mercoledì 18 febbraio 2026

Qual'è la parte davvero malata?

Osservando con attenzione le vicissitudini del rapporto con se stessi, si può rilevare come la parte intima sia spesso soggetta, in caso di crisi e di segnali di sofferenza, di malessere interiore, a essere designata come la parte malata, non a posto. Sono situazioni, non certo rare, in cui va senza esitazione sotto giudizio e sotto cura la parte interiore, cui è assegnato l'attributo di essere malata, parte da trattare, da risanare, da rimettere possibilmente in funzione per il verso giusto o considerato tale. Non è motivo di sorpresa che questo accada, se si tiene conto che è nella parte cosiddetta conscia e nelle sue risorse e nei suoi prodotti di pensiero, di volontà e di iniziativa, che ci si riconosce senza indugi, considerando il resto di stati d'animo, di sentire, di spinte e movimenti interiori, come parte e appendice da tenere sotto tutela e comunque non riconoscendole altro significato che di essere più o meno in linea con le proprie aspettative. Pur non sapendo e non capendo nulla della propria vita interiore, ci si pone come arbitri di ciò che che questa parte intima di se stessi può e non può dire di valido. A volte si pretende di plagiare il proprio sentire, di manovrarlo, almeno ci si prova a farlo, cercandone e esaltandone le belle prestazioni, come quando con compiacimento si mette in mostra una cosiddetta sensibilità di fronte a qualche situazione rito che richieda stupore e commozione, come in presenza di qualche altare della meraviglia, che sia un panorama che più bello non si può o altro che si presuppone di alto valore artistico o culturale e di forte capacità di presa, come quando viceversa si presenta una situazione dove mostrarsi colpiti e affranti sembra fatale, dove, come in presenza di eventi come un lutto o altra disgrazia umana, diventa prova di presunta umanità porsi e reagire come afflitti. In questi casi qualcosa di fine, ma non di impercettibile, nel proprio sentire segnala la forzatura, però il tornaconto di immagine e di ricarica di presunta autostima è così gradito, che volentieri ci si passa sopra. Già queste non sono propriamente espressioni di un rapporto rispettoso col proprio sentire. Quando le cose interiormente però non girano per il verso desiderato e atteso, per effetto della libertà che la parte intima e profonda si prende e senza tante remore, per l'autonomia che ha e cui non è disposta a rinunciare, scatta il disappunto, la sorpresa negativa, che può arrivare al biasimo, al giudizio di inadeguatezza, di mala rispondenza agli interessi in campo, fino alla censura, fino al giudizio che definisce insano ciò che non si accorda, che non va nel verso di ciò che si ritiene valido, accettabile e giusto. C'è una parte giudicante, a cui spessissimo ci si stringe, che forse, a ben guardare, è malata di rigidità di giudizio, che si fa forte di persuasioni che più si reggono sul senso e consenso comune, che si avvalgono di schemi di giudizio, di attribuzioni di significato, di valore presi in prestito che di scoperte proprie, che, considerandosi invece avveduta, rifiuta e trascura ampiamente verifiche attente, scoperte di verità circa ciò che fa e che pensa, circa i modi di procedere, circa i vincoli dentro cui si muove, che con i suoi costrutti di ragionamento omette di vedere, preferendo darsi versione più accomodata e rassicurante. Ebbene la parte intima proprio lì va a intervenire, dando attraverso gli interventi del sentire, con le  emozioni, i mutamenti d'umore, note interne discordanti, incisi dentro l'esperienza, continui stimoli e spunti per aprire gli occhi, per prendere visione del vero del proprio modo di essere, di pensare e di procedere. Può considerarsi guastafeste, può tirarsi addosso antipatia e disappunto della parte benpensante conscia, ma non smette di metterci lo zampino nel corso dell'esperienza e non certo a fin di male, ma per provare a accendere qualche lume di consapevolezza. Può intervenire con grande forza, può dare ansia per dire che la costruzione della propria vita è fragile e che espone a rischi di perdersi dietro a realizzazioni inconsistenti o estranee a una vera progettualità propria, a ciò che potrebbe scaturire da sè, consono a se stessi, che richiederebbe non correre dietro a altro, ma fermarsi, darsi pausa e spazi di lavoro su di sè per veder chiaro sul proprio modo di procedere abituale, verificando su cosa è fondato e a cosa è affidato, su quali basi, dentro quali vincoli e sostegni, dietro quali guide, per comprendere la necessità di mettere assieme le basi, autentiche, salde perchè dentro di sè riconosciute, di un proprio modo di intendere la propria vita e la sua realizzazione. L'ansia non soffia per caso, non è patologia, è richiamo, è allarme provvido e intelligente. La parte intima può spingere con ancora più forza d'urto come con l'attacco di panico per segnalare il contrasto tra l'orientamento prevalente che punta al fuori, su cui è riversata la parte conscia e il dentro che non le è consenziente, che minaccia di toglierle respiro e ossigeno in quel suo modo di procedere spiantato. La parte intima può coinvolgere nell'afflizione del dolore e della perdita di voglia di vivere, nello sconforto di non vedere luce di fiducia, di speranza, ma solo senso di svuoto e di spegnimento, nella cosiddetta depressione, per calare per intero e senza fughe non in un patologico umore e sentire, bensì nel sincero e onesto bilancio e verifica del modo di condurre la propria vita, non tacendone le forti carenze, persino il  nulla di sè e di davvero generato e tratto da sè in una esistenza che si è retta più su altro che su autonoma creazione, sia che si sia trattato di una vita sinora in appoggio e cercata dentro legami con altri e sistemandosi dentro un ruolo designato, sia che si sia trattato di una vita in apparenza fulgida di successi, senza che però abbia avuto successo, crescita e sviluppo nulla di proprio, nulla che non sia stato aver dato prova mirabile da trenta e lode e da applausi. La parte interiore, che non tace il vero, che, costi quel che costi, vuole farne promozione, subisce il torto sistematico di essere considerata malata, oggetto da curare, quando in realtà porta i germi sani di una verifica e di una possibile trasformazione della propria vita nel verso di renderla capace di produrre qualcosa che abbia un senso, che non sia sostenuto da illusorie persuasioni. Si tratta certo di una proposta impegnativa. La parte profonda, ben lungi dal fare le bizze o dall'essere solo capace di espressioni immature e irrazionali da governare e da gestire, da tenere a bada e all'occorrenza da rimettere in riga, è portatrice, lo si comprende quando la si conosce per davvero in ciò che è, di spinte di crescita assai mature, di stimoli, a volte assai pungenti, anche dolorosi, di ricerca di verità che possono risultare scomodi, che la parte conscia è spesso ben lontana dall'intendere e dal condividere. La parte conscia, che si arroga capacità superiore, in realtà chiude spesso cocciutamente e arrogantemente a qualsiasi verifica, anzi nemmeno queste sollecitazioni di crescita vera, che le vengono dall'intimo, le comprende, anzi le fraintende grossolanamente, appioppando all'intimo, che, come visto non per caso o insensatamente procura ansia e altro, patente di parte non a posto e malata. Quale è dunque la parte davvero malata e che richiede cura? La parte che può alimentare la cura è proprio la parte sempre indiziata di essere quella da mettere a norma e da sanare. La parte intima è quella che ben guidata dal profondo, se la si comprende e se ne riconosce il linguaggio, il potenziale e il valore, può fornire la base, le risorse, l'animo e l'intelligenza per sanare l'inadeguatezza della parte conscia, spesso a rischio di portare avanti costruzione adeguata al giudizio dei più, ma carente, per non dire vuota, di contenuto proprio. Questo, di cui ai miei occhi sono testimone nel rapporto con me stesso, è ciò che nel lavoro analitico ho visto in tanti anni e che tuttora vedo compiersi nell'altro nella evoluzione del suo rapporto con se stesso, con la sua interiorità. 

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