venerdì 28 agosto 2026

La dipendenza

Cercare se stessi attraverso gli altri, cercare la propria identità e la stima del proprio valore attraverso lo sguardo e il giudizio altrui, fondandola su ciò che gli altri possono o potrebbero riconoscere e apprezzare, è esperienza e modalità tutt'altro che rara. Fare riferimento agli altri per misurare quanto si vale, per fare verifiche attorno alla propria capacità di riuscita, per stabilire quanto si sa stare al mondo, per darsi la misura, per confronto e paragone con gli altri, dei progressi raggiunti in quella che è considerata dai più la corsa al successo e alla miglior realizzazione, cercare negli altri il benvolere e l'apprezzamento per le proprie prestazioni, per ricevere alimento alla fiducia in se stessi, per accendere dentro se stessi una parvenza di calore interno, è modalità la più diffusa e non solo tra gli adolescenti. Mancando di un interlocutore interno, mai cercato, di una scoperta di significati fatta attraverso sè e fondandosi sul proprio sentire, mancando della capacità di riflettere, di mettersi allo specchio, di condividere la ricerca del vero con se stessi, mancando di capacità e di interesse a avvicinarsi a se stessi, di ascoltare e di dialogare con la propria interiorità, per capire e per veder scaturire pensiero originale, scoperte autonome fino a raggiungere fondato convincimento e veder nascere vera passione, senso di vicinanza, accensione di calore interno vero nella apertura sincera, nello scambio fecondo col proprio intimo, diventa fatale cercare tutti i sostituti là fuori negli altri. Diventa fatale aspettarsi di ricevere da fonte esterna spunti e occasioni per capire e per capirsi, conferme e approvazioni per mettere su autostima, per vedersi capaci di qualcosa di degno, per considerarsi protagonisti, si fa per dire, di qualcosa che abbia credito e valore, diventa fatale la ricerca di segni di affetto, di predilezione e di attaccamento da parte di altri, per riceverne una sorta di garanzia di attenzione e premura rivolta a se stessi di cui, per lontananza da se stessi, dal proprio intimo, ci si sente privi. Le provviste prese da fuori per dare alimento a esigenze vitali di autostima, di fiducia in se stessi, per ricevere conferma del valore di ciò che si sta facendo e portando avanti, colmano malamente, sono impropri sostituti dell'originale, surrogati di ciò che una vera vicinanza e intimità con se stessi, di ciò che la propria ricerca autonoma e crescita autentica, realizzate in unità col proprio intimo e profondo, potrebbero generare e offrire a se stessi. Accade però che si fraintenda, che si torni senza posa a cercare il sostituto piuttosto che l'originale, perchè più a pronto uso e di più facile presa. Accade che la modalità dipendente sia ben camuffata e contrabbandata ai propri occhi come valida prova di realizzazione di sè, di completamento normale della propria esistenza, favoriti e confortati in questo dal fatto che è modalità prevalente attorno a sè, persino teorizzata come naturale: “si ha bisogno degli altri, del loro sostegno e apprezzamento, senza gli altri non si può nulla, è infelice rimanere soli” e via di questo passo. Non è difficile prendere comunque visione del fatto che, accanto alle apparenti soddisfazioni, alle gratificazioni tratte da presa dipendente su altro, c'è della dipendenza il fatale rovescio della medaglia. La dipendenza dagli altri e dall'esterno, se promette di dare incoraggiamento, sostegno, gratificazione e un che di tangibile su cui contare come saldo appoggio e supporto di concreta realizzazione di sè e della propria vita, può diventare opprimente e tirannica, insidiosa e minacciosa, con la paura di sbagliare, di fare brutta figura, di deludere le attese, di essere mal giudicati, di essere colti in fallo, devianti dal retto o dall'ideale procedere secondo sguardo e concezione comune e prevalente. C'è la paura nei legami di cosiddetto affetto, amicizia o amore, di perdere l'attenzione, la predilezione e il benvolere dell'altro, col rischio di precipitare nell'ombra del rifiuto e del disvalore, nel gelo del senso di abbandono. C’è l’orrore del crollo di se stessi, della propria andata in frantumi quando è minacciato di crisi e di caduta l’edificio della realizzazione di sé fondata su dipendenza da supporti, da conferme e da apporti esterni, si avverte che di sé, di proprio in quel crollo non rimane in piedi nulla. E' il risvolto negativo della dipendenza, del cercare di farsi portare e dare sostegno, apporto vitale di conferma, considerazione e benvolere, da altro nella ricerca della propria identità, dei propri perchè, nella lettura dei significati della propria vita, nella definizione e nella scelta dei propri scopi, nella ricerca di fiducia in se stessi e nell’affermazione del proprio valore, sostenute e alimentate da fuori e non da dentro e con se stessi. Si ignora quanto sarebbe possibile, fondandosi su di sé, avvalendosi del rapporto con la parte di se stessi intima e profonda, del contributo prezioso della propria interiorità, capace di dare attraverso ciò che vive negli stati d'animo, nelle emozioni, in ciò che il proprio sentire di continuo dice e suggerisce, interiorità sempre attiva e vicina ad ogni passo. E’ esperienza quella interiore, che spesso è tenuta in subordine, che è distorta e fraintesa, particolarmente quando ardua e non piacevole nelle sue espressioni, da modi di trattarla e di intenderla, anche questi di derivazione comune, che, anziché ascoltarla e farle dire il suo originale, le sovrappongono giudizi e spiegazioni scontate. E’ esperienza interiore che merita tutt’altro, perché non è affatto insignificante e priva di valore, perché è viceversa la potenziale fonte primaria e essenziale, sempre e in ogni sua espressione, di ricerca di senso e di verità, guida insostituibile e terreno elettivo per capire, per capirsi, per trovare terreno caldo di unità e di intesa con se stessi e di fiducioso affidamento al proprio intimo. Certamente, se verso ciò che si sente si comincia a fare solo opera di selezione e si ha pretesa di fare pulizia, distinguendo quel che sarebbe normale e sensato da quel che invece sarebbe eccesso, stranezza, anomalia fino alla patologia, con l'aiuto di un catalogo di collezioni di sintomi e di etichette di patologie, allora tutto va a quel paese. Se l'esperienza interiore, con tutto quello che spontaneamente propone nel sentire, anzichè guida affidabile per orientarsi e per capire, diventa appendice trascurabile, se, quando difficile e sofferta, diventa ai propri occhi roba buona solo per essere cacciata nello stampino di una sindrome, di un quadro di patologia, allora la ricerca muore e il prezioso di sè, che cerca di farsi capire e vivere, che vorrebbe e che saprebbe dare dono di pensiero, di profonda intesa e vicinanza con se stessi, di stimoli validissimi  di crescita personale, finisce miseramente in discarica come il peggio di cui disfarsi. Se, per fare un esempio, la timidezza diventa un deficit da superare e persino un disturbo, casomai chiamato oggi ansia sociale, giusto per stare alle nuove etichette diagnostiche in continua formazione, se la si considera segno immaturo di insufficienza e intralcio che non vale, che soltanto limita e impedisce, anzichè intendere che dentro quel sentire ci sono preziose guide per capire, capaci di  rendere riconoscibile, perché ci si soffermi e ci si lavori,  la forte incidenza del legame di soggezione alla autorità dello sguardo e del giudizio altrui e contemporaneamente di rendere tangibile la forza del freno che trattiene, che segnala il vincolo di aderenza, consonanza e fedeltà a se stessi, per non vendersi al dare prova di saper essere e vivere come gradito ai più, se c’è travisamento del significato di ciò che si sente nella forma della timidezza la frittata è fatta. Ogni vissuto e stato interiore non è casuale, se attentamente ascoltato, ha capacità di condurre a aprire gli occhi, a non perdersi e dissolversi nell'inseguimento della riuscita premiata e benedetta da senso comune. La dipendenza, la modalità del farsi dire e portare, di farsi dettare come vivere e come essere, di compensare con assenso e sostegno esterno e altrui ciò che non si costruisce e prende forza nel legame e nello scambio con se stessi, con la propria interiorità, se così malamente e in modo improprio ci si dà soddisfazione nelle proprie esigenze vitali, tutto questo, questo vincolo non cesserà finchè non ci si renderà capaci di valorizzare e di coltivare la risorsa interiore del sentire, di quella parte del proprio essere che sola può svolgere il compito di guidare e di dare alimento alla formazione di un pensiero proprio, alla costruzione della propria autonomia. E’ in gioco la ricerca e la costruzione della propria completezza di individui, capaci di generare pensiero, di aprire nuove strade e non di consumare e di prendere in modo dipendente l’essenziale, un surrogato dell’essenziale, da fuori. Il rapporto con gli altri non è di certo negato, ma a fare la differenza è, dove ci si renda completi di rapporto con se stessi, l’essere capaci di proporsi agli altri come soggetti e, dove lo si voglia, dove lo si senta possibile e condivisibile, come interlocutori di un dialogo attento e sincero, di uno scambio profondo e fecondo e non come le parti complici di legami di dipendenza sterile e impotente.

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