mercoledì 25 febbraio 2015

Il rapporto col dolore

Il rapporto con l'esperienza interiore dolorosa è questione decisiva. Spesso il dolore è vissuto come pena indebita, come afflizione immeritata, come danno patito. Prontamente lo si riconduce a cause esterne, lo si tratta come segnale e indice di situazione a sè sfavorevole, che opprime e lede, come carico esagerato che toglie serenità, che non offre il dovuto agio o il meglio. Allontanare l'insieme che pare dare dolore, vuoi un legame, vuoi un luogo o una situazione e cercare altrove tregua, sollievo o miglior fortuna e beneficio sono risposte frequenti al dolore. Il dolore però preme interiormente per dare occasione di vedere e di lavorare prima di tutto su se stessi. Non farlo significa non raccogliere il messaggio e andar via immutati, significa, pur pensando di aver ben interpretato il proprio disagio, tornare fatalmente a riprodurre altrove le stesse modalità e implicazioni proprie non riconosciute, in definitiva la stessa situazione di cui ci si è voluti liberare. Il dolore interiore non è sciagura, è voce, è occasione di approfondito sguardo, che è necessario imparare a esercitare su di sè principalmente, con attenzione e con pazienza. La riflessione combinata a capacità di tener dentro il malessere, di reggere l'esposizione al dolore, accettando il coinvolgimento nell'esperienza disagevole, è indispensabile. La riflessione non è, come spesso si fraintende, esercizio di ragionamento che cerca di spiegare, ma è capacità di ascolto e di vedere cosa l'intimo sentire delinea e sottolinea, disegna e dice. Nulla va spiegato o interpretato spingendosi oltre ciò che il sentire dice, perchè ogni elaborazione che non poggi e che non stia sul terreno vivo del sentire rischia di essere spiantata e di dare occasione solo alla voglia di chiudere in fretta, casomai parando se stessi da ammissioni difficili. E' di fondamentale importanza non squalificare l'esperienza interiore vissuta, comunque sia, non pretendere di cancellare, di superare subito ciò che invece preme interiormente per dare occasione di presa di visione e di consapevolezza. Capire, capirsi è assai più proficuo che fuggire dal dolore e apre a se stessi strade, che la scelta di alleggerirsi e di procurarsi qualche soluzione, lasciando tutto intatto, non aprirà mai.

1 commento:

Giovanni Canu ha detto...

Non ho parole...sto passando un periodo difficilissimo e ora scopro che, semplicemente, devo ascoltare la mia voce interiore, anche e soprattutto quando mi suggerisce cose che non capisco o non accetto. Quindi la vera felicità è ascoltarsi, non capirsi... La ringrazio di cuore!