Quali sono le basi necessarie e irrinunciabili per svolgere il lavoro di psicoterapeuta? L'unico strumento di cui lo psicoterapeuta non dovrebbe essere privo è la capacità riflessiva. Se non ha capacità di rapportarsi a se stesso, se non sa accogliere e raccogliere i suoi vissuti ed ascoltarli, lo psicoterapeuta è sospeso nel vuoto. Se non sa da un lato lasciarsi prendere, investire, coinvolgere pienamente (nel suo spazio intimo) dalla spinta interiore, dall'emozione, dal sentire e dall'altro non sa prenderne distanza per vedersi riflessivamente, per vedere come dentro uno specchio ciò che gli appartiene, per riconoscere cosa di sé gli si rivela in quell'esperienza, cosa ha preso forma, lo psicoterapeuta vaga nel nulla o procede pericolosamente. Manca infatti dello strumento fondamentale per scoprire cosa di volta in volta gli accade, per orientarsi, per capire l'esperienza e la dialettica interiore. Rimane adesso inconsapevolmente a ciò che si muove in lui, non lo vede, non lo comprende. Crede all'argomentazione più superficiale, alla logica di superficie o si stordisce con le sue parole e con i suoi ragionamenti. Rimane nascosto a se stesso. Non ha occasione di capirsi , di ferirsi anche, di vedere ciò che ( diverso e inaspettato) può risultargli doloroso o scomodo vedere, non ha capacità di trasformarsi e di far crescere se stesso, di fare dell'umano più vera e profonda esperienza e conoscenza. Dicevo che vaga nel nulla pericolosamente. Si, perché, oltre a non fare nulla di utile per se stesso, nella relazione con l'altro è possibile che faccia disastri e senza arrivare a rendersene conto, per giunta. Vittima ad esempio della necessità di meritare l'approvazione e la considerazione, il consenso dell'altro, di provarsi e di dar prova di essere all'altezza del "ruolo", capace, bravo nel verso della capacità di spiegare tutto, di risolvere i problemi, lo psicoterapeuta rischia (oltre che di non vedere la propria speculare dipendenza) di condurre o di confermare l'altro nella dipendenza dalla sua autorità e capacità di risposta. Rischia di incoraggiare l'altro alla passività e, come fa con se stesso, all'impiego passivo di formule e di risposte pronte. Può indurre l'altro a non ascoltarsi pazientemente e attentamente, a non concedersi all'incontro e al dialogo con la propria interiorità, con ciò che da dentro gli si propone, all'inizio oscuro, non nitido. Può incoraggiare o dar manforte alla tendenza già presente nell'altro a mettere a tacere l'evento interiore, specie se doloroso e imbarazzante. Sono disastri veri e propri , perché costituiscono impedimento alla scoperta di sé. Lo psicoterapeuta può, anzichè aprirlo a se stesso, riconsegnare l'altro alla "normalità", può cioè contribuire a mantenerlo e a chiuderlo in un'idea di sé che profondamente non gli corrisponde, può mantenerlo nell'ignoranza delle sue risorse interiori, dei suoi più originali orientamenti, della sua capacità più profonda, del suo progetto. Serve un bagaglio di sapere e di conoscenze apprese allo psicoterapeuta, perchè abbia e dia garanzia di poter svolgere bene ed adeguatamente il suo lavoro, la sua funzione con l’altro? Parlo a partire dalla mia esperienza di analista e con riferimento all'esperienza analitica. Ogni esperienza analitica produce, crea il suo sapere. Non serve sapere già e prima. E' il lavoro analitico a generare tutto. Ogni individuo nel suo percorso analitico è intento a un discorso tutto da scoprire . Lo psicoterapeuta, l'analista deve possedere la capacità di dialogo con l'esperienza interiore e la capacità riflessiva di cui dicevo prima. L’analista, possedendola, può trasmettere all’altro questa capacità di avvicinare e di dialogare con l’esperienza interiore, può farla crescere in lui sempre più, liberandolo dalla paura e dall’incomunicabilità con se stesso. L'analista, quanto più si è cercato e ha esercitato nel rapporto con se stesso apertura e dialogo, continuità di ricerca, tanto più può rivolgersi utilmente all'atro per sostenerne, con pazienza e con fiducia, il viaggio di ricerca dentro se stesso. Se lo psicoterapeuta, se l'analista è solo imbottito di teorie e di sapere già formato e preso in prestito, tenderà soltanto a ripetere ciò che ha appreso, a girarlo sull'esperienza che incontra, sua e dell'altro. Discepolo sciocco di qualche maestro, non importa se autorevolissimo e famoso, si limiterà a ripeterne il pensiero in una forma imbalsamata e stantia. Non prenderà su di sè il compito e il peso di portare avanti da sè la ricerca, di misurarsi col diverso, con l'imprevedibile, col nuovo che perennemente si dà dentro se stesso e dentro l'altro. Non consegnerà analogo compito e non coltiverà nell'altro analoga capacità verso se stesso.
sabato 14 aprile 2007
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