venerdì 27 febbraio 2026

Se lo conosci non lo eviti

Se una parte di te ti parla e vuole dirti, quel che serve è dare disponibilità al rapporto, entrare in sintonia con lei e ascoltarla, fare percorsi di dialogo assieme per conoscersi, per capire. L'inconscio dice, spontaneamente interviene e comunica, lo fa in ogni momento attraverso il sentire, che non è mai casuale, che non è dettato e impartito da fuori, da stimoli esterni, come solitamente si pensa, ma che è sempre modulato e plasmato da dentro, dal profondo, sentire, che, comunque si proponga, apre sentieri, corsi vivi d'esperienza interiore dentro cui prendere contatto con se stessi e vedere, capire per intima esperienza. L’inconscio dice e propone magistralmente con i sogni, che sono ben altro che scarico di frammenti sparsi d’esperienza diurna, che fantasiose produzioni, che espressione di desideri inappagati e taciuti o sottaciuti, che viceversa sono pensiero intelligente, guide di ricerca, di conoscenza di se stessi di acutezza e di veridicità sorprendenti. E' necessario capacitarsi del linguaggio interiore e ancora prima, come dicevo, offrire disponibilità al rapporto e al dialogo, invece che incuria e disattenzione, o peggio opposizione e pregiudizio, come capita di fare spessissimo, quando l'insieme dell'esperienza interiore, perchè disagevole, a volte fortemente impervia o insolita, è già in partenza considerata anomala, dannosa, da correggere, da combattere, per riemergere al più presto al consueto e al normale. Il linguaggio interiore va appreso, perchè le categorie e i modi soliti di pensiero e di lettura dell'esperienza rischiano, quando applicati all'esperienza interiore, solo di fare sfracelli, stabilendo che questo non ha senso, che quello è eccessivo, che bisognerebbe invece che sentire questo provare quell'altro, che la causa sarà questa o quell'altra ecc. ecc. Solo la riflessione, la capacità di guardare e di guardarsi in ciò che si sente, proprio come, guardandosi allo specchio, si può guardare il proprio viso, i propri occhi e vedere ciò che rivelano, può far vedere e rispettosamente riconoscere l'intimo messaggio, cosa ogni sensazione e stato d'animo autenticamente propone, delinea, traccia.  La capacità riflessiva va però formata e sviluppata, perchè non ha nulla a che fare con ciò che abitualmente si intende per riflettere, con ciò che si fa mettendo in esercizio il proprio modo di pensare razionale, che ben incline a dare spiegazioni sul sentire, finisce di fatto per parlargli sopra, per fargli dire ciò che arbitrariamente si ha già in testa e che fa comodo, incasellandolo, incastrandolo nella logica, nelle categorie e nel corto respiro del pensare solito e convenzionale. I sogni devono essere avvicinati con altrettanta cura e attenzione, non con sguardo solito e concreto. Se in un tuo sogno, giusto per fare un esempio, compare una persona, il sogno non te la propone per parlarti di lei e del tuo rapporto con lei, persona che sta là fuori, ma perché questa figura sa dare volto a una parte di te stesso. Se rifletti su ciò che caratterizza questa persona ai tuoi occhi, su ciò che nei suoi modi e atteggiamenti esprime, puoi cominciare a vedere una modalità e una espressione umana, che lei traduce in modo ben marcato, ma che ti appartiene, che l'inconscio proponendotela nel sogno vuole farti riconoscere come tua, mostrandoti come questa parte di te è presente e agisce dentro di te e nella tua esperienza, in alcuni casi rappresenta una potenziale e diversa espressione di te, che vuole, che può  prendere spazio dentro di te, perché tu, in aderenza e con la guida del sogno, la veda,  ne prenda consapevolezza. In ogni caso lo scenario descritto dai tuoi sogni è quello tuo interiore, non c’è sguardo sull’esterno, lo sguardo è tutto al tuo interno, con un approccio validissimo e il più appropriato per la conoscenza di te stesso e dei temi e delle questioni e nodi veri che ti appartengono, su cui l’inconscio ti vuole guidare a prenderne visione e consapevolezza, a lavorarci. Chi arriva in analisi, pensa di sapere già quali sono le questioni che lo riguardano, spesso pensa a cause da ricercare nel passato in qualche responsabilità e azione dell’ambiente familiare e circostante, in qualche episodio spiacevole o traumatico che l’avrebbe segnato, che possa spiegare il suo disagio. L’inconscio, particolarmente con i sogni, guida a scoprire i temi veri, a tenere lo sguardo su di sé dove c’è il cuore e il cardine della propria vita e dove è possibile compiere passi importanti di avvicinamento al vero, di cambiamento, passi di crescita fondamentali e necessari, con sviluppi in precedenza impensati, che la testa razionale non avrebbe potuto e che non potrebbe, agendo presuntuosamente da sola, né concepire, né alimentare.  E' fondamentale dunque imparare a entrare in rapporto col proprio profondo. E’ possibile dialogare col profondo e l'inconscio ha chiara e forte intenzione di comunicare, tant'è che non di rado disturba il quieto vivere, interferisce e interviene, anche vistosamente, nella propria esperienza attraverso tutto ciò che muove e smuove sulla scena interiore ( ansia, panico e quant'altro) e non per fare danno, ma perchè vuole portare con forza l'attenzione al dentro e a se stessi, perchè è venuto il tempo e urge trovare la consapevolezza che manca, perchè l'inconscio può, se gli si dà spazio e retta, nutrire la capacità e sostenere il coraggio di guardare nell'intimo vero e di non perdersi nell'apparente, può e vuole dare spinta alla passione di divenire se stessi e non copia d'altri o d'altro, che nell'esempio e nella mentalità diffusa offre i modelli e le idee di realizzazione personale, con incluso il manuale d'uso. L'inconscio è la vita, l'istinto di essere e di pensare, di aprire lo sguardo, di vedere con i propri occhi, riconoscendo il vero, senza trucchi e senza inganni, senza deformare, senza il filtro opaco di ciò che già è stato detto e concepito. L’inconscio è pensiero indomito e indomabile, che non per caso insiste, che nessun raggiro della mente razionale può addomesticare e mettere a tacere, come capita quando si risponde al malessere interiore con tentativi di metterlo a tacere o di dargli spiegazioni che non ne raccolgono il messaggio, la proposta e la risposta del profondo è di rialimentare il malessere e l’inquietudine perché la proposta avanzata torni pressante, perché sia recepita. L’inconscio insiste e punta alla condivisione e convergenza della parte conscia sulla ricerca del vero, la spinta del profondo sopravanza e scardina i calcoli di convenienza, l’inconscio non ci sta a dare assenso e sostegno all’andazzo corrente e soprattutto alla logica che lo protegge e che non svela ciò che è, l’inconscio pone interrogativi, apre crepe nel costrutto di pensiero solito, perché cominci a filtrare luce di verità, non dà tregua in questo. L'inconscio è l'intelligenza che guarda dentro e smonta le illusioni e gli autoinganni, che va oltre i marchingegni del ragionamento e i preconcetti, l'inconscio è la parte di se stessi che non si accontenta di una vita normale, a norma, dietro altri e passiva, ignorante, che ignora ciò che da sè e attraverso sè si potrebbe vedere e concepire, costruire e volere. Si può assecondare l'inconscio, il proprio inconscio, che non è entità misteriosa e strana, oggetto di studi per eletti, l'inconscio è parte viva di se stessi, parte profonda della propria psiche, parte del proprio patrimonio vitale, il più dotato di intelligenza e di senso della vita. Si può, se lo si vuole, assecondare, accogliere e comprendere la sua proposta, convergere e non divergere, far proprio il vigore di pensiero, di spinta vitale che viene dal profondo di se stessi a trasformarsi fedelmente a se stessi, fino a diventare e a essere se stessi, a ritrovare volto e dimensione umana originale, autentica  e matura, anzichè assegnarsi come  realizzazione umana la sistemazione e la buona resa in qualche ruolo, anzichè darsi come miglior traguardo la prestazione e la conquista del successo, come in genere applauditi e riveriti. E' conquista di vita e di capacità di autonomo pensiero, è conquista non immediata o gratuita, questa alimentata dal profondo, che per aprire a questa prospettiva e scopo, mette prima di tutto in agitazione le acque interiormente, per cominciare a condividere la necessità della verifica sullo stato attuale delle cose circa il proprio modo di procedere e di interpretare la propria vita, per cominciare a innescare con la crisi il processo di cambiamento. Ciò che l'inconscio vuole produrre, dentro cui vuole il proprio coinvolgimento, il cambiamento che vuole far generare, non è soluzione già pronta da consumare, come potrebbe essere una pillola da mandar giù o un consiglio o una prescrizione di comportamento da eseguire. Richiede un lavoro serio su se stessi, sostenuto da passione e da desiderio di vicinanza, di unità e di fedeltà a se stessi. Il rapporto e l’ascolto del profondo sono essenziali per la conoscenza di sé e di ciò che accade dentro se stessi, senza il contributo di questa parte profonda, non è possibile capire il significato della vicenda interiore di cui si è portatori, del malessere interiore, della crisi da cui si è coinvolti, che altrimenti, come spessissimo accade, si affronta con sospetto e sulla difensiva offensiva, con la pretesa, casomai con qualche aggiustamento e con qualche nuova elaborazione del pensiero ragionato,  di riportare le cose al dritto del solito modo di procedere, non vedendo, non concependo altro. Senza entrare in sintonia e in intesa con l’inconscio, senza il suo apporto non è possibile comprendere il significato della crisi, del malessere interiore, le sue vere ragioni, il suo senso e scopo, che solo questa parte profonda, che ne ha mosso le fila e gli svolgimenti, è in grado di chiarire. Senza la sua guida non è possibile perseguire lo scopo di cambiamento e di crescita che la crisi ha voluto cominciare a mettere in campo. Per mettersi su questa strada, per compiere questo percorso, può essere necessario l'aiuto di chi sappia guidare a avvicinarsi a sè e ad ascoltarsi, a comprendere il linguaggio della propria interiorità, a svolgere, con la guida del proprio profondo, il cammino di ricerca necessario, attingendo alla propria risorsa profonda, piuttosto che a combattere parte intima di sé, a contrastare presunte anomalie di sentire e di comportamenti. L'inconscio è più vicino di quanto non si creda, non è un alieno, è presenza intima e viva, che interviene, che propone, che sa e che vuole comunicare, che è pronta a fare dono prezioso, a dare stimolo e guida per far rinascere se stessi. Se lo conosci non lo eviti.

mercoledì 25 febbraio 2026

Essere se stessi

Il rapporto con la propria interiorità è fondamentale per generare un vero cambiamento, per uscire dal recinto di un modo di essere e di procedere che non rispecchiano se stessi, il proprio autentico. E’ la propria interiorità a saper dare il terreno di incontro col vero di se stessi, le guide per scoprire il significato delle proprie esperienze, proprio attraverso il sentire, ciò che rivela, proprio attraverso i sogni, fonte impareggiabile e imprescindibile per capire e conoscere se stessi. Diversamente è fatale assumere altro come guida, come fonte e matrice di pensiero, diversamente è fatale dare importanza decisiva alla tenuta e alla capacità di rendimento nel proprio procedere consueto, alla sua prosecuzione possibilmente senza inciampi e cadute, coprendolo di significati che confortano e procurano conferma della sua validità e affidabilità, mettendo spesso e volentieri in primo piano nei passaggi più o meno difficili  le responsabilità altrui, l’azione dei fattori esterni, non mettendo in primo piano invece nel bello e nel cattivo tempo cosa si sta facendo di se stessi e verso se stessi. E’ la propria interiorità a intervenire di continuo nel sentire per dare stimoli, per accentuare e dare evidenza, per fornire le tracce, i richiami utili per aprire gli occhi, per soffermarsi a capire cosa sta succedendo, a quali vincoli è sottoposto il proprio modo di agire, a quale scopo si assume un atteggiamento, si dà un certo tipo di risposta, si segue un certo proposito o aspirazione. Gli stimoli e gli spunti, i richiami si possono presentare in una forma facilmente avvertita come antipatica e guastafeste, disturbante come possono risultare improvvisi impacci, esitazioni, perdite di sicurezza, come ansietà, esperienze interiori che ci si abitua a giudicare come sgraditi segni di insufficienza e di difettosa resa, anziché intenderle come inviti a guardare dentro cosa si vuole ottenere e si pretende di produrre, di trarre da se stessi e a che scopo, vincolati casomai alla preoccupazione di dare buona prova, di non sfigurare o al desiderio di ottenere plauso. La sollecitazione dell’interiorità, del profondo è a capire attentamente cosa si sta facendo di se stessi, che è ben altro intento e scopo, ben più importante, che ottenere di correre senza intralci. Questa ricerca di verità può sembrare scomoda, persino un fardello, un appesantimento di troppo, ma c’è di mezzo il recupero  della visione nitida e consapevole di ciò che coinvolge la propria vita, che riguarda il proprio modo di farsene interpreti, che, se lasciato nelle nebbie dell’inconsapevolezza o se travisato e mistificato non farà che produrre esiti e sviluppi niente affatto promettenti, niente affatto felicemente in accordo e fedeli a ciò che da sé, aprendo sguardo riflessivo,  potrebbe rendersi chiaro come scoperta di ciò che è valido davvero, corrispondente a sé, al proprio giudizio, a ciò che persuade intimamente  e che appassiona. Se da un lato può farsi avanti l’auspicio della leggerezza, che è desiderio di sgombrare il campo da presunti innaturali appesantimenti, dall’altro c’è la sollecitazione della propria interiorità a aprire gli occhi, a passare da una visione accomodata, parziale e infedele al vero a una visione invece che il vero, pur con costo di scomodità e con onere di ricerca, lo vuole riconoscere nel proprio interesse, per far crescere la propria matura consapevolezza, fondamento della propria autonomia. Ho già avuto occasione nei miei scritti di sottolineare come nel modo di procedere abituale e più diffuso non è dato spazio e rilievo al rapporto con se stessi, nel cammino fatto la priorità presto è stata data al rapporto con l’esterno, con gli altri, in secondo piano il rapporto con la propria interiorità, considerando il proprio sentire come semplice eco e cassa di risonanza di situazioni e di stimoli esterni, le proprie emozioni  e stati d’animo come segno del sapersi ben adeguare o viceversa dello stentare nel tenere il passo. Non riconosciuto il rapporto con la propria interiorità come importante e decisivo per la propria crescita, rapporto dunque da rispettare e da coltivare per il proprio bene, da un lato non si è compreso il valore di questa risorsa, dall’altro e di conseguenza non ci si è arricchiti dell’attingere a questa risorsa interiore. Non si è sviluppata la capacità di ascolto delle proprie emozioni, dei propri stati d’animo, di tutte le espressioni della propria vita interiore, dal sentire ai sogni, privandosi dunque del loro contributo, fondamentale non per saper dare prova di adeguatezza, ma per avere le guide per capire, la bussola per orientarsi nel proprio cammino. Così spogli di guida e di sostegno interno, si è pensato con sempre più tenacia e persuasione che il luogo della vita, di ciò che conta seguire e tenere sotto il proprio sguardo, luogo di conoscenza, anche di scoperta di se stessi, fosse nel legame con l’esterno, con la cosiddetta realtà, con gli altri. Nel rapporto con l'esterno, con gli altri ci si è via via persuasi che si dovesse trarre la conoscenza di se stessi, affidandosi, come fossero scontate, a chiavi di lettura dei significati di uso comune e abituale, confidando nel fatto che le spiegazioni prodotte dalla propria mente razionale, che, nel portare lo sguardo su di sé e sulla propria esperienza, di miopia, di sviste e di fraintendimenti, a starci attenti, è spesso maestra, potessero bastare per capirsi, che anzi quello fosse il modo giusto di pensare la propria vicenda. D'altra parte va riconosciuto che il modo di pensare comune, a cui facilmente, se privi di scoperte autonome, di scoperte proprie in unità con la propria interiorità, si aderisce, spinge fortemente in questa direzione del legame con l’esterno come luogo della vita, con la persuasione che nulla si possa costruire e che nessuna occasione di crescita personale sia possibile se non attraverso lo scambio con gli altri e l’utilizzo delle risorse esterne per meglio capire e conoscere, per meglio progredire. Questo non è solo il pensiero comune, ma è l’idea caldeggiata spesso anche da presunti esperti della psiche. Nell’ambito stesso di tante forme di psicoterapia ciò che è prima di tutto messo al centro dello sguardo per capirsi, per individuare nodi e questioni sono le relazioni con gli altri. La relazione con se stessi, con la propria interiorità, pare non avere centralità, pare addirittura non avere consistenza, ancora meno capacità di portare ad alcunché. Se questo accade è segno che in non pochi terapeuti, dotati di tecnica e di teoria prese da insegnamento di scuole varie, il rapporto con l’interiorità, con la loro interiorità, è terra sconosciuta. Tutto pare girare attorno al rapporto con l’esterno, le uniche relazioni riconosciute sono quelle, il terreno su cui lavorare, le cose da capire, le problematiche come le opportunità, le cose possibili da portare a compimento stanno lì. Tornando al desiderio di offrire a se stessi un cambiamento nel segno di una conquista di libertà e di una capacità di realizzazione più consona a sè, si manifesta facilmente su questo terreno impazienza. L'aspirazione al cambiamento vuole percorrere vie rapide. Cominciando ad esempio a prendere visione del proprio vincolo a stare dentro regole di comportamento e in ossequio, in subordinazione al giudizio altrui, si fa prontamente avanti il desiderio di dare rapida forma al cambiamento. Sembra allora fare la differenza e poter produrre un immediato cambiamento nel proprio modo di essere e di condursi il proposito di "essere se stessi", di togliersi ogni vincolo e maschera, di seguire ciò che, non vincolato a altrui giudizio e regola, pare poter immediatamente originare da sè, fedelmente a sè. In una condizione però di abituale e perdurante lontananza da sè, dal proprio intimo e profondo, la pretesa di far presa su ciò che sarebbe più originalmente proprio e consono a se stessi, più ispirato e insito nella propria natura, su cosa può far leva e conto? Non può che far riferimento e conto sul bagaglio di conoscenza di se stessi, di familiarità col proprio intimo e profondo sino a quel momento sviluppati, non certo così sviluppati, perché, come visto, raramente messi al centro del proprio interesse e cura, vista la centralità data alla ricerca dell'intesa, alla capacità di interazione con l'esterno, con gli altri. Dunque, pur con l'intento di essere se stessi, di esercitare questa libertà, non ci si può che ritrovare a far leva su qualcosa, su una visione della vita, del senso della propria vita e su una visione di se stessi che discende, che è più frutto di un accordo con idee attinte da fuori  che di una intesa, di una vera condivisione di scoperte, di conoscenza di se stessi con la propria interiorità, cui sinora non è stato dato interesse e spazio. E' proprio questo che manca e che va sviluppato. E' necessario dare spazio all'incontro e allo scambio con la propria interiorità, che ha capacità e ruolo principe nel condurre a svolgere un attento lavoro su di sè per veder nascere e per riconoscere ciò che è originale e proprio, ben diverso da ciò che si è abituati a prendere come idea di se stessi di riflesso da pensato comune e da ciò che gli altri sembrano riconoscere e confermare, convalidare e premiare o viceversa considerare inadeguato e da migliorare di se stessi. Non si può essere se stessi, se non si ricompone l'unità con la propria interiorità. Senza questa e senza ciò che di se stessi si può nel rapporto e nel dialogo con il proprio profondo conoscere e scoprire di autentico e fondato, essere se stessi si traduce nel raccogliere e nel riproporre espressioni di sè senza radice, senza contenuto originale, espressioni spesso subordinate e finalizzate ancora e prima di tutto a fare i conti con lo sguardo e col giudizio altrui, casomai in opposizione, casomai per sfida, ma sempre con questi in stretto vincolo e legame. Il desiderio di essere se stessi può segnare una prima apertura a tener conto del sentire vero, di ciò che originalmente, davvero spontaneamente si propone dentro se stessi, di contro alla tendenza non rara a esercitare un filtro, a volte a riplasmare e dirigere, a enfatizzare le proprie emozioni, il proprio sentire per renderlo conforme alle attese, per adeguarlo a ciò che pare ben voluto o adeguato. Spesso sono sottili manipolazioni. C’è poi la tendenza a dare prima di tutto espressione esterna al proprio sentire che invece è proposta intelligente da accogliere e comprendere nel suo dire. Il sentire nelle sue proposte spontanee è traduzione dell’intelligenza del profondo che con emozioni e stati d’animo guida a conoscersi, a capire. Sovrapporre al sentire significati e intenti che non gli corrispondono può sciuparne e fraintenderne il vero senso. E’ perciò necessario imparare a intendere il linguaggio e il valore di tutto ciò che originalmente, che spontaneamente si muove dentro se stessi. Essere se stessi significa essere in unità e accordo con la propria interiorità, questo implica non disdegnare sensazioni che risultano spiacevoli o impreviste, scomode, ma che hanno da dire, che non si possono scartare o ripudiare. Insomma per essere se stessi è necessario scoprire cosa significa stare in unità vera con se stessi in tutto il proprio essere. Non c'è scorciatoia possibile, non c'è possibilità di vero accordo con se stessi,  di conseguente vero cambiamento nel segno di essere se stessi  se non si recupera l'unità con la propria interiorità, se non ci si rende disponibili a essere guidati dal proprio profondo, dentro i percorsi tracciati dal sentire, con le guide dei sogni, che non sono robetta fantasiosa, ma prodotti e leve di pensiero acute e intelligenti, a svolgere un attento e paziente lavoro su se stessi, necessario per formare ciò che può rendere sul serio dotati di contenuti, di idee e di scoperte originalmente proprie, di capacità di stare in unità e intesa con tutto il proprio essere. Se non si genera il proprio di pensiero, fatto di scoperte di significato, lavorando su di sè, sulla propria esperienza con la guida del proprio profondo, se non si crea forte e caldo legame con la propria interiorità, se non si sviluppa capacità di ascolto, di dialogo, di fedele corrispondenza col proprio profondo, con ciò che nel sentire  propone, se non si fa proprio il sapere che trasmette attraverso i sogni, non c'è base ricca e salda per essere davvero se stessi, capaci cioè di condursi e di condurre la propria vita fedelmente a sè. Se non ci si conosce nel vero e non si scopre ciò che davvero appartiene a sè e che da dentro se stessi vuole vivere, non per adeguatezza e ossequio a modelli esterni, non per ricevere consenso e lode, ma per persuasione profonda e per passione autentica, non c'è base viva e alimento interno per essere e per far vivere davvero se stessi. Il lavoro da farsi può non soddisfare la pretesa del pronto uso, di pronta traduzione e messa in opera, abituale nel procedere solito. Può esserci la velleità di avere già possesso di soluzioni e risposte, ma il rischio di sparate a salve, di conquiste di illusorio cambiamento e di spazi di libertà nel recinto del solito è elevatissimo.

sabato 21 febbraio 2026

Un lamento senza fine

Il lamento è ciò che capita di ascoltare in chi è alle prese con il malessere interiore nelle sue diverse espressioni, un lamento che nel tempo diventa più insistente. E' figlio dell'idea di malattia messa sul conto di ciò che interiormente, risultando scomodo, difficile da reggere e da capire, spiacevole, spesso mettendo in difficoltà e intaccando, compromettendo il procedere solito, che si ha solo desiderio di far scorrere libero da intralci e ostacoli, fa concludere presto che c'è in gioco solo qualcosa di anomalo, di avverso, di malato se insiste. La cura stessa in non pochi casi dà implicita conferma a questa lettura, a questo modo di pensare se stessi in relazione a un'esperienza interiore che pare l'oggetto malato da curare. Convinti, anche dentro e sulla base dell'esperienza della cura, sia essa farmacologica o psicologica, che il problema sia togliere di mezzo l'intralcio interiore e che il proprio bene stia nel poter riprendere e proseguire l'andamento di sempre, non si comprende il vero significato e il valore di tutto ciò che accade interiormente. Si rimane così ben lontani, per effetto di pregiudizio e di predisposizione negativa, dal riconoscere nel proprio sentire, pur doloroso e  poco piacevole, l'intento e la capacità, tutt'altro che ostile e deleteria, di esercitare guida alla conoscenza più veritiera e perciò matura di se stessi, di dare impulso vivo a trasformazioni importanti, utili e necessarie. Il proprio sentire, la propria esperienza interiore difficile e sofferta diventano oggetto di un discorso che li vuole vedere come esperienza interiore e sentire anomali, negativi, frutto e espressione di patologia, di un guasto in atto da correggere o al più, mettendo in campo la volontà di capire, questa si traduce nel cercare di trovare loro (alla presunta patologia e al presunto guasto) una causa, che li avrebbe provocati. Muovendo dall'idea, preconcetta anzicheno, che il malessere sia un che di anomalo, un disturbo, conseguente a una causa anche remota, che avrebbe compromesso il proprio equilibrio e benessere psicologico, la propria crescita normale, che qualcosa sia intervenuto, sfavorevole e nocivo, traumatico e penoso, ecco che si finirà pur per trovare qualcosa come causa di aspetto plausibile da qualche parte nella propria biografia, a conferma e a suggello della tesi precostituita del danno subito, non poche volte con l'aiuto e il sostegno della stessa psicoterapia. In questi casi, tutt'altro che rari, ci si dota di una costruzione logico razionale, che pare soddisfacente, che illude di aver capito, che in qualche modo sembra rincuorante e capace di placare la tensione, anche se avvertendo che il rapporto con la propria interiorità permane difficile e ancora da tenere a bada. Capita infatti e comprensibilmente che la propria interiorità, riconoscendo non recepito il proprio messaggio e non accolta e condivisa la propria proposta, non cessi di farsi avanti, di sollecitare, di alimentare nuova inquietudine interiore. L'esperienza interiore viva è stata resa muta, al sentire attuale non è stata concessa parola, sul loro conto si è imposto un discorso e un'indagine, viziate da preconcetto e predisposizione negativi, utili solo a tentare di liberare il campo dalla loro presenza come disturbo indebito. Non è un caso che si compia una simile manipolazione e distorsione del significato dell'esperienza interiore, che di fatto, parlandole sopra e facendole dire quel che si presume, ci si mantenga sordi e incapaci di rispettare e di lasciar parlare l'intimo sentire. La mancanza di capacità di ascolto e di dialogo con la propria esperienza interiore, è una  mancanza che accomuna in non pochi casi, va detto, chi patisce la sofferenza e chi se ne prende cura, malgrado i titoli accademici conseguiti, i tanti corsi seguiti, gli insegnamenti di scuole accreditate. La conoscenza interiore, questo vale per tutti, per i terapeuti dovrebbe valere anche di più, si fonda sulla apertura e capacità di rapporto con la propria interiorità, che è  ben altra cosa dal possesso di teorie e tecniche apprese. L'incapacità di accogliere e riconoscere il senso vero dell'esperienza interiore è legata al fatto che negli anni, nel processo di crescita personale, è sempre stata in primo piano la ricerca dell'adattamento alle circostanze esterne, la preoccupazione di apprendere da fuori, da istruzione, da esempio, da modelli  e cultura condivisa, mentre la vita interiore è stata considerata solo un seguito emotivo, una sorta di eco di vicende esterne, con l'attesa e la pretesa che non creasse intralci, che assecondasse la ricerca dell'intesa con gli altri, la capacità operativa e i propositi di riuscita così come intesi e celebrati dal senso comune. Così condizionati dalla propria incapacità di ascoltarsi, di entrare in rapporto rispettoso con la propria esperienza interiore, di intendere e di capire il significato originale, intimo e vero, dei propri stati d'animo e del proprio sentire, nel frangente difficile, quando le espressioni del proprio sentire diventano aspre, dolorose, di insolito aspetto e più incisive,  si è disarmati di fronte alla crisi e al malessere interiore da cui si è investiti. Si reagisce con sospetto e con paura, si concepisce come favorevole solo il ritorno allo stato abituale, la liberazione da inquietudini e da disagi interiori, visti come inutili e odiosi intralci. Privi della capacità di intendersi con se stessi, di entrare in sintonia con la propria interiorità, di cogliere utilmente il significato e lo scopo di ciò che il proprio sentire sta comunicando con tanta forza e intensità, ci si chiude difensivamente e ci si preclude la scoperta di ciò che, affidabile, utile e prezioso, la propria interiorità ha intenzione e capacità di proporre, di offrire. Lo stallo è frutto di questo trincerarsi nella posizione ostile e difensiva rispetto a un'esperienza interiore che non muta. Non muta perchè con forza e persistenza la parte profonda preme, perchè, non accolti i richiami di vitale necessità che lancia, torna a consegnarli. Ecco allora il lamento senza fine contro ciò che si considera una sorte infelice da malati cronici. E' un lamento che nel tempo ha dalla sua anche un valido motivo. Quell'assetto difensivo, quella barriera ostile opposta alla parte intima di se stessi non fa crescere nulla, incallisce solo il preconcetto circa la propria condizione di malati, fa sì che si viva in una sorta di blocco e di torpore dell'animo e della mente, torpore legato non solo all'uso di eventuali psicofarmaci, ma anche e principalmente a una stasi del pensiero e della conoscenza, che non è certo leva di benessere e motivo di gioia.

mercoledì 18 febbraio 2026

Qual'è la parte davvero malata?

Osservando con attenzione le vicissitudini del rapporto con se stessi, si può rilevare come la parte intima sia spesso soggetta, in caso di crisi e di segnali di sofferenza, di malessere interiore, a essere designata come la parte malata, non a posto. Sono situazioni, non certo rare, in cui va senza esitazione sotto giudizio e sotto cura la parte interiore, cui è assegnato l'attributo di essere malata, parte da trattare, da risanare, da rimettere possibilmente in funzione per il verso giusto o considerato tale. Non è motivo di sorpresa che questo accada, se si tiene conto che è nella parte cosiddetta conscia e nelle sue risorse e nei suoi prodotti di pensiero, di volontà e di iniziativa, che ci si riconosce senza indugi, considerando il resto di stati d'animo, di sentire, di spinte e movimenti interiori, come parte e appendice da tenere sotto tutela e comunque non riconoscendole altro significato che di essere più o meno in linea con le proprie aspettative. Pur non sapendo e non capendo nulla della propria vita interiore, ci si pone come arbitri di ciò che che questa parte intima di se stessi può e non può dire di valido. A volte si pretende di plagiare il proprio sentire, di manovrarlo, almeno ci si prova a farlo, cercandone e esaltandone le belle prestazioni, come quando con compiacimento si mette in mostra una cosiddetta sensibilità di fronte a qualche situazione rito che richieda stupore e commozione, come in presenza di qualche altare della meraviglia, che sia un panorama che più bello non si può o altro che si presuppone di alto valore artistico o culturale e di forte capacità di presa, come quando viceversa si presenta una situazione dove mostrarsi colpiti e affranti sembra fatale, dove, come in presenza di eventi come un lutto o altra disgrazia umana, diventa prova di presunta umanità porsi e reagire come afflitti. In questi casi qualcosa di fine, ma non di impercettibile, nel proprio sentire segnala la forzatura, però il tornaconto di immagine e di ricarica di presunta autostima è così gradito, che volentieri ci si passa sopra. Già queste non sono propriamente espressioni di un rapporto rispettoso col proprio sentire. Quando le cose interiormente però non girano per il verso desiderato e atteso, per effetto della libertà che la parte intima e profonda si prende e senza tante remore, per l'autonomia che ha e cui non è disposta a rinunciare, scatta il disappunto, la sorpresa negativa, che può arrivare al biasimo, al giudizio di inadeguatezza, di mala rispondenza agli interessi in campo, fino alla censura, fino al giudizio che definisce insano ciò che non si accorda, che non va nel verso di ciò che si ritiene valido, accettabile e giusto. C'è una parte giudicante, a cui spessissimo ci si stringe, che forse, a ben guardare, è malata di rigidità di giudizio, che si fa forte di persuasioni che più si reggono sul senso e consenso comune, che si avvalgono di schemi di giudizio, di attribuzioni di significato, di valore presi in prestito che di scoperte proprie, che, considerandosi invece avveduta, rifiuta e trascura ampiamente verifiche attente, scoperte di verità circa ciò che fa e che pensa, circa i modi di procedere, circa i vincoli dentro cui si muove, che con i suoi costrutti di ragionamento omette di vedere, preferendo darsi versione più accomodata e rassicurante. Ebbene la parte intima proprio lì va a intervenire, dando attraverso gli interventi del sentire, con le  emozioni, i mutamenti d'umore, note interne discordanti, incisi dentro l'esperienza, continui stimoli e spunti per aprire gli occhi, per prendere visione del vero del proprio modo di essere, di pensare e di procedere. Può considerarsi guastafeste, può tirarsi addosso antipatia e disappunto della parte benpensante conscia, ma non smette di metterci lo zampino nel corso dell'esperienza e non certo a fin di male, ma per provare a accendere qualche lume di consapevolezza. Può intervenire con grande forza, può dare ansia per dire che la costruzione della propria vita è fragile e che espone a rischi di perdersi dietro a realizzazioni inconsistenti o estranee a una vera progettualità propria, a ciò che potrebbe scaturire da sè, consono a se stessi, che richiederebbe non correre dietro a altro, ma fermarsi, darsi pausa e spazi di lavoro su di sè per veder chiaro sul proprio modo di procedere abituale, verificando su cosa è fondato e a cosa è affidato, su quali basi, dentro quali vincoli e sostegni, dietro quali guide, per comprendere la necessità di mettere assieme le basi, autentiche, salde perchè dentro di sè riconosciute, di un proprio modo di intendere la propria vita e la sua realizzazione. L'ansia non soffia per caso, non è patologia, è richiamo, è allarme provvido e intelligente. La parte intima può spingere con ancora più forza d'urto come con l'attacco di panico per segnalare il contrasto tra l'orientamento prevalente che punta al fuori, su cui è riversata la parte conscia e il dentro che non le è consenziente, che minaccia di toglierle respiro e ossigeno in quel suo modo di procedere spiantato. La parte intima può coinvolgere nell'afflizione del dolore e della perdita di voglia di vivere, nello sconforto di non vedere luce di fiducia, di speranza, ma solo senso di svuoto e di spegnimento, nella cosiddetta depressione, per calare per intero e senza fughe non in un patologico umore e sentire, bensì nel sincero e onesto bilancio e verifica del modo di condurre la propria vita, non tacendone le forti carenze, persino il  nulla di sè e di davvero generato e tratto da sè in una esistenza che si è retta più su altro che su autonoma creazione, sia che si sia trattato di una vita sinora in appoggio e cercata dentro legami con altri e sistemandosi dentro un ruolo designato, sia che si sia trattato di una vita in apparenza fulgida di successi, senza che però abbia avuto successo, crescita e sviluppo nulla di proprio, nulla che non sia stato aver dato prova mirabile da trenta e lode e da applausi. La parte interiore, che non tace il vero, che, costi quel che costi, vuole farne promozione, subisce il torto sistematico di essere considerata malata, oggetto da curare, quando in realtà porta i germi sani di una verifica e di una possibile trasformazione della propria vita nel verso di renderla capace di produrre qualcosa che abbia un senso, che non sia sostenuto da illusorie persuasioni. Si tratta certo di una proposta impegnativa. La parte profonda, ben lungi dal fare le bizze o dall'essere solo capace di espressioni immature e irrazionali da governare e da gestire, da tenere a bada e all'occorrenza da rimettere in riga, è portatrice, lo si comprende quando la si conosce per davvero in ciò che è, di spinte di crescita assai mature, di stimoli, a volte assai pungenti, anche dolorosi, di ricerca di verità che possono risultare scomodi, che la parte conscia è spesso ben lontana dall'intendere e dal condividere. La parte conscia, che si arroga capacità superiore, in realtà chiude spesso cocciutamente e arrogantemente a qualsiasi verifica, anzi nemmeno queste sollecitazioni di crescita vera, che le vengono dall'intimo, le comprende, anzi le fraintende grossolanamente, appioppando all'intimo, che, come visto non per caso o insensatamente procura ansia e altro, patente di parte non a posto e malata. Quale è dunque la parte davvero malata e che richiede cura? La parte che può alimentare la cura è proprio la parte sempre indiziata di essere quella da mettere a norma e da sanare. La parte intima è quella che ben guidata dal profondo, se la si comprende e se ne riconosce il linguaggio, il potenziale e il valore, può fornire la base, le risorse, l'animo e l'intelligenza per sanare l'inadeguatezza della parte conscia, spesso a rischio di portare avanti costruzione adeguata al giudizio dei più, ma carente, per non dire vuota, di contenuto proprio. Questo, di cui ai miei occhi sono testimone nel rapporto con me stesso, è ciò che nel lavoro analitico ho visto in tanti anni e che tuttora vedo compiersi nell'altro nella evoluzione del suo rapporto con se stesso, con la sua interiorità. 

mercoledì 11 febbraio 2026

Il credo comune e condiviso vede come insano il malessere interiore e come valida e sana la lontananza da se stessi.

Il corso interiore, quando assume una forma non agevole e non conforme alle attese, facilmente incontra in chi lo vive una reazione prontamente negativa di insofferenza, di timore, di rifiuto. Scattano rapidi i giudizi che ne sentenziano il carattere inadeguato, sbagliato, persino assurdo, perchè fuori da ciò che si ritiene essere accettabile e ragionevole. Sono giudizi che rapidamente fanno giustizia di un'esperienza interiore subito sgradita, mettendole sopra commenti e spiegazioni che tanto sembrano ragionevoli quanto non hanno nulla a che fare con ciò che quel sentire, spiegato e giudicato e non ascoltato, vuole dire, mettere in primo piano e portare a comprendere. Il linguaggio interiore è spesso ignoto ai più, ignoranza che non è riconosciuta, anzi che va di pari passo con la supponenza del giudicare, del trarre rapide conclusioni. Quante occasioni perse per ritrovarsi, per mettere a punto una chiara visione di se stessi, di ciò che sta realmente accadendo nel proprio cammino di vita, per orientarsi! Il proprio sentire, il corso interiore di stati d'animo, di emozioni, di spinte infatti non è mai casuale, anzi nulla è più opportuno, assennato, rispondente alla necessità di aprire gli occhi, di comprendere il vero, nulla è più affidabile e capace di portare in evidenza i nodi importanti, le questioni da capire, nulla è più valido supporto e guida per conoscersi e per crescere di ciò che si declina interiormente. L'apparenza o meglio ciò che, facendo uso di senso comune, di logica corrente, si ritiene di vedere nel proprio sentire, che ne condiziona e delimita la visione, il preconcetto insomma, è una cosa, il significato e la proposta vera racchiusa nelle proprie sensazioni, nei propri stati d'animo, nei propri tormenti e ansietà, nelle pieghe e negli svolgimenti, anche nei più sofferti del proprio sentire, è tutt'altra cosa. Si è in genere incapaci di relazione, di ascolto e di dialogo col proprio sentire, con la parte intima di se stessi. Ci si è nel tempo abituati e adattati a questa sostanziale ignoranza di ciò che vive dentro se stessi, a cui non si dà rilevanza, si è imparato viceversa a portare tutta l'attenzione verso l'esterno, inteso come il luogo della vita vera e della realtà che conta, a pensare che si ha occasione di vita e di crescita solo nella relazione col fuori organizzato, con le proposte e con i supporti che offre, che vanno portate a sè quelle risorse, senza le quali si è convinti di potersi solo spegnere, involvere e inaridire. Bisogna dunque stare al passo e nella disposizione a recepire, ci si persuade che non si può avere occasione di crescere se non ci si nutre delle opportunità, delle risorse, dei mezzi offerti e organizzati, della relazione con gli altri. Si ha assai spesso una cultura dell'intimo, una conoscenza e una capacità di comprendere la propria vita interiore, conoscenza e consapevolezza che non è certo un lusso da possedere o uno sfizio strano o superfluo, riguarda infatti l'avere chiara visione di cosa vive nella propria esperienza, di chi si è veramente, di cosa si sta facendo della propria vita, che senza l'ascolto attento e l'incontro con la propria parte intima non si può avere, al più ci si racconta quel che pare e piace, cultura che dire primitiva e piena zeppa di luoghi comuni, di pregiudizi, di preconcetti, assorbiti dal pensato comune, di sbrigative sovrapposizioni a ciò che si sente e che si propone nel proprio intimo di spiegazioni e di deduzioni, è dire poco. La cultura che sta a cuore riguarda solo l'apprendimento di ciò che è stimato e onorato come conoscenza da acquisire dalla biblioteca del sapere, che spesso serve solo a sentirsi e a essere riconosciuti dall'intorno sociale come adeguati, all'altezza, intelligenti. Per quel che conterebbe davvero imparare a conoscere, coltivare nel rapporto con la propria vita interiore, la più vicina, la più carica di capacità di formare pensiero vivo e piantato, invece sembra bastare e avanzare quel che si presume di sapere già e finisce lì. Quando la vita interiore assume caratteri acutamente impervi, critici e difficili, ecco allora che entrano in campo le reazioni più scomposte e la tendenza a spararle subito contro giudizi di insensatezza, di essere condizione anomala, persino malata, capace solo di procurare afflizione, ostacolo al vivere, piaga malsana di cui ci si considera vittime. La visione che si ha dell'esperienza e delle condizioni di malessere interiore è ben in sintonia e accordo col pensato più comune e questo autorizza e dà manforte a sostenere la tesi del disturbo, della anomalia, della malattia da combattere e sanare. Pur nella omogeneità di visione di giudizio o meglio, proprio per la mancanza di autonomia nel considerare e comprendere il significato e il valore delle espressioni della propria vita interiore, può esserci verso gli altri timore di essere mal giudicati, altri che potrebbero vedere nel malessere, nella sofferenza interiore di cui si è portatori segni di debolezza, di cattivo stato, di mancata matura (?) crescita, altri pronti casomai a indicare nella forza di volontà la reazione da impiegare. Da qui la delega a presunti esperti e titolati terapeuti di infilare in una casella diagnostica ciò che, unico e originale, vive dentro se stessi, di fornire rimedi, antidoti a ciò che pare solo una minaccia, un danno, un disturbo da sanare al più presto, da tenere a bada, vuoi con  farmaci, vuoi con spiegazioni e consigli, vuoi con tecniche e prescrizioni di comportamento per mettere a tacere, per contenere, per raddrizzare le cose. Ecco il salvataggio invocato, che in sostanza, anche se non lo si riconosce e ammette come tale, varrebbe a uscire fuori dal disagio di stare in contatto con se stessi, reso insostenibile proprio dalla incapacità, frutto di mancata vera crescita personale, di entrare in rapporto con la propria interiorità. E' una mancanza che deriva dal non aver avuto a cuore nel tempo di formare, di coltivare il rapporto con la propria parte intima e profonda, con la propria vita interiore. Questo limite, questa insufficienza e mancata crescita non ha però riconoscimento, non è in primo piano, non è ammessa e resa chiara ai propri occhi, si continua anche in regime di cura, a cercare solo di gestire, di mettere a tacere, rovesciando tutta la responsabilità su ciò che interiormente non girerebbe a dovere, di cui ci si considera vittime, a cui si è ben propensi a cercare altrove da sè le cause, ricorrendo, casomai con l'aiuto di una psicoterapia ad hoc, a qualche indagine, preferibilmente sul passato remoto personale, che rintracci e metta in primo piano e chiami in causa responsabilità altrui, carenze, condizionamenti e torti subiti, traumi patiti e altro come ipotetica causa, cui si dà volentieri credito, del proprio intimo malessere. Ciò a cui nel tempo, nel modo di condursi si è dato rilievo, ciò a cui si è badato e dato priorità è stato e continua a essere altro e tutt'altro dallo sviluppare capacità di rapporto, di ascolto e di dialogo, di intesa con la propria interiorità. Ciò che di sè e per sè ha avuto e continua spesso a avere primato e affidamento è la capacità di formare pensieri ragionati, considerata valida e sufficiente, quando, a guardare bene, nella conoscenza dei significati della propria esperienza e di se stessi, è nulla di più che una tessitura di congetture spiantate, per quanto voglia considerarsi attenta e intelligente. Ciò a cui si dà credito e cui tanto e volentieri ci si dedica, come modalità principe di occuparsi di se stessi, sono gli accorgimenti studiati col ragionamento per guidare i propri comportamenti, con al centro la cura della rappresentazione di sè, della buona riuscita, della tenuta negli scambi con gli altri, per destreggiarsi e per ben figurare, senza alcun interesse serio di capire cosa si sta facendo di se stessi, dentro quali vincoli e a che scopo. Se si portasse sguardo attento a riconoscere il vero della propria condizione, se si tenesse conto di quanto poco si sa di sè e si sa dare a stessi, si comprenderebbe che prendersi davvero cura di stessi significa non chiudere, non mettere a tacere, non mettere sotto controllo, ma aprire alla propria interiorità e perseguire lo scopo di far crescere la capacità di ascolto e di dialogo con l'intimo e il profondo di sè, il solo capace di dare vero arricchimento, conquiste di verità, autonomia di pensiero, passione e forza di far vivere l'autentico di se stessi.