mercoledì 25 febbraio 2026

Essere se stessi

Il rapporto con la propria interiorità è fondamentale per generare un vero cambiamento, per uscire dal recinto di un modo di essere e di procedere che non rispecchiano se stessi, il proprio autentico. E’ la propria interiorità a saper dare il terreno di incontro col vero di se stessi, le guide per scoprire il significato delle proprie esperienze, proprio attraverso il sentire, ciò che rivela, proprio attraverso i sogni, fonte impareggiabile e imprescindibile per capire e conoscere se stessi. Diversamente è fatale assumere altro come guida, come fonte e matrice di pensiero, diversamente è fatale dare importanza decisiva alla tenuta e alla capacità di rendimento nel proprio procedere consueto, alla sua prosecuzione possibilmente senza inciampi e cadute, coprendolo di significati che confortano e procurano conferma della sua validità e affidabilità, mettendo spesso e volentieri in primo piano nei passaggi più o meno difficili  le responsabilità altrui, l’azione dei fattori esterni, non mettendo in primo piano invece nel bello e nel cattivo tempo cosa si sta facendo di se stessi e verso se stessi. E’ la propria interiorità a intervenire di continuo nel sentire per dare stimoli, per accentuare e dare evidenza, per fornire le tracce, i richiami utili per aprire gli occhi, per soffermarsi a capire cosa sta succedendo, a quali vincoli è sottoposto il proprio modo di agire, a quale scopo si assume un atteggiamento, si dà un certo tipo di risposta, si segue un certo proposito o aspirazione. Gli stimoli e gli spunti, i richiami si possono presentare in una forma facilmente avvertita come antipatica e guastafeste, disturbante come possono risultare improvvisi impacci, esitazioni, perdite di sicurezza, come ansietà, esperienze interiori che ci si abitua a giudicare come sgraditi segni di insufficienza e di difettosa resa, anziché intenderle come inviti a guardare dentro cosa si vuole ottenere e si pretende di produrre, di trarre da se stessi e a che scopo, vincolati casomai alla preoccupazione di dare buona prova, di non sfigurare o al desiderio di ottenere plauso. La sollecitazione dell’interiorità, del profondo è a capire attentamente cosa si sta facendo di se stessi, che è ben altro intento e scopo, ben più importante, che ottenere di correre senza intralci. Questa ricerca di verità può sembrare scomoda, persino un fardello, un appesantimento di troppo, ma c’è di mezzo il recupero  della visione nitida e consapevole di ciò che coinvolge la propria vita, che riguarda il proprio modo di farsene interpreti, che, se lasciato nelle nebbie dell’inconsapevolezza o se travisato e mistificato non farà che produrre esiti e sviluppi niente affatto promettenti, niente affatto felicemente in accordo e fedeli a ciò che da sé, aprendo sguardo riflessivo,  potrebbe rendersi chiaro come scoperta di ciò che è valido davvero, corrispondente a sé, al proprio giudizio, a ciò che persuade intimamente  e che appassiona. Se da un lato può farsi avanti l’auspicio della leggerezza, che è desiderio di sgombrare il campo da presunti innaturali appesantimenti, dall’altro c’è la sollecitazione della propria interiorità a aprire gli occhi, a passare da una visione accomodata, parziale e infedele al vero a una visione invece che il vero, pur con costo di scomodità e con onere di ricerca, lo vuole riconoscere nel proprio interesse, per far crescere la propria matura consapevolezza, fondamento della propria autonomia. Ho già avuto occasione nei miei scritti di sottolineare come nel modo di procedere abituale e più diffuso non è dato spazio e rilievo al rapporto con se stessi, nel cammino fatto la priorità presto è stata data al rapporto con l’esterno, con gli altri, in secondo piano il rapporto con la propria interiorità, considerando il proprio sentire come semplice eco e cassa di risonanza di situazioni e di stimoli esterni, le proprie emozioni  e stati d’animo come segno del sapersi ben adeguare o viceversa dello stentare nel tenere il passo. Non riconosciuto il rapporto con la propria interiorità come importante e decisivo per la propria crescita, rapporto dunque da rispettare e da coltivare per il proprio bene, da un lato non si è compreso il valore di questa risorsa, dall’altro e di conseguenza non ci si è arricchiti dell’attingere a questa risorsa interiore. Non si è sviluppata la capacità di ascolto delle proprie emozioni, dei propri stati d’animo, di tutte le espressioni della propria vita interiore, dal sentire ai sogni, privandosi dunque del loro contributo, fondamentale non per saper dare prova di adeguatezza, ma per avere le guide per capire, la bussola per orientarsi nel proprio cammino. Così spogli di guida e di sostegno interno, si è pensato con sempre più tenacia e persuasione che il luogo della vita, di ciò che conta seguire e tenere sotto il proprio sguardo, luogo di conoscenza, anche di scoperta di se stessi, fosse nel legame con l’esterno, con la cosiddetta realtà, con gli altri. Nel rapporto con l'esterno, con gli altri ci si è via via persuasi che si dovesse trarre la conoscenza di se stessi, affidandosi, come fossero scontate, a chiavi di lettura dei significati di uso comune e abituale, confidando nel fatto che le spiegazioni prodotte dalla propria mente razionale, che, nel portare lo sguardo su di sé e sulla propria esperienza, di miopia, di sviste e di fraintendimenti, a starci attenti, è spesso maestra, potessero bastare per capirsi, che anzi quello fosse il modo giusto di pensare la propria vicenda. D'altra parte va riconosciuto che il modo di pensare comune, a cui facilmente, se privi di scoperte autonome, di scoperte proprie in unità con la propria interiorità, si aderisce, spinge fortemente in questa direzione del legame con l’esterno come luogo della vita, con la persuasione che nulla si possa costruire e che nessuna occasione di crescita personale sia possibile se non attraverso lo scambio con gli altri e l’utilizzo delle risorse esterne per meglio capire e conoscere, per meglio progredire. Questo non è solo il pensiero comune, ma è l’idea caldeggiata spesso anche da presunti esperti della psiche. Nell’ambito stesso di tante forme di psicoterapia ciò che è prima di tutto messo al centro dello sguardo per capirsi, per individuare nodi e questioni sono le relazioni con gli altri. La relazione con se stessi, con la propria interiorità, pare non avere centralità, pare addirittura non avere consistenza, ancora meno capacità di portare ad alcunché. Se questo accade è segno che in non pochi terapeuti, dotati di tecnica e di teoria prese da insegnamento di scuole varie, il rapporto con l’interiorità, con la loro interiorità, è terra sconosciuta. Tutto pare girare attorno al rapporto con l’esterno, le uniche relazioni riconosciute sono quelle, il terreno su cui lavorare, le cose da capire, le problematiche come le opportunità, le cose possibili da portare a compimento stanno lì. Tornando al desiderio di offrire a se stessi un cambiamento nel segno di una conquista di libertà e di una capacità di realizzazione più consona a sè, si manifesta facilmente su questo terreno impazienza. L'aspirazione al cambiamento vuole percorrere vie rapide. Cominciando ad esempio a prendere visione del proprio vincolo a stare dentro regole di comportamento e in ossequio, in subordinazione al giudizio altrui, si fa prontamente avanti il desiderio di dare rapida forma al cambiamento. Sembra allora fare la differenza e poter produrre un immediato cambiamento nel proprio modo di essere e di condursi il proposito di "essere se stessi", di togliersi ogni vincolo e maschera, di seguire ciò che, non vincolato a altrui giudizio e regola, pare poter immediatamente originare da sè, fedelmente a sè. In una condizione però di abituale e perdurante lontananza da sè, dal proprio intimo e profondo, la pretesa di far presa su ciò che sarebbe più originalmente proprio e consono a se stessi, più ispirato e insito nella propria natura, su cosa può far leva e conto? Non può che far riferimento e conto sul bagaglio di conoscenza di se stessi, di familiarità col proprio intimo e profondo sino a quel momento sviluppati, non certo così sviluppati, perché, come visto, raramente messi al centro del proprio interesse e cura, vista la centralità data alla ricerca dell'intesa, alla capacità di interazione con l'esterno, con gli altri. Dunque, pur con l'intento di essere se stessi, di esercitare questa libertà, non ci si può che ritrovare a far leva su qualcosa, su una visione della vita, del senso della propria vita e su una visione di se stessi che discende, che è più frutto di un accordo con idee attinte da fuori  che di una intesa, di una vera condivisione di scoperte, di conoscenza di se stessi con la propria interiorità, cui sinora non è stato dato interesse e spazio. E' proprio questo che manca e che va sviluppato. E' necessario dare spazio all'incontro e allo scambio con la propria interiorità, che ha capacità e ruolo principe nel condurre a svolgere un attento lavoro su di sè per veder nascere e per riconoscere ciò che è originale e proprio, ben diverso da ciò che si è abituati a prendere come idea di se stessi di riflesso da pensato comune e da ciò che gli altri sembrano riconoscere e confermare, convalidare e premiare o viceversa considerare inadeguato e da migliorare di se stessi. Non si può essere se stessi, se non si ricompone l'unità con la propria interiorità. Senza questa e senza ciò che di se stessi si può nel rapporto e nel dialogo con il proprio profondo conoscere e scoprire di autentico e fondato, essere se stessi si traduce nel raccogliere e nel riproporre espressioni di sè senza radice, senza contenuto originale, espressioni spesso subordinate e finalizzate ancora e prima di tutto a fare i conti con lo sguardo e col giudizio altrui, casomai in opposizione, casomai per sfida, ma sempre con questi in stretto vincolo e legame. Il desiderio di essere se stessi può segnare una prima apertura a tener conto del sentire vero, di ciò che originalmente, davvero spontaneamente si propone dentro se stessi, di contro alla tendenza non rara a esercitare un filtro, a volte a riplasmare e dirigere, a enfatizzare le proprie emozioni, il proprio sentire per renderlo conforme alle attese, per adeguarlo a ciò che pare ben voluto o adeguato. Spesso sono sottili manipolazioni. C’è poi la tendenza a dare prima di tutto espressione esterna al proprio sentire che invece è proposta intelligente da accogliere e comprendere nel suo dire. Il sentire nelle sue proposte spontanee è traduzione dell’intelligenza del profondo che con emozioni e stati d’animo guida a conoscersi, a capire. Sovrapporre al sentire significati e intenti che non gli corrispondono può sciuparne e fraintenderne il vero senso. E’ perciò necessario imparare a intendere il linguaggio e il valore di tutto ciò che originalmente, che spontaneamente si muove dentro se stessi. Essere se stessi significa essere in unità e accordo con la propria interiorità, questo implica non disdegnare sensazioni che risultano spiacevoli o impreviste, scomode, ma che hanno da dire, che non si possono scartare o ripudiare. Insomma per essere se stessi è necessario scoprire cosa significa stare in unità vera con se stessi in tutto il proprio essere. Non c'è scorciatoia possibile, non c'è possibilità di vero accordo con se stessi,  di conseguente vero cambiamento nel segno di essere se stessi  se non si recupera l'unità con la propria interiorità, se non ci si rende disponibili a essere guidati dal proprio profondo, dentro i percorsi tracciati dal sentire, con le guide dei sogni, che non sono robetta fantasiosa, ma prodotti e leve di pensiero acute e intelligenti, a svolgere un attento e paziente lavoro su se stessi, necessario per formare ciò che può rendere sul serio dotati di contenuti, di idee e di scoperte originalmente proprie, di capacità di stare in unità e intesa con tutto il proprio essere. Se non si genera il proprio di pensiero, fatto di scoperte di significato, lavorando su di sè, sulla propria esperienza con la guida del proprio profondo, se non si crea forte e caldo legame con la propria interiorità, se non si sviluppa capacità di ascolto, di dialogo, di fedele corrispondenza col proprio profondo, con ciò che nel sentire  propone, se non si fa proprio il sapere che trasmette attraverso i sogni, non c'è base ricca e salda per essere davvero se stessi, capaci cioè di condursi e di condurre la propria vita fedelmente a sè. Se non ci si conosce nel vero e non si scopre ciò che davvero appartiene a sè e che da dentro se stessi vuole vivere, non per adeguatezza e ossequio a modelli esterni, non per ricevere consenso e lode, ma per persuasione profonda e per passione autentica, non c'è base viva e alimento interno per essere e per far vivere davvero se stessi. Il lavoro da farsi può non soddisfare la pretesa del pronto uso, di pronta traduzione e messa in opera, abituale nel procedere solito. Può esserci la velleità di avere già possesso di soluzioni e risposte, ma il rischio di sparate a salve, di conquiste di illusorio cambiamento e di spazi di libertà nel recinto del solito è elevatissimo.

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