Il rapporto con la propria interiorità è fondamentale per
generare un vero cambiamento, per uscire dal recinto di un modo di essere e di
procedere che non rispecchiano se stessi, il proprio autentico. E’ la propria
interiorità a saper dare il terreno di incontro col vero di se stessi, le guide
per scoprire il significato delle proprie esperienze, proprio attraverso il
sentire, ciò che rivela, proprio attraverso i sogni, fonte impareggiabile e
imprescindibile per capire e conoscere se stessi. Diversamente è fatale
assumere altro come guida, come fonte e matrice di pensiero, diversamente è
fatale dare importanza decisiva alla tenuta e alla capacità di rendimento nel
proprio procedere consueto, alla sua prosecuzione possibilmente senza inciampi
e cadute, coprendolo di significati che confortano e procurano conferma della
sua validità e affidabilità, mettendo spesso e volentieri in primo piano nei
passaggi più o meno difficili le
responsabilità altrui, l’azione dei fattori esterni, non mettendo in primo
piano invece nel bello e nel cattivo tempo cosa si sta facendo di se stessi e
verso se stessi. E’ la propria interiorità a intervenire di continuo nel
sentire per dare stimoli, per accentuare e dare evidenza, per fornire le
tracce, i richiami utili per aprire gli occhi, per soffermarsi a capire cosa
sta succedendo, a quali vincoli è sottoposto il proprio modo di agire, a quale
scopo si assume un atteggiamento, si dà un certo tipo di risposta, si segue un
certo proposito o aspirazione. Gli stimoli e gli spunti, i richiami si possono
presentare in una forma facilmente avvertita come antipatica e guastafeste,
disturbante come possono risultare improvvisi impacci, esitazioni, perdite di
sicurezza, come ansietà, esperienze interiori che ci si abitua a giudicare come
sgraditi segni di insufficienza e di difettosa resa, anziché intenderle come
inviti a guardare dentro cosa si vuole ottenere e si pretende di produrre, di
trarre da se stessi e a che scopo, vincolati casomai alla preoccupazione di
dare buona prova, di non sfigurare o al desiderio di ottenere plauso. La
sollecitazione dell’interiorità, del profondo è a capire attentamente cosa si
sta facendo di se stessi, che è ben altro intento e scopo, ben più importante,
che ottenere di correre senza intralci. Questa ricerca di verità può sembrare
scomoda, persino un fardello, un appesantimento di troppo, ma c’è di mezzo il
recupero della visione nitida e
consapevole di ciò che coinvolge la propria vita, che riguarda il proprio modo
di farsene interpreti, che, se lasciato nelle nebbie dell’inconsapevolezza o se
travisato e mistificato non farà che produrre esiti e sviluppi niente affatto
promettenti, niente affatto felicemente in accordo e fedeli a ciò che da sé,
aprendo sguardo riflessivo, potrebbe
rendersi chiaro come scoperta di ciò che è valido davvero, corrispondente a sé,
al proprio giudizio, a ciò che persuade intimamente e che appassiona. Se da un lato può farsi
avanti l’auspicio della leggerezza, che è desiderio di sgombrare il campo da
presunti innaturali appesantimenti, dall’altro c’è la sollecitazione della
propria interiorità a aprire gli occhi, a passare da una visione accomodata,
parziale e infedele al vero a una visione invece che il vero, pur con costo di
scomodità e con onere di ricerca, lo vuole riconoscere nel proprio interesse,
per far crescere la propria matura consapevolezza, fondamento della propria
autonomia. Ho già avuto occasione nei miei scritti di sottolineare come nel
modo di procedere abituale e più diffuso non è dato spazio e rilievo al rapporto
con se stessi, nel cammino fatto la priorità presto è stata data al rapporto
con l’esterno, con gli altri, in secondo piano il rapporto con la propria
interiorità, considerando il proprio sentire come semplice eco e cassa di
risonanza di situazioni e di stimoli esterni, le proprie emozioni e stati d’animo come segno del sapersi ben
adeguare o viceversa dello stentare nel tenere il passo. Non riconosciuto il
rapporto con la propria interiorità come importante e decisivo per la propria
crescita, rapporto dunque da rispettare e da coltivare per il proprio bene, da
un lato non si è compreso il valore di questa risorsa, dall’altro e di
conseguenza non ci si è arricchiti dell’attingere a questa risorsa interiore.
Non si è sviluppata la capacità di ascolto delle proprie emozioni, dei propri
stati d’animo, di tutte le espressioni della propria vita interiore, dal
sentire ai sogni, privandosi dunque del loro contributo, fondamentale non per
saper dare prova di adeguatezza, ma per avere le guide per capire, la bussola
per orientarsi nel proprio cammino. Così spogli di guida e di sostegno interno,
si è pensato con sempre più tenacia e persuasione che il luogo della vita, di
ciò che conta seguire e tenere sotto il proprio sguardo, luogo di conoscenza,
anche di scoperta di se stessi, fosse nel legame con l’esterno, con la
cosiddetta realtà, con gli altri. Nel rapporto con l'esterno, con gli altri ci
si è via via persuasi che si dovesse trarre la conoscenza di se stessi,
affidandosi, come fossero scontate, a chiavi di lettura dei significati di uso
comune e abituale, confidando nel fatto che le spiegazioni prodotte dalla
propria mente razionale, che, nel portare lo sguardo su di sé e sulla propria
esperienza, di miopia, di sviste e di fraintendimenti, a starci attenti, è spesso
maestra, potessero bastare per capirsi, che anzi quello fosse il modo giusto di
pensare la propria vicenda. D'altra parte va riconosciuto che il modo di
pensare comune, a cui facilmente, se privi di scoperte autonome, di scoperte
proprie in unità con la propria interiorità, si aderisce, spinge fortemente in
questa direzione del legame con l’esterno come luogo della vita, con la
persuasione che nulla si possa costruire e che nessuna occasione di crescita
personale sia possibile se non attraverso lo scambio con gli altri e l’utilizzo
delle risorse esterne per meglio capire e conoscere, per meglio progredire.
Questo non è solo il pensiero comune, ma è l’idea caldeggiata spesso anche da
presunti esperti della psiche. Nell’ambito stesso di tante forme di psicoterapia
ciò che è prima di tutto messo al centro dello sguardo per capirsi, per
individuare nodi e questioni sono le relazioni con gli altri. La relazione con
se stessi, con la propria interiorità, pare non avere centralità, pare
addirittura non avere consistenza, ancora meno capacità di portare ad alcunché.
Se questo accade è segno che in non pochi terapeuti, dotati di tecnica e di
teoria prese da insegnamento di scuole varie, il rapporto con l’interiorità,
con la loro interiorità, è terra sconosciuta. Tutto pare girare attorno al
rapporto con l’esterno, le uniche relazioni riconosciute sono quelle, il
terreno su cui lavorare, le cose da capire, le problematiche come le
opportunità, le cose possibili da portare a compimento stanno lì. Tornando al
desiderio di offrire a se stessi un cambiamento nel segno di una conquista di
libertà e di una capacità di realizzazione più consona a sè, si manifesta
facilmente su questo terreno impazienza. L'aspirazione al cambiamento vuole
percorrere vie rapide. Cominciando ad esempio a prendere visione del proprio
vincolo a stare dentro regole di comportamento e in ossequio, in subordinazione
al giudizio altrui, si fa prontamente avanti il desiderio di dare rapida forma
al cambiamento. Sembra allora fare la differenza e poter produrre un immediato
cambiamento nel proprio modo di essere e di condursi il proposito di
"essere se stessi", di togliersi ogni vincolo e maschera, di seguire
ciò che, non vincolato a altrui giudizio e regola, pare poter immediatamente
originare da sè, fedelmente a sè. In una condizione però di abituale e
perdurante lontananza da sè, dal proprio intimo e profondo, la pretesa di far
presa su ciò che sarebbe più originalmente proprio e consono a se stessi, più
ispirato e insito nella propria natura, su cosa può far leva e conto? Non può
che far riferimento e conto sul bagaglio di conoscenza di se stessi, di
familiarità col proprio intimo e profondo sino a quel momento sviluppati, non
certo così sviluppati, perché, come visto, raramente messi al centro del proprio
interesse e cura, vista la centralità data alla ricerca dell'intesa, alla
capacità di interazione con l'esterno, con gli altri. Dunque, pur con l'intento
di essere se stessi, di esercitare questa libertà, non ci si può che ritrovare
a far leva su qualcosa, su una visione della vita, del senso della propria vita
e su una visione di se stessi che discende, che è più frutto di un accordo con
idee attinte da fuori che di una intesa,
di una vera condivisione di scoperte, di conoscenza di se stessi con la propria
interiorità, cui sinora non è stato dato interesse e spazio. E' proprio questo
che manca e che va sviluppato. E' necessario dare spazio all'incontro e allo
scambio con la propria interiorità, che ha capacità e ruolo principe nel
condurre a svolgere un attento lavoro su di sè per veder nascere e per
riconoscere ciò che è originale e proprio, ben diverso da ciò che si è abituati
a prendere come idea di se stessi di riflesso da pensato comune e da ciò che
gli altri sembrano riconoscere e confermare, convalidare e premiare o viceversa
considerare inadeguato e da migliorare di se stessi. Non si può essere se
stessi, se non si ricompone l'unità con la propria interiorità. Senza questa e
senza ciò che di se stessi si può nel rapporto e nel dialogo con il proprio
profondo conoscere e scoprire di autentico e fondato, essere se stessi si
traduce nel raccogliere e nel riproporre espressioni di sè senza radice, senza
contenuto originale, espressioni spesso subordinate e finalizzate ancora e
prima di tutto a fare i conti con lo sguardo e col giudizio altrui, casomai in
opposizione, casomai per sfida, ma sempre con questi in stretto vincolo e
legame. Il desiderio di essere se stessi può segnare una prima apertura a tener
conto del sentire vero, di ciò che originalmente, davvero spontaneamente si
propone dentro se stessi, di contro alla tendenza non rara a esercitare un
filtro, a volte a riplasmare e dirigere, a enfatizzare le proprie emozioni, il
proprio sentire per renderlo conforme alle attese, per adeguarlo a ciò che pare
ben voluto o adeguato. Spesso sono sottili manipolazioni. C’è poi la tendenza a
dare prima di tutto espressione esterna al proprio sentire che invece è
proposta intelligente da accogliere e comprendere nel suo dire. Il sentire
nelle sue proposte spontanee è traduzione dell’intelligenza del profondo che
con emozioni e stati d’animo guida a conoscersi, a capire. Sovrapporre al
sentire significati e intenti che non gli corrispondono può sciuparne e
fraintenderne il vero senso. E’ perciò necessario imparare a intendere il
linguaggio e il valore di tutto ciò che originalmente, che spontaneamente si
muove dentro se stessi. Essere se stessi significa essere in unità e accordo
con la propria interiorità, questo implica non disdegnare sensazioni che
risultano spiacevoli o impreviste, scomode, ma che hanno da dire, che non si
possono scartare o ripudiare. Insomma per essere se stessi è necessario
scoprire cosa significa stare in unità vera con se stessi in tutto il proprio
essere. Non c'è scorciatoia possibile, non c'è possibilità di vero accordo con
se stessi, di conseguente vero
cambiamento nel segno di essere se stessi se non si recupera l'unità con la propria
interiorità, se non ci si rende disponibili a essere guidati dal proprio
profondo, dentro i percorsi tracciati dal sentire, con le guide dei sogni, che
non sono robetta fantasiosa, ma prodotti e leve di pensiero acute e
intelligenti, a svolgere un attento e paziente lavoro su se stessi, necessario
per formare ciò che può rendere sul serio dotati di contenuti, di idee e di
scoperte originalmente proprie, di capacità di stare in unità e intesa con
tutto il proprio essere. Se non si genera il proprio di pensiero, fatto di
scoperte di significato, lavorando su di sè, sulla propria esperienza con la
guida del proprio profondo, se non si crea forte e caldo legame con la propria
interiorità, se non si sviluppa capacità di ascolto, di dialogo, di fedele
corrispondenza col proprio profondo, con ciò che nel sentire propone, se non si fa proprio il sapere che
trasmette attraverso i sogni, non c'è base ricca e salda per essere davvero se
stessi, capaci cioè di condursi e di condurre la propria vita fedelmente a sè.
Se non ci si conosce nel vero e non si scopre ciò che davvero appartiene a sè e
che da dentro se stessi vuole vivere, non per adeguatezza e ossequio a modelli
esterni, non per ricevere consenso e lode, ma per persuasione profonda e per
passione autentica, non c'è base viva e alimento interno per essere e per far
vivere davvero se stessi. Il lavoro da farsi può non soddisfare la pretesa del
pronto uso, di pronta traduzione e messa in opera, abituale nel procedere
solito. Può esserci la velleità di avere già possesso di soluzioni e risposte,
ma il rischio di sparate a salve, di conquiste di illusorio cambiamento e di
spazi di libertà nel recinto del solito è elevatissimo.
mercoledì 25 febbraio 2026
Essere se stessi
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