sabato 7 febbraio 2015

A proposito di guarigione

Riferita a situazioni di sofferenza interiore l’idea corrente di guarigione racchiude spesso il principio del dissidio con se stessi, della volontà di allontanare parte di sé, giudicata e trattata come estranea e ostile, sicuramente incompresa in ciò che sa e che vuole dire e dare. Se nell'uso, assai frequente, di psicofarmaci questo atteggiamento di insofferenza e di paura nei confronti dell'esperienza interiore disagevole è esplicito e ben riconoscibile, non da meno la psicoterapia può ricalcare analoga intenzione. Non solo la psicoterapia che dichiaratamente si propone di intervenire sui comportamenti, di correggere modi di sentire e di reagire ritenuti anomali e, in gergo, "disfunzionali", ma anche la psicoterapia che si proponga di capire, di favorire la comprensione, può muoversi nell'orbita del voler contrastare e debellare l'esperienza interiore sofferta, da subito e pregiudizialmente ritenuta un guasto. La ricerca, pensata a fini di guarigione, delle cosiddette cause nascoste del disagio, del  malessere interiore, è spesso lavorio guidato dalla componente razionale che, con l'intento di spiegare e di annullare ciò che comunque e in modo preconcetto considera uno stato anomalo rispetto a un presunto stato di equilibrio o normale, ipotizza, soprattutto suppone e poi crede di riconoscere cause plausibili, nessi, legami di causa e effetto. L'esperienza interiore, il sentire, comunque si proponga, dice, in modo mirato propone, induce a fare intima esperienza per portare alla conoscenza di se stessi: sentire per capire. Non si tratta di formulare ipotesi attorno al perché del malessere, per tentare di domarlo e di spazzarlo via, confezionando col ragionamento spiegazioni, tanto in apparenza plausibili e coerenti, quanto lontane dalla sintonia col sentire, che, a riprova della loro  infondatezza e inutilità, continua a incalzare e a premere anche dopo le cosiddette interpretazioni. Si tratta di imparare ad ascoltare, a cogliere e a raccogliere l'intima proposta che l'interiorità con il vissuto, col sentire, anche arduo e sofferto, mette in primo piano, rende viva e tangibile. Ci sono robusti ostacoli sulla strada dell'incontro aperto, disponibile all'ascolto,  con la propria interiorità, con ciò che propone nel sentire. Si parte spesso dal presupposto di aver già raggiunto, in virtù dell'anagrafe o di alcune realizzazioni, ciò che, ritenuto già maturo e sufficiente, darebbe diritto a uno stato di stabilità interiore, di benessere. L'iniziativa del profondo, che nei vissuti, nel sentire agita le acque, spesso frena la corsa e la complica, esercita con forza pungoli e richiami a guardare dentro se stessi, cerca di spingere l'individuo a riconoscere fragilità e instabilità nell'assetto del proprio modo d'essere e di procedere, non frutto di patologia o di cattive interferenze, ma parte di un costruito precario o assente, non è affatto compresa, nè concepita come possibile. Tanto di sè è spesso plasmato a copia di altro, affidato a soluzioni trovate fuori e più da fuori che da dentro confermate, con l'illusione che valgano a corrispondere a se stessi. Il proprio profondo non ignora e non tace i limiti e la distorsione di una simile condizione, che piega l'essere e lo consegna all'adesione ad altro, alla negazione e all'oscuramento di se stesso, ma l'altra parte di sè, conscia, non ne vuole sapere, insiste nel confermare ciò che sinora ha concepito come valido e insostituibile.  Insomma da una parte l'interiorità segnala lo stato problematico e insufficiente delle cose e richiama in modo perentorio alla scoperta del vero e al compito di formare ciò che ancora non c'è per diventare se stessi, per conquistare vera libertà, autonomia di pensiero e di progetto e dall'altra la parte conscia, ritenendo tutto già compiuto e chiaro, oltre che insostituibile, concepisce solo come disturbo e danno, di fatto squalifica come anomalia l'iniziativa e la proposta profonda, cestinata e combattuta come esperienza interiore negativa, penalizzante e basta. Capita che anche nel percorso intrapreso in psicoterapia si vada, non poche volte, volentieri a cercare presunte cause di ciò che nel proprio malessere si ritiene, per precocetto, essere l'espressione solo di un disturbo, di un mancato stato normale, causato dal probabile agire di fattori e condizionamenti avversi attuali o più probabilmente remoti.  Nello sforzo di capire, facendo tutto un lavoro, non riflessivo e di ascolto, ma di ragionamento, dove si commentano le esperienze interiori più che ascoltarle, si va spesso e volentieri a ritroso nella propria storia a cercare ipotetiche cause. Quando da qualche parte si ha l'impressione di trovare un nesso causale verosimile, che finalmente permetta di  confezionare la spiegazione del perchè del malessere, ci si persuade di essersi capiti, ma in realtà si sono solo rigirate le solite idee, un poco rese più articolate e sofisticate. La parte profonda di se stessi, che nel sentire dice e propone, che vuole calare nella consapevolezza nuova di sé, ben più vicina al vero di tutto il consueto pensare e rimuginare, rischia dunque di rimanere ancora inascoltata e incompresa, anche dove, come in psicoterapia, ci sarebbero le migliori condizioni e intenzioni di capirsi, di avvicinarsi a se stessi. Bisogna imparare a rispettare e a valorizzare la parte intima e profonda di sé, che nel sentire prende iniziativa e coinvolge, bisogna imparare ad ascoltarla e a comprenderne linguaggio e proposta. Finchè si fa opposizione, finchè si pensa che ansia e altro, che interiormente si vive, sono prima di tutto piaga da togliere, anomalia da correggere, finchè ci si pone in contrasto o, pur cercando di capire, si dà predominio al ragionamento, alla forma di pensiero che non sa accogliere e dialogare con l'interiorità e col sentire, ci si destina ad andare avanti all'infinito nella incomprensione e nella discordia con la propria interiorità. Serve certamente aiuto per imparare a dare ascolto rispettoso alla propria interiorità, a riconoscerne fedelmente voce e linguaggio, sia nel sentire che nei sogni, autentica fonte di riflessione e di conoscenza. Se anziché far la guerra a ciò che si prova interiormente, se anzichè subordinare il proposito di conoscersi a quello di  eliminare il malessere (non capendo che il malessere, se intimamente ascoltato e compreso, apre a se stessi e rivela, induce a vedere e a costruire, può condurre avanti) si imparasse a conoscere se stessi con apertura nuova al proprio intimo, si trarrebbe grande giovamento da tutto ciò che succede interiormente.  Il percorso interiore spontaneo e vero, senza rifiuti e tentativi di correzione, può essere arduo e doloroso, accidentato, ma è sensato, ha un senso, stimola e apre l'individuo al vero. Se accompagnata da sguardo e da apertura riflessiva tutta l'esperienza interiore, non osteggiata e non soffocata, cala nel vero e alimenta la presa di coscienza, conduce l'individuo alla crescita che gli è possibile e che gli spetta, se non vuole perdersi e nascondersi nel qualunque. Intesa in questo modo, come la profonda trasformazione del diventare se stessi, in unità e in accordo con la propria interiorità e non invece, come più spesso si vorrebbe, come ritorno al solito e al normale con messa a tacere (illusoria) della parte profonda di sè, l'idea di guarigione ha un senso.

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