domenica 4 ottobre 2015

Umanizzare il rapporto con se stessi, con la propria interiorità

Non sono l'ansia o altre espressioni di sofferenza e di disagio interiori che distruggono, ma il modo di trattarle, di non riconoscerle come parte di sè, come corso intimo d'esperienza, che in modo vivo coinvolge e dice, che vuole portare vicino e rendere visibile qualcosa di fondamentale di se stessi. Pensata come sintomo, come meccanismo patologico da classificare, l'ansia, l'esperienza interiore sofferta, diventa anonima e nemica, un disturbo con la sua dicitura, etichetta diagnostica, un disturbo di cui liberarsi. E' questa del classificare e dell'incasellare in quadri e in formule psicopatologiche una pessima abitudine, ahimè assai diffusa, fatta propria sovente anche da chi vive in prima persona l'esperienza della sofferenza interiore. Accade così che parli di sè, della propria esperienza interiore, come fosse la copia di una pagina di un manuale di psichiatria, che non è certo il massimo, visto che la psichiatria spesso e volentieri descrive la superficie, incasella ogni momento ed espressione dell'umano e della sofferenza interiore come fossero quadri abnormi tipici, facendo di ogni erba un fascio, rinunciando a capire, rivelando sostanziale non volontà e incapacità di avvicinare e di comprendere l'esperienza interiore. Che tristezza la rinuncia a cercare significato nella propria esperienza, originale, unica, a avvicinare il proprio sentire come traccia viva per capirsi, per conoscersi! Si usano, si applicano a se stessi con disinvoltura espressioni orribili come fobia sociale, sigle del cavolo come dap, doc e simili, che disumanizzazione! Sarebbe importantissimo e profondamente umano avvicinarsi a sè, riconoscere in ogni esperienza interiore un'espressione del proprio essere, un percorso, difficile, accidentato, ma un percorso, non una meccanica abnorme da aggiustare e da regolare, pronti a impasticcarsi, a farsi ammaestrare da qualche "psicoriparatore" su come rimettersi a norma. Che disastro questo modo di maltrattare se stessi, il proprio sentire, le proprie esperienze, sì tormentate, dolorose, strane, imbarazzanti e persino sconcertanti, ma non certo insulse, non certo prive di capacità di far vedere puntualmente e sensibilmente aspetti e verità di se stessi! L'esperienza vissuta, anche quando sembra contorta e assurda, fallimentare, dà occasione viceversa se ascoltata, se avvicinata non con spiegazioni o interpretazionei ragionate, ma riflessivamente (come guardandosi allo specchio, guardando negli occhi il proprio sentire) di riconoscere tracce vive di significato, di capire, di cogliere nodi importanti. Momenti interiori aspri, ripetuti, logoranti, tormenti, esperienze e prove che paiono "disastrose",  non casuali però, da cui trarre lezione viva e vera di conoscenza di se stessi. Prima di correre ai ripari, auspicando di spazzare via tutto, bisognerebbe riflettere sulla grande utilità e necessità, per non mettersi da subito in guardia e in armi contro se stessi, di trarre frutto da ciò che si è vissuto e che si vive interiormente, non importa se ingrato, se insolito, se tumultuoso, se in apparenza rovinoso. Dentro di noi c'è una parte, quella profonda, che detta le nostre emozioni e risposte intime, che non crede importante che tutto scorra liscio, che considera viceversa prioritario conoscerci e prendere coscienza, crescere in intelligenza vera e in autonomia di sguardo e di pensiero, anche se, se necessario per raggiungere la verità, con fatica estrema, con costi dolorosi. Accade che si sia preda e bersaglio di questa nostra parte profonda, che ci colora delle nostre emozioni, che ci spiazza, che ci cala a volte con forza in esperienze sì disagevoli, difficili, ma eloquenti, significative, se le si vuole ovviamente leggere come esperienze e non come sintomi, come segni tipici di anormalità o di patologie. Nulla ci succede per caso, tutto ciò che ci accade interiormente ci parla di noi, ci porta verso di noi. Intendiamoci, non è facile e immediato trovare il senso dove in genere si applica il giudizio, dove prevale la squalifica, dove il senso comune pare concorde nel parlare di difetti, insufficienze, mancata normalità, dove gli stessi "esperti" in non piccola parte sono pronti a confermare simili giudizi, pur mettendo in campo termini più sofisticati. Per entrare in rapporto e in dialogo dove invece si giudica e si cestina ciò che pare semplicemente anomalo, è necessario imparare a fare ciò che non si è abituati a fare, a cercare il filo interno di senso in ciò che si sente, è fondamentale scoprire che il sentire, tutto il sentire in tutte le sue espressioni, dice e rivela, che concordemente e intelligentemente parlano i sogni, che la parte cosiddetta emotiva e irrazionale di se stessi non è affatto inaffidabile e avventata, capricciosa o poco lucida. Poco lucido e accecante è viceversa il pregiudizio, è il ragionare che mette ordine, ma che non comprende, che riallinea e combina i significati preconcetti, ma che non si cura di vedere, di aprire davvero gli occhi sull'intimo dell'esperienza vissuta. E' una vera rivoluzione quella che conduce a conoscere non per selezione ed esclusione, ma per comprensione e per ascolto di tutta l'esperienza interiore, di tutto il sentire proprio. Imparare a andare incontro, a reggere la tensione dell'esperienza interiore disagevole, che solitamente si tende a contrastare, a rifuggire e a scaricare, imparare a rapportarsi fiduciosamente, a riflettere, cioè a cogliere l'intimo volto di ciò che si sente, anzichè commentare e spiegare razionalmente, è ciò che servirebbe. Non lo si sa fare, non si è cresciuti mai in questo, ci si è abituati a assorbire idee, non a generarle, facendo leva sul proprio intimo, sul proprio sentire come guida, ci si è addestrati a applicarsi ad altro per conoscere, a prendere in prestito spiegazioni, a delegare a autorità esterna, vuoi di libri e di autori, vuoi di concetti già predisposti e rimasticati, il compito, la capacità di spiegare, di formare ed informare il proprio pensiero. Se ripartire da sè è la grande occasione per accorgersi che si può accendere il proprio sguardo fondandosi su esperienza intima e su possibilità di vedere con i propri occhi, questa è un'occasione enorme che il profondo, che l'inconscio ha ben presente, che con forza incoraggia o pretende, ma che la parte conscia spesso non comprende e rifiuta in malo modo, senza nemmeno capire cosa sta facendo con giudizi di disturbo e di anomalia applicati a propria intima esperienza, senza capire le loro gravi implicazioni. E' possibile aprire dove spesso con diagnosi e terapie si chiude, è possibile umanizzare dove in non pochi casi la cura, pur sembrando buona e soccorrevole, deruba di umanità per far vincere la normalizzazione, che allontana da se stessi. E' necessario un lavoro nuovo, importante, serio, graduale, con l'aiuto di chi lo sappia incoraggiare e indirizzare, di chi non abbia in testa manuali e teorie preconfezionate, ma capacità di intendere l'esperienza interiore come matrice di conoscenza, come occasione unica di ritrovata sintonia con se stessi. Serve desiderio di conoscersi davvero in tutto ciò che si è, interiorità compresa, di trovare unità con se stessi.

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