Accade spesso che chi vive un'esperienza di malessere, di sofferenza interiore si rapporti a questa con allarme misto a fastidio e a insofferenza, dando per certo che ciò che sta vivendo gli sia soltanto sfavorevole e nemico. La richiesta e l'auspicio sono in genere di ripristinare al più presto la condizione precedente la crisi, di dissolvere quella realtà interna così difficile e temuta, di sostituirla con una giudicata più vivibile, affidabile e positiva. L'esperienza interiore dolorosa viene di fatto allontanata da sè come peste e trattata come "cosa", grossolanamente equiparata ad altre appartenenti e sperimentate da altri e come tale volentieri catalogata e infilata, affidandosi al responso di qualche terapeuta, in una casella diagnostica o pseudo tale, persuasi che questa etichettatura definisca scientificamente natura e significato della "cosa". Tutto diventa allora uguale (ansia, panico, depressione, fobia ecc. ecc.), un dato oggettivo amorfo e impersonale, che non significa e non rivela nulla di se stessi, che non dice, cui non si fa dire se non d'essere un disturbo, un eccesso, una distorsione, una patologia. In alcuni sembra però farsi valere, rispetto al desiderio di zittire la propria sofferenza, l'interesse di capire il proprio malessere, il proprio disagio. C'è dunque chi, anzichè cercare semplicemente farmaci o altri rimedi per mettere a tacere l'intimo sentire o per sviare da se stesso, decide di rivolgersi a una psicoterapia. La voglia di capire è però non di rado sostenuta più dall'attesa di scovare nella propria storia una qualche causa o fattore avverso, come una carenza o un condizionamento negativo soprattutto di famigliari, come un trauma patito, cui addossare la colpa del malessere perdurante o della crisi, che dal desiderio e dal proposito di ascoltarsi con disponibilità e seriamente. La tendenza e l'intento prevalente in chi vive l'esperienza interiore disagevole e sofferta, è comunque di cercare e di opporre un antidoto o un rimedio, non importa quale ( in non pochi casi la stessa psicoterapia, come appena visto ), pur di ingabbiarla e di liberarsene. E' volontà di liberarsi, come fosse il miglior bene per sè, di parte viva del proprio sentire, comunque considerato espressione di un guasto, di un che di anomalo e di dannoso per sè. E' il proprio sentire in gioco, è la propria interiorità che preme e esercita forte richiamo, è un'esperienza intima, che, non assimilabile affatto a ciò che altri sperimenta, come ci fosse una cosa, ansia o depressione o altro, che come guasto o cosa rotta si ripropone sempre uguale in tutti, meriterebbe attenta considerazione e ascolto. Ben lungi dall'essere un'anomalia o un disturbo la difficile e sofferta esperienza interiore di cui si è portatori è una voce, è prima di tutto intima esperienza, definirla una patologia e trattarla come tale è comunque la conseguenza di un pregiudizio, che produce una sentenza senza appello, senza dare ascolto, senza lasciar parlare il proprio sentire, senza aver compreso cosa vuole comunicare, cosa vuole trasmettere. Quando questo ascolto lo si dà, con l'aiuto valido necessario, si può scoprire che ciò che pareva un assurdo o un che di abnorme e di temibile, è spinta e richiamo a prendere visione e consapevolezza di qualcosa di importante e di assai vicino a se stessi. Se attentamente ascoltata, se ben intesa e compresa, la propria esperienza interiore, si può scoprire, verificare, toccare con mano, che il proprio non facile sentire, doloroso e dalle sembianze strane, che lo fanno definire facilmente assurdo, abnorme, fuori norma, è viceversa guida affidabile, puntuale e sicura per capire, per capirsi. Imparare ad ascoltare e a comprendere il proprio sentire, fin nelle sue pieghe più tormentate o "strane", essere aiutato a confrontarsi e a dialogare con la propria interiorità, a capirla nel suo linguaggio vivo, sarebbe molto importante, decisivo per chi vive un'esperienza di sofferenza interiore. Questa è la vera conquista utile e fondamentale da fare, la vera "cura". Solo questo incontro e dialogo col proprio sentire e non l'opposizione preconcetta al dolore, può infatti avvicinare a sè e far superare la frattura che divide da se stessi, può rendere consapevoli e arricchire di qualcosa di intimamente vero, che urge, che la crisi interiore ha aperto e sta rilanciando con forza, che non può, che non vuole essere ignorato o trascurato. Non un danno, ma piuttosto un apporto importante quello che la propria interiorità vuole con decisione promuovere e offrire per la propria crescita, per il proprio vero ritrovarsi e capirsi. Se quel sentire disturba, forse disturba in primo luogo il quieto e programmato procedere, dove il conducente spesso è incurante, non senza rischi, di sapere cosa realmente sta facendo di se stesso. Prima di squalificare e di porsi in modo ostile verso il proprio sentire sarebbe bene essere molto cauti. Non c'è nulla di ciò che sperimentiamo interiormente, che possa essere considerato fuori luogo, semplicemente assurdo o sbagliato, inadeguato e ancor meno che ci sia nemico o sfavorevole. Semmai può esserci inadeguatezza nel saper ascoltare e riconoscere il vero significato di ciò che il proprio sentire propone e dice, cui si rivolge solo un preconcetto. Semmai può esserci nel rapporto e nel confronto con la propria vita interiore dissonanza e disaccordo tra ciò che in superficie si vorrebbe credere di se stessi e ciò che nel proprio profondo si sa vedere e comprendere, tra ciò che si vorrebbe, spesso ottusamente, conservare o riservarsi e ciò che si sente intima, profonda e vitale necessità di trasformare, di far esistere e di costruire. Il problema e la questione vera per chi è investito dalla sofferenza interiore non è la sfortuna di essere vittima di un che di sfavorevole da cui essere possibilmente liberato, ma l'incapacità o inadeguatezza nel saper raccogliere e capire significato e senso di ciò che la sua interiorità solleva e gli propone con tanta forza e intensità. L'aiuto dunque andrebbe dato nel fornire a chi è coinvolto da sofferenza interiore le occasioni e i modi, i mezzi per aprire alla propria interiorità, per raccogliere dal profondo di se stesso quanto può fargli comprendere le vere ragioni e gli scopi di cui la sua sofferenza interiore ha voluto essere uno stimolo e una prima apertura, per perseguirli in unità e in affidamento al proprio profondo, che solo, non altro, ha capacità di dare questo contributo nel migliore e più favorevole dei modi. A molti, che vivono una simile esperienza di sofferenza interiore, purtroppo non è suggerita e mostrata questa opportunità, a molti non è offerto l'aiuto necessario, non per fuggire e contrastare, non per "spiegare" e liquidare frettolosamente, ma per imparare ad andare incontro fiduciosamente, a capire intimamente e a far propria la proposta della propria interiorità. Le acque internamente non si agitano mai per caso o inutilmente.
martedì 2 settembre 2025
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