mercoledì 20 giugno 2012

La sofferenza interiore

Accade spesso che chi vive un'esperienza di malessere, di sofferenza interiore si rapporti a questa con allarme misto a fastidio e a insofferenza, dando per certo che ciò che sta vivendo gli sia soltanto sfavorevole o nemico. La richiesta e l'auspicio sono in genere di ripristinare al più presto la condizione precedente la crisi, di dissolvere quella realtà interna così difficile e temuta, di sostituirla con una giudicata più vivibile, affidabile e "positiva". L'esperienza interiore dolorosa viene di fatto allontanata da sè come peste e trattata come cosa, grossolanamente equiparata ad altre appartenenti e sperimentate da altri e come tale volentieri catalogata e infilata, con il suggerimento e con la benedizione di qualche terapeuta, in una categoria diagnostica o pseudotale. Tutto diventa allora uguale (ansia, panico, depressione, fobia ecc. ecc.), un dato oggettivo amorfo e impersonale, che non significa e non rivela più nulla di se stessi, che non dice, cui non si fa dire se non d'essere un disturbo, un eccesso, una distorsione, una patologia. In realtà l'esperienza interiore disagevole e sofferta, che l'individuo teme e ripudia, cui cerca di opporre un antidoto o un rimedio, non importa quale, pur di ingabbiarla e di liberarsene, è parte viva del suo sentire, non assimilabile affatto a ciò che altri sperimenta, come ci fosse una cosa, ansia o depressione o altro, che come guasto o cosa rotta  si ripropone sempre uguale in tutti.  Ben lungi dall'essere un'anomalia o un disturbo, la sofferenza interiore è una voce, è prima di tutto intima esperienza, tentativo di prendere, pur con fatica e con travaglio, visione e consapevolezza di qualcosa di importante e, se attentamente ascoltata, se ben intesa e compresa, è guida affidabile e sicura per capire, per capirsi. Imparare ad ascoltare e a comprendere il proprio sentire, fin nelle sue pieghe più tormentate o "strane", essere aiutato a confrontarsi e a dialogare con la propria interiorità, a capirla nel suo linguaggio vivo, è conquista molto importante, anzi decisiva per l'individuo. Questa per lui la vera "cura".  Solo questo incontro e dialogo col proprio sentire e non l'opposizione preconcetta al dolore, può infatti avvicinarlo a sè e fargli superare la frattura che lo divide da se stesso, può renderlo consapevole ed arricchirlo di qualcosa di intimamente vero, che urge, che la sua crisi interiore ha aperto e sta rilanciando con forza, che non può, che non vuole essere ignorato o trascurato. Se quel sentire disturba, forse disturba in primo luogo il quieto e programmato procedere, dove il conducente spesso è incurante, non senza rischi, di sapere cosa realmente sta facendo di se stesso. Prima di squalificare e di porsi in modo ostile verso il proprio sentire sarebbe bene essere molto cauti. Non c'è nulla di ciò che sperimentiamo interiormente, che possa essere considerato superfluo, semplicemente assurdo o inopportuno e ancor meno che ci sia nemico o sfavorevole. Semmai può esserci dissonanza e disaccordo tra ciò che in superficie vorremmo credere di noi e ciò che nel nostro profondo vediamo e sappiamo, tra ciò che vorremmo, spesso ottusamente, conservare o riservarci e ciò che sentiamo intima, profonda e vitale necessità di trasformare, di far esistere e di costruire. Semmai per l'individuo investito dalla sofferenza interiore, può esserci, oltre che paura e pregiudizio negativo verso tutto ciò che è sofferto e scomodo interiormente, incapacità o inadeguatezza nel saper raccogliere e capire significato e senso di ciò che la sua interiorità solleva e gli propone con tanta forza e intensità. A molti, che vivono una simile esperienza di sofferenza interiore, purtroppo non è suggerita e mostrata questa opportunità, a molti non è offerto l'aiuto necessario, non per fuggire e contrastare, non per "spiegare" e liquidare frettolosamente, ma per imparare ad andare incontro fiduciosamente, a capire intimamente e a far propria la proposta della propria interiorità. Le acque internamente non si agitano mai per caso o inutilmente.

5 commenti:

dario ha detto...

carissimo dottore
ho imparato , e onestamente credo che quanto afferma sia specchio fedele del nostro vero io.
non le e' mai capitato di fraintendere , o mal ''metabolizzare'' un sogno ? quali le conseguenze , e i rischi ?
grazie

Celular ha detto...

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blackangel ha detto...

Ho letto il Suo post, sono d'accordo con Lei quando dice che bisogna ripristinare la condizione precedente la crisi.
Ma quando la crisi porta malessere e insofferenza quotidianamente si cerca invano di uscirne.
Quando è più di 7 anni che si soffre, e pur cercando di interpretare il ruolo di dura, interiormente si instaura uno stato di ansia e depressione fisso, ogni metodo sembra inutile.
Sembra perfino inutile risanare l'animo perchè si sa già che questo si annullerà nel tempo più immediato.
E allora cosa si fa? si prende tranquillanti o calmanti? o si passa da un terapeuta all'altro? o si ascolta chi ti sta intorno convinto che uno psicanalista serve a poco o niente?
O peggio, si fa come me, si dorme la bellezza di 3 ore al giorno e al mattino insieme al fondotinta per occhiaie si indossa la maschera di "quanto è bella la vita" e si sorride per non destar sospetti.
E si va avanti così perchè nessuno è disposto a vedere in faccia la realtà: ovvero se sorrido a te e al mondo intero ciò non significa che non sono umana e che non posso soffrire esattamente come te, e se perdo le staffe perchè non trovo un paio di stivali che mi vadano bene è forse perchè per quella giornata, quel fatto, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso...

Pierangelo Lopopolo ha detto...

Rispondo al commento di blackangel. In realtà io non sostengo che bisogna ripristinare la condizione precedente la crisi, ma dico che questa del cancellare la crisi e del tornare allo stato precedente è in genere l'attesa e la richiesta iniziale e più diffusa. La crisi si apre proprio per ingenerare con forza un processo di trasformazione, di avvicinamento a se stessi prima di tutto, di recupero di capacità di vedere dentro di sè, vedendo verità anche scomode e però imparando a vedere con i propri occhi anche cose impensabili e impensate prima della crisi. La crisi, che comunque all'inizio obbliga a ripiegare su di sè, a sentire con forza la necessità, assolutamente opportuna, di occuparsi e di preoccuparsi di sè in modo primario, se incontra l'atteggiamento di ascolto e di ricerca che richiede conduce a fare scoperte importantissime ed essenziali. Dunque nessun ripristino, che sarebbe scelta controcorrente rispetto a ciò che ormai dal profondo urge trovare, costruire e rinnovare. Il vero problema è che chi è investito dalla crisi non ne comprende il linguaggio e il senso, non si ritrova all'interno, non si aspetta che possa arricchirlo, la vive come nemica, come sfavorevole. Serve l'aiuto di chi sappia aiutare a vedere, a formare capacità di ascolto e di dialogo con l'esperienza interiore, ad alimentare la fiducia nel rapporto con se stessi. Si tratta proprio di aprire un dialogo, un confronto con la parte di sè che in modo vivo ha preso il sopravvento, che comunica col sentire, che parla attraverso i sogni, per capire, per nutrirsi di una conoscenza e di una intesa con se stessi di cui si era privi. Dunque si rovesciano tutti i termini della questione, se ben avvicinata e compresa la crisi si rivela essere non ostile e deleteria, ma spinta potente e occasione, primo fortissimo impulso ad avviarsi su un percorso necessario di ricerca per trovare se stessi, per capirsi, per capire, per uscire finalmente da una condizione di mancanza di sè, per trovare il proprio sguardo su di sè e sul mondo, per dare alla propria vita il proprio corso e la propria impronta.

blackangel ha detto...

Innanzitutto grazie per la Sua risposta.
Il punto è che ho imparato a darmi degli obbiettivi e raggiungerli.
A 21 anni mi sentivo realizzata e soddisfatta, perchè a differenza di alcune persone della mia età, a me vicine, ero riuscita a dare "il corso" alla mia vita.
Ma è bastata una mezz'ora di un giorno qualunque a strapparmi via tutto e non trovo nè la forza nè tanto meno la voglia di ricominciare da zero.
Anzi, non so più cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, ho l'impressione di aver perso il mio "io" ed il totale controllo sulla mia vita, e la consapevolezza di ciò mi fa sentire ancora più persa...