mercoledì 4 febbraio 2015

Psicoterapia a che scopo?

La conquista fondamentale, che la psicoterapia potrebbe o dovrebbe consentire, è imparare a stare ben connessi col proprio intimo sentire e con il succedersi di tutto ciò che si vive interiormente, di pari passo con l'acquisizione e con lo sviluppo della capacità riflessiva, che consente di vedere cosa dentro il sentire, dentro la propria esperienza interiore prende forma, di riconoscerne l'autentico significato, di raccoglierne l'originale proposta. Nel sentire c’è la parte di sè che può dare a ognuno la terra sotto i piedi per ritrovarsi e per comprendere, lì il radicamento nel vero, la guida viva per non allontanarsi mai da se stessi e dal cuore della propria ricerca. Parlo di ricerca perché il senso vero del nostro vivere non è adattarci o infilarci in qualche dove che ci definisca e che ci dia un illusorio senso di esistere e di realizzarci, ma è vedere con i nostri occhi, trovare dentro di noi le risposte e riconoscere quale vuole e può essere il senso scopo della nostra vita, secondo noi stessi, coerentemente con noi stessi. La piega prevalente dell’esistenza è spesso di farsi dare dall'esterno risposte, di seguire e inseguire tracce e guide esterne, di identificarsi con altro che già sembra dire e consentire, ma anche delimitare, le espressioni, le scelte, i modi della propria vita. Il nostro profondo, depositario delle nostre più originali ragioni e capacità di pensiero, non ci sta a simile passivo adeguamento, che rischia di falsare e di far fallire la nostra vita, di toglierle il bene supremo, quello della consapevolezza, della capacità di vedere e di concepire con i nostri occhi e col nostro pensiero, della libertà di metterci su cammino nostro, sentito, consapevole, fattivo e creativo, non affidato al conformismo o all’approvazione/conferma altrui. La parte profonda di noi non sta quieta e preme per sollecitare ricerca, presa di coscienza di come ci stiamo muovendo, spesso e da gran tempo  in modo gregario, di cosa stiamo facendo di noi stessi, di cosa viceversa è possibile mettendo al centro e senza risparmio il nostro sguardo, onesto, trasparente, acuto e pronto a riconoscere anche ciò che di noi stessi ci dispiace ammettere, ma che per crescere e far crescere il nuovo e il nostro è indispensabile conoscere e riconoscere. Nel lavoro di psicoterapia (mi sto riferendo a una psicoterapia di impostazione analitica e che concepisca l'insieme dell'essere, l'importanza del profondo) è fondamentale dare spazio alla parte intima e profonda, che sa cosa sta smuovendo e perché. E’ parte di noi, quella profonda, che non si perde o disperde, che non accantona nulla, che non oscura per comodo, che non rinvia la verifica, che vuole il vero, senza limiti e sconti, perché il vero è la base della libertà e della trasformazione, del poter scegliere sapendo. La ricerca nel corso della vita non è mai finita, soprattutto però è importante che sia ben e saldamente impostata, che si sia imparato a dialogare con se stessi, ad avere unità con se stessi, a dare ascolto a tutto ciò che si sente, a procedere uniti con se stessi. I nodi decisivi vanno avvicinati, sotto la guida della parte profonda che lo sa fare di dirigere la ricerca e, imparato a dare forma nuova e consapevole e unitaria al proprio procedere con se stessi, si può andare oltre da soli dopo l’esperienza analitica. Questo l’orizzonte dentro cui va concepita la psicoterapia perché davvero sia utile e consegni le chiavi nuove per continuare il cammino non in un rapporto di fragile unità con se stessi o addirittura di disunione e diffidenza, ma di fiducia e scambio totale, senza chiusure, con la propria intima esperienza, col proprio profondo. Quando i nodi decisivi non sono avvicinati e sciolti, quando la nuova unità dialogica con se stessi non è raggiunta, l’interiorità preme di nuovo con insistenza e reclama ascolto, imperiosamente spinge ancora per fare il lavoro che serve, per farlo bene e completamente.


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