(Rimetto in primo piano questo mio
scritto di alcuni anni fa) Perché succede, cosa vuole questo malessere interiore,
questo tormento? Spesso chi lo vive lo tratta con preoccupazione crescente e
con insofferenza. Teme sia, oltre che un ostacolo, una minacciosa presenza. Lo
vive come un accidente sfavorevole, una sorta di corpo estraneo, che
lavorerebbe contro i propri interessi, pur così interno, intimo, addentro il
proprio essere. E' convinzione assai diffusa che il malessere sia provocato o
indotto da circostanze e da condizionamenti sfavorevoli, che sia la
manifestazione o la conseguenza di un meccanismo, fisico o psicologico, logoro
o guasto, ammalato. Dirò subito che il malessere interiore, nelle sue diverse possibili
espressioni, tutte significative e da comprendere attentamente, è viceversa la
manifestazione di una forte, risoluta presa di posizione interna della parte
intima e profonda, che non vuol tacere, che vuole che la verità e l'attenzione
a se stesso diventino per l'individuo questioni centrali e esigenze
prioritarie. Pensa che sia un’anomalia, vuoi la manifestazione di un meccanismo
guasto, vuoi la conseguenza di un distorto modo di vedere la realtà e di
reagire, vuoi ancora una pena intima indotta da qualcosa, esterno a sè, nocivo,
risalente al passato o attuale, chi, pur con diverse spiegazioni circa il
presunto "guasto", concepisce la superficie come fosse il tutto.
Pensa al guasto e alla necessità della riparazione per la ripresa del normale,
chi pensa la modalità solita e presente di esistere e di procedere come l’unica
possibile, chi non comprende il malessere interiore come intervento e
espressione, non cieca, del profondo. Liquida sbrigativamente il malessere
interiore come disturbo e basta, chi pensa che emozioni, vissuti, sentire e
vita interiore, che tutto ciò che non è ragionamento e volontà, sia solo un
accessorio irrilevante e subalterno, un po’ colorito, ma poco o nulla
affidabile quanto a intelligenza e a capacità di dare orientamento. Nel nostro
essere il profondo, l'inconscio c’è e non è certo presenza di poco peso e
valore. Tutto ciò che accade nel nostro sentire e nel corso della nostra
esperienza interiore è governato, in modo mirato e intelligente, dal nostro
inconscio, è sua voce, non è affatto casuale, non è semplice risposta
automatica, riflessa a situazioni e a stimoli esterni. Che accada di sentire
inquietudine, timore e apprensione insistenti e pervasivi, persistente pena,
senso di fragilità, di vuoto, di infelicità e quant’altro definito come ansia,
depressione o altrimenti, non è frutto del caso, non è traduzione
meccanica di logorio subito, nè sgangherato modo di reagire, non è insana o
abnorme risposta, è viceversa lucida e consapevole, ferma e irremovibile
espressione di capacità e di volontà interiore e profonda, di una parte non
irrilevante di se stessi, di intervenire perché si guardi dentro di sè,
nell‘intimo vero, cosa sta accadendo della propria vita, perché non ci siano
stasi e assenza di consapevolezza, lontananza da se stessi e passivo
adattamento. Basta, con l'aiuto giusto, di chi sappia guidare ad avvicinarsi a
se stessi e al proprio mondo interiore, risolversi a cercare rapporto,
ascolto e dialogo con se stessi e col proprio profondo, basta risolversi a
dargli voce, a riconoscergli voce, senza squalificarlo in partenza come
dannoso, negativo o malato, perché il malessere, perchè l'intimo sentire faccia
ben intendere e vedere cosa sa, cosa riesce efficacemente e puntualmente a
evidenziare, a far conoscere di se stessi, a smuovere. Basta disporsi, come si
è aiutati e incoraggiati a fare dentro una buona esperienza analitica,
all’ascolto, aperto e disponibile, senza pregiudizi, alla ricerca del senso
piuttosto che del rimedio che spazzi via, con impazienza e ciecamente, tutta
l’esperienza interiore disagevole, per rendersi conto (sempre meglio via
via che dialogo e ricerca procedono), che non c’è guasto e meccanismo rotto,
che non c’è caos o irrazionalità dentro se stessi, che il malessere non è
maledetta sorte o accidente, patologia o altro, ma specchio per vedersi e per
capire. E' potente richiamo, invito fermo a lavorare su di sé, a prendere
coscienza di come si è e di come si procede, di ciò che manca, che va
finalmente costruito, che mai finora è stato cercato e costruito. Non ci sono
cause e responsabilità da cercare altrove da se stessi, in altro e in altri,
come odiosi impedimenti al proprio star bene, non c'è stupida incapacità di
vivere normalmente e felicemente, c'è semmai prima di tutto consapevolezza da trovare,
senza sconti e senza equivoci, del proprio stato attuale, verità anche scomode
da riconoscere e da non rimpallare. L'inconscio, sia con le tracce vive del
sentire sia coi sogni, non tace nulla e cerca l'intimo vero, il senso, non usa
nè pregiudizio nè camuffamento. L'inconscio, che richiama in modo così forte
l'individuo alla partecipazione al dentro prima che al fuori, esercita una
spinta formidabile, che, se saputa comprendere e condividere, offre visione
lucida e appassionata, consapevolezza profonda di sè e del proprio da mettere
al centro e a fondamento della propria vita. L'inconscio col malessere
interiore smuove e turba il quieto vivere per uno scopo riconosciuto nel
profondo del proprio essere come irrinunciabile: far vivere se stessi, il proprio
potenziale vero. Per realizzare questo scopo, non già in tasca e traducibile in
un attimo, come spesso si pretende, è necessaria una graduale e profonda
trasformazione. Ci sono fondamenta nuove da gettare, nuovo rapporto da creare
pazientemente con se stessi, nuove scoperte, originali e utili, anzi
essenziali, da fare dentro sè e col proprio sguardo, ci sono vicinanza al
proprio sentire, comprensione intima e unità d’essere con se stessi, mai
possedute e mai cercate, da trovare e rafforzare finalmente. Era sufficiente
infatti in precedenza, prima della stretta più decisa del malessere, andare per
la strada segnata, fare come si usa in genere e in genere si dice, bastava quel
riferimento comune, bastava un po’ di ordine mentale regolato dal ragionamento,
che chiarisce e oscura contemporaneamente ciò che fa comodo oscurare o che non
si comprende, bastava tutto questo per sentirsi a posto e "normali".
Capitava in realtà, non raramente, che il proprio sentire complicasse
l'esperienza, che inserisse elementi dissonanti, veri richiami per vedere le
cose più nitidamente, per non trascurare implicazioni, non certo dettagli
insignificanti, ma tutto questo lo si trattava come un inutile rumore di fondo,
come fastidiose interferenze di una parte emotiva "irrazionale". Era
sufficiente darsi un pò di quieto vivere, di adattamento, bastava variare
qualche luogo, abitudine o altro per convincersi che la questione decisiva per
il proprio "star bene" fosse solo la scelta delle circostanze e delle
persone giuste, delle opzioni esterne che avrebbero cambiato tutto per sè,
deciso le proprie fortune in bene o in male. Bastava un pò di allineamento al
modello comune, un pò di parvenza di buon funzionamento, di possesso delle cose
o delle espressioni ritenute in genere irrinunciabili o da molti apprezzate,
non importa se portandosi interiormente mille segnali diversi e incompresi, non
importa se senza mai sentirsi davvero su terreno saldo di consapevolezza, su
sostegno di desiderio profondo, di corrispondenza con se stessi. Procedere
in quel modo bastava alla parte di sé cosiddetta conscia, ma non bastava di
certo alla parte profonda, meno illusa dalle apparenze, meno preoccupata di
stare in linea e al passo con la normalità, meno timorosa di perdere quel
treno, più preoccupata di non perdere se stessi. Quel che sto dicendo lo dico
dopo lunga ricerca e dialogo col profondo, dopo aver fatto cammino di ascolto e
di ricerca con chi accompagno da oltre trent’anni nella ricerca di comprensione
della radice del perché, del senso e dello scopo del proprio malessere
interiore. Quando davvero gli si dà retta, come si fa in una buona esperienza
analitica, il profondo prende a dire subito il perché e il senso del malessere.
Bisogna ascoltarlo sia dentro il sentire, che il profondo muove e orienta, sia
nei sogni. Da subito nei sogni l’inconscio comincia a far vedere dov’è la
ragione del malessere e della crisi, da subito conduce a vedersi allo specchio
nel proprio modo d’essere e di procedere, da subito comincia a evidenziare i
nodi mai avvicinati, i vuoti, le illusorie verità che non reggono, da subito,
con grandi forza e fiducia, apre il cantiere della costruzione del proprio
originale modo di essere, di esistere, di pensare e di progettare. E’ un
cantiere dove serve fare un lavoro serio e paziente, perché la normalità è
maschera o vestito già confezionato che basta indossare, mentre essere
individui pensanti di pensiero e di visione propria e coerente con se stessi
richiede molto, molto di più e comprensibilmente. Si pensa la psicoterapia e la
si pratica spesso come officina di riparazione per tornare normali, per trovare
da qualche parte qualche ipotetica causa attuale o preferibilmente remota, che
avrebbe ingrippato il meccanismo. Non c’è, per ciò che, pur difficile e
sofferto, vive oggi interiormente, da cercare causa o fattore avverso di
cui si sia o si sia stati vittime, c’è semmai da comprendere ciò che l’intimo
sentire oggi dice e fa vedere di se stessi. C'è da intendere ciò che la
propria interiorità spinge, attraverso sentire e sogni, a formare di
consapevolezza, di pensiero proprio e di progetto, che finora sono mancati e
che sono prezioso e indispensabile bagaglio, per non perdere davvero scopo e
valore della propria vita. So che questa mia lettura del significato della
crisi e del malessere interiore, non filosofica o inventata, ma frutto di
esperienza e di confronto con l’intima esperienza e sofferenza, di dialogo e di
lavoro quotidiano col profondo, non coincide con l‘immediata attesa di molti
che vivono disagio interiore, che chiedono, come proprio bene, prima di
tutto l'annullamento del malessere e la normalizzazione, come so che non è
omogenea a modi assai frequenti di intendere la cura, il prendersi cura di chi
vive simili esperienze interiori. L’atteggiamento curativo, che, in apparenza
benevolo e favorevole, cerca il rimedio, che col farmaco vuole sedare o
mitigare, che con prescrizioni e suggerimenti vuole riplasmare i comportamenti
e le reazioni, abbattere "l'ostacolo" interiore o che va a caccia di
ipotetiche cause per costruire una sorta di spiegazione logica del perché del
malessere, per tornare a chiudere il cerchio, lasciando tutto, del procedere e
del rapporto con se stessi, come prima, rischia, malgrado le buone intenzioni,
di diventare una barriera, se non una vera pietra tombale messa sopra una parte
di sé intima e profonda, tutt’altro che malintenzionata, certamente non
compresa nella sua intenzione e non valorizzata nella sua capacità propositiva.
Rischia di perpetuare paura e incomprensione di se stessi, di ciò che vive
dentro se stessi, di bloccare sul nascere o di non favorire, come la spinta
interiore richiede, un necessario, utilissimo processo di cambiamento, di
rinnovamento. Prendersi davvero cura di sè significa aprire a se stessi e
scoprire che ciò che di sè si temeva può diventare la fonte, il fondamento
della propria salvezza, del proprio vero benessere.
martedì 23 settembre 2025
Le ragioni del malessere
sabato 13 settembre 2025
Il male oscuro: la depressione
Chi si confronta con la sofferenza depressiva, con un
lago di infelicità, con la sensazione che nulla abbia più colore, che di se
stessi non ci sia più nulla che vale, che non ci sia più credo e spinta vitale
possibile per sè, dentro un tutto solo opprimente, teme che si sia aperta una
voragine, che non ci sia più nulla di se stessi, solo un male oscuro. E'
proprio con queste parole "male oscuro" che si è chiamato quel dolore
che scava, che non cede, che stronca ogni iniziativa, che spegne tutti i
desideri e affonda ogni speranza. Eppure quel male, che pare solo togliere,
spegnere e negare qualsiasi anelito vitale, ha in sè altro. Anche se così
doloroso e impietoso, senza limiti e radicale, non è affatto detto che sia un
insano modo di vedere e di sentire, che non veda in profondità e che non dica
il vero. Una vita cercata e inseguita ponendosi in appoggio e a rimorchio
d'altro ha di fatto chiuso, ha lasciato intentate altre strade, ha lasciato
cadere altre possibilità, più impegnative, ma anche più connaturate, più
interiormente vive, non ha certo fatto sì che il proprio originale fosse
cercato e riconosciuto, che fosse coltivato, che fosse portato alla luce e
fatto crescere. Una vita condotta facendo affidamento più su altro e su credo
comune che sul proprio sguardo, facendosi portare e ispirare nell'assumere modi
e soluzioni che le avrebbero dato completezza e dignità, a volte persino di
apparente ottima riuscita e pregio, piuttosto che investire, casomai con più
dispendio di tempo, di impegno e di coraggio, su propria ricerca, sul dare
credito e portare a maturazione e a compimento
proprie idee e convinzioni, non può che andare incontro a verifica circa
la sua debole, anzi assente radice interna, valida, forte, irriducibile. Se una
simile vita, affidata a altro e copia d'altro a cui si è ispirata e omologata,
zoppica, se infine interiormente non è più sorretta e non sta più in piedi, se
va incontro a spegnimento, perchè di accensione vera, che non fosse calore o
entusiasmo al traino e col sostegno di altro, non ha mai fruito, non può fare meraviglia. La
depressione è onesto bilancio e sguardo, che non maschera più le falle, che non
nasconde più i vuoti e gli artifici, che anzi li mette a nudo. Si ha un bel da
dire, così ci provano le persone vicine a stimolare e a incoraggiare, che ci
sarebbero validi motivi per risollevarsi, per rilanciare la fiducia in se
stessi, la motivazione e la voglia di vivere, che ci sarebbero i perchè per non
sentirsi così infelici e annichiliti, facendo riferimento a cose, a realizzazioni
fatte, a affetti, a legami, ma la parte intima sincera dice che manca alla vita
condotta sinora ciò che potrebbe renderla riconoscibile come la propria vita,
come la propria storia con un suo costrutto, un'opera originale, un che che non
si dissolva, che si possa sinceramente amare e che si possa sentire vicino,
caldo e vicino davvero. La risposta è dunque volta a negare che quel dolore,
che quella condizione d'animo così penosa abbia un senso, l'intento è di
estrometterla, di tornare a riconoscere come vita e a attaccarsi con ogni mezzo
a ciò che nel vissuto ha preso così inesorabilmente a appassire. E' una
reazione propria e comune, sostenuta da cure e da curanti che danno conferma
alla necessità e alla utilità di ripristinare, di risollevare, contrastando e
cercando di non cedere a quei vissuti, considerati semplicemente malati. Non è
concepito e riconosciuto affatto che ci sia spinta e proposta di verità dentro
quel sentire, che quello sia un passo decisivo di scoperta di verità da
compiere per riconoscere il volto e i fondamenti di una vita autentica da
alimentare, da far crescere. Al più, quando si cerchi di dare una ragione, di
capire quella sofferenza, è frequente che si vada a chiamare in causa qualche
responsabilità esterna, qualche trascorso infelice di cui si sarebbe stati
vittime. Non si concede credito a quel sentire così penoso di essere voce e
testimone di una verità che investe la responsabilità del proprio modo di
condurre la propria vita, che chiede di rendersi disponibili a una verifica importante, senza riserve,
senza veli. Se si è vissuto o, forse sarebbe meglio dire, simulato di vivere,
casomai facendo e agendo, ma dentro ruoli e parti, sì ben svolte, in alcuni
casi persino con grande e acclamato successo, ma prese in prestito, rese
credibili da considerazione, da stima e da pensiero comune, se si sono portate
e legate a sè le vite altrui, che sia un familiare, il compagno/a o i figli o
altro a cui ci si è votati e vincolati per stare su, che cosa si è creato
davvero di cui ci si possa sentire artefici, a cui ci si possa rivolgere per
riconoscere che la propria vita ha valore,
consistenza e volto autentico e proprio, per trovare un filo vero di
passi compiuti, di fatiche e di errori e di presa di coscienza e di crescita a
partire da errori, un filo di scoperte, di credo proprio, di passioni
originali? Da una verità amara si può comunque finalmente ripartire, che la si
veda e la si acquisisca è l'intento del profondo che dà forma e forza a una
condizione interiore così severa e in apparenza solo distruttiva. Una verità
dolorosa e amara, se ben riconosciuta, lucidamente e senza sconti e fughe fatta
propria, è infatti il necessario tramite e il saldo punto di partenza per
cominciare a ritrovarsi, molto meglio e ben diversamente dal tornare a stare
appesi a illusioni, da cui prima o poi si tornerà a precipitare al suolo. In
questo la depressione è coraggiosa, oltre che saggia, perchè in modo onesto e
sincero, dando accesso al vero, offre un punto di partenza valido e affidabile,
purchè non le si spari addosso, giudicandola semplicemente insana e malata,
senza ascoltarla e valorizzarla, per rilanciare, per gonfiare ancora
l'illusorio, il facile, comodo, ingenuo illusorio. Il profondo, che consegna
una simile dolorosa quanto sincera verità su se stessi e su quanto sinora fatto
della propria vita, ha tutta l'intenzione e la capacità, dove si crei sintonia
e gli si dia accordo nell'aprire finalmente gli occhi e nel proposito di
invertire la rotta, di fare sul serio, stavolta facendo leva su impegno di
intelligenza e di ricerca proprie e non su risorse prese in prestito e
appoggiandosi a altro e a altri, di sostenere e di alimentare una simile svolta epocale, con pazienza, con
determinazione, con coraggio. Il profondo sa dare le guide e le occasioni per
formare finalmente visione e idee proprie, sentite, comprese, in sintonia con
se stessi, l'inconscio, che espone alla verità senza sconti, vuole aprire la
strada alla rinascita su basi salde, originalmente proprie e vere. La cura, il
prendersi cura su questo può fare conto per essere vera cura e per non
limitarsi a essere tentativo di rilancio e di recupero di una vita cui, al di
là delle illusorie solide parvenze, in quella forma manca l'essenziale per
essere tale, per stare su, per credere in se stessa. La depressione,
un'esperienza interiore dolorosa e impietosa come poche, fermamente mossa e
così plasmata dal profondo, non certo senza intelligenza e senza scopo, chiede
imperiosamente di essere ascoltata. L’aiuto vero è da cercare in chi sappia intendere
il valore e il senso di una sofferenza così radicale e dare contributo di
spunti di ricerca e sostegno al confronto con un sentire così arduo, che non
chiede di essere messo a tacere e sostituito, ma ascoltato, per aprire la
strada a un cambiamento di vitale importanza e necessità. Vista come patologia
o come caduta da cui essere tratti in salvo e risollevati, per tornare a
abbracciare il solito, nella sostanza tali e quali a prima, non trova di certo
l'ascolto e la rispondenza che cerca, non vede raccolto il suo invito tanto
difficile quanto profondamente sano.
domenica 7 settembre 2025
Il potere del marchio
E' sorprendente come risulti gradita e ben considerata da
parte di chi vive un'esperienza di disagio e di sofferenza interiore
l'operazione di vedersi attribuire un'etichetta riconosciuta come atto di
scienza. Pare risolvere ogni dubbio circa il significato di ciò che sta
provando, di cui sta facendo intima esperienza. Fatta equivalere alla diagnosi
in medicina, sembra dare a chi la riceve certezze, la certezza di sapere da
quale presunto morbo sarebbe afflitto, in qualche modo traendo conforto, nel
tribolato confronto con la sua esperienza interiore difficile e sofferta, dalla
possibilità, vidimata, certificata dalla diagnosi dell'esperto, di incasellarla
come disturbo e come guasto, di stigmatizzarla come accidente e carico negativo
di cui, dopo l'etichettamento diagnostico, con più persuasione considerarsi
vittima e volersi liberare. L'etichetta diagnostica pare offrire un ulteriore
vantaggio, perchè ritenere di avere comune sorte con altri, pur essi inseriti
nella stessa casella della stessa presunta patologia, sembra in qualche modo
dare rassicurazione e rincuorare. La delega a altri di sancire da esperto o presunto
tale cosa sia ciò che l'individuo sta vivendo nell'intimo è il primo passo di
una delega più ampia fatta al terapeuta diagnosta, di prendersi cura di sé, esercitando
un ruolo di arbitro nel dire come provvedere, che farmaci o soluzioni adottare.
Tutto questo, la presa di distanza dal proprio che vive dentro se stesso, il
disimpegno dal difficile confronto con la propria vicenda interiore, dal
compito di capire se stesso nella parte intima e profonda, di comprendere ciò
che la propria interiorità attraverso il malessere vuole comunicare e far
intendere, sembra dare sollievo, garantire un vantaggio, sembra un modo valido
e favorevole di prendersi cura di sè. D’altra parte la propria vita interiore,
ciò che nel sentire si muove e si propone passo dopo passo nella propria
esperienza quotidiana, non ha avuto di certo nel tempo, nella vita di molti,
della stragrande maggioranza, un posto di rilievo. Considerando sempre le
proprie emozioni, il proprio sentire come conseguenza di cause e di fattori
esterni e non come voce della parte intima e profonda, come richiamo e proposta
rivolti alla parte cosiddetta conscia, il rapporto col proprio intimo, col
proprio sentire è stato e è di convivenza poco attenta. Un rapporto fatto di
attenzione saltuaria verso sensazioni e stati d’animo, a cui, quando più
marcati, è destinato qualche commento, deduzione e spiegazione, che, affidate
all’arbitrio del ragionamento, per quanto in apparenza plausibili, fatalmente nulla
hanno a che vedere con ciò che quel sentire vuole comunicare, con ciò che
potrebbe essere raccolto e inteso se si fosse portata a maturazione capacità di
ascolto, di comprensione del linguaggio interiore. Intendersi con la parte
intima di sé non è stata e continua a non essere per molti la priorità. Nel
percorso di crescita è stato e è il legame e lo scambio con l’esterno, con gli
altri al centro del proprio apprendimento, del proprio sguardo e delle proprie preoccupazioni
e attenzioni. Ciò che vive interiormente è considerato solo una coda, un’eco di
accadimenti esterni, un loro seguito su cui prevale l’intento di tenerlo in
qualche modo a bada e a rimorchio. Quando dunque le cose interiormente si fanno
difficili, poco piacevoli e insistenti la reazione è quella di allarmarsi, di mettersi
da subito sulla difensiva e sulla controffensiva, di reagire contro una sorta
di minaccia, di peso molesto, finendo per consegnare quell’esperienza al
titolare di una cura, perché gli dia una definizione e da lì un trattamento,
possibilmente rapido e risolutivo. La possibilità di scarico di ciò che
interiormente impegnativo e che già in partenza, prima dell'incasellamento
diagnostico, era considerato un guasto e una presenza molesta, una volta
ottenuta la cosiddetta diagnosi, la diciturina di sindrome o di patologia tal
dei tali, è confortata, autorizzata e incentivata dalla scienza, da chi ne
sarebbe esponente e depositario, che autorizza a rigettare come patologia ciò
che di sè è difficile da sostenere e da comprendere. In presenza di una
esperienza interiore certamente sofferta e all'inizio di difficile
comprensione, sarebbe importantissimo essere aiutati a avvicinarla, a
ascoltarla e a capirla in ciò che dice. Dopo l'etichettamento come patologia col
suo bel nome l'auspicio viceversa è soltanto di metterla a tacere, di
combatterla e di debellarla. L'operazione diagnostica di incasellamento di una
complessa e personalissima esperienza interiore in una categoria o casella del
patologico anche se comporta la conseguenza, non certo lieve, di affossare ogni
fiducia in ciò che vive dentro se stessi, anche se in una forma così insolita e
difficile da reggere, è però tutt'altro che sgradita, anzi è benvoluta,
riverita e accreditata come capace, oltre che di riaprire una possibilità di
salvezza, di spiegare tutto, di dare definizione, volto definitivo, di fare
chiarezza. Magia delle parole di sapore tecnico che illudono che ci sia scienza
e conoscenza dove invece scatta solo un'operazione di grossolana descrizione
delle apparenze, sostenuta da pregiudiziale distinzione tra ciò che è ritenuto
valido, sano, accettabile e normale e ciò che invece è, senza ombra di dubbio,
collocato nella serie delle cose anomale, devianti dalla norma, diligentemente
distinte e catalogate in varie caselle diagnostico descrittive. Capire se
stessi, scoprire che nulla di ciò che si prova è insensato e privo di capacità
di dire, di favorire l'avvicinamento a se stessi e la presa di coscienza di
qualcosa di importante, è possibile con l'aiuto giusto. E' la parte profonda
del proprio essere a muovere il malessere, in una forma niente affatto casuale,
per spingere e impegnare a fermarsi, a aprire gli occhi sulla propria
condizione vera, fuori da illusioni, a vedere ciò che nel modo di procedere, di
pensare e di pensarsi abituale è totalmente ignorato, travisato, non compreso.
Non c'è nulla nelle proprie vicende e vicissitudini interiori che non sia
capace di dire e di dare consapevolezza utile e fondata, che non abbia questo
scopo. E' la fiducia nella propria interiorità che va conquistata, scoprendo
appunto, a dispetto della insofferenza, dell'allarme e del timore verso ciò che
genera e propone, che invece tutto ciò che si sente e che si sperimenta
interiormente ha sempre, anche nelle sue espressioni meno facili e in
apparenza, solo in apparenza, abnormi, un senso, dice, vuole condurre a capire,
a capirsi. Solo l'aiuto volto a ascoltarsi e a comprendere il linguaggio della
propria interiorità può offrire questa opportunità, può permettere di non porsi
in fuga o in guerra col proprio intimo. Prendersi cura di sè senza creare
dissidio e disunione con ciò che si vive interiormente, senza alimentare paura
e diffidenza verso parte intima di se stessi, traendo viceversa occasioni di
crescita dalla propria crisi e sofferenza, è possibile.
martedì 2 settembre 2025
La sofferenza interiore
Accade spesso che chi vive un'esperienza di malessere, di sofferenza interiore si rapporti a questa con allarme misto a fastidio e a insofferenza, dando per certo che ciò che sta vivendo gli sia soltanto sfavorevole e nemico. La richiesta e l'auspicio sono in genere di ripristinare al più presto la condizione precedente la crisi, di dissolvere quella realtà interna così difficile e temuta, di sostituirla con una giudicata più vivibile, affidabile e positiva. L'esperienza interiore dolorosa viene di fatto allontanata da sè come peste e trattata come "cosa", grossolanamente equiparata ad altre appartenenti e sperimentate da altri e come tale volentieri catalogata e infilata, affidandosi al responso di qualche terapeuta, in una casella diagnostica o pseudo tale, persuasi che questa etichettatura definisca scientificamente natura e significato della "cosa". Tutto diventa allora uguale (ansia, panico, depressione, fobia ecc. ecc.), un dato oggettivo amorfo e impersonale, che non significa e non rivela nulla di se stessi, che non dice, cui non si fa dire se non d'essere un disturbo, un eccesso, una distorsione, una patologia. In alcuni sembra però farsi valere, rispetto al desiderio di zittire la propria sofferenza, l'interesse di capire il proprio malessere, il proprio disagio. C'è dunque chi, anzichè cercare semplicemente farmaci o altri rimedi per mettere a tacere l'intimo sentire o per sviare da se stesso, decide di rivolgersi a una psicoterapia. La voglia di capire è però non di rado sostenuta più dall'attesa di scovare nella propria storia una qualche causa o fattore avverso, come una carenza o un condizionamento negativo soprattutto di famigliari, come un trauma patito, cui addossare la colpa del malessere perdurante o della crisi, che dal desiderio e dal proposito di ascoltarsi con disponibilità e seriamente. La tendenza e l'intento prevalente in chi vive l'esperienza interiore disagevole e sofferta, è comunque di cercare e di opporre un antidoto o un rimedio, non importa quale ( in non pochi casi la stessa psicoterapia, come appena visto ), pur di ingabbiarla e di liberarsene. E' volontà di liberarsi, come fosse il miglior bene per sè, di parte viva del proprio sentire, comunque considerato espressione di un guasto, di un che di anomalo e di dannoso per sè. E' il proprio sentire in gioco, è la propria interiorità che preme e esercita forte richiamo, è un'esperienza intima, che, non assimilabile affatto a ciò che altri sperimenta, come ci fosse una cosa, ansia o depressione o altro, che come guasto o cosa rotta si ripropone sempre uguale in tutti, meriterebbe attenta considerazione e ascolto. Ben lungi dall'essere un'anomalia o un disturbo la difficile e sofferta esperienza interiore di cui si è portatori è una voce, è prima di tutto intima esperienza, definirla una patologia e trattarla come tale è comunque la conseguenza di un pregiudizio, che produce una sentenza senza appello, senza dare ascolto, senza lasciar parlare il proprio sentire, senza aver compreso cosa vuole comunicare, cosa vuole trasmettere. Quando questo ascolto lo si dà, con l'aiuto valido necessario, si può scoprire che ciò che pareva un assurdo o un che di abnorme e di temibile, è spinta e richiamo a prendere visione e consapevolezza di qualcosa di importante e di assai vicino a se stessi. Se attentamente ascoltata, se ben intesa e compresa, la propria esperienza interiore, si può scoprire, verificare, toccare con mano, che il proprio non facile sentire, doloroso e dalle sembianze strane, che lo fanno definire facilmente assurdo, abnorme, fuori norma, è viceversa guida affidabile, puntuale e sicura per capire, per capirsi. Imparare ad ascoltare e a comprendere il proprio sentire, fin nelle sue pieghe più tormentate o "strane", essere aiutato a confrontarsi e a dialogare con la propria interiorità, a capirla nel suo linguaggio vivo, sarebbe molto importante, decisivo per chi vive un'esperienza di sofferenza interiore. Questa è la vera conquista utile e fondamentale da fare, la vera "cura". Solo questo incontro e dialogo col proprio sentire e non l'opposizione preconcetta al dolore, può infatti avvicinare a sè e far superare la frattura che divide da se stessi, può rendere consapevoli e arricchire di qualcosa di intimamente vero, che urge, che la crisi interiore ha aperto e sta rilanciando con forza, che non può, che non vuole essere ignorato o trascurato. Non un danno, ma piuttosto un apporto importante quello che la propria interiorità vuole con decisione promuovere e offrire per la propria crescita, per il proprio vero ritrovarsi e capirsi. Se quel sentire disturba, forse disturba in primo luogo il quieto e programmato procedere, dove il conducente spesso è incurante, non senza rischi, di sapere cosa realmente sta facendo di se stesso. Prima di squalificare e di porsi in modo ostile verso il proprio sentire sarebbe bene essere molto cauti. Non c'è nulla di ciò che sperimentiamo interiormente, che possa essere considerato fuori luogo, semplicemente assurdo o sbagliato, inadeguato e ancor meno che ci sia nemico o sfavorevole. Semmai può esserci inadeguatezza nel saper ascoltare e riconoscere il vero significato di ciò che il proprio sentire propone e dice, cui si rivolge solo un preconcetto. Semmai può esserci nel rapporto e nel confronto con la propria vita interiore dissonanza e disaccordo tra ciò che in superficie si vorrebbe credere di se stessi e ciò che nel proprio profondo si sa vedere e comprendere, tra ciò che si vorrebbe, spesso ottusamente, conservare o riservarsi e ciò che si sente intima, profonda e vitale necessità di trasformare, di far esistere e di costruire. Il problema e la questione vera per chi è investito dalla sofferenza interiore non è la sfortuna di essere vittima di un che di sfavorevole da cui essere possibilmente liberato, ma l'incapacità o inadeguatezza nel saper raccogliere e capire significato e senso di ciò che la sua interiorità solleva e gli propone con tanta forza e intensità. L'aiuto dunque andrebbe dato nel fornire a chi è coinvolto da sofferenza interiore le occasioni e i modi, i mezzi per aprire alla propria interiorità, per raccogliere dal profondo di se stesso quanto può fargli comprendere le vere ragioni e gli scopi di cui la sua sofferenza interiore ha voluto essere uno stimolo e una prima apertura, per perseguirli in unità e in affidamento al proprio profondo, che solo, non altro, ha capacità di dare questo contributo nel migliore e più favorevole dei modi. A molti, che vivono una simile esperienza di sofferenza interiore, purtroppo non è suggerita e mostrata questa opportunità, a molti non è offerto l'aiuto necessario, non per fuggire e contrastare, non per "spiegare" e liquidare frettolosamente, ma per imparare ad andare incontro fiduciosamente, a capire intimamente e a far propria la proposta della propria interiorità. Le acque internamente non si agitano mai per caso o inutilmente.