Una non piccola parte o minoritaria delle cure sul
terreno psicologico, delle idee e dei principi che le sottendono e sostengono,
punta alla correzione, al superamento di ciò che interiormente intralcia il
corso abituale dell'esperienza, che lo complica, che non asseconda l'agire
solito, che non soddisfa le pretese della parte cosiddetta conscia, che non le
dà solidarietà, che anzi la frena, le mette ostacoli. La parola d'ordine è
curare, nel verso del combattere, neutralizzare, manipolare e correggere ciò che,
inteso a priori e reso ferrea convinzione dal senso comune e da tanti pretesi
portatori di scienza e conoscenza, come disturbo e cattivo funzionamento, non è
compreso come richiamo e come proposta intelligente e sensata. Ciò che
interiormente crea ostacolo, che intralcia non è uno stato insano da curare, ma
è l'espressione di una iniziativa ben ponderata, della ferma contrapposizione
della parte profonda del proprio essere a proseguire inconsapevoli, ostinati
difensori di un'idea di se stessi e della propria vita che, anche se fragile e
spiantata, dettata e sorretta da modelli e da credo comuni e non fondata su
esperienza e su riflessione proprie, non tollera discussione. C'è una tale
assuefazione a idee e a valutazioni date per scontate, che il fraintendimento
passa per regola e per assoluto. L'esperienza interiore non è una meccanica da
regolare, è una espressione forte e degna della capacità di cui nel nostro
profondo disponiamo di guardare nell'intimo ciò che stiamo facendo di noi
stessi, di renderne visibili, tracciandole e marcandole nel sentire, le
implicazioni. Da un lato ce la raccontiamo, dall'altro il nostro sentire vuole
ridarci il significato vero, il perchè, l'intenzione racchiusa in ciò che
diciamo, che facciamo, nelle risposte che diamo, nelle iniziative che
assumiamo. Non solo, ma la parte profonda di noi stessi vigila su ciò che sta
evolvendo e non trascura di darci segnali, che vogliono farci comprendere la
rotta che stiamo seguendo, ciò che rischiamo in termini di ritardo di crescita
vera e di non possesso di autonomia, di mancanza di bagaglio di consapevolezza
di noi stessi, di mancato possesso di punti di riferimento indispensabili per
non andar dietro e per non farci dire dove andare, dove portare la nostra vita
e verso quali appuntamenti, mete e realizzazioni, per comprenderle e
indirizzarle viceversa in intesa con noi stessi. Non sono casuali ansietà,
attacchi di panico, dove non ci sia vicinanza a se stessi, costruzione e
disponibilità di idee e di visione proprie, capaci di non consegnare la propria
vita a regola e a guida esterne, piuttosto che a proprie scoperte di
significato e di valore. Non è un caso che anche i più giovani siano assaliti
da simili richiami potentissimi, come ansietà diffusa e attacchi di panico, che
la parte profonda dà per far valere e prevalere la necessità di mettere al
primo posto il radicamento in se stessi
e l'intesa con se stessi piuttosto che con altri e col fuori, per non
ritrovarsi in balia di influenze esterne, vincolati alla tendenza a farsi portare e confermare dagli
altri piuttosto che all'istanza di formare e di dotarsi di guida e di bussola
proprie. Il rischio di sintonizzarsi con idee e con modelli comuni, piuttosto
che col proprio intimo e profondo, per formare capacità di visione e consapevolezza,
il rischio di infilare la propria vita in percorsi stridenti e comunque
incomprensivi di ciò che è più consono con se stessi e con le proprie ragioni
d'esistenza e potenzialità, è un rischio non da poco. Non per caso in una tale
situazione in cui, a dispetto delle apparenze, l'individuo procede sprovvisto dell'essenziale e
incautamente, il profondo, con intelligenza e con lungimiranza, lo incalza col
vissuto di ansietà, di apprensione e di paura insistente, di senso di
insicurezza, di fragilità e di smarrimento, che non danno tregua, fino a dare
lo scossone e l'allarme estremo, fino al timore panico che la vita possa
bruscamente interrompersi, che non sia più certa. Non va mai dimenticato che
ciò che si propone nel sentire, anche nelle sue forme più estreme, spiacevoli o
conturbanti, ha un senso e dà volto significativo e efficace, mai agendo fuori
misura o a casaccio, a ciò che, rimanendo abbarbicati alla superficie e a idee
solite circa se stessi e il significato delle proprie esperienze, si rischia di
non comprendere, anzi di rigettare e di liquidare come disturbo e come
patologia. L'intelligenza del profondo rischia in tantissimi casi di essere
misconosciuta e addirittura fraintesa e distorta come segno di debolezza e di
incapacità, tanto che assai di frequente le cure pretendono di imporre a questa
parte, a ciò che determina interiormente, disciplina e correzione come fosse
stupida e insipiente, capace solo di risposte sconvenienti e disfunzionali.
Siamo al colmo dell'arroganza e della presunzione della parte conscia, che
pretende di dettare legge con i suoi principi rigidi, frutto di docilità al
senso comune e alla logica prevalente, alla parte di se stessi che più sa e che
più saprebbe trarre in salvo e rimettere in piedi l'individuo come soggetto
autonomo e consapevole.
venerdì 1 novembre 2019
La grande manipolazione
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