presenza nel sentire, del contributo straordinario che sa offrire nei sogni per la formazione di pensiero, rivolto alla conoscenza di se stessi, autonomo e fondato, ben diverso da quello ragionato e spiantato che fa eco a idee già concepite, della spinta e dell'apporto senza pari che questa parte di se stessi sa dare alla crescita personale, di ciò che, se ben ascoltata e compresa, sa portare e promuovere nella propria esistenza. La prima spinta e fondamentale che con forza l'inconscio, smuovendo la crisi e agitando le acque interiormente, vuole esercitare è a fermarsi e a portare lo sguardo all'interno, a se stessi, a non proseguire incuranti di capirsi, di conoscersi nel vero. Questa di una necessaria e inderogabile verifica e approfondita, è la ragione e il richiamo forte del malessere interiore, come animato e reso acutamente vivo e incisivo dal profondo, da quella parte di se stessi che non chiude gli occhi, che non cerca di assecondare e di dare conferma alla prosecuzione del consueto modo di procedere, nella inconsapevolezza delle sue ragioni e vincoli, di ciò che implica per se stessi. L'inconscio è la parte del proprio essere, della propria psiche, che attraverso i sogni e il sentire, regolando tutta quanta la vicenda interiore, dà segnali puntuali e intelligenti, a tratti anche dirompenti, di messa in esame e in discussione del proprio modo di impegnare la propria vita, spesso al seguito d'altro, che ne regola gli svolgimenti e gli scopi, incuranti di riconoscere e di coltivare, così lontani dal proprio intimo, le proprie autentiche potenzialità interiori. L'inconscio, non certo sconsideratamente, mette al primo posto la necessità della presa di consapevolezza del vero della propria condizione, passo necessario per riprendere libertà e capacità di formare e sviluppare, d'intesa col proprio profondo, la conoscenza, senza suggerimenti e guide esterne, di se stessi e dei significati veri della propria esperienza, la scoperta di ciò che vale e che vuole vivere di autenticamente proprio. L'inconscio spinge verso la conquista della propria autonomia vera e sostanziale, che non si riduca al saper fare da sè questo o quello, ma che sia capacità di prendere davvero in mano le guide, la scoperta e la definizione dello scopo della propria vita. Questa è la forza e non certo cieca, inaffidabile o distruttiva dell'inconscio, della parte del proprio essere tutt'altro che da considerare di peso marginale, tutt'altro che da ignorare e da escludere dalla propria vita. L'inconscio può trarre in salvo, ha capacità ineguagliabile, se ascoltato e compreso, se assecondato nelle sue proposte come portate avanti nei sogni e nel sentire, che anima e dirige, di formare e nutrire uno sviluppo di pensiero, di imprimere una forza di animo e di passione, non piegate a dare buona prova, a mettersi in fila nel seguire ciò che è consueto e ben guidato da prassi e da mentalità comune e condivisa, ma finalizzate a costruire la propria autonoma visione e capacità di dirigersi nelle scelte della propria vita. Questa è forza vera, mutuata e sostenuta dal profondo del proprio essere, ben altro dalla forza di esibizione e di realizzazione della parte conscia a cui si è fondamentalmente affidati e dentro cui si sta arroccati, che ha sempre bisogno per declinarsi e per stare in piedi di guida e di convalida esterna, di conforto e di plauso presi da fuori.

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