mercoledì 11 febbraio 2026

Il credo comune e condiviso vede come insano il malessere interiore e come valida e sana la lontananza da se stessi.

Il corso interiore, quando assume una forma non agevole e non conforme alle attese, facilmente incontra in chi lo vive una reazione prontamente negativa di insofferenza, di timore, di rifiuto. Scattano rapidi i giudizi che ne sentenziano il carattere inadeguato, sbagliato, persino assurdo, perchè fuori da ciò che si ritiene essere accettabile e ragionevole. Sono giudizi che rapidamente fanno giustizia di un'esperienza interiore subito sgradita, mettendole sopra commenti e spiegazioni che tanto sembrano ragionevoli quanto non hanno nulla a che fare con ciò che quel sentire, spiegato e giudicato e non ascoltato, vuole dire, mettere in primo piano e portare a comprendere. Il linguaggio interiore è spesso ignoto ai più, ignoranza che non è riconosciuta, anzi che va di pari passo con la supponenza del giudicare, del trarre rapide conclusioni. Quante occasioni perse per ritrovarsi, per mettere a punto una chiara visione di se stessi, di ciò che sta realmente accadendo nel proprio cammino di vita, per orientarsi! Il proprio sentire, il corso interiore di stati d'animo, di emozioni, di spinte infatti non è mai casuale, anzi nulla è più opportuno, assennato, rispondente alla necessità di aprire gli occhi, di comprendere il vero, nulla è più affidabile e capace di portare in evidenza i nodi importanti, le questioni da capire, nulla è più valido supporto e guida per conoscersi e per crescere di ciò che si declina interiormente. L'apparenza o meglio ciò che, facendo uso di senso comune, di logica corrente, si ritiene di vedere nel proprio sentire, che ne condiziona e delimita la visione, il preconcetto insomma, è una cosa, il significato e la proposta vera racchiusa nelle proprie sensazioni, nei propri stati d'animo, nei propri tormenti e ansietà, nelle pieghe e negli svolgimenti, anche nei più sofferti del proprio sentire, è tutt'altra cosa. Si è in genere incapaci di relazione, di ascolto e di dialogo col proprio sentire, con la parte intima di se stessi. Ci si è nel tempo abituati e adattati a questa sostanziale ignoranza di ciò che vive dentro se stessi, a cui non si dà rilevanza, si è imparato viceversa a portare tutta l'attenzione verso l'esterno, inteso come il luogo della vita vera e della realtà che conta, a pensare che si ha occasione di vita e di crescita solo nella relazione col fuori organizzato, con le proposte e con i supporti che offre, che vanno portate a sè quelle risorse, senza le quali si è convinti di potersi solo spegnere, involvere e inaridire. Bisogna dunque stare al passo e nella disposizione a recepire, che non si può avere occasione di crescere se non ci si nutre delle opportunità, delle risorse, dei mezzi offerti e organizzati, della relazione con gli altri. Si ha assai spesso una cultura dell'intimo, una conoscenza e una capacità di comprendere la propria vita interiore, conoscenza e consapevolezza che non è certo un lusso da possedere o uno sfizio strano o superfluo, riguarda infatti l'avere chiara visione di cosa vive nella propria esperienza, di chi si è veramente, di cosa si sta facendo della propria vita, che senza l'ascolto attento e l'incontro con la propria parte intima non si può avere, al più ci si racconta quel che pare e piace, cultura che dire primitiva e piena zeppa di luoghi comuni, di pregiudizi, di preconcetti, assorbiti dal pensato comune, di sbrigative sovrapposizioni a ciò che si sente e che si propone nel proprio intimo di spiegazioni e di deduzioni, è dire poco. La cultura che sta a cuore riguarda solo l'apprendimento di ciò che è stimato e onorato come conoscenza da acquisire dalla biblioteca del sapere, che spesso serve solo a sentirsi e a essere riconosciuti dall'intorno sociale come adeguati, all'altezza, intelligenti. Per quel che conterebbe davvero imparare a conoscere, coltivare nel rapporto con la propria vita interiore, la più vicina, la più carica di capacità di formare pensiero vivo e piantato, invece sembra bastare e avanzare quel che si presume di sapere già e finisce lì. Quando la vita interiore assume caratteri acutamente impervi, critici e difficili, ecco allora che entrano in campo le reazioni più scomposte e la tendenza a spararle subito contro giudizi di insensatezza, di essere condizione anomala, persino malata, capace solo di procurare afflizione, ostacolo al vivere, piaga malsana di cui ci si considera vittime. La visione che si ha dell'esperienza e delle condizioni di malessere interiore è ben in sintonia e accordo col pensato più comune e questo autorizza e dà manforte a sostenere la tesi del disturbo, della anomalia, della malattia da combattere e sanare. Pur nella omogeneità di visione di giudizio o meglio, proprio per la mancanza di autonomia nel considerare e comprendere il significato e il valore delle espressioni della propria vita interiore, può esserci verso gli altri timore di essere mal giudicati, altri che potrebbero vedere nel malessere, nella sofferenza interiore di cui si è portatori segni di debolezza, di cattivo stato, di mancata matura (?) crescita, altri pronti casomai a indicare nella forza di volontà la reazione da impiegare. Da qui la delega a presunti esperti e titolati terapeuti di incasellare in una diagnosi ciò che, unico e originale, vive dentro se stessi, di fornire rimedi, antidoti a ciò che pare solo una minaccia, un danno, un disturbo da sanare al più presto, da tenere a bada, vuoi con  farmaci, vuoi con spiegazioni e consigli, vuoi con tecniche e prescrizioni di comportamento per mettere a tacere, per contenere, per raddrizzare le cose. Ecco il salvataggio invocato, che in sostanza, anche se non lo si riconosce e ammette come tale, varrebbe a uscire fuori dal disagio di stare in contatto con se stessi, reso insostenibile proprio dalla incapacità, frutto di mancata vera crescita personale, di entrare in rapporto con la propria interiorità. E' una mancanza che deriva dal non aver avuto a cuore nel tempo di formare, di coltivare il rapporto con la propria parte intima e profonda, con la propria vita interiore. Questo limite, questa insufficienza e mancata crescita non ha però riconoscimento, non è in primo piano, non è ammessa e resa chiara ai propri occhi, si continua anche in regime di cura, a cercare solo di gestire, di mettere a tacere, rovesciando tutta la responsabilità su ciò che interiormente non girerebbe a dovere, di cui ci si considera vittime, a cui si è ben propensi a cercare altrove da sè le cause, ricorrendo, casomai con l'aiuto di una psicoterapia ad hoc, a qualche indagine, preferibilmente sul passato remoto personale, che rintracci e metta in primo piano e chiami in causa responsabilità altrui, carenze, condizionamenti e torti subiti, traumi patiti e altro come ipotetica causa, cui si dà volentieri credito, del proprio intimo malessere. Ciò a cui nel tempo, nel modo di condursi si è dato rilievo, ciò a cui si è badato e dato priorità è stato e continua a essere altro e tutt'altro dallo sviluppare capacità di rapporto, di ascolto e di dialogo, di intesa con la propria interiorità. Ciò che di sè e per sè ha avuto e continua spesso a avere primato e affidamento è la capacità di formare pensieri ragionati, considerata valida e sufficiente, quando, a guardare bene, nella conoscenza dei significati della propria esperienza e di se stessi, è nulla di più che una tessitura di congetture spiantate, per quanto voglia considerarsi attenta e intelligente. Ciò a cui si dà credito e cui tanto e volentieri ci si dedica, come modalità principe di occuparsi di se stessi, sono gli accorgimenti studiati col ragionamento per guidare i propri comportamenti, con al centro la cura della rappresentazione di sè, della buona riuscita, della tenuta negli scambi con gli altri, per destreggiarsi e per ben figurare, senza alcun interesse serio di capire cosa si sta facendo di se stessi, dentro quali vincoli e a che scopo. Se si portasse sguardo attento a riconoscere il vero della propria condizione, se si tenesse conto di quanto poco si sa di sè e si sa dare a stessi, si comprenderebbe che prendersi davvero cura di stessi significa non chiudere, non mettere a tacere, non mettere sotto controllo, ma aprire alla propria interiorità e perseguire lo scopo di far crescere la capacità di ascolto e di dialogo con l'intimo e il profondo di sè, il solo capace di dare vero arricchimento, conquiste di verità, autonomia di pensiero, passione e forza di far vivere l'autentico di se stessi.